domenica 14 novembre 2010

ODIARE PER VIVERE! STORIA DI UN ARTISTA ED IL RANCORE FEMMINILE

PREFAZIONE

EDUCAZIONE DEI FIGLI – dal libro: “LE AVVENTURE DI GIUSEPPE PIGNATTA FUGGITO DALLE CARCERI DELL’INQUISIZIONE DI ROMA” – SELLERIO EDITORE PALERMO.


………….-Come! – gli dissi – solo per vostro interesse e non per la gloria di Dio, volete sacrificare vostro figlio all’altare? Così spesso i padri accecati dall’avarizia, assassinano i figli! S’imaginano di aprir loro la via della fortuna ed invece li conducono alla rovina. Sappiate che i romani di una volta, ed anche gli spartani, prima di destinare i figli ad un arte, o ad una professione, li conducevano per città e facevano veder loro tutti i mestieri, lasciandoli poi scegliere quello pel quale se sentivano maggiore inclinazione. Avete voi consultato quella del figlio? Sapete che gli piaccia la vita ecclesiastica più di un’altra? Ma non sapete che i padri sono responsabili davanti a Dio dei peccati che i figli commettono per mancanza di buona educazione? E sono anche più colpevoli se li sforzano a prendere uno stato cui non siano chiamati. Prima di mettere il figlio nel sacerdozio occorre pensarci bene, poiché, una volta che ci sia, non ci sarà rimedio e se adempiesse male ai suoi doveri e che ne venisse scandalo, voi ne avreste tutta la colpa ed il rimorso.


Io Pier Andrea Vaccaro sono nato per fare il pittore ma la famiglia è sempre stata di parere contrario.


n.b.: con l’aggiunta della prefazione, l’indice viene modificato posticipando di un numero.













UNA VITA D’ARTISTA
Di Andrea Vaccaro

Copyright by Andrea Vaccaro 2010. Tutti i diritti riservati
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Poesia dell’imperatore Publio Elio Adriano, nato nel 76 dopo Cristo:

Animula vagula blandula, hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula rigiga nudula nec ut soles dabis iocos.

(Piccola anima dolce e vagabonda, ospite e compagna del corpo, dove andrai ora, pallida, gelida e nuda, non giocherai più secondo il tuo costume.)

Se un grande come l’imperatore romano Adriano, pur avendo lasciato opere trionfali, grandi conquiste ed una splendida poesia (“L’animella”), risulta solo un nome noto a pochissimi studiosi, chi mai ricorderà la mia storia? Ciò nonostante la racconto e invito a leggerla.

Questo testo è stato redatto a più riprese, da me e da mia moglie, nel corso di diversi anni: raccoglie aneddoti sulla mia vita dall’infanzia ad oggi, frammiste a considerazioni personali sull’arte e sull’Italia.

Andrea Vaccaro

La storia vera, sinteticamente narrata, di un bambino maledetto ancor prima di nascere. Siamo negli anni Quaranta, tra la seconda guerra mondiale e l’immediato dopoguerra. Il bambino cresce con un’ innata passione per il disegno ma viene ostacolato dalla famiglia piccolo borghese, retrograda e superstiziosa, che male interpretando il concetto di “patria potestà” cerca di reprimere la sua vocazione, sottoponendolo a violenze fisiche e morali. Nonostante tutte le difficoltà, il bambino diventa uomo ed affronta situazioni difficili ma anche divertenti ed insolite. Contro la volontà dei propri familiari ostili, riesce a costruirsi una famiglia più solida ed affettuosa. Riesce nelle sue aspirazioni artistiche e mantiene la famiglia con la sua opera di pittore. Invano la madre e la sorella sperano nella sua morte, vaticinata da cartomanti ed indovini come punto di partenza per la realizzazione del sogno della sorella, mal sposata, di farsi una vita felice negli Stati Uniti d’America.

Note biografiche

Andrea Vaccaro è nato a Verbania Pallanza nel 1939 da madre piemontese e padre siciliano di Scicli (Ragusa). A sei mesi d’età si trasferì con la famiglia a Legnano (Milano) dove risiede tuttora. Dopo il diploma di maturità scientifica, ha lavorato inizialmente come pittore grafico sia nella pubblicità che per l’illustrazione (per l’azienda svizzera Norex). Assolto l’obbligo di leva militare, esercita il lavoro di rappresentante per conto dell’azienda Bassetti di Milano. Dopo il matrimonio a Padova si trasferisce a Legnano dove riprende l’attività di pittore, sua grande passione. Tuttora dipinge con entusiasmo. Prodigiosi sono i suoi disegni realizzati nell’infanzia, di cui è stata realizzata una mostra al Museo del paesaggio di Verbania, alla BNL Gruppo BNP Paribas di Legnano e all’Ospedale Civile di Legnano.

HO SEMPRE AMATO LA MIA FAMIGLIA

Ho sempre amato visceralmente la mia famiglia d’origine, tanto che mia moglie se ne lamentava affermando che io ero “mamma dipendente”. Tuttavia, un brutto giorno a Sanremo, una frase seguita da una risatina isterica da parte di mamma mi gettò nello sconforto: “Non sei neanche morto! Eh, Eh!”. Mi si era fermato il cuore e temevo di aver capito male. Chiesi a mia madre di ripetere il concetto che regolarmente mi congelò il sangue: i miei, che amavo tanto, vivevano aspettando la mia morte! Il tutto per la cieca fiducia che la mia famiglia ha nutrito da sempre in cartomanti, indovini, maghi in genere. Tanta la fiducia in questi cialtroni da prendere per buona una loro “profezia” che vaticinava la mia morte come inizio del successo sociale per mia sorella, così agognato da arrivare a perdere il lume della ragione! Chi legge il mio scritto oggi, dovrebbe sapere quanto peso hanno ancora cartomanti, maghi, guaritori a partire da Vanna Marchi. Oggi le persone sono più acculturate e aggiornate dei miei familiari, tuttavia credenze e superstizioni sono ancora molto forti. Se aggiungiamo per i miei l’ignorare del tutto il mondo dell’arte, forse si può capire la mia storia.
Non è possibile separare con taglio chirurgico il bene dal male. La religione afferma che il male è frutto del libero arbitrio; io non ne sono convinto e penso che anche quelle persone che apparentemente operano il male siano vittime di situazioni non volute né previste, che le obblighino a comportarsi così. Sono certo che mia madre e mio padre fossero buoni ed amorevoli nel profondo del loro animo, ma situazioni di vita li hanno portati ad essere crudeli se non addirittura feroci con me. Non per malizia, ma dovendo scegliere senza averne la competenza né la pazienza né la capacità, di fronte al tracollo completo di mia sorella - da loro spinta ad un disastroso matrimonio - hanno preferito dedicarsi solo a lei ed a suo figlio, trascurando ogni mio diritto. Probabilmente non erano in grado di comprendere la realtà e, quando io apertamente sconsigliavo quel matrimonio, pensarono che io fossi il “cattivo” e non mi vollero né dare ascolto né considerarmi più loro figlio. Minacce di morte e di terribili castighi mi venivano continuamente offerti per impedirmi di intrattenermi a parlare con i figli di operai di fronte al Bar Mario. Se non volevano che io mi mischiassi ai “plebei”, perché mai siamo andati a vivere alle case popolari, due chilometri lontano dal centro? Se volevano che frequentassi solo le classi nobili, si poteva cambiare casa ed andare a vivere nel centro di Legnano, non vi pare? I miei genitori non erano adatti ad educare i figli ed in particolare il maschio. Mio padre aveva nella testa l’eroismo degli Spartani, secondo i quali ai figli non si doveva alcuna carezza o complimento, perché essi dovevano essere avvezzi, fin dalla nascita, alla vita dura, lontano dalle mollezze di qualsiasi famiglia borghese. Se mi ammalavo, non dovevo piangere e dovevo vivere o morire senza storie. Nessun aiuto ma solo minacce di morte. Mia madre non aveva avuto il tempo necessario per maturare: la religione per lei era solo superstizione ed i Santi e la Madonna dovevano piegarsi ai suoi voleri. Il figlio maschio era un extraterrestre e per lei valeva solo la femmina, che doveva essere la più intelligente, la più brava, per sposare quel famigerato principe azzurro che le avesse permesso di entrare nel castello delle favole, abitato da notai e ricconi, dei quali mia madre non conosceva affatto né l’origine né la volontà. Ecco uno stralcio di dialogo colto di notte tra mia madre e mio padre: “Sono preoccupata per i soldi”dice mia madre. Risponde mio padre: “Se ci sono, i figli mangeranno; se non ci sono andranno nudi, scalzi e senza mangiare a chiedere la carità!”

CINQUE MINUTI DI FELICITÀ PER DIMENTICARE

Nel corso della mia vita, a cominciare dalla prima infanzia, non ho mai ricevuto una carezza né un bacio o un abbraccio da parte dei miei genitori. Forse è per questo che amo profondamente uomini ed animali e sono portato a dare loro tutto il mio affetto. Da parte di mia madre, impegnata in uno snervante lavoro per provvedere alla famiglia, non c’era sensibilità per il sottoscritto, i miei disagi, le mie difficoltà e le mie esigenze; da parte di padre c’era solo violenza fisica e morale e credo volesse considerarmi solo un animale da minacciare per ridurmi a semplice e disciplinato servo delle sue volontà: lui era il padrone ed io il suo cane. Venivo regolarmente umiliato, calpestato, ignorato e la mia personalità regolarmente fatta a pezzi, stracciata. Non capivo cosa volesse da me e l’unico messaggio che ricevevo era fatto di odio, di rabbia e di volontà di distruzione. Tuttavia ad essere minacciato di morte regolarmente e maltrattato più di quanto sia possibile rendere con le parole, alla fine avevo imparato a convivere: pensavo che questa fosse l’unica maniera esistente per allevare il figlio maschio.

FRAMMENTI DI FELICITÀ

Da oltre cento anni l’arte da celebrativa della bellezza sublime della religione o della natura è diventata atto di accusa contro le ingiustizie sociali e la malvagità. Io raccolgo frammenti di felicità nel tentativo di riappacificare l’umanità e la natura con il mondo che offre ancora il segno divino della bellezza, nonostante tutto. Alcuni critici d’arte si domandano quale sarà l’arte futura, guardando quella attuale. Personalmente, dal 1996 sostengo il “ritorno all’umano” o “nuovo umanesimo”.

UNO SGUARDO AL PASSATO

Fortunato colui che in età matura, volgendo lo sguardo all’indietro nel corso della vita, si può rasserenare ricordando le molte spiacevoli situazioni superate. Allora potevano amareggiare ma ora fanno sorridere di soddisfazione: nonostante tutto ce l’ho fatta! Come quando a diciannove anni lavoravo dalla mattina alla sera e subito dopo prendevo il treno per Milano, dove frequentavo un corso di grafica presso l’ISIP in via Fabio Filzi. A quei tempi avveniva tutto a piedi e la cena consisteva in un toast mentre aspettavo che si aprisse la scuola dell’ENALC. Terminate le lezioni a mezzanotte, mi incamminavo a piedi fino alla stazione Nord dove sostava il pullman che verso le tre di mattina mi portava a Legnano. Qui, giunto in corso Sempione, mi “sciroppavo” almeno tre chilometri a piedi per arrivare alle case popolari di via Carlo Porta 56. Questo anche con la pioggia e la neve d’inverno. Coricandomi su una brandina in cucina, riuscivo a prendere sonno verso le tre e mezza, forse anche le quattro. Puntualmente, alle sette del mattino seguente, mio padre spalancava le finestre e la porta a vetri per fare entrare l’aria gelida del mattino. Mi scopriva completamente affinché il freddo mi svegliasse. Mi versava acqua gelida sul corpo e passava accanto al giaciglio uno spazzolone elettrico rumoroso come un carro armato. Non contento mi faceva suonare nelle orecchie una sveglia terrificante e poi altro ancora finché non mi mettevo in piedi e dopo i riti svelti del primo mattino, sempre a piedi, percorrevo tre chilometri per giungere vicino all’autostrada per Milano ed entravo in ditta a lavorare. Dovevo guadagnarmi da vivere e lo stipendio mi veniva totalmente sottratto da mia madre. La cosa umoristica sta nel fatto che ella, molti anni dopo, affermava che io avevo mangiato tutti i risparmi della famiglia con le donne. Aggiungo che per un mese ho fatto lo stesso percorso con una gamba completamente ingessata, in seguito ad una sospetta rottura del menisco al ginocchio sinistro. Ora mi piace dirmi: “ce l’hai fatta nonostante tutto”.Molti anni dopo, arrivato ormai ad un’ età avanzata, ripensando alla mia infanzia e gioventù credo di aver capito il perché di molte cose. Sono nato nel luglio del 1939, epoca in cui la massa delle persone tirava a campare pensando al lavoro e cercando di mangiare e vestirsi. Poche famiglie benestanti conoscevano l’arte, quindi la pittura risultava patrimonio culturale per pochi. La mia famiglia proveniva da una dignitosa povertà ed era abituata ad un duro lavoro. In quel periodo la superstizione era fortissima e tutti temevano le maledizioni. I miei avevano terrore per la maledizione che si diceva avesse pronunciato mio nonno siciliano contro i suoi discendenti maschi. Ricordo mia nonna materna, che pensando a ciò piangeva rivolgendosi a me bambino, ma io tuttavia non capivo e rimanevo sconcertato. Forse, per via di questa maledizione, mio padre pensò di arruolarsi nella milizia fascista e lasciare la famiglia senza una lira e senza lavoro, dopo aver fatto traslocare la famiglia da Verbania a Legnano, dove mia madre si diede da fare con coraggio a cercare un impiego. Mio padre odiava la nonna del lago e tutti i parenti e voleva disfarsene. Fu per la solitudine di mia madre che la nonna Maria si trasferì da noi per badare in particolare a me, che avevo poco più di sei mesi. Non c’erano alternative: o morire di fame o lavorare prima in fabbrica e poi in esattoria. Abitavamo alle case popolari di via Carlo Porta 56. Tuttavia i primi anni furono per me veramente felici, sia a Legnano che a Intra dove nonno Pietro, falegname, mi incantava con il suo lavoro. I ricordi di questo periodo sono del tutto positivi. I guai incominciarono per me dopo la fine della guerra, quando mio padre ritornò dalla vita militare. Devo premettere che lui era cresciuto senza padre, morto per tubercolosi polmonare. Era stato cresciuto da uno zio guardia carceraria ed aveva acquisito come metro di vita la disciplina rigida del lavoro carcerario e poi della caserma. Per lui non esistevano concetti affettuosi né tanto meno carezze. Ricordo che fu sempre sprezzante dei miei gesti di bambino in cerca di affetto. Ricordo che tendeva ad impormi un atteggiamento militaresco, come stare sull’attenti, parlare solo se mi veniva concessa la parola e l’obbligo di stare fermo, proprio come se fossi un soldato. Non mi venivano concessi giocattoli, salvo un cavallino di carta pesta da tirare con un filo e un cartone vuoto a forma di teatro senza marionette. Era evidente che pensava di fare il mio bene allevandomi con una rigida disciplina. Tuttavia sono cresciuto quasi sempre con la nonna materna che faceva lunghe code alla Cooperativa Avanti per farsi consegnare qualche foglio di carta gialla o blu su cui io potessi disegnare. A questo proposito vorrei far notare a tutti gli psicologi del mondo che un bambino non disegna mai ciò che gli fa dispiacere. Al contrario il bambino disegna solo ciò che gli piace e gli dà gioia. Ho sempre avuto l’istinto per il disegno e per la pittura. Sognavo da sempre di poter diventare pittore. Questo mio sogno poté avverarsi solo dopo molti anni perché in famiglia l’idea del pittore era una cosa inaudita. I miei accostavano a questa idea il concetto, comune ai più, di “morto di fame” degenerato, scansafatiche e senza alcuna voglia di lavorare. L’esempio che mi portavano continuamente era quello di mia sorella, maggiore di tre anni e molto brava a scuola. Mia madre, che si era veramente sacrificata per allevarci in tempo di guerra, temeva che io diventassi un peso morto da mantenere come pittore. Non avevano alcuna stima delle mia qualità né di questa arte disonorevole. Fui costretto ad un ordine di studi che non amavo e mi fu costantemente intimato di pensare ad un lavoro onesto con il quale mantenermi. Quando ad esempio, ormai adulto, lavoravo a Padova come viaggiatore della Ditta Bassetti, per paura che desistessi dall’impegno di lavoro, mia madre venne con mio cognato nel pieno della notte ad impormi che “dovevo lavorare”. Così, quando nacque mio figlio, telefonò a mio suocero ricordandomi che dovevo lavorare e quindi non dovevo perdere tempo per quella nascita. Non erano cattivi, erano solamente terrorizzati che io dovessi essere in qualche maniera mantenuto. Famiglie intelligenti e comprensive ce ne sono sempre state anche fra gli operai, ma la mia era una famiglia dittatoriale e considerava utile e valido solo quel foglio che secondo loro rappresentava il continuo delle aspirazioni personali. Volevano una prole studiosa, senza grilli, senza personalità, ubbidienti come cani, che brillassero per i bei voti a scuola e non avessero strane inclinazioni, come l’amore per la pittura e il gioco. All’inizio del ‘900 questi figli “balordi” venivano scaricati nei manicomi e dimenticati come degenerati ed onta per le famiglie per bene. Io ero uno di questi.
Oggi è molto forte lo scontro fra genetica e psicologia: una nega il valore dell’altra. Solo gli psichiatri con formazione medica indicano la genetica come elemento assai determinante per la riuscita di una persona socialmente utile, negando di fatto la psicologia che afferma siano solo le cure e l’attenzione dell’ambiente a favorire gli individui. “La verità sta nel mezzo”, dicevano gli antichi romani e tra qualche decina d’anni conosceremo probabilmente la verità. Tuttavia posso affermare che il sottoscritto, nonostante l’ambiente sfavorevole, sia riuscito a costruirsi una famiglia sufficientemente serena. Invece mia sorella, che aveva ricevuto maggiori attenzioni, è ridotta ad essere una povera infelice.
Da adulta non aveva rapporti con la realtà: abitavamo alle case popolari con 260 famiglie e ricordava che esistessero solo nove bambini compreso noi due. Durante i bombardamenti sopra Milano, vedendo i razzi di illuminazione contraerea, era convinta che fossero palloncini colorati perché non si sentiva il rumore degli spari: eravamo a ventisette chilometri di lontananza da Milano. Per tutta la vita mi ha odiato, sia da piccolo che da adulto, dimenticando che io sono padrino di suo figlio ed affermando che l’ immaturità del figlio sia dovuta a me. Diceva che ero un montato e buono a nulla, capriccioso e pieno di sicumera. Tuttavia i suoi insulti erano poca cosa rispetto agli epiteti e le continue minacce di morte da parte di mio padre. Mia sorella pensava che io fossi la causa dei guai del suo fallito matrimonio ed era convinta che l’appartamento di Legnano fosse solo suo, nonostante la legge, poiché era intestato ai due genitori. Soffriva di una depressione continua, profonda, con risvolti non accettabili dalla società. Bisogna capire che negli anni ’30 - ‘40 la popolazione era estremamente ingenua, superstiziosa, fedelissima ai preti, dei quali temeva le maledizioni; ignorava completamente il vangelo, la cui lettura era riservata solo al clero; credeva alla suddivisione in classi sociali: i perversi, figli di Satana, erano i comunisti mentre i clericali erano i benedetti da Dio. La mia famiglia era convinta di possedere i figli come esclusiva proprietà della quale decidere, per la vita e per la morte. Era convinta che la sua volontà fosse l’unica cosa che contava: la patria potestà era totale ed assoluta dittatura. La volontà era la fonte di tutto e guai ad opporsi ad essa. La gente sapeva solo che Gesù era nato povero e morto in croce. Le persone erano devote solo ai Santi e alla Madonna. Di tutto ciò che Cristo aveva detto non sapevano e non sanno ancora oggi nulla, come “amate i nemici” e i “sepolcri imbiancati”.

