venerdì 30 novembre 2012

I NAPOLETANI SONO SEMPRE NAPOLETANI!


La gita in battello all’isola di Capri era partita bene. Il cielo era azzurro ed il sole forte. La barca aveva l’aspetto di un cadavere imbalsamato con una meccanica a diesel singhiozzante e piuttosto insicura.“Siamo disoccupati e dobbiamo arrangiarci!”. Poiché il prezzo era favorevole ed i miei genitori risparmiavano su tutto, decisero che la carcassa, chiamata significativamente “Dio pensaci tu” andava bene. Salimmo verso le undici di mattina attraversando il breve braccio di mare, che separava Capri da un avanzo di molo, su lugubri assi marce e senza appoggi per le mani: mi ricordavano un dipinto di Van Gogh rappresentante operai che trasportavano ceste di carbone su chiatte, camminando su lunghe ed insicure assi di legno. Il corpo marinai era composto dal capitano con tanto di berretto unto e bisunto; capitano in seconda, senza berretto né divisa, ma quasi in mutande rattoppate come la maglia con tanto di bottoniera sotto il collo; mozzo, senza scarpe né calze, pantaloni corti e torace nudo. Paolo Villaggio era in agguato a spiare tutto per poi scrivere i suoi famosi libri. Tentavano a vuoto di staccare l’ormeggio con litania di bestemmioni in napoletano stretto. Fischio di partenza. Motori ansimanti con catarro e sincope e tentativo d’investimento di altre barche e barchette con evidenti maledizioni napoletane. Finalmente ecco giungere il via sull’onda verso l’azzurro celeste del golfo di Napoli. Arrivati alla grotta azzurra, vi era la sosta nel vano tentativo di visitare il miracolo cercando di salire su barche a remi, pagando il biglietto, anzi, pagando senza biglietto. Il mare intanto ingrossava e l’onda lunga si mischiava a quelle a piramide tragicamente famose per affondare anche i transatlantici. Si rinuncia alla visita e si riparte verso il porticciolo di Capri, nel quale si attende l’approdo rollando perché non c’era il diritto di accesso e bisognava aspettare che qualche battello lasciasse l’ormeggio. Trovato un buco dove attraccare, vi fu la corsa fra barcacce di quel tipo per arrivare prima. Tamponamenti e bestemmie e finalmente eccoci sull’isola. Era mezzogiorno e avevamo una fame bestiale: volevamo mangiare i cannelloni ripieni. Lunga fu la ricerca accuratissima dei ristorantini leggendo il listino prezzi e facendo i conti con le riserve auree della famiglia. Alla fine, evaporando come stufe con la caldaia senza coperchio, il capofamiglia decise per un modestissimo canneto sotto il quale c’erano dei tavoli e qualche sedia. La tovaglia era sporca e, per tovaglioli, si usavano le mani. Né vino né birra, ma solo semplice acqua ci fu servita, sdegnosamente offerta dalla proprietaria che parlava tra sé in stretto napoletano (si sarà lamentata per la dovizia degli ospiti del nord?). Sul piatto, assieme a qualche mosca, tre cannelloni per quattro persone che come disse poi Villaggio, avevano la caratteristica di essere freddi all’esterno e bollenti come magma nella besciamella giallastra dell’interno. La fame da lupi ci fece addentare il cibo con conseguente scottatura della lingua e così giù acqua tipo pompiere. Infine il gelato chiuse il pasto. Visita alla piazzetta famosa, deserta perché era l’ora della bollitura solare e della “pennichella” abituale ed una rapida sosta per rimirare i faraglioni e poi tornammo indietro, scendendo per una scalinata al naturale con massi e rocce sporgenti fino al porto dove si giungeva con un bel salto che io feci con orgoglio, ma non le donne della famiglia. Nel frattempo subentrarono nuvoloni bassi e neri. Il sole scomparve ed iniziò a tirare un vento della malora. Attraverso un altoparlante della capitaneria di porto una voce gracchiava: “Mare forza otto, in aumento! Proibito lasciare l’isola!”. L’avvertimento andò avanti con monotonia e già pregustavo il forzato soggiorno e, quando vidi l’equipaggio della bagnarola consultarsi in un napoletano stretto e sottovoce senza sorridere affatto, allora capii le loro intenzioni. Con ordine perentorio ci fecero salire. Mio padre, che era stato fascista convinto, era sprezzante del pericolo e nonostante le onde acquistassero l’aspetto di piombo fuso, diede l’esempio e salì con un balzo sulla nave. Dietro a lui il sottoscritto ed una pletora di donne piangenti, grasse e magre che parlavano dialetti incomprensibili, atti a farmi pensare che appartenessero a qualche gruppo turistico organizzato dall’oratorio di Santa teresa del bambin Gesù. Non mancavano le suore ed un pretonzolo, piuttosto preoccupato. Il capitano si fece legare al posto di comando con le mani fissate sui manici del timone, il groviglio era poco tranquillizzante. Il secondo fu avvinto con le corde al palo centrale della "nave". Il terzo marinaio si sdraiò sotto una panchina di legno e si addormentò. Mio padre da coraggioso aveva afferrato le maniglie di una porta a vetri che si apriva sulla prua e con le gambe divaricate faceva salti involontari verso l’alto arrivando persino a mettersi con le gambe all’aria, non per la forza dei suoi lombi ma per la spinta delle onde. Mia madre e mia sorella piangevano a squarciagola e maledivano il coraggio di mio padre, che aveva smesso di avere quel ghigno satanico da coraggioso ed incominciava ad aver paura anche lui. Io mi ero abbarbicato al sedile di legno e sperimentavo col cuore in gola il volo degli astronauti. Arrivai persino a stare con la testa in giù ed i piedi al soffitto. Le donne del gruppo continuavano ad invocare Dio, la Madonna e tutti i santi e saltavano con il posteriore in aria dimenticando il comportamento educato delle donne per bene. In quel momento anche le suore mostravano in aria le natiche e non si preoccupavano affatto. Il prete aveva perso il messale, il berretto e le buone maniere. Ho avuto il sospetto che invece di preghiere stesse tirando certi bestemmioni da competizione e mostrava certi denti acuminati da farlo assomigliare a mastini napoletani inferociti. Il colletto bianco era slacciato e viaggiava libero verso l’alto. Non feci attenzione al suo abbigliamento intimo perché ero troppo attento a controllare il grigio piombo del mare, le sue tremende onde a piramide ed a soffrire ogni qualvolta la barca era sbalzata fuori d’acqua ed il motore andava a vuoto con un frenetico rumore d’eliche che giravano in aria. Ogni volta che la barca ripiombava in mare, la chiglia gemeva come una persona ferita prossima a tirare le cuoia. La confusione era terribile ed i marinai non parlavano. Tra le donne succedeva di tutto: le suore erano quasi nude ed avevano perso il cappellone bianco. Non avevano nemmeno più le scarpe. C’era una signora piuttosto in carne debordante che aveva perso ogni ritegno, il libro delle preghiere, il crocifisso, le scarpe e la fiducia nei santi.“Oddio mamma! Qui affondiamo! Oddio mamma, qui si muore! Oddio mamma, porco di qui, porco di là, oddio mamma se me la cavo giuro che sventro con le mie mani i marinai, uno a uno!”. Altre brave donne erano svenute e venivano lanciate da tutte le parti come sacchi di mortadella. C’era chi vomitava e qualcuno mi inondò la schiena di un liquido caldo e schifoso. Mia madre aveva assunto uno dei suoi tipici atteggiamenti isterici: dritta e dura come un baccalà, con un crocifisso, immancabile, stretto fra le mani giunte in preghiera, vibrava tutta, dalla testa ai piedi, come una macchina perforatrice stradale in azione. Mia sorella dava l’impressione di essere impazzita e non aveva atteggiamenti controllabili: si strappava i capelli, perdeva indumenti, si agganciava dove capitava, piangeva, anzi urlava, ed invocava santa Rita da Cascia, la santa degli impossibili. Mio padre ballava come non avrebbe mai immaginato di poter fare. Il suo volto era nero, accigliato e non parlava più. Da alcuni segni, mi pareva che avesse terminato sia il coraggio che la forza fisica. A balzelloni, saltando in su con il sedere ed arrivando a sdraiarmi sul soffitto per poi ripiombare giù, riuscii ad avvicinarmi a lui e, gridando con tutta la mia forza vocale, lo invitai a sedersi al mio posto mentre io l'avrei sostituito come il coraggioso di turno e fu uno spettacolo terribile. Mentre danzavo, vedevo la prua della barcaccia inabissarsi sotto un’enorme onda nera. Poi salivo verso l’alto e con me la barca con i suoi motori impazziti che facevano girare a vuoto l’elica. Finalmente dopo due ore di inferno, avvistai la costa alta di Sorrento e, da solo, il cuore riprese le sue funzioni. Vidi il marinaio uscire da sotto il sedile, slegare quello legato all’albero maestro e tutti e due liberarono anche il capitano. Con un coro di imprecazioni tutti quanti lasciammo l’imbarcazione, pregando Dio di non farci mai più ricapitare in mano ai napoletani. Questi non dissero una parola!

VIAGGIO VERSO IL SUD




Chi si lamenta dei trasporti d’oggi lo fa perché suggestionato dal comune dire o perché talmente giovane da non immaginare nemmeno cosa significasse intorno al 1945 viaggiare in terza classe verso il meridione d’Italia:

1. Le carrozze erano rottami di prima della guerra, tutti in legno;

2. Funzionavano soprattutto le vecchie locomotive a carbone, con relativo fumo negli occhi;

3. I passeggeri erano tanto numerosi e con tante di quelle valigie, scatole, gabbie, pacchi ecc., da ricordare certi film ambientati nel Messico;

4. La linea ferroviaria era quasi per intero interrotta. I ponti quasi tutti distrutti;

5. Il treno si fermava continuamente, spesso in aperta campagna, per via dei lavori ai binari o ancora perché rimaneva una sola corsia, appena riadattata, e doveva attendere il via libera;

6. Non esistevano treni veloci e questi sostavano parecchio in ogni stazione. In alcune, importanti località, c’era l’obbligo del cambio di treno con relativo spostamento di masse immense di uomini, donne e bambini più relativi bagagli a mano;

7. Si era in estate con un caldo bestiale. Tutti sudavano e puzzavano come immondezzai;

8. Si mangiava e beveva quello che era possibile trovare ed il rifornimento d’acqua era affidato a coraggiosi che si preparavano a scendere, prima ancora che il treno si fermasse, per fare scorta d’acqua presso la fontanella della stazione e poi di corsa risalivano rischiando per lo meno le gambe;

9. I passeggeri parlavano dialetti sconosciuti ed a malapena ci si intendeva con i gesti;

10. In attesa di salire su treni combinati in arrivo magari dopo ore e ore, bisognava parcheggiare le natiche per terra ammassati in un’orgia di gente stanca, assetata, affamata, che non era riuscita a fare i propri bisogni corporali e magari faceva delle flatulenze in pubblico. Mettici anche l’alito fetido, la puzza del pecorino, le collane di aglio, le cipolle che mi facevano lacrimare ed infine tanta, tanta puzza di piedi;

11. Arrivati finalmente a Villa San Giovanni, bisognava attendere l’indomani mattina per attraversare lo stretto di Messina e per passare la notte, dopo lauto compenso, venivamo segregati e chiusi a chiave in una stalla, previo aver effettuato totale ripulitura e svuotamento vescica ed intestino subito fuori della porta, fra l’erba, pulendosi bene con i sassi. L’unica raccomandazione fatta dal titolare dell’albergo era stata: “Quando vi pulite, fate attenzione a dove prendete i sassi, perché sotto ci possono essere le vipere”;

12. Tra la massa di passeggeri in un colossale ingorgo di membra c’erano russatori di prim’ordine, ruttatori vari e soprattutto scorreggioni da competizione. Qualcuno parlava nel sonno. C’era chi piangeva, chi aveva paura del buio, chi temeva di essere alleggerito del portafoglio e chi non era riuscito prima a fare i propri bisogni. Io stesso nel corso della notte ho urinato diverse volte e c’è stato qualcuno che si è lamentato;