LA MADRE E LA SORELLA DEL DIAVOLO

Marisa mi tormenta quotidianamente per l’amore che io, suo marito, ingenuamente ho sempre riposto nella mia famiglia d’origine. “Tu troppe volte hai criticato la mia famiglia e non ti sei mai accorto di quanto male la tua facesse sia a te che ai tuoi figli. Mi pento di avere sempre creduto a tutti i sorrisi e le paroline dolci che tua madre mi faceva al telefono e di persona: era solo per avere tutte le informazioni possibili sul nostro matrimonio. Forse le avrebbe fatto tanto piacere che le cose fossero andate male come a sua figlia. Non capisco perché andasse a riferire ai miei genitori che la nascita di Barbara aveva salvato un matrimonio: a distanza di quarant’anni non mi so dare ancora risposte. Non capisco nemmeno perché avesse tanto desiderato avere un mio copriletto giallo, che io, per farla contenta, le ho regalato. Forse doveva portarlo da qualche maga, visto le assidue frequentazioni con cartomanti, indovini ecc…”.
Lei aveva un godimento sadico verso tutto ciò che poteva danneggiarci o turbarci e non è mai stata sincera. Non si può dire che tutte le suocere siano diaboliche come quelle due donne di Sanremo: erano madre e sorella del demonio! Mi ritorna alla mente in questo momento il gridolino di soddisfazione quando la mia casa nuova era stata allagata e non sapevo come fare per farmi risarcire. Non capisco perché mia suocera abbia fatto sposare a tutti i costi la figlia con una persona così poco affidabile e di cui conosceva tutta la storia. Meglio zitelle che avere un matrimonio d’inferno! Forse la suocera pensava che sposando la figlia professoressa con un altro professore (la cosa ancora non è chiara) avrebbe avuto molto prestigio nella scala sociale. Ma quale prestigio per della gente che sta alle case popolari? La realtà consiste nella stupida convinzione che per avere successo bisogna essere i primi della classe. La realtà di ogni giorno dimostra che le vere doti per una donna sono la grazia, l’umiltà (ma non troppo) e l’amore. In occasione di una mostra al Museo del Paesaggio di Pallanza la professoressa prese un granchio colossale, scambiando il contenuto di un piccolo articolo apparso sul Corriere della Sera per un annuncio funebre. Lapsus freudiano: era tale il desidero che il fratello morisse!

UNA CRISI DI IPOGLICEMIA

Mi aveva colto una crisi di ipoglicemia all’improvviso, senza nessun piccolo avvertimento. Dal 1972 soffro di diabete e lo combatto con l’insulina. Quella notte, mentre mia moglie e i miei figli dormivano, ecco arrivare la terribile crisi: tremori improvvisi, debolezza, tachicardia, glicemia al di sotto del trentacinque. Bevo latte zuccherato, mangio qualche dolcetto, frutta ed altre cose: naturalmente dopo un poco il disturbo sembra migliorare ma la glicemia continua a scendere, sempre più giù. Pare sia la volta buona… Sarà contenta mia sorella, che aspetta da una vita la mia morte. La radio satellitare svizzera trasmette una dolce romanza, una furtiva lacrima di Donizetti. Così è dolce e romantico morire: le forze mi abbandonano e il cuore pulsa più veloce e con extrasistoli. Chiudo gli occhi e mi abbandono: se la Nera Signora vuole prendermi, è da tanto che l’aspetto. Io ero un figlio non desiderato ed è giusto finire così; pochi, tranne i miei due figli e mia moglie Marisa, possono piangere la mia morte. Aspetto che l’energia esca dal corpo per rivedere ciò che ricordo da bambino. Mi vedevo lassù sul soffitto, libero, senza dolore, mosso solo alla curiosità e poi giù all’improvviso dentro il corpo a soffrire di nuovo. Ora tutto si attenua ed aspetto la vecchia signora. Mi addormento e passa il tempo ma nulla è successo. Ho superato la crisi. Domani è un altro giorno.

LA MALEDIZIONE DEL SICILIANO

Scicli: all’estremo sud della Sicilia, proprio di fronte all’Africa. In una povera stanza di contadini, si sta compiendo l’ultimo atto di una vita di lotta per la sopravvivenza: mio nonno, ancora giovane, sta morendo di tisi. Il dolore fisico e la frustrazione per aver fallito ogni tentativo per migliorare la situazione economica familiare, lo spingono ad un atto estremo: si leva la coppola e la getta a terra, calpestandola. Vi sputa sopra e maledice la discendenza maschile. I familiari ed i presenti ne rimangono impressionati, perché estremamente superstiziosi. Mio padre Ignazio è l’unico figlio ed il suo destino è legato al fratello della madre, Carmela: sarà lo zio, guardia carceraria, a portarlo con sé a Pallanza sul lago Maggiore. Da qui prende vita la mia storia tra il bene e il male.

LA REALTÀ SUPERA LA FANTASIA

Per quanto i limiti della scrittura possano rendere l’atmosfera che regnava nella mia famiglia d’origine, nessuno può immaginare l’inferno che il ritorno a casa di mio padre ha comportato. Come io possa essere sopravvissuto ad ogni sorta di angheria e maltrattamento è dovuto, secondo me, alla genetica, derivata dal nonno Pietro del Lago Maggiore. Mio padre pretendeva di essere il padrone e signore di ogni pensiero ed atto dei suoi sottoposti, in virtù del fatto che era il capofamiglia. Mia madre, che moralmente era più forte e guadagnava di più rispetto a lui, da buona piemontese aveva il coraggio di opporsi alla violenza fisica e verbale del siciliano legato a leggi tribali che ancora oggi credo esistano. La vita in famiglia era un costante inferno. Tuttavia avevo capito che se desideravo una cosa dovevo dire di non volerla e così sono riuscito ad ingannare la “bestia”. Dovevo cioè falsificare le mie richieste.
Recita la scienza:“È importante che i genitori colgano con sensibilità le difficoltà e gli stati di malessere del proprio bambino.”Mio padre mi minacciava di morte in continuazione e mi copriva di tutti gli insulti immaginabili. Venivo salvato da violente botte solo grazie al sacrificio della nonna, che si aggrappava a lui per fermarlo. Così ho avuto una forte otite bilaterale con fuoriuscita di pus e la riduzione dell’udito.
Recita la scienza:“La comprensione è fondamentale per ottenere i risultati, i quali non possono essere perseguiti ricorrendo alle maniere forti o punizioni troppo severe.” Nei miei confronti, calci e pugni in testa, minacce di morte e insulti.
Recita la scienza “L’atmosfera familiare deve essere la più equilibrata possibile e consentire al bambino di comunicare con fiducia i suoi problemi; evitare rimproveri immotivati, confusi e soprattutto umilianti.”Invece per me, a casa mia esistevano calci, pugni, violenze verbali, punizioni e l’ imposizione a stare zitto! Venivo anche legato alle gambe del tavolo della cucina e, dulcis in fundo, relegato nel buio totale di una camera chiusa a chiave. Ero tuttavia riuscito ad abituarmi alle minacce di morte ed affidavo i miei pensieri ai miei disegni su carta, che sottraevo alla distruzione nascondendoli in una valigia di cartone sotto il letto.
Recita la scienza:“È importante valutare quanto il bambino riesca a sviluppare armonicamente la capacità di rappresentare la realtà e le proprie esperienze in modo sempre più sofisticato, attraverso il linguaggio, il gioco, il disegno.”Dovevo nascondere i miei disegni; dovevo tacere perché davo fastidio a mia sorella; dovevo parlare solo quando ero interrogato. A scuola la maestra si interessava esclusivamente di pochi allievi e se ne fregava di quello che facevo, dei miei commenti e delle mie ricerche. Si divertivano solo i compagni, che mi ordinavano i disegni dietro compenso di giornaletti e figurine. Nessuno di loro tuttavia ha conservato nemmeno un ritratto. Questo era il mio destino.
Recita la scienza: “A tre e quattro anni, il bambino è più attivo con i coetanei e contribuisce al gioco collettivo; sopporta più lunghe separazioni dalla madre, assolve a piccoli compiti che gli vengono affidati, diventa un attento osservatore.” Io sono stato un grande osservatore di tutta la realtà della vita sulla strada e per di più disegnavo tutto quello che avevo visto. Al contrario di me, mia sorella apparteneva a quella rara specie di soggetti che adottano un atteggiamento di chiusura al mondo e s’interessano solo ai libri e allo studio. Sono i primi della classe ma ignorano ciò che succede al di fuori dei loro limitati interessi. Mia sorella era talmente assorta nello studio che per strada camminava a testa bassa e finiva per sbattere contro le persiane aperte. Tuttavia lei era il modello ideale di quella famiglia piccolo borghese, con un padre caratteriale, violento e compulsivo, tipico della gente della sua terra.

LA SUPERSTIZIONE REGNAVA SOVRANA

Il figlio maledetto… Sono nato maschio ed esisteva la maledizione del nonno siciliano contro di me. Non valeva la pena quindi fornirmi cure, abiti ed attenzioni. Già a sei mesi sono stato sul punto di morire. Mio padre ha preferito abbandonare la famiglia nella miseria! Tutte le cure dovevano essere riservate alla primogenita, che, essendo femmina, era esente dalla maledizione. Mia nonna materna non accettava la mia sorte e si era presa cura di me, tuttavia mia madre decise di affidarmi alla “ruota” di un piccolo convento di suore, senza successo. Gesto ripetuto più volte. Sono cresciuto senza affetto dei genitori che hanno sempre sperato in una rapida soluzione della maledizione con la mia morte. Il destino ha voluto il contrario. Io ho lottato per tutta la vita e sono sopravissuto a malattie e sfortuna, mia sorella invece è stata ed è vittima della depressione: il destino si diverte ed è imprevedibile. Mio padre… Mio padre era uno “sgherro” perfetto. Non sentiva empatia per nessuno, proprio come mio cognato calabrese. Questi diceva, fin dall’inizio della storia con mia sorella: “ognuno pensi a risolvere i casi propri!”. Lui non voleva interessarsi del futuro della famiglia: era feroce ed aveva un cane lupo che portava a letto con la moglie. Voleva sentirsi “padrone e signore”. Aveva un delirio di onnipotenza e si vantava di essere amico dei “capi bastone locali” che lo prendevano sottobraccio e gli facevano fare il giro della piazza. Tutti lo dovevano rispettare ed onorare. Questa era la sua mentalità. Mio padre invece soffriva di grave depressione ed era maniaco della precisione e dell’ordine. Guai a non chiudere bene le porte e finestre: lui le staccava e toccava poi a me rimetterle in sesto. Ambedue volevano essere considerati “signori e padroni” e si vantavano di essere fascisti mai pentiti, conoscevano solo la legge della prepotenza, avevano rivoltelle e con timore e sapienza mia madre riusciva ad impedire una violenza fatale. Mio padre mi aveva ripudiato ed il professore, tanto amato dalla famiglia, si era impadronito anche del mio nome, “Andrea”, visto che io non contavo più nulla. Tuttavia mio padre si accorse di aver commesso un errore nel “ripudiarmi” perché io mi sono sempre dato da fare per convincere anche i suoceri calabresi di mia sorella che il loro figlio avrebbe dovuto risparmiare per mio nipote e la sua famiglia. Il suocero di mia sorella affermava che “suo” figlio aveva tutto il diritto di spendere e spandere perché la nostra famiglia era una famiglia di bassa lega. Lui poteva aspirare a molto di più e quindi a lui tutto era concesso. Meno male che io vivevo a Padova, altrimenti secondo la logica di quelle brave persone, potevo venir massacrato tranquillamente, con poco rimpianto perché ero il figlio maledetto.

IGNORANZA E SUPERSTIZIONE.

Ai nostri giorni si stenta a credere alla superstizione degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. Quanto scrivo può sembrare frutto di pazzia ma è verità. Purtroppo uno dei miei difetti è sempre stata la difficoltà di ricordare i nomi. I miei familiari, come penso gran parte della gente di allora, non avevano alcuna idea delle possibili difficoltà dei figli. Per loro esisteva solo la buona o la cattiva volontà. Per cui alle mie difficoltà rispondevano con la violenza verbale e fisica. A differenza di mia sorella che era la prima della classe, io ero considerato “scemo” e senza voglia di fare bene. Un figlio degenere da bastonare e insultare. Insomma ero per loro una disgrazia! Pretendevano che fossi anch’io il primo della classe, senza storie né giochi o divertimenti. A distanza di cinquant’anni e più gli italiani si sono modificati. Allora credevano che le donne facessero le fatture e si trasformassero in gatti per fare malefici. L’ambiente familiare e le case popolari non erano certo il massimo della borghesia evoluta.

ONORA IL PADRE E LA MADRE

“Quell’imbecille non riesce a mantenersi un impiego. Va in giro con L’Unità sotto il braccio e se la fa con la moglie del capo. Le offre il pranzo dall’antipasto al dolce e così viene licenziato”. Questo era il dialogo abituale tra mia sorella e mia madre e tutte e due concludevano che io ero “un fallito”, un miserabile: “Bisogna stare attente perché quello vuole essere mantenuto.”
“Giuliana, come mai tuo fratello non è ancora morto?”. “E’ vero, secondo gli indovini doveva succedere molti anni fa” risponde la professoressa, orgoglio della famiglia. “Vuol dire” continua la madre, “che non indovinano niente. Appena lui sarà morto, tu e tuo figlio dovreste andare in America con grande fortuna.” “Lo spero ancora” risponde Giuliana., “Tu informati sulla sua salute e poi andiamo dalla chiromante”.

EVENTI RECENTI CHE SMENTISCONO LA DISISTIMA DELLA FAMIGLIA

Andrea Vaccaro nel 2005 viene invitato ad esporre tre volte alla Palazzina dell’Amministrazione dell’Ospedale Civile di Legnano. La seconda mostra è dedicata ai suoi disegni dell’infanzia. Tra i numerosi medici che hanno visitato la mostra c’era anche una neuropsichiatria infantile e dell’età evolutiva. L’entusiasmo fu tale che la dottoressa chiese di poter conoscere l’autore. L’incontro avvenne a casa del pittore: la dottoressa fu veramente felice della conoscenza e tutta la sua attenzione fu rivolta all’uomo ormai maturo e alla sua capacità espressiva e di accoglienza affettiva. Praticamente fu un innamoramento intellettuale e specifico sulle capacità dell’artista. Volle presentarlo a familiari e parenti, che ne furono entusiasti. Tra di essi, una sorella era titolare di una farmacia, una delle più vecchie di Legnano; il marito era specialista della nutrizione ed aveva in cura un editore famoso e sua moglie: volle far conoscere loro l’opera del pittore bambino attraverso diverse pubblicazioni e cataloghi editi sui disegni presentati anni prima al Museo del Paesaggio di Verbania-Pallanza. L’idea era quella di ottenere una pubblicazione ufficiale delle opere e della vita dell’artista. Anche se il progetto non si realizzò, la cosa positiva comunque fu l’incontro con Ada e tutta la sua famiglia: cinque minuti di felicità annullano una vita di sofferenza e dolore.

ODISSEA IN CERCA DI LAVORO

Appena congedato dal servizio militare, la famiglia mi considerava un peso senza futuro e si concentrava solo sul sogno di un meraviglioso matrimonio per mia sorella. Tutti i soldi della famiglia venivano spesi per confezionare un corredo da mille e una notte. Lenzuola e tovaglie di puro lino ricamate a mano in Sicilia, cuori d’argento per Santa Rita da Cascia e tutto quanto una famiglia piccolo borghese sognasse per l’unica figlia considerata la “buona”, la “brava”, la “meritevole”. Io ero mal tollerato. Mi si concedeva di dormire su una brandina in cucina e presto, quasi all’alba, mi si dava la sveglia affinché cercassi lavoro. Ancora addormentato infilavo sotto il braccio una grossa cartella piena di disegni e cercavo udienza presso tipografie, ditte e studi di pubblicità. A Legnano quasi negavano anche il minimo giudizio positivo e la frase di rito al congedo era: “ci faremo vivi noi”. Mi rivolsi a Milano. Cercavo nell’elenco telefonico studi di pubblicità e case editrici e peregrinavo con il tram da Baggio fino a viale Forlanini, dalle osterie nei pressi di Brera fino a centri di pubbliche relazioni, case di pubblicità internazionali e piccole entità locali. Mettevo continui avvisi sul Corriere della Sera e poi rispondevo alle ditte che mi contattavano fino a Cesano Boscone. Conobbi pure il famoso Dino Villani, creatore dei concorsi di bellezza femminili in Italia. Tutti facevano complimenti, qualcuno mi assumeva (tra le altre: Cimbali, Carlo Erba, Simes). L’assunzione durava al massimo due mesi e poi venivo licenziato. Ho contribuito a realizzare l’inaugurazione del nuovo stabilimento della Cimbali, ho partecipato alla premiazione del“Compasso d’oro” tenutosi nei locali sopra la Galleria Motta a Milano. Qui vale la pena di ricordare che durante la premiazione, il sig. Cimbali mi ordinò di raggiungere il famoso Pinin Farina per chiedergli di posare per qualche fotografia ricordo, ponendo la sua mano sulla prestigiosa macchina da caffè premiata. La risposta del grande personaggio fu questa: “Dica al suo padrone che, se vuole che io venga a posare la mano sulla Cimbali, venga lui di persona a chiedermelo.” Riferii, ma l’orgoglio dei grandi impedì di ottenere questo “scoop”. Ho lavorato anche per piccole ditte di ogni tipo, finché un giorno lessi un piccolo avviso sul Corriere della Sera: una ditta non identificata cercava venditori giovani. Risposi ed iniziò così la mia avventura con la ditta Bassetti. Mi inviarono da subito a Torino per imparare a conoscere la produzione della ditta presso il loro deposito. Quindi mi spedirono in Toscana, Umbria e nel Lazio per una prospezione di negozi anche minimi che trattassero prodotti Bassetti. Mi fecero un corso di vendita presso la sede, quindi mi spedirono a Padova dove partecipai ad un altro corso di formazione. Trascorsi almeno sei mesi in tutto il Veneto, in Trentino Alto Adige, nel Friuli ed infine fui incaricato della vendita a Venezia e Padova. Qui conobbi quella ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie. Passai sei mesi a Roma al deposito di Piazza Argentina e poi per due anni fui venditore a Milano. Bisogna sapere che l’abitudine delle ditte a servirsi dei giovani venditori capaci dura solo un periodo limitato alla gioventù: arrivati ai trent’anni vengono di regola licenziati. Così è capitato anche a me, subito dopo il mio matrimonio e la nascita di mia figlia Barbara. In seguito venni in contatto con una ditta tessile di Pordenone: mi diedero un incarico per una sottomarca della stessa ditta. Dovevo visitare il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Lombardia. Feci un magnifico lavoro, procurai all’azienda molte commissioni. Dimenticavo di dire che per farmi accettare dalla clientela, donavo loro quattro o cinque disegni che la sera prima eseguivo nella stanza d’albergo. Se i destinatari dei miei regali valutassero bene le mie opere mi è impossibile dirlo. Quello che è certo è che ho regalato centinaia e centinaia di disegni. L’azienda non produsse nulla e quindi non consegnò nulla. Giustamente la clientela si rifiutò di ordinare ancora altra merce ed io decisi allora con il consenso di mia moglie di smetterla con il mestieraccio del venditore e finalmente detti sfogo alla mia passione di sempre: la pittura.