Finalmente giunta l’alba, si spalancò la stalla e tutti corsero per prendere il treno e cercare posti a sedere. La nonna disperata non ce la faceva a correre, con tutti i bagagli. Qualcuno mi spinse attraverso un finestrino e in un caos da bolgia infernale e finalmente riuscimmo ad attraversare quel braccio di mare ingoiati col treno in un ventre enorme di balena. L’impatto visivo con la Sicilia fu straordinario, così come lo era stato per quasi tutte le regioni meridionali, dove il treno era passato attraverso boschi di ulivo. Sulla terra un mare di proiettili di cannone, armi d’ogni tipo e persino carcasse d’aereo. Alle fermate delle stazioni, potevo godere di un’umanità straordinariamente diversa da quella alla quale ero abituato da sempre: gente dall’aspetto squadrato, colorito scuro, in abiti neri. Le donne portavano grossi fazzoletti neri in testa e sopra di essa trasportavano con assoluta indifferenza anfore, ceste, gabbie di animali e tutto quello che non saprei descrivere. Nello scomparto facevano l’apparizione galline starnazzanti, animali vari ed era per me una continua gioia per gli occhi. Il ricordo che mi è rimasto vivo nella mente nel tratto Messina-Siracusa è quello di fantastiche spiaggette ricolme di tonde barche da pesca colorate a metà di azzurro o di rosso o di giallo e la parte sotto di nero. Di notte mi è rimasto impresso il fuoco che usciva dal camino della locomotiva, quando affrontava traballante una curva. Di giorno muretti di sassi appoggiati ed incastrati al vivo, senza calce, grandi ed estese macchie di fichi d’India, con il loro tipico color verde acqua chiaro. E nei campi gli asinelli e le capre e le pecore ed il color verde scuro dei carrubi, che così verde non ce n’è.

Finalmente ecco Siracusa. L’abbraccio dei parenti festosamente accoglienti e finalmente la loro calda, generosa ospitalità ed un’abitazione tipica della Sicilia povera. Le case erano lunghe con porte di legno apribili sulla strada, che immettevano direttamente nella camera da letto con un grande lettone decorato e subito dopo la cucina. Non mi ricordo proprio se ci fosse anche il gabinetto. Forse c’era ma era all’esterno ed era una cosa complicata, con tende per nascondere ed acqua a mano che ognuno doveva aver cura di attingere alla fontana. Trascorsi a Siracusa un mese intero, tra gente povera, anche ammalata ma generosa. Da loro ho gustato le melanzane impanate fritte ed i famosi fichi d’India. Pericolosissimi da maneggiare e difficilmente scordabili per le conseguenze di malaccorta premura nel cibarmene. Poi ricordo tante angurie e tanti bagni nell’acqua limpida, trasparentissima del porto, contrassegnato da una nave affondata che emergeva con la parte superiore ed il troneggiante fumaiolo. Credo di aver goduto il bagno di mare più bello del mondo, nudo completamente fra altri bambini completamente nudi. Poi accompagnavo lo zio Pietro, fratello di mio nonno Andrea, già da gran tempo defunto, nelle cantine meravigliose per la frescura e le loro antiche arcate, dove, fra i tavoli e brava gente seduta, lo zio Pietro illustrava con fine dialettica i suoi convincimenti politici di estrema sinistra. I cugini in secondo grado si davano da fare a vendere sigarette di contrabbando ed Ennio suonava la fisarmonica. Alla mattina facevo visita allo zio Pietro che di professione faceva lo scalpellino di pietra dura, arte ormai scomparsa. Mi ricordo questa bella pietra bianca che prendeva forma sotto lo scalpello e tutti gli accalorati discorsi dello zio sulla giustizia comunista. Forse fu per questa sua vocazione oratoria che in seguito fu costretto ad emigrare a Buenos Aires, dove probabilmente sono finiti parecchi miei disegni. Ennio poi ci accompagnava anche al cinema all’aperto, dove mi godevo Tarzan che ritornava fra gli uomini civili.

RACCONTO TRATTO DA "ODIARE PER VIVERE" SUL MIO BLOG

RIFLESSI NEL LAGO

RIFLESSI NEL LAGO – CM. 50X60 – ACRILICO SU TAVOLA – 2008




Sono nato a Pallanza sul lago Maggiore. Fin da piccolo sono stato attratto dalla magia dei riflessi e dalle leggere onde che mutavano la superficie azzurra di questo magnifico paesaggio. Ho amato tutti i laghi e questo da me dipinto è uno scorcio del lago di Como. La natura ci offre bellezza e splendore!