FINALMENTE PITTORE

Dal 1959 al dicembre 1970 sono rimasto esule in più città per circa dieci anni.
Nel giugno del 1971 rientrai in competizione ufficiale nel mondo dell’arte locale. La cosa dette molto fastidio e preoccupazione a tutto il mondo artistico della zona: mi temevano perché il mio nome era noto fin dalla mia infanzia. Alcune persone pensavano che ormai fossi un vegliardo. Altri ritenevano che io fossi il figlio di quell’Andrea Vaccaro che aveva già stupito per i suoi disegni dell’infanzia. Tutti si unirono per combattermi e fecero ogni sorta di mascalzonate per diffamare la mia opera. Tuttavia ero riuscito a vivere con la pittura e già mietevo successo, specialmente a Bergamo. Due quotidiani locali esaltarono i miei lavori ed ebbi allora la fortuna di conoscere un critico d’arte, don Lino Lazzari, con il quale sono in amichevoli rapporti ancora oggi. Alla galleria Simonetta di Bergamo esposi un nutrito numero di opere a carattere religioso. Molti sacerdoti vennero a visitare la mostra, che trattava il tema religioso dei “sepolcri imbiancati”. Alcuni di loro mi consigliarono di abbandonare il tema religioso e dipingere nudi femminili, perché questi erano belli come “Madonne”. Sull’Eco di Bergamo, a colori, in prima e terza pagina, apparvero alcuni dipinti di grande formato a carattere religioso. Da allora entrai in contatto con grosse gallerie d’arte, come l’Italiana Arte di Busto Arsizio, con la quale firmai un contratto in esclusiva. Tuttavia la vita non mi fu facile. Aumentavano di giorno in giorno i miei denigratori e dovetti ricorrere anche ai Carabinieri per fare cessare insulti telefonici diretti a mia moglie. Di questo periodo conservo alcune foto scattate al Centro Culturale S.Magno, della visita pastorale del Cardinale Martini. Con gli Istituti Italiani di Cultura all’estero, esposi in diverse città come Amsterdam, Stoccolma, Zagabria, Zara, Spalato, Belgrado, Bucarest, Praga e la vita continuò tra il bene e il male. Tra il 1970 e il 2000 feci molte opere grafiche che vennero diffuse in tutta Italia. Ero e sono rimasto un artista di talento ma sempre alla ricerca di un benessere che sfugge: è il mio destino.

STORIE DI FAMIGLIA

Le donne negli anni ’30 e ‘40 del secolo scorso erano convinte di poter cambiare il carattere del proprio uomo. Si dicevano l’una all’altra: “Prima sposalo e poi gli cambi il carattere”. Così era successo anche per mia madre Clotilde. Si era innamorata di un giovane siciliano di alta statura, capelli ondulati, occhi chiari e linea snella. Aveva baffetti sottili e ben curati e vestiva la divisa da vigile urbano. Per una signorina del Lago Maggiore era qualcosa di affascinante, tanto più che lei non era proprio una bellezza: piccola di statura, gambe sottili e con brutta dentatura. Aveva di affascinante solo il sorriso e le maniere gentili tipiche dei piemontesi. Le donne quando si innamorano perdono veramente la testa e a nulla erano serviti i consigli dei parenti che avevano notato il brutto carattere di quel bel giovane. “È nevrastenico!” le ripetevano di continuo ma lei lo voleva ad ogni costo. “Stai attenta che è violento e proprio non ha un buon carattere!” Ma la mamma era innamorata e ripeteva: “Io lo cambierò!” Così si sposarono nonostante la contrarietà dei parenti del lago, che mio padre proprio non riusciva a sopportare; in particolare non tollerava la suocera. Tanto fece che la mamma acconsentì a trasferirsi a Legnano pur di staccarsi dai suoi, pur di accontentare il marito. Ignazio è il nome di mio padre , nato da umilissima famiglia e giunto a Pallanza al seguito dello zio guardia carceraria, poiché a Pallanza-Verbania c’è un imponente carcere. Ignazio era figlio unico di madre vedova, rimasta a Scicli, in provincia di Ragusa tra Porto Palo e Marina di Ragusa. Ignazio doveva provvedere economicamente anche a lei e a una numerosa parentela bisognosa. Finché mia madre fece l’impiegata presso il notaio Manni di Pallanza riuscirono a far fronte dignitosamente, sebbene con fatica, a tutti gli impegni di famiglia in quel di Verbania. Quando invece Ignazio volle trasferire la famiglia a Legnano, incominciarono guai seri. Oltre a mia sorella Giuliana ero arrivato anch’io, che all’epoca avevo sei mesi di vita. Mia mamma aveva perso il lavoro ed Ignazio volle andarsene a fare il milite fascista senza preoccuparsi della famiglia; i maligni raccontavano che temesse la maledizione proferita da suo padre in punto di morte. C’era chi diceva che non volesse più avere a che fare con la suocera del lago e persino che la milizia fascista lo avesse trovato abile tranquillizzandolo sul terrore di essere tisico come lo era stato suo padre. Il fatto è che quando io avevo sei mesi di vita Ignazio lasciò il lavoro di vigile urbano e si trasferì a Napoli come milite portuale. Intanto era scoppiata la seconda guerra mondiale e le difficoltà per la famiglia erano aumentate notevolmente. Clotilde rinunciò a tutte le cose superflue, compreso il bel passeggino blu con le ruote alte che aveva avuto l’onorevole compito di ospitare mia sorella Giuliana. Per me fece comperare d’occasione uno sconquassatissimo spider di latta cigolante ed arrugginito che io proprio non gradivo e da cui cercavo di scendere buttandomi fuori nonostante una cintura mi legasse a quello schifo di rottame. Giunse così il momento in cui Clotilde e nonna Carlino pensarono fosse buona cosa alleggerire il peso della famiglia cercando di espormi alla ruota di un piccolo convento che nessuno ricorda più. Una mattina, in una giornata primaverile, io e la nonna ci incamminammo verso il convento delle suore. La nonna aveva con sé delle borse piene di cibo per le suore, come atto utile a farmi accettare. Mi fece entrare nella ruota con le borse ed io ero divertito. Poi tirò la cordicella del campanello per avvisare le suore del mio arrivo. Dopo qualche minuto apparve una suora con il cappellaccio bianco e la gonna blu coperta da un grembiule. La suora capì l’antifona ed aprì il cancello di ferro lavorato e con un brutto ceffo e male parole chiese a mia nonna cosa volesse. Mia nonna le offrì le borse con il cibo e piangendo cercò di farmi accettare dalla poco cortese suora. “Niente da fare! I vostri figli ve li crescete da voi!” Fu irremovibile e disse ancora: “Se vuoi fare la carità a noi devi portarci almeno due lenzuola nuove e buone!” Mia nonna sperava ancora e chiese di tenermi un poco nel loro giardinetto mentre lei ritornava a comperare le lenzuola. La vecchia suora di malumore mi fece restare accanto a una piccola fontana vuota, dove io speravo di trovare almeno qualche pesciolino. Nessun atto di gentilezza verso di me, che fui lasciato solo. Alla fine, ritornò la nonna con le due lenzuola per le suore. Piangeva e cercava di farmi accogliere. Tutto invano: la suora sempre più nervosa disse: “Vecchia, se vuoi ti riprendi tutto e te lo porti via. Noi, il bambino non te lo prendiamo proprio. Andatevene perché non ho tempo da perdere. Ci fece uscire in malo modo e brontolando rientrò in convento. Per tutta la strada del ritorno la nonna pianse e mi disse: “Ed ora cosa dirò alla mamma? Tu sei stato maledetto!” Io capivo che qualcosa non era andato per il verso giusto ma la storia della maledizione proprio non la capivo. Feci spallucce e pensai a qualche macchinina di latta con cui giocare. Ma mi fu negata, così come qualsiasi altro giocattolo per tutta la mia infanzia.

ANNI QUARANTA: TEMPO DI GUERRA E DI RISPARMIO ASSOLUTO

Mia madre, vedendosi abbandonata nella miseria da quel marito che lei tanto amava e dovendo provvedere da sola in tempo di guerra non solo alla famiglia ma anche ai genitori anziani, sviluppò una sorta di mania del risparmio, che in pratica significava il cibo razionato e più economico e i vestiti meno costosi, fatti in casa. Personalmente portavo con la nonna vecchi stracci ed abiti rivoltati ed adattati. Esistevano lungo il fiume Olona opifici specializzati nel trarre da stracci filo di cosiddetta lana recuperata. Eravamo vestiti con questa “lana” riciclata e scambiata con stracci che io andavo a raccogliere nelle discariche e mettevo in borse della spesa e sacchi. Ero io stesso, con la nonna, che mi confezionavo maglioni cuciti con lunghi ferri da maglia. Quando non c’erano altri abiti dovevo stare scalzo e in mutande. Mi facevano indossare abitini smessi di mia sorella, dei quali mi vergognavo perché i maschietti delle case popolari mi scherzavano. La nonna era contenta del fatto che io rinunciassi ad uscire da casa e così diminuiva la sua responsabilità per i pericoli esterni. Scarpe mai; tutt’al più zoccole di legno con sopra pezzi di “budelli” di bicicletta che noi bambini andavamo a cercare nelle discariche. Quella gomma diventava preziosa perché serviva anche come contenitore di sassi da lanciare per divertimento, il famigerato lancia sassi. In Sicilia ho sempre visto bambini ed uomini con scarpe e giacca; a Legnano, in via Carlo Porta 56, uomini e bambini erano praticamente nudi, tutt’al più mutande sporche e una maglietta “canottiera” lurida che durava anche un mese. Spesso si mangiava la parte superiore delle scope di saggina bollite in acqua. Per tutta la guerra niente carbone, solo legna verde a prezzo di borsa nera. Fagioli e croste di formaggio. Verze e polenta. D’inverno si riadattavano abiti vecchi del nonno o di altri parenti. Non si può dire che al nord, salvo i soliti ricchi, ci si abbuffasse di cibo. Tuttavia ero contento e disegnavo per terra e sulla carta per alimentari. Qualche famiglia di operai offriva un poco di cibo anche a me. Mio padre aveva gettato la famiglia nella disperazione. Le malattie da raffreddamento colpivano quasi tutti i bambini della periferia di Legnano. Qui la neve cadeva a novembre e se ne andava a metà marzo. Tuttavia i sacrifici economici non aiutarono mia madre, che aveva investito in buoni postali: alla fine della guerra ci fu una grande svalutazione e il tesoretto svanì nel nulla. Durante il periodo buio, si diceva che le signore perbene vestite di tulle se la spassassero con gli ufficiali tedeschi e bevessero champagne. Le sartine delle case popolari diventavano amanti di soldati semplici in grado di alleviare comunque la fame. Io giocavo spesso con Gerardo, il figlio di un soldato tedesco e della sarta del cortile delle case popolari. Invidiavo follemente il suo Meccano, giocattolo stupendo con il quale costruire gru e locomotive e qualsiasi cosa la fantasia ci suggerisse.

IL RITORNO DI MIO PADRE

Durante il periodo bellico, fin dai primissimi anni di vita io sognavo disegnando su carta occasionale, per lo più carta per avvolgere alimenti. Carta che veniva usata poi sia per fare palle compresse, dopo averle fatte macerare in un catino d’acqua, per sostituire la legna nella stufa, sia per accendere il fuoco. Su essa io tracciavo con quello che potevo, anche con penna d’oca e inchiostro, scene di guerra con a cavallo Benito Mussolini con la spada sanguinante e accanto a lui quell’eroe che immaginavo fosse mio padre. Il cielo pieno di aeroplani e la terra ricolma di cannoni e carri armati. Erano battaglie cruente, per cui disegnavo morti e feriti e naturalmente la vittoria era per gli italiani. Quando in maniera poco onorevole, nascosto sotto il letto matrimoniale, ritornò mio padre, ebbi l’impressione che l’eroe dei miei sogni di bambino non corrispondesse alla realtà. Tuttavia avevo cinque anni di affetto represso e cercai di manifestarlo. Per mia fortuna io avevo un buon carattere e sapevo accettare le sconfitte, apprese nel gioco con gli altri bambini delle case popolari, molto maneschi e già allora piuttosto razzisti. Infatti nelle loro case io venivo indicato come il figlio del “terrone” fascista e per di più avevo i capelli ricci e la pelle più scura. Quando mi andava bene mi chiamavano “Pirla Andrea” e i loro parenti mi indicavano come “terronella”. Ero quindi abituato a subire pestaggi di gruppo ed offese per cui il tutto veniva considerato da me come un “gioco”. Un gioco manesco ma sempre gioco. In casa cercavo di strapparmi i capelli ricci pensando che mi ricrescessero diritti e biondi come la maggior parte dei compagni. Appena tentai di salire sulle ginocchia di mio padre, per avere qualche coccola, egli disse in modo sprezzante: “Levatemi dai piedi questo moccioso”. Ne fui ferito ma continuai pur sempre a voler bene sia a lui che a tutta la famiglia. L’unico aggettivo che io consideravo positivo e caritatevole fu “pelandrone”, ottenuto contraendo l’aggettivo con il mio nome Andrea, da cui“pelandra”. Non c’era momento in cui in famiglia ci fosse pace e tranquillità. Specie durante il desinare: mio padre era uno specialista guastafeste e creava sempre scenate terrificanti. Io dovevo stare sempre zitto e fermo, quasi immobile. L’unica autorizzata a parlare era Giuliana.

IL CARATTERE MERIDIONALE.

Mia madre Clotilde Paretti, come quasi tutte le donne del nord Italia, non conosceva il carattere compulsivo dei meridionali. Essi, anche se onesti, non sopportano il dialogo nel quale la controparte può dire qualche cosa di diverso dal loro pensiero. La violenza verbale e fisica fa parte della loro genetica e non a caso nel 1950 è uscita una legge dello Stato che impediva ai giornalisti di indicare l’origine degli assassini, che erano nella stragrande maggioranza meridionali. Ogni giorno ricevevo da mio padre tutte le offese che una mente umana possa concepire, tranne queste: “figlio di puttana” e “figlio di troia” Perché? Perché i meridionali considerano l’offesa più grave l’essere fatti cornuti dalla moglie e quindi danno volentieri del “cornuto” agli altri ma si guardano bene dal definire i propri figli “figli di corna”, altrimenti ammetterebbero di essere stati traditi. Uccidere è invece un vanto.

L’IGNORANZA TOTALE DEL POPOLO ITALIANO.

Alle soglie del 2000, le statistiche ufficiali sull’analfabetismo completo, di ritorno o la totale incapacità di capire anche frasi semplici erano ancora spaventose: almeno il 60% degli italiani avevano gravi problemi cognitivi e di comunicazione. Convinzione comune era che le persone intelligenti fossero quelle che avessero imparato a memoria la lezione e a domanda sapessero rispondere. Qualsiasi altro tipo di intelligenza era ignorato. Cioè veniva premiata la performance del “secchione”. Il pensiero libero dalle imposizioni dall’alto era ed è considerato demoniaco e da punire. Così ancora afferma la Chiesa Cattolica: “chiunque sia stato battezzato e si discosti anche minimamente dalla dottrina dogmatica è un eretico” e andrebbe bruciato vivo come naturale conseguenza. L’attuale Papa con i suoi “legionari di Cristo” appartiene alla tristissima congregazione della Santa Inquisizione . Per la scuola valeva la stessa cosa: io ero un eretico e mia sorella un’ottima secchiona. Nessuno in famiglia capiva la differenza fra un “creativo”, capace di pensiero e critica, e un “secchione”, che mandava tutto a memoria, magari senza capire molto di ciò che diceva. Quest’ultimo veniva premiato con ottimi voti e la borsa di studio e quindi era un ottimo studente e bravo figlio. Questo argomento è solo un accenno alla mia vicenda personale. Pensate che, all’esame di filosofia alla quinta liceo scientifico, l’esaminatore mi urlò: “Non voglio conoscere il suo giudizio ma solo le parole di questo o quel filosofo!”. Naturalmente fui tra i bocciati a giugno, in buona compagnia di 18 allievi su 24.