giovedì 29 novembre 2012

LA SUPERSTIZIONE E L'EDUCAZIONE FAMILIARE




Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, la superstizione regnava sovrana specie tra le persone di scarsa cultura. L’analfabetismo era estremamente diffuso e le convinzioni sul malocchio erano talmente presenti in tutti gli strati sociali a tal punto da condizionare anche le classi più evolute. Basti pensare ai film comici basati sulle credenze popolari: lo iettatore o il gobbo portafortuna. Totò ha interpretato un personaggio, creato dalla fantasia del grande Pirandello, considerato poratore di malasorte per cui, alla fine, questi chiede ed ottiene la patente di iettatore, fissando addirittura tariffe da pagare onde evitare il suo malefico sguardo.Pensate che nella mia infanzia ho avuto la possibilità di ascoltare dialoghi che al giorno d’oggi sarebbero considerati frutto di follia. Le donne, tra le quali mia madre, mia nonna e le vicine di casa, affermavano con autorità di aver visto altre donne trasformarsi in gatto per compiere malefici. Quasi ogni settimana mamma e nonna andavano alla ricerca di forcine, pettinini, penne e piume ed altro materiale diabolico che qualche vicina invidiosa poteva aver infilato nei cuscini del letto se non addirittura nel materasso. L’artigiano che ricardava la lana dei materassi aveva un gran lavoro ed alla fine consegnava alle signore pettini, forcine, pezzi di ossa animali, nodi di corda e quant’altro la superstizione indicasse. Le donne consideravano questi oggetti di malocchio la causa di presunte disgrazie e pagavano volentieri l’operaio, che a mio avviso fingeva di trovare sempre oggetti spregevoli causa di ogni malumore e malattia delle povere donne. La benedizione delle case e dei letti in particolare era considerata necessaria dal popolo per cui i frati vicino alle case popolari, dove io abitavo, avevano sempre il loro impegno. Non era raro il caso in cui qualche bella signora della ricca borghesia ben vestita venisse scambiata per un’angelo del signore se non addirittura la Madonna in persona cui chiedere grazie e favori. In questo clima di superstizione, una maledizione sceneggiata con riti ed imprecazioni era ritenuta così lesiva da condizionare la vita delle persone. La mia famiglia non ne era esente e la maledizione espressa dal nonno siciliano contro di me (maschio) ha influito negativamente sulla mia personale vita. Quando nacqui non fui ben accettato e mio padre, probabilmente, decise di abbandonare la famiglia. Forse mia madre addossò alla mia persona tutte le situazioni difficili della famiglia. L’unica persona che ne soffrì veramente tanto fu mia nonna Maria, che piangeva spesso ricordando la maledizione e si rivolgeva a me piccino come se io potessi fare qualche cosa per evitarla. Quando poi da ragazzo manifestai la volontà di diventare pittore, si realizzò la maledizione e tutte le nefaste conseguenze che ne dovetti subire. La decisione di mia madre nel punirmi deriva da tutta una mentalità retrograda che cercherò di riassumere. Le persone della piccola, piccola borghesia, senza cultura ed orecchianti di frasi carpite con disattenzione da conversazioni altrui portavano a pensare una serie di considerazioni: i genitori avevano diritto di vita e di morte sui propri figli. Contava solo la volontà dei genitori. I figli dovevano solo obbidire e tacere. Gli unici mezzi di persuasione erano le punizioni morali e fisiche. Nessuna idea doveva essere presa in considerazione da parte dei genitori se i figli si lamentavano od esprimevano desideri diversi dalla famiglia. Valeva il solo “pensiero unico”. Le femmine erano considerata fragili e da proteggere contro i maschi anche se fratelli. I figli maggiori avevano tutti i diritti. Per le femmine la famiglia era impegnata da sempre a costituire la ricca dote per un matrimonio lussuoso. Per i maschi niente di niente salvo costringerli al lavoro. Lo studio dei maschi doveva rendere come il lavoro degli operai. Nei confronti dei maschi l’educazione avveniva solo con la ferocia di un superiore militare che doveva vincere con la violenza ogni resistenza del figlio. “Parla solo quando sei interrogato!” Di fronte a manifestazioni di malattia o di disagio il padre infieriva con le botte, le punizioni e le minacce di morte. Solo con questa educazione le buone famiglie piccolo borghesi erano convinte di educare nella maniera giusta il figlio. Imposizioni, nessun ascolto e violenza fisica. Pare che questo tipo di educazione fosse impartita anche dal clero e dal clero giustificata per la famiglia. Nel sud le femmine a dodici anni andavano spose o a servizio come cameriere. I maschi a dodici anni andavano in cava o in miniera di sale o carbone. Nel nord i maschi andavano a lavorare in fonderia. Pochi i genitori che facevano studiare i figli e le scuole erano di tre tipi: a) per i ricchi – b) avviamento al lavoro maschile – c) avviamento al lavoro femminile. L’arte era una cosa da ricchi e la peggiore disgrazia era che un figlio manifestasse il desiderio di fare il pittore. Questo è il mio caso!. Sono stato costretto ad uddidire e per salvarmi dalla depressione, appena mi fu concessa l’occasione, scappai da casa per lavorare come viaggiatore di commercio. Lontano dalla famiglia, finalmente!.Voglio tranquillizzare tutte le brave famiglie del nord Italia. Per carattere e tradizioni, le regioni settentrionali sono state più liberali, dotate di maggiore tolleranza e buon senso. La mia famiglia invece risentiva fortemente della sicilianità di mio padre.

RACCONTO TRATTO DA "ODIARE PER VIVERE" SUL MIO BLOG

W IL VINO




Ah, gli ubriachi!

Oggi chi li vede più? Sono una razza scomparsa, del tutto estinta. Oggi esistono gli “etilisti” che sono ben altra cosa. Dovete sapere che alla mattina presto i lavoratori partivano in sella alla bicicletta, sicuri di sé, e viaggiavano ben bene dritti ed accorti. Alla sera però, dopo le cinque e mezza li ritrovavi tutti a piedi guidati dalla bicicletta che faticava non poco a ritornare a casa, trascinando attaccati ad una manopola del manubrio quello che alla mattina era il padrone ed alla sera diventava un avanzo di osteria o di “CIRCOLO DELLA PACE E FRATELLANZA” o “CASA DEL POPOLO” o “DOPO LAVORO”. Ogni tanto il residuo di padrone scivolava in avanti o indietro ed era sempre la bicicletta che conduceva a fatica il malridotto. Quante offese sopportava, povera bicicletta! Non era colpa dell’avvinazzato se l’andatura era a rotazione da una parte o dall’altra della strada, con ritorno all’indietro, pur con una lenta progressione verso l’ovile. Si sentivano imprecazioni tipo: “Dove vai, troia, vacca di una troia! Devi andare dritta, la sai la strada!”.