IL MERCANTE

Sapevo da molto tempo che quel mercante d’arte era in ottimi rapporti con direttori di banca, industriali, medici e professionisti. Per conto di industriali aveva fatto decorare una chiesa ed un piccolo convento di clausura; lo vedevo spesso in compagnia di preti, frati e suore. L’atteggiamento di queste sante persone mi faceva dubitare molto sulla loro missione. Spesso e volentieri vedevo il mercante ridere e scherzare con queste persone ed insieme sorseggiare il caffè nei bar del centro. Negli ultimi tempi c’era un gruppo di suore giovani e allegre in compagnia di un frate che entravano di corsa in galleria. Tuttavia, non frequentando io molto l’ambiente clericale mi limitavo a domandarmi da dove provenissero e da quale ordine religioso. La mia città era famosa per il clericalismo ed io ne avevo subìto spesso l’emarginazione perché oltre che ateo ero addirittura indicato come capo cellula del partito comunista. Una mattina ho notato il trio entrare dal mercante e, dopo un certo tempo, anch’io decisi di entrare in galleria. Con tranquillità mi godetti la mostra di pittura in completa solitudine. Sentivo venire dalla cantina risatine e conversazioni allegre, che tuttavia non riuscivo a capire e non mi interessavano. L’ambiente era costituito da una sala centrale, una scala che portava al soppalco e quattro gradini che davano l’accesso ad una sala contigua alla prima ma in basso. Qui si apriva una porta che portava in un vasto scantinato dove normalmente il mercante ed un operaio provvedevano ad incorniciare i quadri. La sala bassa era in penombra ed io accesi le luci. All’improvviso sentii salire le scale che conducevano da sotto al piano terra e si spalancò la porticina. Uscirono nell’ordine il frate, le suore ed il mercante. Come mi videro zittirono e il loro volto assunse un’ espressione di amara sorpresa. Il mercante urlò una serie di impressionanti bestemmie dove Dio faceva da protagonista assieme a Gesù Cristo e alla Madonna. Poi esplose in un urlo: “Chi non ha chiuso la porta?!” Il quartetto, tranne il mercante, era in mutande ma tutto il corpo, le gambe e le braccia erano ricoperte da mazzette fitte, fitte di banconote. Una volta indossati gli abiti talari, nessuno avrebbe fermato i presunti religiosi perché la legge internazionale in accordo con il Vaticano non prevedeva l’ispezione corporale del clero. Avevo scoperto la fonte della fortunata carriera del mercante: era uno spallone esportatore di valuta e si presume importatore di opere di artisti molto valutati sul mercato, arrotolate e piegate addosso ai finti uomini di chiesa. Molto probabilmente la meta dei religiosi era non solo le banche svizzere ma quelle di mezzo mondo. Dopo avermi guardato con uno sguardo di fuoco il mercante si inginocchiò di colpo, quasi fratturandosi la rotula, e costrinse tutti quanti, compreso me, a fare lo stesso. Si fece il segno della croce e iniziò a pregare ad alta voce seguito in coro da tutti noi, intonando poi litanie sacre. Alla fine mi disse: “Cosa si deve fare per i poveri!” Io non risposi e mi limitai a salutare ed uscire dalla galleria. Ecco perché tante persone ricche frequentavano il mercante e tra esse ricordo anche assessori alla cultura di Milano. Non dissi niente a nessuno perché io ero solo e debole, loro invece rappresentavano il potere sociale ed economico in grado di stroncarmi e far passare guai seri alla mia famiglia, che proprio non ne aveva bisogno. In seguito il mercante cercò di compensare il mio silenzio commissionandomi alcuni ritratti per persone ricche e spocchiose. Solo molti anni dopo, in una vibrata protesta contro la degenerazione dell’arte, in una lettera al Presidente della Repubblica accennai senza fare nomi all’andazzo che avevo scoperto. In seguito fu varata una legge per cui anche i religiosi potevano essere ispezionati sotto l’abito talare, tuttavia la Guardia di Finanza in una trasmissione televisiva affermò che c’era ancora molto traffico di spalloni per l’esportazione di valuta anche se era stata introdotta la libera circolazione dei capitali. Il mercante e certi personaggi della banca oltre a grossi industriali avevano fondato una “famiglia” della quale i personaggi che contavano ne facevano parte e vi invitavano in particolare come ospiti i comandanti di tutte le forze dell’ordine e militari. Io ero dunque in confronto a loro un’assoluta nullità: un insetto da schiacciare impunemente. Al sud imperano mafie che uccidono, qui da noi operano mafie economiche che agiscono con i guanti bianchi.

IL CONTRATTO

Vi ricordate quelle poltroncine simili ad un sacco di pelle sulle quali è difficile rimanere composti? Chi ricorda Fantozzi e Fracchia costretti, di fronte al capoufficio, a sforzi disperati per non andare a tappeto? Bene, quando sono stato invitato dal grande mercante d’arte per un contratto mi sono trovato in una situazione simile. Dinanzi a me, dietro la massiccia scrivania, c’erano quattro persone importanti, avvocati, esperti in atti notarili e i titolari della galleria. Tre personaggi erano in piedi ed uno, di maggior rilievo, seduto, verrebbe da dire come Paolo Villaggio, su una grande poltrona di pelle umana. Io ero stato invitato a sedere di fronte a loro su una piccola e bassa seggiola. Mi trovavo quindi spaurito in una evidente posizione di svantaggio. Guardavo dal basso i signori molto seriosi che con grande autorevolezza mi spiegavano le condizioni del contratto. In precedenza, prima del grande incontro, un giudice di tribunale si era offerto di assistermi nella stesura dei termini contrattuali. Informato il gallerista della sua intenzione, egli aveva rifiutato l’opportunità offertami: “O viene a firmare da solo o non se ne fa niente!” Così fui costretto ad accettare e dal basso, piccolo, piccolo ascoltavo le loro proposte, naturalmente tutte a vantaggio del mercante. Mi fu proposto senza alternative di produrre per tre anni opere di grande e medio formato a loro esclusiva scelta, in numero molto elevato. Dovevo eseguire una serie di lastre di litografie originali e le matrici biffate dovevano essere consegnate a loro. Inoltre dovevo regalare ogni anno disegni, bozzetti, guaches ed eventuali altre opere che mi venisse di eseguire. Il contratto aveva valore mondiale e non avrei dovuto dare ad altri mie opere in conto vendita, in comodato o in altra forma. Mi veniva riconosciuto uno stipendio mensile veramente esiguo. Tuttavia mi garantivano una grande diffusione pubblicitaria. Ero abituato a sopravvivere economicamente e questa occasione di lavoro mi sembrava ottima per operare come sempre avevo desiderato. Ero quindi felice della situazione e fui ancora più soddisfatto perché prima di iniziare il lavoro a contratto mi ritiravano tutte le opere che io avessi a disposizione, pagandole subito. Credevo di aver toccato il settimo cielo e mi diedi anima e corpo al mercante che mi garantiva mostre sia in Italia che all’estero. Produssi con entusiasmo, ma nel corso del tempo mi accorsi che lo stipendio era veramente inadeguato e a volte ero costretto a richiedere l’assegno che il gallerista si scordava di farmi avere. Se da un punto di vista della diffusione del nome ero soddisfatto, purtroppo le condizioni di lavoro erano esasperate: per vagliare i quadri, gli esperti del mercante volevano esaminare una ventina di opere per volta, tra le quali scegliere quelle che ritenevano più conformi alle loro esigenze. Quindi per consegnare il gran numero di quadri richiesti ne dovevo produrre molti di più. A un certo punto incominciai a rendermi conto di essere caduto nella rete del ragno. Per di più in ogni pubblicazione il mio nome ed il mio indirizzo figuravano presso la loro galleria e non c’era traccia del mio indirizzo vero, per cui si diffuse presto la convinzione che ci fossero due pittori di nome Andrea Vaccaro e i fruitori ignoravano la mia vera identità. Dopo qualche anno non ressi più al ritmo infernale impostomi e chiesi di modificare il contratto, stracciando il precedente. Il mercante fu soddisfatto, perché tutto quello che avrebbe dovuto fare e non aveva fatto automaticamente veniva cancellato. Nacquero anche situazioni per me incontrollabili: si facevano copie dei miei quadri e la galleria non mi tutelava. L’unico vantaggio reale fu la diffusione del mio nome a livello nazionale attraverso cataloghi e pubblicazioni su importanti riviste. Più tardi, un socio del mercante si mise in proprio e fondò un'altra galleria e mi chiamò presso di lui. Fu l’occasione buona per poter lavorare più tranquillo, anche se la questione economica non venne mai risolta a mio vantaggio. Tuttavia il mio nome veramente si diffuse a livello nazionale e questo fu molto incoraggiante. In pratica comunque, di tutto quello che mi avevano promesso per iscritto, fu realizzato molto poco e tutto a loro vantaggio. Questi sono alcuni dei mercanti d’arte fra i molti che ho conosciuto.

LA GRANDE GALLERIA.

Il mio ritorno all’arte non fu indolore. Ero noto fin da bambino, ma i dieci anni trascorsi a lavorare lontano dal mio ambiente avevano convinto pittori professionisti e dilettanti che io fossi finalmente lontano dalla competizione. A torto temevano il mio ritorno e si diedero da fare per togliermi carisma e creare il vuoto intorno a me. Era successo nel frattempo che mi fossi sposato contro la volontà della mia famiglia, che pretendeva almeno una laureata come moglie. Come sempre, mi furono negati la solita “benedizione” e qualsiasi aiuto economico. Il lavoro mi portò a vivere a Milano, quindi abbastanza vicino alla famiglia di origine, la quale organizzò una fuga da Legnano, senza informarmi delle loro intenzioni. Volevano ingenuamente creare una spaccatura tra me e loro e pensavano di fuggire senza informarmi. Insomma non volevano proprio avere a che fare con me e la mia personale famiglia. Anni prima mio padre aveva acquistato una modesta abitazione a Legnano, pagando parte in anticipo e parte con lungo mutuo da estinguere negli anni a venire. Per caso, un giorno andai a Legnano con l’intenzione di salutare mamma e sorella. Come arrivai al portone d’ingresso, incrociai due giovani conoscenti di famiglia che non vedevo da più di dieci anni e mi informarono che sarebbero venuti ad abitare nella casa dei miei. “Come mai?” esclamai stupito. “Tua madre e tua sorella si trasferiscono a Sanremo e mi hanno affittato l’appartamento per ventimila lire al mese”. Rimasi doppiamente sorpreso: primo perché l’affitto richiesto era minimo mentre io a Milano pagavo per due buoni locali settantacinquemila lire al mese e senza garage. Poi perché non avevo avuto alcun sentore della progettata fuga. Convinsi i miei a rinunciare ad affittare ad estranei il piccolo appartamento di famiglia: io stesso avrei pagato tutte le spese di condominio ed il mutuo restante e da Milano mi sarei trasferito a Legnano, mettendo a mio carico tutti i costi di restauro e manutenzione. Mamma e sorella non furono contente ma alla fine accettarono l’accordo e così io dopo dieci anni di lontananza ritornai nella città famosa per le sue fabbriche e per la battaglia del 1176 contro il Barbarossa. Feci coincidere il mio ritorno con una mostra personale e nel contempo avevo proposto ai colleghi pittori la formazione di un patto sociale per cui chi avesse versato all’associazione una cifra mensile, avrebbe potuto godere di un prestito in caso di necessità, con l’impegno di rapida restituzione e con gli interessi. Avevo proposto una teorica società di mutuo soccorso. La risposta fu sprezzante: “Ognuno pensi agli affari suoi!” Da allora tutti quelli che dipingevano si allearono per combattermi ed arrivarono al punto di fare telefonate anonime per spaventare ed offendere mia moglie. Io ero visto come un pericoloso nemico da cacciare e non bastarono i carabinieri e la polizia per allentare la loro offensiva contro di me. Grandi e piccoli, bravi o pasticcioni, cercarono con l’aiuto dei parenti e degli amici di screditarmi in ogni modo per cui nessuno avrebbe comprato qualche cosa da me. Le mie opere erano solo porcherie e non valevano proprio nulla. Lascio a voi immaginare il mio disagio, tanto più che dovevo provvedere alla famiglia da solo, senza aiuti. La fortuna mi assistette facendomi andare a Bergamo, dove tenni due o tre mostre fortunate con temi anche religiosi, tanto da suscitare l’interesse della locale stampa. Apparvero grandi articoli con diverse immagini a colori di opere a carattere religioso. Feci pervenire domanda di esposizione con allegati articoli e giornali ad una grande galleria d’arte. La risposta fu molto importante per me e mi fruttò un contratto di esclusiva.

QUANDO L’AMBIZIONE SUPERA L’AMORE

“Ah! Tu vuoi fare il pittore e non quello che vogliamo noi?” Un pugno violento sulla testa, sberle sulle orecchie, calci nelle gambe e nella pancia. Andrea è a terra e piange a fatica perché il dolore gli mozza il fiato. A stento la madre lo sottrae all’inevitabile morte. La sorella Giuliana sorride felice. Ha sempre odiato il fratellino e lo vorrebbe volentieri morto a furia di botte. “Quello lì è un gasato e pensa di essere un artista invece è una merda. Vero, mamma?” La mamma annuisce ma non può vedere suo figlio morire sotto i calci del padre: “Si può fargli cambiare idea senza ucciderlo!” sussurra la mamma. Giuliana godeva profondamente quando il padre massacrava di botte il fratellino. Si può dire che non avesse per nulla istinti materni. Difatti era tozza, grassa, gobba. Lei godeva di essere considerata la più brava della famiglia, la migliore della classe. Prendeva bei voti, le borse di studio e i complimenti di tutti. Quell’individuo repellente che era il fratello pretendeva di studiare al tavolo della cucina con lei e magari a voce alta! Giammai, lui doveva stare zitto in gabinetto sul water e lì in silenzio doveva leggere, studiare e fare i compiti. Come il padre rientrava in casa ecco pronta l’accusa: “Pier Andrea mi ha picchiato tutto il giorno!” Ignazio compiva il suo solito rito: rivolto all’immagine di Santa Rita, illuminata costantemente da candele accese, si inginocchiava, mormorava alcune preghiere, si faceva il segno della croce e poi massacrava di botte il figlio Andrea. Questi si preparava ed andava a nascondersi sotto il tavolo della cucina, dove al massimo arrivava qualche calcio del padre. Quando poi l’ira del padre era svanita, con cautela usciva dal nascondiglio e la vita tornava normale. Andrea si adattava a tutto e si lasciava anche legare alla sedia perché come Vittorio Alfieri doveva studiare, studiare senza alcun divertimento né gioco. Appena il padre si allontanava di casa, era gioco anche saltellare legato alla sedia e scendere le scale per unirsi ai compagni nel cortile e giocare con loro. Quando Giuliana fece la spia al padre sul fatto che il fratellino scappasse di casa con tanto di sedia, allora il padre padrone disse: “vediamo ora se riesci a muoverti legato al marmo del tavolo!” E così lo legò al tavolo di cucina con tanto di marmo e fu per lui la fine delle sue evasioni. Verso i diciotto anni ebbe una profonda crisi depressiva. Sua madre diceva: “tu sei un mascalzone, un delinquente, tu vuoi farmi morire!”. Questo perché lui non amava quell’ordine di studi impostogli e voleva dipingere. Fu allora che fece una profezia che si rivelò purtroppo veritiera. “Tua figlia, al primo intoppo, cadrà e non si rialzerà mai più!” E fu proprio così. Dopo quarant’anni di solitudine, Giuliana ancora non riusciva a darsi ragione della sua vita sventurata. “Ma come? Io, la più brava di tutte le scuole, la professoressa di latino, sanscrito e lettere, brava donna e madre, sono stata abbandonata appena mi è nato il figlio? Ma come è possibile? E quell’imbecille di mio fratello, che non vale niente, è riuscito a sposarsi e tenere unita la famiglia! È una vera ingiustizia! Lui doveva morire! Così avevano detto le chiromanti e invece non è neanche morto! Che disgrazia! Interviene la mamma, ormai ottantenne: “Non piangere Giuliana! Tu e tuo figlio Gioacchino avrete tutto da parte mia. Abbiamo già fatto un vitalizio con i nostri soldi per tuo figlio. Non dovrà mai lavorare né preoccuparsi per tutta la vita! Invece lui, tuo fratello, dovrà guazzare nella miseria”. Interviene Giuliana interrompendo in lacrime la madre: “Io voglio anche l’appartamento di Legnano. Il papà aveva ripudiato quell’imbecille, quell’idiota! Lui non ha diritto a niente!” Interviene con dolcezza la mamma: “Ma su questo argomento non sono sicura. Quello scemo di tuo padre ha voluto che metà della proprietà fosse intestata anche a lui e non c’è alcuno scritto che escluda l’eredità di tuo fratello…” Stizzita, Giuliana riprende la lamentela con odio: “Spero allora che lui muoia subito o al più presto e che i suoi siano in grande miseria perché non si meritano altro: figli di due ignoranti come quelli!” Giuliana e sua madre erano due depresse e si sa quanto grave sia questa malattia mentale. La madre Clotilde Paretti morì di cancro a 86 anni di età. Non volle avere rapporti con il figlio anche se lui era andato a Lourdes a prenderle l’acqua benedetta. Una delle ultime volte che si erano visti a Sanremo, la mamma gli disse, parlando dei chiromanti : “Non sei neanche morto, ma guarda un po’…” come se la cosa le dispiacesse. Solo il padre, morto ancora giovane, a cinquantasei anni, ebbe modo di dire all’allora fidanzata di Andrea che con lui aveva sbagliato tutto. In un momento di serenità, prima della grave malattia renale che lo avrebbe portato alla tomba, confidò: “Non ti ho permesso di studiare arte e fare il pittore, perché nessun mago aveva previsto che tu avresti avuto successo!”. Andrea in realtà ha vissuto d’arte per quarant’anni e spera di continuare ancora. Ha mantenuto con decoro la famiglia e tutto sommato è soddisfatto.

NON PER CATTIVERIA MA PER INGENUITÀ.

Non sono esente da atteggiamenti che possano aver provocato reazioni a me contrarie. Fino alla maturità pensavo che io solo fossi il colpevole. Poi, progredendo nell’età ed essendo io stesso padre di famiglia, mi sono reso conto che non tutta la colpa era mia: i miei genitori erano brave ed oneste persone ma risentivano pesantemente dell’ambiente del ventennio fascista: “io voglio, posso, comando, ti ho messo al mondo io e ti ci levo quando voglio!” Olio di ricino e santo manganello valgono più dei santi in Paradiso e per chi non può permettersi i collegi svizzeri, funzionano bene calci nel culo, pugni in testa e sberloni sulle orecchie, la faccia nel cesso e le notti senza cena; nudi d’inverno, con il ghiaccio e la neve, ma va bene anche la brina; cinghiate di cuoio, possibilmente date con la santa violenza che toglie la pelle, e che il dolore bruci per almeno trent’anni, tanti cioè che il figlio impari ad obbedire alla volontà del padre, che a sua volta ubbidisce al Duce. “Chi sopravvive alla famiglia vale anche per il duce e il giovane italiano deve imparare a morire per la patria e chi muore per la patria è vissuto assai. Le signorine vanno bene nei casini per alleviare le fatiche del giovane guerriero. Le nobildonne sono a disposizione dei signori ufficiali che le possono usare secondo le esigenze e adibirle a quei servizi ritenuti utili a sollevare gli animi ai nobili combattenti. Quindi quelle signore erano sacre, a disposizione degli ufficiali e degne di ogni riguardo. Invece ai maschi di basso rango, cioè la truppa, più si spaccano le teste o le ossa, più si ricavano soldati abili a morire”: naturalmente mio padre aveva fatto suo questo guazzabuglio di “merdacce”. Chi non è buono per il re non è buono neanche per la regina! Appena giunto a Palermo, il maresciallo di caserma accolse me e i miei commilitoni con questa bella notizia: “Voi siete qui per imparare a morire” e ci buttò abiti e scarponi a caso, per cui qualcuno aveva pantaloni corti e qualcun altro troppo lunghi. Mangiare quello che si riusciva a prendere e litigi a pugni e calci erano alla base della mia vita militare. “Qui non siete né signori né dottori, solo numeri senza dignità. Qui siete solo carne da macello e i vostri superiori dal caporale in su sono Dio. Chi disubbidisce anche a un minimo ordine va alla corte marziale.” A me tutto questo faceva schifo ma per molti andava bene così. A Palermo sotto il sol leone nei mesi di luglio e agosto, in una piazza d’armi vasta e polverosa come posso immaginare un deserto, senz’acqua e senza ombra, venivo istruito ad ubbidire e a morire, dalle cinque di mattina alle dieci di sera, sempre sotto sforzo tranne che per qualche ora dopo il pranzo delle undici e dopo le cinque di sera, se non si era comandati di ramazza o di pulizia alle cucine. Noi giovani, impreparati alla fatica, eravamo soggetti ad uno stress incredibile. Di notte, un gran numero di “soldati” dava i numeri. Sapevo delle allucinazioni e del sonnambulismo ma mai mi ero trovato a tu per tu con questi fenomeni. Questi poveracci gridavano, scendevano dalle brande e mimavano combattimenti alla baionetta. I topi, grossi come gatti, uscivano dalle fogne e rubavano i nostri scarponi. Era tanta la degenerazione che mi divertivo a guardare il lavoro di questi animali: lasciavo che si avvicinassero alla branda, che azzannassero lo scarpone e lo trascinassero verso le latrine. Li seguivo fino al momento in cui lo scarpone stava per sparire nel cesso e poi me lo riprendevo. I sogni erano incubi e fra questi vedevo grandi vetrine di alimentari, di macellerie dove al posto delle teste di vitello erano esposte le teste dei preti con tanto di berretta. Vedevo all’interno salumi di preti e gustavo l’idea di azzannarli… Era tale la fame arretrata che l’idea di mangiare quelle carni morbide, mai toccate dalla fatica e dal sudore mi stimolava l’acquolina in bocca. Come mio padre, anche gli ufficiali militari erano convinti che gli uomini dovessero essere migliorati a punizioni e minacce.
A proposito dei comandanti militari, desidero raccontare che in questi giorni ho visto alla televisione un ultracentenario, ex soldato del 1915-18, una persona ancora molto lucida nonostante l’età, che raccontava un episodio della disfatta di Caporetto. In quell’occasione gli ufficiali comandarono ai soldati un assalto alla baionetta mentre il nemico mitragliava. Questo atto di disprezzo verso la vita dei soldati di rango inferiore significava morte sicura per tutti loro. Il vecchio soldato raccontava che metà della forza militare italiana si diede alla fuga e i rimanenti soldati alzarono le mani in segno di resa o si buttarono a terra nel tentativo di sfuggire alle pallottole. Non ha raccontato, come era lecito supporre, quante esecuzioni capitali comportò quel gesto di fuga di fronte alla morte. Sicuramente va meglio oggi per i soldati rispetto ai vecchi tempi ed alle vecchie consuetudini militari. Oggi chi vuol fare il soldato è un volontario ben pagato, cosciente dei rischi e perciò non più una semplice vittima.

ACCANIMENTO TERAPEUTICO

Quando una persona ha dei problemi irrisolti, che la preoccupano, prima di deprimersi o come reazione alla depressione, cerca un nemico con cui prendersela. Cerca una vittima su cui sfogare il suo malumore, le sue angosce e la sua rabbia. Immaginiamo pittori, professionisti o dilettanti che siano, che ambiscano ad un grande successo ma questo non arriva: è il momento per sfogarsi contro qualcuno e questo qualcuno ero io. Io, la vittima sacrificale, l’agnello da macellare, perché non potevo difendermi. Gli avvocati si rifiutavano e si rifiutano ancora oggi di difendere qualcuno quando ci sono personaggi ricchi e potenti da contrastare. Non c’è nulla da fare: mancano i testimoni, prove inoppugnabili. Tutto avviene nei salotti buoni, nei caffè, nei circoli artistici, lontano dalla vittima che in quel momento è debole, sola, senza amici fidati e coraggiosi. Pensate che ero l’argomento di dileggio e di insulti anche per professori e allievi del liceo artistico di Varese. Insomma tutti parlavano male di me ma, citando il mio nome, mi facevano sì una pubblicità negativa ma davano sempre più notorietà a quella persona che volevano distruggere. Arrivando poi agli articoli di giornali e pubblicazioni a livello nazionale delle mie opere, il mio nome si diffondeva a macchia d’olio attraverso tutta la penisola: un esempio di come la diffamazione aiuti la notorietà dell’artista. Insomma ho lavorato, ho creato, come dicono i competenti, molto e i mercanti piccoli o grandi hanno venduto tanto. Le mie opere sono state viste anche su isole e in regioni notoriamente di difficile accesso. Naturalmente gli indirizzi dei fruitori delle mie opere erano riservati solo agli operatori del settore. Suppongo che le mie litografie originali siano state acquistate nell’ordine di migliaia. Da Roma alla Sicilia, dalla Campania alla Calabria venivano richieste le mie opere. Era dunque il successo, pagato poco economicamente, ma ricco di sudore e di creatività. Tutto questo faceva arrabbiare ancora di più i miei denigratori, che andavano addirittura nelle gallerie a protestare sulla scelta dei miei lavori. “Ma perché proprio Vaccaro?” era la domanda che facevano ai mercanti e questo era il sigillo del mio successo. Più mi odiavano, più il mio nome cresceva di notorietà. Così vanno le cose del mondo. Se esiste la divina provvidenza, vuol dire che il destino mi ha riservato una vita difficile, piena di ostacoli, per poter alla fine scrivere questo romanzo italiano, con il quale mi propongo di ottenere due scopi: il primo è quello di confortare tutti coloro che si sentono vinti, incitandoli a non demordere. La vita è bella e va vissuta anche lottando contro le avversità. Il secondo scopo è il tentativo di riportare l’arte a livello umano. Sì, al conforto dell’umanità perché la lotta attraverso l’arte contro le ingiustizie è fallita ed ha ottenuto solo di rendere più ricchi i mercanti e più lontane da essa le masse popolari sofferenti.

DIFFAMAZIONI

“Vaccaro è volgare”. “Le sue opere sono commerciali”. Dovete sapere che i grandi padri dell’arte moderna e d’avanguardia disprezzano quelle opere nelle quali il “pubblico” riesce a vedere una mano, un volto, un corpo, un paesaggio, una natura morta. Salvo naturalmente quegli artisti schierati con il comunismo militante. Guttuso è considerato un grande anche se la sua pittura è “volgare” cioè figurativa e tutti possono riconoscere l’oggetto della rappresentazione. Guttuso afferma: “Io faccio pittura tradizionale, però appartengo al partito comunista e seguo tutto l’itinerario e programma politico.” Raffinata arte è per i padroni dell’arte d’avanguardia una tela bianca bucata e tagliata oppure una tela bianca con incollato un paio di occhiali, oppure del fango rappreso sbattuto su un supporto, vermi, carne marcia, buoi fatti a pezzi e tenuti insieme con la plastica. Tutto questo è raffinato e i ricchi capitalisti si commuovono di fronte a simili capolavori e piangono calde lacrime. C’erano parecchi pittori che non gradivano il mio ritorno e credevano di distruggermi perché vedevano in me un pericoloso rivale e sparlavano senza lasciare tracce ed io non potevo avere delle prove. Alcune frasi giunte alle mie orecchie: “Vaccaro è un fascista” “Vaccaro è un comunista!” “Ha sposato la moglie ricca” “Vaccaro è un cartellonista” “Vaccaro è vecchio (allora avevo circa trent’anni)” “Vaccaro è un illustratore e non sa cosa sia l’arte”. Infine, tra i più colti dei miei denigratori: “Vaccaro vende!” (secondo loro avrei dovuto vivere d’aria). Infine: “Vaccaro è obsoleto, è un maiale e dipinge donne nude”. Questi signori non si limitavano a sparlare di me. Offendevano anche mia moglie al telefono. Non solo questo ma andavano dai mercanti della zona come ho già detto e persino a Milano e con acredine rimproveravano coloro che mi facevano esporre o compravano i miei quadri. Tra le infinite nefandezze si davano da fare per cercare di impedire ai giornalisti di scrivere sulla mia pittura. Solo un paio di direttori de La Prealpina mi hanno dato la loro stima e fiducia ed hanno scritto articoli di proprio pugno con tanto di firma sulla mia arte, dando anche a me l’occasione di scrivere di me stesso. Così vanno le cose! Fra le infinite sciocchezze che i miei avversari raccontavano c’era anche la favola che Marisa, mia moglie, avesse sul viso un neo finto.
Due medici di notevole spessore, primari uno del reparto di chirurgia e l’altro di ortopedia, mi hanno seguito con amore ed interesse e persino ordinato centinaia di opere di grafica (litografie originali) che poi hanno regalato a tutto il personale ospedaliero della mia città. Lo scopo era quello di farsi ricordare con affetto sia da medici che da infermieri, e anche quello di diffondere il mio nome e le mie opere. “Vaccaro, lei è un vulcano!” con questa frase volevano significare la loro stima. Così, la lotta contro di me da parte degli altri artisti si è rivelata un boomerang contro di loro. Anche se con fatica e dolore, io ho vissuto da artista ed ho mantenuto la famiglia a dispetto dei nemici. Un benzinaio quando seppe che mio figlio si era laureato in legge, esclamò sorpreso: “Ma allora ce l’ha fatta!” Infatti lui frequentava le gallerie ed i mercanti d’arte e scambiava opere d’arte con benzina. Era informato sulla guerra contro di me scatenata dagli altri pittori. Pare che fosse in voga scommettere se ce l’avrei fatta oppure sarei stato destinato a soccombere. La sorpresa fu grande e da allora fece anche con me scambio di benzina con quadri. I miei avversari, invece, sono evaporati nell’anonimato. Ho avuto modo di conoscere una “gallerista” che imbrogliava i suoi clienti con le aste facendo interpretare da un “attacchino” di manifesti del comune, con tanto di barba, il ruolo di un pittore inventato. Vendeva come litografie originali delle volgari stampe fotomeccaniche di autori morti da tanto tempo e di cui lei disponeva il diritto d’autentica. Erano tutte opere false.

L’ARTE OGGI

Probabilmente si ripete anche per gli altri quello che è successo a me. Coloro che dipingono sanno che è molto importante avere prestigio. Penso che i pittori che operano nella stessa piazza o nelle vicinanze vengono inesorabilmente attaccati da tutti gli altri che con dabbenaggine credono di sbarazzarsi degli avversari parlandone male. Se un artista viene sostenuto ed introdotto da personaggi importanti, ricchi e potenti, allora si forma intorno a lui un corteo di sudditi pronti alle lodi, nella speranza di entrare nelle grazie di questo o quel signorotto che ha “il potere”. Se al contrario si è costretti a combattere da soli, ecco che tutti si aggregano con l’intenzione di distruggerti. Appena ritornato a Legnano, avevo commesso un grave errore ammettendo con sincerità la mia debolezza economica: questo è stato il segnale per scatenarmi contro l’odio di tutti. Per giudicare l’arte bisogna avere competenza, buona volontà e curiosità ma la stragrande maggioranza della gente non possiede queste qualità; invece è probabile che, per motivi propri, abbiano dei rancori da sfogare e trovino nel pittore debole la persona su cui infierire. L’odio aiuta a vivere e Gesù Cristo è venuto invano. Si odia molto più di quanto si ami e c’è un piacere folle nel tentare di distruggere ed affossare chi si trova in uno stato di necessità. Molti anni prima, un medico amante della pittura mi confidò che nella mia città si aveva stima solo di chi aveva successo. Chi ha successo può aiutare gli altri e tutti in qualche maniera hanno bisogno di sostegno. Il successo, da queste parti, significa un grosso conto in banca e vantare un giro di conoscenze, se non amicizie, importanti e considerate utili anche agli altri. Insomma malumore e insoddisfazione per affari personali ottengono con l’odio e la diffamazione l’effetto carambola. La gente si sfoga a distruggere il soggetto caduto male ed infierisce da vigliacco, dietro le spalle in modo che questo non possa ottenere ragione attraverso la giustizia: mancano sempre le prove e gli avvocati non sono eroi e si interessano solo di chi può essere loro utile e possa pagare parcelle importanti. Parecchi film degli anni Cinquanta rappresentano il difensore d’ufficio che afferma: “Mi rimetto alla clemenza dalla corte!”. In pratica in una piccola città, gli avvocati non ti ascoltano proprio e quindi si hanno solo due alternative: o vai via e ti trasferisci altrove oppure continui a lottare con tutte le tue forze ed io ho scelto la seconda soluzione. In un mondo come quello dell’arte, se un pittore non ha la fortuna di essere per famiglia e ricchezza al di sopra degli altri, in maniera visibile e tangibile, ha poche possibilità di sopravvivere. Esistono mercanti e gallerie che vanno dall’affittacamere a fondazioni e musei importanti. Le vie del successo sono legate a particolari condizioni favorevoli. Per tutti gli altri c’è la lotta in loco e per lo più si affidano a intrallazzatori affaristi privati anche dell’ultima ora. Esistono anche bande di malfattori che agiscono per truffare e poi ricattare il cliente. Insomma è una giungla. Questa situazione è purtroppo frutto di una cattiva gestione del sistema Italia. All’estero, in Svezia ad esempio, gli artisti sono considerati soggetti da proteggere: hanno diritto ad un alloggio studio; lo stato paga loro uno stipendio e, se le loro opere vengono vendute, ricevono un plus valore. Inoltre hanno importanti centri di cultura dove a turno, in ampie sale, possono esporre qualsiasi tipo di arte facciano. Da noi, vista la totale libertà del mercato dell’arte, vengono vendute bene le opere di chi viene oculatamente gestito e portato avanti da mercanti furbi e potenti con l’aiuto di critici importanti e l’appoggio dei mass-media. Per tutti gli altri c’è la lotta tra sciacalli e vince chi può avere più alleati e sostenitori e maggiori protezioni. Io ero un outsider e la mia pittura era tanto personale, forte, incisiva che un artista, che aveva visto una mia mostra, disse: “I tuoi quadri fanno letteralmente sparire quelli di tutti gli altri: avrai vita dura!”. Cosa è successo negli ultimi anni per portare la più totale confusione nel cervello del pubblico? Quella che viene indicata come l’evoluzione dell’arte è in realtà degenerazione. Si è passati gradualmente, fino a giungere all’assurdo, da una pittura accessibile a tutti fino a forme esasperate di contestazione sociale e politica come stracci, scatole di merda d’artista, oggetti pronti ready-made fatti assurgere a divinità artistica e via discorrendo. È successo di tutto e soprattutto “contro”. La popolazione ed i politici non riescono a seguire questa evoluzione e si affidano al giudizio tecnico di cosiddetti esperti del settore: musei, gallerie importanti, fondazioni, ecc… Ignorano che l’origine di tutto lo sconquasso trova la giustificazione in un atto di guerra politica contro il capitalismo. Gli appartenenti a queste correnti disprezzano l’arte della bellezza come serva di ricchi e potenti. Questi ultimi vogliono essere sempre una spanna sopra gli altri e seguono anche nell’arte la moda del momento. Si verifica una situazione kafkiana: i mostri prendono il posto del bello e le banche affidano la scelta delle opere ad esperti che in realtà sono “agenti contro” oppure semplicemente ignoranti o loro stessi degenerati. Quindi siamo arrivati ad una conclusione assurda. Si è considerata arte quella che ha un valore economico molto alto, al di fuori della sua essenza. Il mio errore è sempre stato quello di essere sincero con me stesso e di fare un’arte che fosse umana. Ho chiamato la mia corrente “Ritorno all’umano”, in cui emergono i valori umani utili a tutti gli uomini del mondo e non la novità per se stessa.

NAPOLI: ANDREA VACCARO DI NAPOLI E ANDREA VACCARO DI LEGNANO

Andrea Vaccaro di Napoli (1600) ed Andrea Vaccaro del 2000 nato a Pallanza. Dopo le ben note vicende militari della seconda guerra mondiale, negli anni ’40 e ’50 mio padre volle sapere qualcosa di più sulle origini della famiglia. Interessò diversi istituti per le ricerche araldiche e risultò che la famiglia Vaccaro era cadetta rispetto alla famosa famiglia del grande pittore napoletano Andrea Vaccaro. Risultò che il grande del 1600 ed i suoi figli vennero invitati in Spagna e che probabilmente lasciarono eredi non riconosciuti in Sicilia, da cui nacquero in seguito pittori ed artisti minori in quel di Caltagirone e discendenti anche nel ragusano, Scicli in particolare. Molto difficilmente e penso solo con la prova genetica si potrebbe risalire alla discendenza. Tuttavia qualche episodio può far pensare che vi sia un legame di genetica tra l’Andrea Vaccaro di Napoli e l’Andrea Vaccaro di Legnano. Il moderno Andrea Vaccaro dipinse ad esempio un grande quadro sulla Battaglia di Legnano, da tempo presso il Comando militare di Brescia. Questo dipinto ha caratteristiche di impostazione che fanno rizzare i capelli per la somiglianza con un dipinto del 1600 eseguito dal grande pittore napoletano Andrea Vaccaro. Il confronto avvenne casualmente su un’enciclopedia, della quale non ricordo il nome, in casa di conoscenti. Il dipinto del Vaccaro contemporaneo era stato concepito d’istinto senza conoscere per nulla quello del Vaccaro di Napoli. Ebbene: tutte e due le opere avevano in primo piano la testa di un guerriero urlante e sopra di lui minacciosa una spada che attraversava la larghezza del quadro. Sullo sfondo, sopra la spada, si accaniva la battaglia che nel pittore di Legnano riguardava la famosa battaglia del 1176 contro il Barbarossa. Coincidenze? Probabili ma tali da impressionare tutti quanti. Il cognome Vaccaro ed il nome Andrea hanno indubbiamente la stessa origine napoletana. Solo il nome Pietro per l’attuale Vaccaro di Legnano deriva dal nonno bottaio di Intra (Verbania).