Poveretta, la bicicletta si sforzava di tenere in piedi quel rudere a due gambe, che parlava da solo oppure ce l’aveva con qualcuno che non si vedeva. La bicicletta, brava bestia, sopportava e cercava di tirare innanzi, anche sulle salite, trascinandosi dietro quel peso morto di ubriacone. Il raro traffico automobilistico sul Sempione aveva continui rallentamenti, magari perché due dopolavoristi avevano incrociato le biciclette e queste bestie non si ricordavano più da che parte andare. Qualche poveretta, stremata, non ce la faceva più e si accasciava sulla strada, trascinando anche l’avvinazzato. Qualcuno si addormentava sul posto e dovevano spostarlo sul bordo della strada assieme alla sua generosa schiava. Qualche altro era soccorso da volontari che lo tenevano sottobraccio mentre lui sgambettava come se dovesse salire le scale. Altri ubriachi urlavano, bestemmiavano da far paura: riuscivano ad infilare la porta del cancello sotto la vigile attenzione di noi bambini che scommettevamo quando il disgraziato avrebbe preso una “craniata” colossale contro il duro legno del cancello. Raramente ci era data la soddisfazione di vedere la craniata desiderata ed anche quando succedeva, dopo qualche secondo l’ubriaco era già in piedi, si fa per dire. Tuttavia l’affetto familiare soccorreva tutti questi energumeni e le mogli con il viso tra il vergognoso e l’addolorato, riuscivano, anche se a fatica, a riportare tra le mura domestiche la vittima del capitalismo, che per dolore si riduceva così nel vano tentativo di dimenticare i padroni oppressori che lo costringevano a lavorare. Tra gli ubriachi si doveva fare delle distinzioni: c’era quello simpatico, che faceva simpatiche battute sulle corna messegli dalla moglie per colpa della suocera, disgrazia della società umana; c’erano quelli che riuscivano in genere ad essere riportati dalla fedele bicicletta fino alla scala dove abitavano, a questo punto, però, la bicicletta sveniva ed allora scendevano i loro congiunti ed a furia di spintoni e sollevamento pesi li collocavano a letto vestiti e già pronti a ripartire per il lavoro l’indomani mattina, freschi e pimpanti a cavallo della fedele “due ruote”. C’erano poi ubriachi cattivi che mettevano paura e che preferisco dimenticare. Il trionfo degli ubriachi avveniva domenica pomeriggio. Alla mattina, tutti ben lavati e ben vestiti frequentavano la chiesa, dove stavano compunti a dormire. Dopo la consueta passeggiata con il vestito della festa per il rientro a casa, gustandosi con la vista lo splendore delle femmine che esponevano il campionario della loro eleganza e la vistosità delle forme e delle andature, alle dodici e mezza in punto tutti si buttavano sulla tavola riccamente imbandita con polenta ed uccelli scappati, pezzi di maiale che avvolgevano ripieni ricchi di prezzemolo ed altro, tenuti insieme da stecchini di legno, tracannando un bottiglione di vino nero con la scritta Barbera o Barbacarlo o Freisa, fabbricato a Rho verso Milano, poi polenta arrostita con gorgonzola ed alla fine noci dure da spaccarsi con i denti.