RICORDI, LIBERE RIFLESSIONI, ED ISTANTANEE DELLA VITA QUOTIDIANA DI TEMPI PASSATI.

C’era una volta un bravo falegname di nome Pietro, che viveva a Intra, sul lago Maggiore. La sua bottega stava sulla strada che dal lungolago, dopo la svolta, corre dritta fino a Trobaso, costringendo il vecchio tramvai ad ansimare per superare la salita e lanciarsi poi verso la bella Premeno, lassù tra le verdi colline.
Fino a qualche tempo fa la si poteva riconoscere ancora per le sue vecchie porte di legno ad ante, apribili a seconda della necessità. Quella era anche la sua abitazione ed è lì che ho vissuto per i primi anni della mia vita. Dalla strada, per entrare in casa, si dovevano scendere due alti scalini e poi via, stanza dopo stanza, si arrivava al laboratorio: un vero trionfo di bianchi trucioli di legno ovunque, banconi, morse, scalpelli, sgorbie, raspe, saracchi, seghe, mazzuoli, pialle, martelli e tutto quel che serviva per il lavoro del nostro Geppetto. Nonno Pietro rimaneva poco tempo con me a lavorare nella sua fabbrica dei sogni. Doveva viaggiare, spingendo il carretto, carico delle sue opere e dei ferri del mestiere, per consegnare il lavoro svolto e per cercare nuove commissioni. A volte stava lontano parecchi giorni e notti, perché si inoltrava nelle valli vicine, dal Monterosso fino a Domodossola.
Quale gioia essere tra i piedi del mastro falegname! Tentare di segare, martellare, raccogliere trucioli da inserire nella stufa e nel camino di casa per accendere il fuoco e poi poter accompagnare il buon vecchio nei suoi piccoli viaggi ad Intra, a consegnare botti, a valutare il vino, a dar consigli, su e giù per le salite accanto al carretto che il nonno spingeva a mano. Quando il nonno era assente, ne sentivo la mancanza e mi consolavo disegnando sui muri e sui marciapiedi con il gesso avanzato dai muratori. La mamma lavorava a Legnano e la nonna mi portava spesso con sé in questa città industriosa, popolata da un’infinità di tute blu, dalle loro biciclette e da tanti grossi cavalli che trainavano carri di legno dalle ruote gigantesche. La mamma abitava nelle case popolari di via Carlo Porta n. 56, a circa due chilometri dal centro cittadino, in mezzo a prati coltivati e nei pressi della strada provinciale Saronnese e del Sempione. Poco distante scorreva l’Olona, già nera e sporca per i rifiuti industriali. Le case popolari erano due grossi palazzoni che disponevano di cortili interni per far giocare i bambini. Di questi poi ce n’erano una valanga e la compagnia era sempre allegra. Con la nonna andavo a fare la spesa, specialmente al mercato del centro, ed i miei occhi avidi s’impadronivano di tutto quello che vedevo. Tornato a casa, aspettavo che la nonna ritornasse dalla cooperativa Avanti con qualche foglio di carta gialla e azzurra e su di essa disegnavo tutto ciò che la mia fantasia mi spingeva ad esprimere. In mancanza di carta, usavo il gesso per disegnare sul cemento del cortile. La carta veniva poi usata per accendere il fuoco nella stufa, oppure veniva bagnata e compressa a palla in maniera che indurendo divenisse buon combustibile per i giorni a venire. A Legnano, il direttore tecnico della manifattura Cantoni era sposato con una nobile signora di Pallanza. La nonna frequentava la sua villa e lì giocavo con Mariolino, piuttosto vivace e birichino. La signora si divertiva a vedermi disegnare e di tanto in tanto mi regalava dei libri d’arte, che arrivavano al marito collezionista. Questi libri avevano le immagini stampate solo su una facciata del foglio, che sul retro era bianco: era su quella facciata bianca che io disegnavo e così sono giunti fino ai nostri giorni alcuni dei miei disegni.
Per uno strano scherzo del destino, possiedo una memoria tale da poter ricostruire, attimo dopo attimo, l’intero corso della mia vita; tuttavia ho sempre avuto difficoltà nel ricordare i nomi delle persone. Ho degli amici che sono stati miei compagni di scuola ma i loro ricordi sono bloccati all’indietro fino al periodo del Liceo scientifico di Legnano. In generale posso affermare che i ricordi delle persone che ho incontrato nella mia vita riescono ad andare indietro non oltre i venticinque - trent’anni, poi c’è la nebbia. Prima o poi mi deciderò a scrivere quel che ricordo perché ogni volta che ne parlo sembra che tutti si meraviglino alquanto.
Ricordo con grande nostalgia la bottega del nonno Pietro, la mobilia nera con colonnine attorcigliate, il gran pendolo con cavallo sulla cima ed il suo sonoro e tranquillizzante battere meccanico. La grande camera da letto era di un gradino o due più bassa rispetto all’ingresso, la cucina ed il salotto. Ricordo i grandi letti con spalliere di metallo decorato, i comodini ricoperti dal marmo e contenenti il vasino notturno. Il grande gabinetto alla turca e le grate alle finestre che davano sul retro, su un muro di fabbrica che non ho mai esplorato. Ricordo il marciapiede separato da losanghe lunghe in crescendo perché la strada è leggermente in salita. La strada, alberata solo da un lato, era di ciottoli di fiume fissati ed allineati in terra con paziente lavoro e nel centro correvano due file ininterrotte di larghe pietre rettangolari a formare il tracciato carrabile.
Ricordo la splendida gente povera ma dignitosa, che viveva di poco senza lamentarsi e con grande serenità. Ricordo la spontanea solidarietà e l’affetto della giovane donna che abitava poco lontano verso Trobaso al piano superiore, accanto all’abitazione di persone di “rango” sfollate da Gallarate. La bella signorina allora aveva ventisei anni e mi prendeva in braccio con amore e mi baciava ed accarezzava e permetteva, da vera mamma, che le toccassi il petto. Ricordo il “gallaratese” che aveva un anno più di me e possedeva tanti giocattoli, che non mi permetteva di toccare e, fra questi, mi si era impiantato nel cervello con invidia un minuscolo motoscafo di latta che navigava nell’acqua grazie ad una vera elica mossa dalla combustione di un batuffolo di cotone imbevuto di alcool: una meraviglia! Scendendo verso il lago, prima della curva, c’era una bancarella che vendeva giocattoli di latta: ogni volta che si andava da quelle parti, ero come un cagnolino che avesse l’appuntamento con il suo albero: mi fermavo goloso a guardare e a godere di quelle meraviglie con tanto di ruote e decorazioni gialle su fondo rosso. Auto scoperte come si usavano prima della guerra, modelli di limousine con spazio separato tra il guidatore ed il passeggero, protetto da signorile abitacolo. La passione per questi giocattoli, mai posseduti, mi ha portato all’età di ventotto anni, con tanto di strepitosa auto sportiva scoperta (Alfa Romeo duemila spider con tettuccio extra della Touring) e fidanzata, a fermarmi sul lungolago di Pallanza, dove mi sono sdraiato sul bordo di una fontana circolare con zampillo per far navigare una barchetta giocattolo appena comprata. Segnato da questa esperienza, considerata da tutti i presenti come gesto folle, feci in modo che i miei figli non avessero mai a desiderare di possedere giocattoli e gliene regalai loro di ogni tipo, allo scopo di impedire che da grandi avessero il benché minimo rimpianto e desiderio. Sono convinto che non è bene contrastare i desideri dei bambini, perché questi desideri non realizzati possono condizionare tutta la vita futura. Forse fu per motivi simili che sono divenuto pittore a tempo pieno: i miei preferivano che io mi divertissi a disegnare con il gesso dei muratori sul marciapiede di casa piuttosto che spendere soldi (che non avevamo) per regalarmi giocattoli.
Mia moglie si meraviglia per la ricchezza di particolari che ogni tanto le racconto sulle mie esperienze di bambino e mi guarda male, come se m’inventassi tutto. Eppure le vicende vissute non sono esagerate dalla fantasia o da una sgradevole volontà di protagonismo. Ad esempio mi ricordo perfettamente il corteo dei partigiani condannati alla fucilazione dai tedeschi. Era una bella giornata con cielo azzurro e terso. Mia nonna mi aveva portato verso l’imbarcadero di Intra per fare la spesa. Erano le dieci di mattina ed i negozietti di frutta e verdura erano frequentati da anziane donne vestite di nero. C’era una mamma orgogliosa del figlio vestito con la divisa azzurra dell’aviazione, che ostentava con grande soddisfazione il braccio ferito, steccato da un supporto di legno e fasciato con candide bende, la giacca elegantemente riversa sulla schiena a modo dei cosacchi del Don. Tutte le donne, compresa mia nonna, avevano parole di elogio per questo coraggioso e valoroso soldato. Nel cielo, un piccolo aereo da ricognizione attraeva il mio sguardo, mentre scrutavo se ci fossero nubi in arrivo. Nei giorni precedenti c’era stato maltempo, temporali con tuoni come cannonate che terrorizzavano mia nonna. Mi trovavo sotto la tettoia dell’imbarcadero, quando l’attenzione fu attratta da un corteo compatto, dignitoso, composto da alcune donne e molti uomini sui ventisette, ventotto anni, vestiti come operai. I primi della fila avevano cartelli al collo con la scritta “banditi”. Alcuni militari, pochi in realtà, li controllavano e davano ordini. Li fecero sostare davanti all’imbarcadero verso la Svizzera, poi li fecero girare e si avviarono verso Fondotoce. Nessuna emozione negativa traspariva dai loro occhi, qualche giovane mi sorrise: nessuno piangeva o si ribellava, nessuno tentava di fuggire. “Sono banditi” dicevano le donne ed anch’io non compresi la grande tragedia umana che stava compiendosi dinanzi ai miei occhi. C’erano anche dei camion scoperti con altoparlante e qualche personaggio vestito di nero e con berretto con fiocco svolazzante sul collo. Pareva che la popolazione accettasse come cosa naturale l’avvenimento: forse la miseria e l’impossibilità di conoscere la verità tarpava il giusto significato nelle menti di queste anziane donne, preoccupate di aggiustare un pranzo ed una cena. Solo molto più avanti nell’età mi resi conto della drammaticità dei fatti: ero stato testimone di un evento fra i più tristi della mia intera vita.
Più divertente e vivido, come fosse oggi stesso, ricordo il pomeriggio successivo all’otto settembre ’43, quando i militari abbandonarono la caserma e la popolazione andò a depredarla, chissà di che cosa! Anche mio nonno e mia nonna, con il sottoscritto, andarono alla caserma con il carretto, sperando di trovare qualche tesoro. Quando giungemmo tutto era compiuto: non rimanevano nemmeno le porte; era sparito tutto. Rimaneva solo un fucile e mia nonna disse “Ma che cosa ce ne facciamo?” così si tornò a casa favoleggiando di chissà quale tesoro, magari in frutta e verdura, che poteva essere stato stivato nelle cucine della caserma. La speranza era di trovare sacchi di patate che certamente avrebbero alleviato per qualche giorno la fame. Tanto più che se i soldati erano scappati, le patate sarebbero andate a male lo stesso: chi è vissuto in quei tempi conosce il significato di un sacco di patate!
Polenta e latte: questo era il cibo costante di tutti i giorni fin dopo la liberazione. Confesso che ero completamente nauseato dalla polenta, nel latte, arrostita (raffreddata e tagliata a fette messe poi a riscaldare sulla stufa) e ancora peggio il riso cotto senza condimento oppure riso e latte: una cosa da far mangiare per punizione ai peggiori delinquenti. Provate ad assaggiare la buccia delle patate arrostite sulla stufa: altro che cucina francese!
Oltre la casa di mio nonno verso Trobaso, più in là di circa trecento metri c’era il negozietto di un ciabattino. Per un accordo tra nonno Pietro e lui, ogni giorno avevo l’incarico di andare a riferire l’ora quand’era mezzogiorno e quando erano le cinque e mezza della sera. Vicino al ciabattino, piccolo, magro ma sempre allegro, c’era un altro buchetto dove si vendeva frutta e verdura: cavoli, verze che la nonna ci dava a pranzo in alternativa alla polenta; al solo ricordo mi viene da vomitare. Meno male che ogni tanto nonno Pietro lavorava nel suo laboratorio. Ero felice ed osservavo tutte le sue mosse: piegava al caldo umido di una stufa stretta ed alta (sulla quale c’era una pentola di acqua) le doghe per le botti e mi meravigliavo come l’esperienza e l’occhio del falegname non fallissero mai: dopo un certo tempo rovesciava la doga perché prendesse la giusta piegatura, quindi assemblava le doghe inserendole in cerchi di ferro finché, per magia, prendeva corpo la botte, alta più di me e che poi trasportava con il carretto all’osteria che ne aveva fatto richiesta.
Chitarre, mandolini, oggetti da cucina, ed anche violini: appese ai muri stavano le sagome di tutti questi strumenti che servivano a disegnare le forme volute che venivano tagliate in ogni loro parte e poi incollate con sapienti pennellate di colla di pesce, messa a riscaldare. Ai grossi banconi erano installate morse di diversa dimensione in cui stringere i legni da piallare ed ogni tanto il nonno mi concedeva di tentare l’uso di questi attrezzi. L’incudine era uno strumento dai suoni armoniosi: nel camino nonno Pietro arroventava ferri, che poi teneva con grosse pinze nere appoggiate sull’incudine prima di procedere con martellate esaltanti. Possedeva anche un tavolino di ferro bordato ai lati ed uno strumento rotatorio che sprizzava scintille a contatto col ferro da limare. Nonno Pietro era paziente, gentile con tutti e ricercato per dare giudizi su diversi argomenti: era un gentiluomo con la vocazione del “paciere”. Sapeva raccontare favole, aneddoti della vita militare come attendente del sig. Capitano nella guerra del 1915/18, sapeva disegnare con la sua matitona da falegname il cavallo con il carretto. Aveva un tratto secco e pulito e costruiva il disegno come un ingegnere che già conoscesse i punti esatti da raggiungere con la linea. A proposito di linea, mi ricordo che proprio accanto al marciapiede scorrevano i binari del tramvai sporco ma giallo, colore che ho sempre amato, ma che in quei tempi sembrava quasi terra di Siena. Con il nonno Pietro ho trascorso giorni felici. Il nonno ferrava gli zoccoli dei cavalli di cui io ero innamorato. La mamma che lavorava a Legnano, come impiegata alla Banca di Legnano, arrivava ogni sabato pomeriggio, sul tardi. Giungeva a Laveno con la ferrovia “nord”, poi attraversava il lago con il traghetto e prendeva il tram fino a casa. Stava con noi tutta la domenica e poi alle cinque di mattina del lunedì ripartiva per Legnano. D’estate non c’erano problemi ed era quasi un gioco, ma d’inverno era duro: freddo e nebbia. Anch’io mi alzavo alle quattro di mattina con mia sorella per accompagnarla all’imbarcadero e mi ricordo la nebbia fitta che gravava sul lago e penetrava nei polmoni con un suo gusto particolare non del tutto spiacevole. Essendo il nonno lontano con il suo carretto per lavoro, la nonna preferiva portare con sé anche i nipoti per accompagnare mia madre: non si fidava a lasciarci soli in casa e la cosa mi divertiva.
Ricordo anche un personaggio, povero di spirito ma assolutamente buono, dell’età di ventinove anni (al mio personale censimento) che veniva chiamato senza disprezzo “lo scemo di Trobaso”. Questa brava e pacifica persona, che non ho mai saputo dove abitasse, passava di fronte a casa mia tutte le sere, prima del tramonto, e ci faceva divertire mimando comandi militari e facendoci marciare, muniti di bastoni come fossero fucili. Naturalmente veniva ripagato con qualche monetina da parte dei nostri parenti. Era alto circa un metro e settanta, magro, con capelli lunghi sulla fronte ma sempre ben tagliati sul collo ed indossava giacche troppo grandi per lui, che gli conferivano assieme ad una andatura scoordinata e sbilenca quell’aspetto strano e buffo che colpiva senza malizia la fantasia di quei selvaggi che eravamo noi bambini.
Disegnavo per terra, su ogni tipo di carta, sui libri, biglietti da visita, carta da lettere, tutto l’immaginario possibile. Parenti, amici, conoscenti, estranei, cavalli, carretti, vita d’ogni giorno, tutto era buono per stimolare il mio “estro”. Ero gratificato dal gesto di offrire in regalo la mia opera, così come lo erano i miei genitori. Prima di andare a scuola, quando, avevo tre anni, disegnavo per mia sorella che aveva tre anni più di me e già frequentava la scuola elementare. Non solo disegnavo per lei ma anche per tutte le sue amiche: compiti di scuola, cartine geografiche, illustrazioni di temi, libri ricordo, tutto insomma. Quando poi anch’io frequentai la scuola elementare disegnavo per i compagni di classe e si era costituito un “mercato” gestito dai fratelli Viscardi. Essi vendevano i miei disegni in cambio di figurine e giornaletti traendone personali vantaggi. L’opera più pregiata era l’uomo mascherato sul cavallo bianco accompagnato dalla pantera nera. In quel periodo disegnavo con accuratezza di particolari splendidi indiani pellerossa che copiavo da illustrazioni apparse sui giornali a fumetti. Una delle caratteristiche del pittore e dello scrittore è quella di poter osservare, spontaneamente, senza sforzo e quindi ritenere nella memoria, in maniera sistematica, tutto ciò che abbia colpito i propri sensi collegandolo alle emozioni. La differenziazione avviene poi nel restituire le esperienze vissute: il pittore si serve del disegno e del colore mentre lo scrittore usa la parola.
Sia l’uno che l’altro hanno poi la possibilità di usufruire a piene mani sia della esperienza di vita, sia del citazionismo di cultura. Nei confronti dell’esperienza, ci si accorge poi delle profonde differenze di sensibilità che ogni individuo possiede in quantità e maniera diversa. In ogni disegno che ho eseguito da bambino allo stato selvaggio oppure da adulto acculturato esiste sempre il desiderio di possedere e conservare per l’eternità momenti magici che abbiano scandito il corso della vita.
C’è un piacere intimo, profondo, assolutamente personale che spinge a ricostruire sulla carta o sulla tela la causa della piena soddisfazione personale in una dimensione spirituale atta a continuare l’estasi ricollegando in un divenire continuo la più sincera emozione ad un ricordo eternamente stimolante. Questo è il motivo che mi ha spinto fin da bambino a disegnare tutto quello di cui la mia mente, la mia anima abbia potuto desiderare di appropriarsi. Fu l’amore sviscerato per i cavalli, la gente, tutto il mondo oggettivo e di fantasia che io desideravo possedere con il gesto ricreatore di un segno o di un colore atto a farlo rivivere dinanzi ai miei occhi. Tra le migliaia di disegni giovanili, quelli esposti al Museo del paesaggio di Pallanza sono i pochi che il tempo e l’oblio non abbiano divorato come Kronos divorava i suoi stessi figli. Perché sono giunti a noi? Semplicemente perché sono stati disegnati su un caro libro d’arte che ho sempre voluto tenere con me da circa mezzo secolo: erano e sono la testimonianza di un diario disegnato e scritto nel corso della mia fanciullezza, per cui ho nutrito sentimenti d’amore e di gelosia. Un tesoro nascosto che è vissuto solo accanto a me. Molti altri disegni sono stati recuperati da parenti ed amici.
Nel corso della mia fanciullezza ho avuto esperienze di vita in località a volte estremamente differenti: dalla dolcezza del lago fino all’asprezza dell’ambiente di Sicilia mentre Legnano mi offriva documenti di efficienza e di proletariato.
La normale attività di disegnatore avveniva su carte occasionali mentre ricorrevo al librone solo in assenza di carta normale. Il disegno o schizzo avveniva normalmente a matita, tanto per fissare l’idea, poi lo contornavo con l’inchiostro a china intingendo un pennino da scuola in piccoli vasetti di cui tutti hanno memoria. Essendo la rappresentazione di un ricordo, mi veniva spontaneo il commentarlo con la sincerità e l’ingenuità di un bimbo che non amava affatto la scuola. Ricordo che il gioco assieme agli altri bimbi era talmente attraente che mio padre mi costringeva allo studio ed alla lettura di un libro sempre più odiato (La storia del re santo, S. Luigi) legandomi ad una gamba del tavolo di cucina. Sinceramente sono sempre stato un pessimo scolaro!
Ogni disegno porta scritta la località ispiratrice e l’anno di esecuzione. I soggetti vanno dalla rappresentazione degli amati cavalli, ai quali parlavo come uomini, non appena potevo avvicinarmi ad essi, alla rappresentazione del bestiario allora comunemente visibile ed ora purtroppo introvabile: rane, uccelli notturni, topini e pecorelle. I maiali hanno rappresentato per me una felice esperienza: molto socievoli, intelligenti, buoni di carattere furono amici di gioco nelle campagne di Sicilia, quando dal 1945 in poi fui ospite di mia nonna e di suo marito acquisito dopo la morte di mio nonno vero. Questo personaggio rappresentava il concetto stesso dell’avarizia. Mia moglie non mi permette di dire che costui, dopo aver mangiato il pollo, dava a noi bambini le sole ossa, affermando che erano molto buone. Tralasciamo altri particolari e pensiamo al gatto di casa, capace di aprirsi le porte come attualmente si vede alla TV in qualche spot pubblicitario di cibo per gatti. Il cagnolino Dick, concesso come amico ma subito tolto di mezzo per non pagare la tassa, conigli, ippopotami, asini e muli oppure personaggi che popolavano la scena della vita quotidiana di allora: operai in sosta a mezzogiorno in attesa di riprendere il lavoro, artigiani, ambulanti, scene da baraccone come il “calcinculo”, giostre di cavalli, artisti da circo, statue, fontane baroccheggianti, intraviste e sviluppate con la fantasia, figure riprodotte da libri e così via. Infine il grande idolo della mia fanciullezza: nonno Pietro.

IL PADRE DI MIO NONNO

Era anche lui falegname ed era nato in un paesino, che non ricordo, sito nel bel mezzo della famosa Centovalli che collega la Svizzera all’Italia. La Centovalli è una straordinaria strada stretta a strapiombo su burroni a volte ripidi da far paura, ma in generale così belli per la ricca vegetazione e per i prati delle montagne che si ergono imponenti dal fondo, da quella gola sul cui letto scorrono le limpide acque di un fiume o torrente che sia, acque a volte vorticose ed a volte tranquille, che devono scavarsi il passaggio in un letto ricco di massi e di trote. Attualmente esse, quasi al termine della loro corsa, vengono raccolte in un laghetto che alimenta una centrale elettrica in territorio svizzero; infine si gettano nel lago Maggiore. Il figlio, mio nonno, decise di trasferirsi ad Intragna e poi da lì a Intra.

IL CORO DELLE NONNE

“Pier andreaa, vegn a cåå, disgrasiàa!”
“Luciano, vegn a cåå, ràbambii!”
“Francescuu, vegn a cåå, brúta troiaa!”
“Felizii, vegn a cåå, brúta lögiaa!”
“Luiss, vegn a cåå, bestia d’úna bestiaa!”
“Marioo, vegn a cåå, sacramento d’ún demonii!”
“Giulioo, vegn a cåå, porcu’n d’ún troiúnn!”
“Sàndar, vegn a cåå, brút sumarú d’ún sumarúu!”
“Ernestuu, vegn a cåå, troia d’una troia vacca!”
“Albertoo, sacranún d’ún cristúunn, vegn a càå!”
“Angiull, sacramembal d’ún rembabii, vegn a càå!”
“Bruunoo, vegn a cåå, brút disgrasiàa!”
“Giorgioo, brút encefaliticuu, vegn a càå!”
“Tinoo, vegn a cåå, va ca ta scepu ul cúu!”
“Paoloo, vien casaa!vúto vègnere casa si o noo!”
“Francescuu, vegn a cåå ca ta foo drizzaa la scena!”
“Tonii, vien casaa!có te vien casa te batto dritto e roversooo!”
“Bortoloo, fiol d’ún can, vúto vegnere casaa, bruto demonioo”
“Tonii, vien casaa, chel porseo de to paree!”
“Linoo, porcoo e foraa!va in mona to maree! vien casaa, ebete d’un ebetee!”
“Armandoo, crapún d’ún testúnn, vegn a cåå, cò de legn!”

E così via per tutto il giorno. Poverette loro, non riuscivano a trattenere in casa quei demoni scatenati. L’irrequietezza di questi bambini, liberi come il vento, li portava dovunque ci fosse pericolo. Queste nonne avevano una grande responsabilità, dovevano rispondere alla figlia o al figlio dell’integrità di queste anime disperate che facevano di tutto per farle tribolare. Oh tempo, che fuggi e non perdoni. Potesse ritornare quel tempo! Le povere nonne avevano veramente ragione a preoccuparsi. Pensate che i disgraziati che eravamo noi, maledettamente incoscienti, arrivavamo a spingere i più piccoli quasi dentro i tombini, creando un pandemonio di urla e strepiti finché arrivava una santa persona che salvava il poveretto e distribuiva sberle a tutti quanti.
Quando gli operai rompevano la strada per installarvi le tubature necessarie per gli usi civili e lasciavano le fosse indicate da una lanterna ai margini, gli indemoniati levavano la lampada e poi stavano a guardare se qualcuno di sera cadeva dentro la buca. Per fortuna qualche adulto si accorgeva in tempo del tranello ed evitava così conseguenze piuttosto imbarazzanti ma non giurerei che veramente non sia caduto dentro qualcuno. Qualunque cosa succedesse non c’erano vendette. Qualche bestemmia e via andare. I sassi, che le bande avverse si tiravano addosso, erano sassi autentici, sassi veri e, quando arrivavano in testa, facevano danni seri. Erano vere anche le testate e i pugni e gli occhi diventavano neri e non c’erano bistecche per far passare il gonfiore, come più avanti si sarebbe usato: in quel periodo si mangiava il lardo, tenuto sulla finestra stando in guardia che il gatto non lo rubasse.
Devo spendere qualche parola per illustrare cosa erano le case popolari di Via Carlo Porta.
Esse erano state concepite in piena epoca fascista non per creare ghetti ma per realizzare un tipo di abitazione funzionale, moderna e sana. Infatti esse sembravano più un castello, con tante finestre e balconi per dare aria e luce, con all’interno un vasto cortile adibito ai giochi dei bambini. Inoltre possedevano anche dei giardinetti, elementari, semplici e con qualche albero. Il cortile si articolava in maniera da estendersi come una “U” per quanto riguardava il numero civico 56.
La costruzione gemella, al numero 58, era più simmetrica avendo a destra e a sinistra due grossi cortili divisi l’uno dall’altro da zone verdi con opportuno passaggio da un lato all’altro. L’intero quartiere era sito in estrema periferia, verso Castellanza. Tutt’intorno prati coltivati, ad eccezione di collinette adiacenti al numero 56, costituite dai resti degli scavi eseguiti per la costruzione delle abitazioni. Queste collinette erano il punto di gioco più importante. A sud esistevano campi degradanti verso il fiume Olona. Alla sinistra, accanto ai campi, c’era un grande giardino cintato da mura alte e ben costruite con un grande cancello di metallo. All’interno venivano coltivati alberi da frutta che erano oggetto delle nostre furtive attenzioni. Per almeno cinquecento metri esisteva vera campagna. A nord-est troneggiava la mole imponente della chiesa dei frati, anch’essi protagonisti della vita di quella zona. A nord, campagne con boschetti e veri boschi, dopo la strada Saronnese e l’autostrada. Insomma era un nucleo abitativo sufficientemente funzionale che garantiva ai bambini libertà di movimento e relativa sicurezza, anche se i figli di nessuno si spostavano in gruppi verso le situazioni più pericolose, come l’autostrada non custodita, il Sempione e il fiume Olona e anche oltre, in tutte le direzioni, in mezzo alle coltivazioni di granoturco, di cui i più grandicelli usavano la barba della pannocchia per farsi una grossolana sigaretta e noi piccoli "prendevamo in prestito" le pannocchie per arrostirle su qualche focherello e poi mangiarle. Non c’era possibilità per le donne anziane di controllarci e tutto si limitava a richiami vocali e punizioni corporali. Esisteva anche la possibilità per le donne di servirsi di lavatoi essenziali ma funzionanti e di spazio sulle terrazze del tetto per stendere la biancheria ad asciugare, anche se allora le donne preferivano stendere al sole ed all’aria le lenzuola sui prati di fronte agli edifici.

LA POTENZA DEL CINEMATOGRAFO

A Castellanza, abbastanza vicino alle case popolari di Legnano, ci si arrivava a piedi. Mia nonna ogni tanto mi portava con sé a vedere quei film basati sulle sofferenze delle povere donne, tradite nell’amore, che partorivano sempre figli di nessuno e che finivano in convento tra le suore a piangere, e piangevano anche le vecchie donne che andavano al cinema, tra cui mia nonna, che poi continuava a piangere anche al ritorno, per la strada, dove altre donne piangevano e dicevano che non si erano mai divertite tanto! Appena entrati nella sala buia del cinematografo Il castello, già si sentivano lamentazioni e soffiate di naso e pianti singoli e poi corali che crescevano d’intensità a seconda della scena che appariva sullo schermo. Io mi annoiavo molto fin dall’inizio, perché - da sempre e tuttora - le faccende ginecologiche con i loro tragici frutti mi davano sinceramente fastidio. Questo invece era l’argomento preferito delle donne del cortile, che si inseguivano sulle scale a raccontare dei loro uteri estroversi, delle loro ovaie infiammate, dei loro dolori al basso ventre e di tutte queste amenità che affliggevano le fanciulle con i loro mestrui, anzi sante regole, con le loro infiammazioni ed i piccoli vermetti bianchi, chiamati ossiuri, che dall’ano passavano all’orifizio vaginale e le faceva diventare ninfomani fin da piccole. Sembrava che il sesso femminile ed i suoi prodotti fossero l’unico argomento di conversazione delle femmine della zona. Dei pidocchi in testa non ne parlava nessuno, né della guerra, né della fame ma solo ed esclusivamente di un certo “scaricare” bambini in seguito a certe pratiche molto diffuse ma mai esplicitamente menzionate. Insomma il genere femminile si piangeva addosso ogni istante per il fatto di portare fra le cosce qualcosa che le puniva con i dolori che solo loro sapevano come erano forti o portandole immancabilmente ad essere usate, maltrattate, tradite, punite, vilipese e con appresso un bagaglio ben più ingombrante di una borsa da spesa o di una valigia. Insomma non ne potevo più di sentire queste lagne femminili eterne, che mi facevano pensare, come dicevano loro, che gli uomini sono mascalzoni, sporcaccioni, egoisti, villani, maleducati e soprattutto traditori. Le donne erano sempre state vittime, avevano fin dalla nascita una pesante croce da portare, avevano sempre dolori alla pancia, più in basso, erano stitiche e avevano costanti e persistenti minzioni brucianti. Dovevano ricorrere quasi ogni giorno al clistere, maledetto, che infliggevano anche a me, con acqua bollente che mi arroventava le viscere anche quando non c’era alcun bisogno. Non ero quindi per nulla contento di essere costretto per due ore a stare fermo in un cinema puzzolente, che sapeva di piscia e di merda, dove c’era un piccolo esercito di vecchie streghe dal fiato fetido che piangevano a gran voce senza ritegno. Ogni tentativo di fuggire dal preambolo dell’inferno veniva drasticamente punito con sonore sberle sulle orecchie, sul naso e sui denti. Allora mi giravo sgomento per vedere quelle scalmanate nel rito del pianto e della lamentazione, osservavo con terrore il liquido schifoso che scendeva da quei nasi impuri e sempre bagnati da un eterno raffreddore, quel moccolo limaccioso che si tiravano via con il dorso della mano e che poi stendevano accuratamente sulle loro vesti sporche, laide, lunghe, unte di ogni porcheria. C’era da diventare omosessuali, se non fosse che la natura ci ha dotato di certi attributi organici, che man mano che si cresceva immettevano nel cervello certi bestiolini che mi avrebbero poi talmente condizionato in futuro da cercare, desiderare quegli scherzi della natura, definiti donne. Allora quelle vecchiacce mi terrorizzavano; quando poi cercavano di farmi dei complimenti, allungando quelle orrende mani rattrappite e sporche e sorridendo con quelle bocche sgangherate, con uno o due denti, mi mettevo ad urlare come un ossesso e scalciavo come un mulo. Figuriamoci se riuscivo a guardare Luciano Tajoli, Amedeo Nazzari e tutti i loro predecessori. A casa poi, per qualche giorno, continuava la fontana della lacrimazione e poi c’era il commento delle donne del vicinato: “Proprio un bel film; una storia vera; poveretta; e la Madonna? E come pregava in ginocchio? E la grazia? E quel porco? Ha avuto quello che si meritava!; Ah, quella santa donna, povere donne, povere noi!” e giù lacrime. Così passava il tempo della guerra tra lacrime vere per faccende inventate, senza accorgersi di una realtà vera e drammatica! Sic et simpliciter... Da sempre chi comanda sa come far dimenticare le proprie malefatte indirizzando su falsi obiettivi quelle che dovrebbero essere vere lagnanze. Fin da piccolo ho sempre avuto la convinzione, mai smentita, che i potenti si servono dei deboli cervelli delle donne per ottenere quello che a loro fa comodo: basti osservare quel che i politici fanno alla soglia del duemila circuendo le mamme, le nonne, le zie, tanto più che le donne hanno sempre ragione, sono più intelligenti e non sbagliano mai! Lasciamo perdere questi odiati film che ogni tanto, sotto le elezioni, ci vengono riproposti dalla televisione assieme alle struggenti storie di sante, di vergini martiri, di madonnine che piangono e tutto il ciarpame che il clero ha sempre usato per ottenere i suoi loschi interessi materiali. Non mi si dica che i preti perseguono un fine spirituale: da sempre vogliono il potere temporale, altro che limitarsi all’esaltazione dello spirito e delle sue virtù.

LA MORTE DEL BAMBINO

Si era in inverno e avevo sette anni. Mi sentivo felice per essere al centro dell’attenzione: dovevo operarmi di appendicite. In quel tempo c’erano malattie di moda. Quell’anno andava di moda operare l’appendice. Poi andò di moda operare le tonsille, le adenoidi ed i volontari non mancavano mai. Io ero uno di questi. Ricordo il lettino operatorio, le spennellate di un liquido disinfettante di colore marrone caldo, con striature sulla pelle giallastra ed ocra. Mi avevano messo nudo con il pisellino all’aria e l’avevano pure spennellato. Sopra di me una lampada rotonda con varie luci incorporate. Persone con la mascherina bianca sulla bocca ed il cappello tipo padellotto verde acqua sulla testa, grembiule pure lui verde acqua e le mani coperte da guantoni. Dal di dietro mi misero una maschera piuttosto corposa sul naso e la bocca ed incominciarono ad incidere sul ventre. Non ebbi tempo di urlare che già ero sprofondato nel mondo dei sogni. Anzi, non ricordo proprio nessun sogno. Non c’ero più. Mi ritrovai più tardi in una stanzetta con altri tre bambini. La degenza fu complicata da un’infiammazione all’inguine e al piccolo pene. Siccome si era ricoperto di pustole che si attaccavano alle garze, ogni giorno mi facevano fare un bagnetto in acqua borica per staccare le garze e per cercare di guarirmi: io ero piuttosto terrorizzato dal dolore. Nessun medico capiva cosa fosse e dopo una girandola di “esperti” conclusero che nessuno aveva capito niente. Una mattina si fece avanti sull’ingresso della porta un omaccione nero e baffuto, due braccioni da manovale del sud ed un siringone tremendo che voleva ficcare nel mio piccolo pene, già dolorante e vistosamente allarmato. Urlai come una bestia consapevole dell’imminente macello e fuggii a gambe levate per tutto il padiglione dell’ospedale. Si convinsero alla fine che era meglio lasciar fare alla natura e mi lasciarono tranquillo. La degenza superò il mese. Non guarivo ma ero sufficientemente curioso per andare in giro a curiosare. Finii così in una stanzetta dove in un lettino stava morendo un bambino della mia età. Peritonite! Lo assisteva solo la mamma, una donna del popolo come ce ne sono a milioni. In silenzio ed in piedi mi accostai alle sbarre del letto. Vi rimasi tutta la mattina e poi tutto il pomeriggio e non vidi entrare nella cameretta né medici né infermieri né suore. Il bambino affrontava da solo la morte ed era coraggioso e determinato. Mi domandai fra me e me dove stessero le suore, che nel mio cervellino pensavo dovessero essere ad assistere il morente ed a consolare la sua agonia. Non vidi nemmeno la lugubre tonaca del prete. Pensai che per un bambino del popolo bastava farlo morire da solo, mentre suore, preti e frati erano affaccendati a portar conforto ai “supersciuri” della clinica dei paganti. La gente di classe, i ricconi non si mischiavano con il popolaccio. Andavano a farsi curare nella casa di cura: nome altisonante, che da solo dava l’idea di ammalate preziose avvolte in vestaglie favolose, sopra a camicioni ripieni di orpelli costosi e svolazzanti. Ed immaginavo stuoli di medici in pensieroso consulto, le fronti accigliate, le mani dietro la schiena e stuoli di preti, frati e suore in ginocchio ad intonare canti gregoriani, inni alla Madonna, picchiarsi il petto ed invocare la grazia per la grassa signora. Per il bambino morente, niente. Solo la mamma, perché il papà probabilmente era in fabbrica. Oppure non c’era più. Poi c’ero io ed ascoltavo e vedevo quello che il bimbo diceva e faceva in attesa: “Non piangere, mamma. Domani sarò in paradiso!” e vomitava dalle orecchie, dal naso, dalla bocca