Dopo l’abbondante pranzo, si ascoltava la radio e ci si addormentava per qualche minuto, stesi sul sofà. Poi via, dagli amici all’osteria a giocare a carte e a bere vino nero pugliese, tanto duro e pesante da assomigliare all’olio di fegato di merluzzo colorato di nero. Alla fine, verso le sei della sera, ecco apparire le prime difficoltà: le sedie sono incollate al sedere, le gambe non rispondono ai comandi, ci si appoggia al tavolo e con la forza dei gomiti si riesce a stare in piedi. Già si sbaglia la porta per uscire e si prendono le prime capocciate. Poi, attaccandosi ai muri riescono all’aperto su un marciapiede affollato da centinaia di uomini vestiti di nero per la festa ma con vistose distorsioni di andatura. Le prime difficoltà per orientarsi verso la direzione da prendere, i primi scontri abbracci, i primi saluti distorti da una bocca che non si apre nel verso giusto, mentre aliti fetidi stordiscono i presenti, il colletto della camicia aperto e a sghimbescio, la cravatta slacciata, la giacca aperta ed aperta anche la patta dei pantaloni. Un passo incespica nell’altro ed incomincia la dura lotta della sopravvivenza. Le strade brulicano di migliaia di ubriachi. Le donne si fanno il segno della croce ed alzano gli occhi al cielo e noi bambini facciamo scommesse su quanti riescono a ritornare a casa oppure s’addormentano per strada. Di volontari per soccorrerli ce ne sono pochi, perché gli “astemi” sono rari. Qualcuno s’appoggia con il braccio al muro e vomita, qualche altro canta a squarciagola e c’è persino qualcuno che riesce a montare in bicicletta. Dal mio balcone controllo che anche mio padre non sia presente nella marea degli ubriachi. Purtroppo non è così: laggiù, all’incrocio fra via S. Francesco d’Assisi e via C. Porta, c’è una figura familiare che sbaglia la curva, ritenta, cade, si rialza. Cade ancora. Allora io mi precipito per le scale, corro incontro a mio padre, afferro il manubrio della bicicletta e lui mi dice con un sorriso distorto: “Che fai, Pelandra? non vedi che mi fai cadere?”. Parlando di ubriachi voglio raccontare un aneddoto che un visitatore di una mia mostra di pittura mi confidò recentemente. Al suo paese, questo signore oramai con i capelli bianchi, faceva parte integrante dell’organizzazione clericale ed operava in stretta relazione con il prete padrone. Era quindi quello che si può definire un bravo cristiano. Tuttavia la parte selvaggia ed animale di tutti i bambini e ragazzi era sempre all’erta e pronta a combinarne di tutti i colori. Viveva in questo paese della provincia di Cremona una brava persona, umile, zoppa, mutilata di una gamba, che svolgeva per tutta la settimana il suo onesto incarico di netturbino comunale. Era dotato di carretto, scopa e paletta per raccogliere l’immondizia. Svolgeva bene con coscienza il suo lavoro e manteneva pulite le strade del paese per tutta la settimana, con la simpatia della cittadinanza e l’affetto dei ragazzi. Arrivata la Santa Domenica, il “GAMBETTA” la celebrava come era d’abitudine tra il popolo: si prendeva una sbronza totale, una “ciucca” bestiale, tale da scaraventarlo per terra, farneticante ed ignaro di tutto quello che lo circondava o succedeva. I santi bambini dell’oratorio, sempre pronti alla preghiera, alla confessione ed a tutti i riti sacri cui obbedivano con fervore, a quella vista dimenticavano tutti gli impegni cristiani. I chierichetti buttavano via le sottane d’ordinanza, abbandonavano chiesa ed oratorio ed in preda a furia satanica, saltellando di gioia in un rito orgiastico liberatorio, caricavano il poveretto sul suo carretto dell’immondizia e lo spingevano a tutta velocità per le strade del paese, in una sarabanda di urla, lazzi e risate sguaiate da far invidia ai “sabba” delle streghe. Al termine della corsa, lo scaricavano nell’immondezzaio, quindi lo tiravano su di nuovo, lo ricaricavano nel suo carretto e via di nuovo per le vie del paese finché, stanchi per il gioco satanico, non lo riconducevano nella sua baracca fuori dal paese e ve lo scaricavano come immondizia. Diceva questo mio visitatore che il poveraccio si svegliava al lunedì mattina tutto pesto e sanguinante ma non si ricordava assolutamente come si poteva essere prodotto tutte quelle graffiature e lacerazioni che si ritrovava sul corpo ed in particolare sul volto. Riprendeva con serenità il suo lavoro per tutta la settimana fino all’arrivo della domenica, giorno di libertà per lui da sempre santificata tracannando tutto il vino che gli era possibile. Di nuovo la banda clericale si scatenava nel solito rito e né il prete né le autorità avevano mai avuto nulla da obiettare. Venne il giorno in cui il povero “Gambetta” tirò le cuoia, da solo, nella sua baracca. I ragazzi, santi per le giuste frequentazioni clericali, anche se talvolta crudeli come solo i ragazzi sapevano essere, amavano a loro modo questo relitto della società e si preoccuparono di andare a vedere come mai era assente dalla scena il loro “Gambetta”. Accortisi ed addolorati della sua dipartita, corsero dal prete perché gli desse almeno l’estrema unzione. Il prete, schifato, non ne volle sapere, con un disinteresse oltraggioso che scatenò una vera e propria ribellione nei ragazzi. Rimproverarono aspramente il prete che, quando stava male il riccone del paese, andava almeno due volte al giorno a confortarlo con tanto di carrozza e cavalli e che lo seguì salmodiando e con tutti i riti immaginabili fin nella tomba ed anche dopo fece più di quanto ci si potesse aspettare da un prete per un defunto. Non capivano i ragazzi perché per un poveraccio, dedito per tutta la vita a raccogliere l’immondizia, il prete non voleva nemmeno scomodarsi ad andare a benedirlo. Il prete non andò nemmeno a quello che doveva essere il suo funerale, perché i ragazzi caricarono la salma su una carriola a mano e la portarono al cimitero, dove una cassa comunale per i poveri l’accolse e fu sotterrato. Per giorni e giorni i ragazzi dell’oratorio protestarono col prete e minacciarono sciopero ad oltranza, finché, qualche giorno dopo, il prete si decise sotto la minaccia dei ragazzi ad indossare la stola per l’occasione ed a recarsi di malavoglia sul tumulo sconsacrato del povero “Gambetta”. Due parole in latino, due spruzzate col pennello delle benedizioni e subito dopo egli andò a far visita ossequiosa ai ricconi del paese che avevano male ai calli. La storia continuò da parte del visitatore della mia mostra e si addentrò profondamente nel mondo dell’alta aristocrazia clericale parlando di illustri cardinali e persino di un Papa. Tuttavia temo seriamente per la mia incolumità personale ed evito accuratamente di narrare ciò che le mie orecchie hanno sentito. Dirò una sola cosa che riguarda un grande Papa. In sentore di morte, si attaccava con frenesia alle maniche dei santi medici che lo avevano in cura e gridava in dialetto lombardo “fatemi star qui, ché qui si sta bene e non ho voglia di andare di là! Uè, avete capito? Voglio star qui perché è qui dove si sta bene, avete capito?” Il mio narratore giura di aver sentito raccontare questo episodio dalla bocca del sacro dottore personale che ebbe in cura il sant’uomo vicario di Cristo in terra. Lascio a lui tutta la responsabilità dell’affermazione e non saprei nemmeno riferire il nome dell’anziano fedele uomo di curia, che per tutta la vita ha curato il patrimonio e gli interessi del clero del nord. Se involontariamente ho commesso peccato, sono pronto a pentirmi, purché non mi attacchino ad un palo in piazza e non facciano di me un bel falò. Deo gratia, mi pento, mi pento e faccio penitenza. Appena a casa mi cospargerò il capo con la cenere, mi infliggerò il cilicio, dirò duemila preghiere, andrò a confessarmi e farò la comunione, se mi assolveranno dai peccati così commessi che sono ben più gravi rispetto a quanto vigliaccamente si sussurra tra le fila della Lega Nord e cioè che un certo cardinale trafficava e favoriva il commercio delle armi pesanti, bombe, missili, aeroplani, carri armati e via dicendo.

RACCONTO TRATTO DA "ODIARE PER VIVERE" NEL MIO BLOG



LA STRADA DI VIA CARLO PORTA 56



Via Carlo Porta venne asfaltata solo dopo la fine della guerra. Prima era uno sterrato con polvere bianca. Bastava un acquazzone e si formavano ai miei occhi fiumi, cascatelle e laghi. I bordi della strada divenivano torrenti limacciosi con marezzature vorticose che aggredivano l’ostacolo e lo superavano scivolando sopra e poi ricadendo come cascate, mentre il resto della corrente girava intorno ad esso e si riuniva al flusso principale innalzando onde di barriera che correvano parallele, fino a sfociare in un lago ricco di acque e dal corso più placido. Un tuono ed un altro ancora e la pioggia si faceva più fitta e d’estate assieme ad essa gli angeli del cielo bombardavano i peccati dell’uomo con mitragliate di porfidi di ghiaccio, piccoli, medi ed anche grossi come ovetti di colombo. I bambini di via Carlo Porta, vestiti con le sole mutande, sguazzavano felici in mezzo al fango e facevano barriere con i loro corpi alla violenza del fiume che aveva invaso la strada. Bastava un poco di luce tra le nubi e l’acqua smetteva di cadere. Il fiume defluiva nei tombini che ribollivano e gorgogliavano. Alcuni rivoli larghi una decina di centimetri continuavano imperterriti a scorrere, modellando come demiurghi forme strane che assomigliavano a quanto piaceva immaginare alla nostra fantasia. Con un bastoncino, un gambo di fiore spontaneo o una foglia si dava forma alla terra molle e simile a creta. Le cascate divenivano più alte e le acque rombavano cadendo in giù. Io amavo i laghi e con le mani formavo delle recinzioni in maniera da formare argini e fermare la corsa dell’acqua. Qualche altro bimbo creava con le pagine dei quaderni di scuola barchette di carta e le ponevamo in gara all’inizio del fiume che iniziava a discendere verso l’incrocio di via S. Francesco d’Assisi. Vinceva il proprietario della barca che riusciva ad evitare gli ingorghi ed i risucchi nei tombini ed arrivava veloce fino al mare dell’incrocio. Io non ho mai vinto, ma aspettavo con gioia i temporali e quelle saette e quei lampi e quei tuoni come il peana di noi poveri e felici bambini. L’estate ci portava lontano nei prati e tra i boschetti. Qui si costruivano capanne da offrire alle fanciulle che ne approfittavano volentieri, scegliendo a capriccio il compagno del momento, tra l’invidia generale degli esclusi, poco pazienti e piuttosto lamentosi. Inventavano allora vipere comparse all’improvviso, rospi e rane inesistenti per poi infilarsi a rompere l’idillio agreste. L’estate era il tempo dei giochi con le carte all’ombra delle case o delle robinie. L’estate era il tempo delle sfide a chi avesse più coraggio e maggiore abilità: salire sui piloni della corrente elettrica ben oltre il permesso, oltre il fil di ferro spinato messo a segnare il valico oltre il quale si veniva folgorati; la sfida a chi sapeva tuffarsi nell’Olona, anche se topi e rane o rospi abbondavano; saltare il filo spinato che i contadini mettevano a protezione dei loro alberelli da frutto: io ci sono cascato proprio addosso al nodo ferrato e mi sono lacerato per bene dietro il ginocchio; ferita dolorosa che non guariva mai e mi ha lasciato una evidente cicatrice. L’uso di ragnatele come coadiuvante non serviva a nulla. Si facevano anche gare meno pericolose: a chi “defecasse” più in fretta e ne facesse di più; a chi “pisciasse” più in alto, più lontano e più in quantità; a chi “sputasse” di più e più lontano. Le più grasse risate ed il divertimento più travolgente avvenivano in cantina, dove c’erano i lavatoi in pietra grezza e quasi mai frequentati dalle mamme e dalle nonne. Riuscivamo a farci donare pezzi di camera d’aria delle biciclette. Quindi le infilavamo nel rubinetto e facevamo entrare l’acqua a tutta forza, chiudendo la fine del budello stesso. L’acqua penetrava potente ed allargava la gomma dando l’impressione di gonfiare un enorme pallone bislungo. Molto spesso, la gomma scoppiava allagando tutto l’ambiente ed infradiciandoci tutti. Altre volte, più fortunatamente, si riusciva a staccare il gommone ripieno tenendolo ben stretto fra le mani e si correva così in cortile a cercare innocenti sui quali rovesciare la bomba d’acqua. Finiva tutto in risate, nessuno si lamentava tranne le mamme e le nonne. Un divertimento da competizione era l’“aquilone”. Tutti eravamo super maestri, la nostra manualità era pari alla voglia di giochi e di divertimento. La gara consisteva nel costruire con leggerissime bacchette di legno, ma anche con quelle degli ombrelli più o meno regalati, aquiloni semplici ma ricchi di frange e balzelloni colorati. Chi aveva la coda più lunga e riusciva a lanciarlo più in alto vinceva. Seguivano poi corse notturne con scontro di crani e visione accurata di stelle vere oppure racconti di fantasia. Si parlava anche di un’arma segreta per far precipitare gli aeroplani, fermando loro il motore: bastava riempire una tinozza di zinco con l’acqua e poi aspettare che passasse qualche aeroplano. Questo avrebbe dovuto, secondo magia, precipitare ma fu sempre una grossa disillusione. Gli aeroplani continuavano nel loro lento, monotono volo finché il brusio del loro motore non si perdeva. L’atto di maggiore coraggio era costituito dall’inseguire i traballanti camion, specie quelli che portavano uno svolazzante tendone, e cercare di salirvi. Un poveretto però non ce la fece e fu travolto dalle ruote. Il mese di agosto era troppo caldo e ci riduceva all’ombra seduti a giocare con le noci di pesca: cinque noci che venivano lanciate in aria e dovevano essere prese al volo, partendo dal lancio di una sola da riacciuffare contemporaneamente ad un’altra appoggiata sul pavimento, poi due, tre ed infine quattro. Vinceva chi riusciva a raccoglierle al volo tutte e cinque. Per i freschi organismi di allora erano solo quisquilie. Alla mattina, meno calda, si effettuavano tutti i giochi da cortile: salto alla corda in tutte le varianti e giochi saltellando entro quadrati numerati segnati per terra oppure giro-giro tondo ed infine moscacieca. L’autunno portava venti simpatici che facevano mulinelli sulle strade con le rosse foglie cadute: noi le seguivamo e prendevamo più foglie possibili. Man mano che iniziavano le monotone piogge, i giochi si trasferivano sulle scale e la vita viaggiava sempre in allegria. Chi ha la mia età sa che a Legnano la neve incominciava ai primi di novembre e durava spesso fino a marzo. Mamma mia che felicità: spalare la neve, fare palle di neve e bombardare chiunque, costruire con la neve pupazzi sostenuti all’interno da scope e qualche volta ci mettevamo qualche bambino ingenuo che poi non si divertiva più e cominciava a piangere. Proprio dinanzi a casa mia esisteva un campetto un poco elevato che finiva sul Sempione. Si iniziava con una palla di neve e poi la si faceva rotolare nel bianco manto finché raggiungeva ragguardevoli dimensioni, quindi la si faceva precipitare sul Sempione in mezzo al traffico difficile che si veniva a creare. Poi a turno ci si sdraiava con il fondo dei pantaloni in una discesa ed a furia di ritornarci sopra si creava una pista da slitta. E via per tutto il giorno a scivolare seduti o sdraiati.

I più coraggiosi facevano due o più piste lungo la strada in discesa e mantenendo l’equilibrio si buttavano giù fino all’inevitabile caduta, che avveniva abbastanza frequentemente sulla nuca che rimbombava. Eravamo certo protetti o dagli angeli o dal demonio perché, salvo un poco di mal di testa, non succedeva niente di grave. Siccome queste piste da slitta o per scivolare le si faceva anche sui marciapiedi e lungo le strade normali e di notte tutto gelava, ecco l’indomani mattina il massimo divertimento a vedere nonne, mamme e papà che piroettavano e, con salti alla Fantozzi, finivano a gambe all’aria imprecando e maledicendo. Ci si divertiva più per le bestemmie che per i salti acrobatici. Tuttavia, queste persone erano sufficientemente vestite e protette e se la cavavano abbastanza bene. “Sa ta ciapù ta fò un cü insci, fiò d’un can!” Non ci prendevano mai perché noi eravamo piccoli, magri e molto agili. Altro divertimento “pirla” era quello, dall’alto di una montagnetta che dava sulla via Carlo Porta, di tirare contro le teste della gente palle da neve dove alcuni degenerati, delinquenziali, infilavano bei sassi all’interno. Qui erano bestemmioni e tentativi di vero linciaggio, sempre a vuoto per via dell’ elasticità e velocità di fuga. Purtroppo è capitato anche a me di prendere sul cranio un vecchio, distinto e dignitoso: non ha bestemmiato, ha tolto il cappello e si è massaggiato per bene. Mi ha guardato con vero odio, ha fatto la mossa di inseguirmi ma io ero già sparito, pur maledicendo quel gesto che in cuor mio non avrei fatto mai più. Chi fra voi, amici miei, può ricordare la notte incantata, con la neve che scende copiosa con grossi fiocchi lenti, in una strada tutta bianca? Immersa in campi tutti bianchi, ascoltando il dolce amico sfrigolare dei fili della luce, coperti di umidità, mentre il passo penetra nella candida massa stesa ai tuoi piedi, dinanzi a te quale amico silenzioso e servizievole che ti accarezza i piedi con un dolcissimo “sgnau, snau” della neve che vien compressa dal tuo peso? Se poi con te c’è anche tuo padre che ti accompagna al cinema Italia a vedere Stanlio e Onlio zingari? E quando esci dalla sala tiepida del cinema e rivedi il fresco bianco immacolato, steso su un mondo tutto tuo e così vasto da non finire mai? Caro amico, ti ricordi l’immenso piacere di rovesciarti nella neve, alta fino a farti coprire, o correre a fatica alzando spruzzi e giocare con essi? Hai voglia che la nonna si sgolasse a chiamare il tuo nome: “Pier Andrea vieni a casa che sei tutto bagnato!”ed io rispondevo: “Ma va là che la neve è asciutta”. E la neve durava e durava e passava anche dicembre e gennaio e febbraio finché arrivava marzo. Allora ansioso incominciavo a scrutare i prati che perdevano a tratti sempre maggiori il loro manto bianco, finché spuntava un’erba intensa, piuttosto scura e poi ecco apparire i primi fiori. Dopo qualche giorno riapparivano anche gli uccellini, soffiava il venticello, le nuvole facevano caroselli di fantasia e noi correvamo per i prati con i nostri aquiloni, con qualche cagnolino amato ed amico sincero. Allora avevamo completamente dimenticato il gelo della notte: i fiori di ghiaccio disegnati sulle finestre e le lenzuola dure come il baccalà sotto le quali si faceva la conta per veder chi per primo si dovesse sacrificare ad infilarsi per scaldare il posto agli altri. Tutti quanti facevano il baro affinché fosse un altro a prendere il nostro posto, anche se c’era il “prete” con i carboni ardenti che ci aspettava.
RACCONTO TRATTO DA "ODIARE PER VIVERE" NEL MIO BLOG

UN MONDO DI CAVALLI E CARRETTIERI




Legnano era una città di grandi industrie ed il trasporto merci avveniva anche con grossi carri alti e lunghi, trainati a volte anche da più cavalloni, biondi, dalle grosse zampe pelose. Gran parte di altri trasporti avvenivano con cavalli più modesti e carretti tipici del nord Italia. Come già detto, io amavo profondamente tutti gli animali e - stupite, stupite - giocavo persino con gli scarafaggi! Stavo molto attento, quindi, che ai miei amici cavalli non venisse fatto alcun male. Per la maggior parte dei carrettieri, notavo che più che bastonare l’animale si accontentavano dello “schiocco” della frusta. Era un simbolo acustico che dava ordine alla bestia di aumentare l’andatura e lo sforzo. Raramente ho visto maltrattare l’animale come invece avevo avuto occasione di notare in altre zone. Quella frusta mi si era talmente piantata nel cervello che pensai di farmene una con una canna di bambù ed un pezzo di corda. Riuscivo a manovrare tanto bene questo giocattolo, ottenendo schiocchi e sibili molto simili alle fruste normali, che ben presto tutti gli altri bambini si erano muniti di simili attrezzi e si facevano gare a chi li usasse meglio. Si riusciva a manovrare la corda in maniera tale da avvolgere anche un altro bambino senza fargli del male, tanto lunga era la corda che sapevamo usare con maestria. Poi vennero i circhi equestri con i grandi specialisti della frusta e del lazzo e noi mandammo in soffitta quell’attrezzo obsoleto. “Vala, uhh!” era il comando usuale per incitare l’animale e “UHH” per fermarlo. Il buon cavallo sostava paziente ed io correvo a consolarlo. Lui mi guardava con i suoi occhioni buoni ed io cercavo di gratificarlo con le carezze sul muso, sul collo e sul ventre.