BATTIPANNI E SGABELLINO

Come si sarà compreso io sono cresciuto accanto alla nonna.
La mamma al lavoro, praticamente non l’ho goduta mai. Dai diciannove anni in poi l’avrò vista tre o quattro volte, dato che il sottoscritto si era allontanato da casa e la mamma aveva preferito rimanere con la sorella. Non sono io che ho voluto la lontananza e la separazione ma proprio loro. Se stanno bene così, sono contento: nella vita non si può avere tutto e ci si deve adeguare. Mio padre, poveraccio, è morto da più di trent’anni e gli unici parenti che possiedo stanno quattro o cinque a Scicli e un paio a Pallanza. In compenso la nostra famiglia è compatta e felice.
Ritornando alla nonna materna Maria, ricordo con divertimento ogni qualvolta ella intendeva punirmi. Siccome io sono sempre stato di alta statura fin da piccolo e lei invece era una piccola donna piuttosto in carne, quando riteneva di punirmi per le mie malefatte ricorreva, similmente ad un domatore, al battipanni per costringermi in un angolo della casa e poi ad un seggiolino di legno, come s’usavano una volta, su cui salire e poi rifilarmi la sberla.
Tutta l’operazione era per me molto comica ed otteneva il risultato di farmi sganasciare dalle risate. Povera nonna Maria, come poteva star dietro e controllare una birba come me? Qualche volta papà Ignazio elucubrava sistemi sperimentati in campo di concentramento, magari contro di lui. Così con la catena di un cane e le manette mi agganciava al tavolo della cucina, con la speranza che io leggessi e studiassi. Poveretto: si illudeva che io fossi come Vittorio Alfieri, ma si sbagliava di grosso. Ero nato libero e ribelle e tale sono rimasto per tutta la vita. Il professore di filosofia al liceo scientifico di Legnano mi diceva che “possedevo una mente filosofica” e pertanto non mi interrogò mai, nonostante le mie richieste, e mi gratificò sempre con l’otto di voto. Tuttavia, questo vantaggio si trasformò in svantaggio perché studiai poco e, colmo della sfortuna, quando feci l’esame di maturità fu la prima volta che fummo obbligati a portare tutte le materie dei cinque anni in tutte le forme possibili. Gli ultimi due anni scolastici furono per me un brutto affare, poiché finii per lunghi mesi ogni anno all’ospedale per fratture varie e complicazioni cancrenose, fortunatamente guarite. Ebbi però il ginocchio sinistro disastrato e continuai per molti anni a rimanere dolorosamente impedito. Le ossa improvvisamente si incastravano e non riuscivo più a distendere la gamba. Tutto passa e passai anche la visita militare portando con me un malloppo di carte che certificassero il mio disturbo. Non ne tennero conto e mi fecero subito abile (di prima categoria).Tuttavia, mentre ero a Milano in via Mascheroni per la visita dei tre giorni ,mi ammalai di orecchioni. Mio padre fece tutto quello che si doveva per avvisare di questo inconveniente lo Stato. Venni addirittura dimenticato. Non partii con lo scaglione giusto e dovemmo fare corsi e ricorsi perché lo Stato si ricordasse che dovevo fare il militare. Finalmente dopo sei mesi arrivò un ufficiale medico che ci ringraziò, sentenziò che erano stati orecchioni e mi rispedì al servizio militare abile di seconda categoria. Insomma, grazie all’organizzazione militare mi son fatto almeno sei mesi di più degli altri, raggiungendo i ventiquattro mesi. Mi fecero specialista al tiro della contraerea, ma vi assicuro che sarei più pericoloso io del nemico. Speriamo non si servano mai di me, nell’interesse di tutti.

LA STRADA DI VIA CARLO PORTA 56

Via Carlo Porta venne asfaltata solo dopo la fine della guerra. Prima era uno sterrato con polvere bianca. Bastava un acquazzone e si formavano ai miei occhi fiumi, cascatelle e laghi. I bordi della strada divenivano torrenti limacciosi con marezzature vorticose che aggredivano l’ostacolo e lo superavano scivolando sopra e poi ricadendo come cascate, mentre il resto della corrente girava intorno ad esso e si riuniva al flusso principale innalzando onde di barriera che correvano parallele, fino a sfociare in un lago ricco di acque e dal corso più placido. Un tuono ed un altro ancora e la pioggia si faceva più fitta e d’estate assieme ad essa gli angeli del cielo bombardavano i peccati dell’uomo con mitragliate di porfidi di ghiaccio, piccoli, medi ed anche grossi come ovetti di colombo. I bambini di via Carlo Porta, vestiti con le sole mutande, sguazzavano felici in mezzo al fango e facevano barriere con i loro corpi alla violenza del fiume che aveva invaso la strada. Bastava un poco di luce tra le nubi e l’acqua smetteva di cadere. Il fiume defluiva nei tombini che ribollivano e gorgogliavano. Alcuni rivoli larghi una decina di centimetri continuavano imperterriti a scorrere, modellando come demiurghi forme strane che assomigliavano a quanto piaceva immaginare alla nostra fantasia. Con un bastoncino, un gambo di fiore spontaneo o una foglia si dava forma alla terra molle e simile a creta. Le cascate divenivano più alte e le acque rombavano cadendo in giù. Io amavo i laghi e con le mani formavo delle recinzioni in maniera da formare argini e fermare la corsa dell’acqua. Qualche altro bimbo creava con le pagine dei quaderni di scuola barchette di carta e le ponevamo in gara all’inizio del fiume che iniziava a discendere verso l’incrocio di via S. Francesco d’Assisi. Vinceva il proprietario della barca che riusciva ad evitare gli ingorghi ed i risucchi nei tombini ed arrivava veloce fino al mare dell’incrocio. Io non ho mai vinto, ma aspettavo con gioia i temporali e quelle saette e quei lampi e quei tuoni come il peana di noi poveri e felici bambini. L’estate ci portava lontano nei prati e tra i boschetti. Qui si costruivano capanne da offrire alle fanciulle che ne approfittavano volentieri, scegliendo a capriccio il compagno del momento, tra l’invidia generale degli esclusi, poco pazienti e piuttosto lamentosi. Inventavano allora vipere comparse all’improvviso, rospi e rane inesistenti per poi infilarsi a rompere l’idillio agreste. L’estate era il tempo dei giochi con le carte all’ombra delle case o delle robinie. L’estate era il tempo delle sfide a chi avesse più coraggio e maggiore abilità: salire sui piloni della corrente elettrica ben oltre il permesso, oltre il fil di ferro spinato messo a segnare il valico oltre il quale si veniva folgorati; la sfida a chi sapeva tuffarsi nell’Olona, anche se topi e rane o rospi abbondavano; saltare il filo spinato che i contadini mettevano a protezione dei loro alberelli da frutto: io ci sono cascato proprio addosso al nodo ferrato e mi sono lacerato per bene dietro il ginocchio; ferita dolorosa che non guariva mai e mi ha lasciato una evidente cicatrice. L’uso di ragnatele come coadiuvante non serviva a nulla. Si facevano anche gare meno pericolose: a chi “defecasse” più in fretta e ne facesse di più; a chi “pisciasse” più in alto, più lontano e più in quantità; a chi “sputasse” di più e più lontano. Le più grasse risate ed il divertimento più travolgente avvenivano in cantina, dove c’erano i lavatoi in pietra grezza e quasi mai frequentati dalle mamme e dalle nonne. Riuscivamo a farci donare pezzi di camera d’aria delle biciclette. Quindi le infilavamo nel rubinetto e facevamo entrare l’acqua a tutta forza, chiudendo la fine del budello stesso. L’acqua penetrava potente ed allargava la gomma dando l’impressione di gonfiare un enorme pallone bislungo. Molto spesso, la gomma scoppiava allagando tutto l’ambiente ed infradiciandoci tutti. Altre volte, più fortunatamente, si riusciva a staccare il gommone ripieno tenendolo ben stretto fra le mani e si correva così in cortile a cercare innocenti sui quali rovesciare la bomba d’acqua. Finiva tutto in risate, nessuno si lamentava tranne le mamme e le nonne. Un divertimento da competizione era l’“aquilone”. Tutti eravamo super maestri, la nostra manualità era pari alla voglia di giochi e di divertimento. La gara consisteva nel costruire con leggerissime bacchette di legno, ma anche con quelle degli ombrelli più o meno regalati, aquiloni semplici ma ricchi di frange e balzelloni colorati. Chi aveva la coda più lunga e riusciva a lanciarlo più in alto vinceva. Seguivano poi corse notturne con scontro di crani e visione accurata di stelle vere oppure racconti di fantasia. Si parlava anche di un’arma segreta per far precipitare gli aeroplani, fermando loro il motore: bastava riempire una tinozza di zinco con l’acqua e poi aspettare che passasse qualche aeroplano. Questo avrebbe dovuto, secondo magia, precipitare ma fu sempre una grossa disillusione. Gli aeroplani continuavano nel loro lento, monotono volo finché il brusio del loro motore non si perdeva. L’atto di maggiore coraggio era costituito dall’inseguire i traballanti camion, specie quelli che portavano uno svolazzante tendone, e cercare di salirvi. Un poveretto però non ce la fece e fu travolto dalle ruote. Il mese di agosto era troppo caldo e ci riduceva all’ombra seduti a giocare con le noci di pesca: cinque noci che venivano lanciate in aria e dovevano essere prese al volo, partendo dal lancio di una sola da riacciuffare contemporaneamente ad un’altra appoggiata sul pavimento, poi due, tre ed infine quattro. Vinceva chi riusciva a raccoglierle al volo tutte e cinque. Per i freschi organismi di allora erano solo quisquilie. Alla mattina, meno calda, si effettuavano tutti i giochi da cortile: salto alla corda in tutte le varianti e giochi saltellando entro quadrati numerati segnati per terra oppure giro-giro tondo ed infine moscacieca. L’autunno portava venti simpatici che facevano mulinelli sulle strade con le rosse foglie cadute: noi le seguivamo e prendevamo più foglie possibili. Man mano che iniziavano le monotone piogge, i giochi si trasferivano sulle scale e la vita viaggiava sempre in allegria. Chi ha la mia età sa che a Legnano la neve incominciava ai primi di novembre e durava spesso fino a marzo. Mamma mia che felicità: spalare la neve, fare palle di neve e bombardare chiunque, costruire con la neve pupazzi sostenuti all’interno da scope e qualche volta ci mettevamo qualche bambino ingenuo che poi non si divertiva più e cominciava a piangere. Proprio dinanzi a casa mia esisteva un campetto un poco elevato che finiva sul Sempione. Si iniziava con una palla di neve e poi la si faceva rotolare nel bianco manto finché raggiungeva ragguardevoli dimensioni, quindi la si faceva precipitare sul Sempione in mezzo al traffico difficile che si veniva a creare. Poi a turno ci si sdraiava con il fondo dei pantaloni in una discesa ed a furia di ritornarci sopra si creava una pista da slitta. E via per tutto il giorno a scivolare seduti o sdraiati.
I più coraggiosi facevano due o più piste lungo la strada in discesa e mantenendo l’equilibrio si buttavano giù fino all’inevitabile caduta, che avveniva abbastanza frequentemente sulla nuca che rimbombava. Eravamo certo protetti o dagli angeli o dal demonio perché, salvo un poco di mal di testa, non succedeva niente di grave. Siccome queste piste da slitta o per scivolare le si faceva anche sui marciapiedi e lungo le strade normali e di notte tutto gelava, ecco l’indomani mattina il massimo divertimento a vedere nonne, mamme e papà che piroettavano e, con salti alla Fantozzi, finivano a gambe all’aria imprecando e maledicendo. Ci si divertiva più per le bestemmie che per i salti acrobatici. Tuttavia, queste persone erano sufficientemente vestite e protette e se la cavavano abbastanza bene. “Sa ta ciapù ta fò un cü insci, fiò d’un can!” Non ci prendevano mai perché noi eravamo piccoli, magri e molto agili. Altro divertimento “pirla” era quello, dall’alto di una montagnetta che dava sulla via Carlo Porta, di tirare contro le teste della gente palle da neve dove alcuni degenerati, delinquenziali, infilavano bei sassi all’interno. Qui erano bestemmioni e tentativi di vero linciaggio, sempre a vuoto per via dell’ elasticità e velocità di fuga. Purtroppo è capitato anche a me di prendere sul cranio un vecchio, distinto e dignitoso: non ha bestemmiato, ha tolto il cappello e si è massaggiato per bene. Mi ha guardato con vero odio, ha fatto la mossa di inseguirmi ma io ero già sparito, pur maledicendo quel gesto che in cuor mio non avrei fatto mai più. Chi fra voi, amici miei, può ricordare la notte incantata, con la neve che scende copiosa con grossi fiocchi lenti, in una strada tutta bianca? Immersa in campi tutti bianchi, ascoltando il dolce amico sfrigolare dei fili della luce, coperti di umidità, mentre il passo penetra nella candida massa stesa ai tuoi piedi, dinanzi a te quale amico silenzioso e servizievole che ti accarezza i piedi con un dolcissimo “sgnau, snau” della neve che vien compressa dal tuo peso? Se poi con te c’è anche tuo padre che ti accompagna al cinema Italia a vedere Stanlio e Onlio zingari? E quando esci dalla sala tiepida del cinema e rivedi il fresco bianco immacolato, steso su un mondo tutto tuo e così vasto da non finire mai? Caro amico, ti ricordi l’immenso piacere di rovesciarti nella neve, alta fino a farti coprire, o correre a fatica alzando spruzzi e giocare con essi? Hai voglia che la nonna si sgolasse a chiamare il tuo nome: “Pier Andrea vieni a casa che sei tutto bagnato!”ed io rispondevo: “Ma va là che la neve è asciutta”. E la neve durava e durava e passava anche dicembre e gennaio e febbraio finché arrivava marzo. Allora ansioso incominciavo a scrutare i prati che perdevano a tratti sempre maggiori il loro manto bianco, finché spuntava un’erba intensa, piuttosto scura e poi ecco apparire i primi fiori. Dopo qualche giorno riapparivano anche gli uccellini, soffiava il venticello, le nuvole facevano caroselli di fantasia e noi correvamo per i prati con i nostri aquiloni, con qualche cagnolino amato ed amico sincero. Allora avevamo completamente dimenticato il gelo della notte: i fiori di ghiaccio disegnati sulle finestre e le lenzuola dure come il baccalà sotto le quali si faceva la conta per veder chi per primo si dovesse sacrificare ad infilarsi per scaldare il posto agli altri. Tutti quanti facevano il baro affinché fosse un altro a prendere il nostro posto, anche se c’era il “prete” con i carboni ardenti che ci aspettava.

COME VIDI PER LA PRIMA VOLTA MIO PADRE

La befana vien di notte ed anche mio padre entrò nella mia vita come essere visibile e corporeo verso la fine della guerra. Continuavano i bombardamenti, soprattutto sulla povera Milano, e suonavano ancora le sirene per ordinare il “rifugio”.
Partito volontario fascista, dopo essere stato internato nei campi di concentramento tedeschi, era riuscito a fuggire fra i partigiani della Jugoslavia. Da qui era arrivato nelle valli di Comacchio sempre tra le formazioni partigiane. Non sopportava oltre la lontananza dalla famiglia, aveva ottenuto il permesso di fare una breve visita a Legnano, tutto clandestinamente ed in compagnia del fido fucile mitragliatore. Mediatori occulti, attraverso comunicazioni segrete, avevano avvisato mia madre, la quale di notte aveva lasciato aperto l’uscio di casa e stava in ansiosa attesa. Mio padre si era fasciato con stracci gli scarponi per non far rumore e l’incontro avvenne nel più totale silenzio. L’indomani mattina tutti sapevano della sua visita e già si minacciava di farlo arrestare, quando con infinite trattative e promesse gli fu permesso di comparire in pubblico per qualche ora nei rifugi sotterranei, dove riabbracciò e salutò amici e nemici. Nella notte, celatamente, ripartì verso le valli di Comacchio, nascosto in qualche camioncino, assieme a generi alimentari ed altro. Oltre alla felicità per aver conosciuto finalmente il papà, mi rimase per sempre l’emozione di aver visto e toccato con mano uno di quei famosi “mitra”, dei quali noi bambini fantasticavamo sempre. Dopo il 25 aprile 1945, verso giugno, fece finalmente ritorno in modo definitivo. Me lo ricordo bello, con i baffetti, un’ondulata capigliatura nera, salire agile su una enorme bicicletta nera e partire in piedi sui pedali con slancio, per andare a richiedere al comune il suo reimpiego come vigile urbano, che gli fu negato per il suo passato fascista. Tuttavia le cose si aggiustarono, grazie anche a comunisti che ben conoscevano la sua limpida e cristallina onestà. Tuttavia non ebbi mai da lui alcuna carezza o complimento né gesto affettuoso e mai mi volle prendere in braccio o farmi salire sulle ginocchia. Assunse da subito un atteggiamento militaresco e dittatoriale, incline alla disciplina ferrea dei militari. Obbligava persino la suocera a fare la ginnastica e veniva obbedito. Decise infine che fosse giunta l’ora di far conoscere ai parenti siciliani la sua prole, così imbarcò su un treno antiquato e malandato la suocera ed i due figli, alla volta di Siracusa prima e poi Scicli.

L’UNICA VOLTA CHE MIA MADRE FU PER ME UNA VISIONE DEL PARADISO

Era appena finita la guerra. Era una domenica mattina radiosa. La grande camera da letto dava su un discreto terrazzo adibito alla stesura dei panni. Le finestre e le porte finestre adottavano vetri con ampia molatura ai bordi. La luce passando attraverso di essa si scomponeva in tanti arcobaleni proiettati sui muri imbiancati. Il pavimento era fatto a scacchiera con grandi piastrelle bianche e nere. Appena svegliatomi dal dolce torpore del sonno, grazie all’attività incessante del micio di casa che traeva godimento ai piedi del letto nel graffiarmi a sangue le dita dei piedi, stavo ancora rimirando il gioco fantastico dei tanti arcobaleni di luce quando apparve sulla soglia della camera la mamma, con un gran sorriso ed un vestito a grossi fiori bianchi su fondo blu. Non era bella, ma era straordinario il suo sorriso e subito mi apparve come l’angelo buono che sta alla destra dei bambini. Mi alzai di scatto e con la camicia da notte ed i piedi scalzi le corsi incontro e la strinsi forte in un lungo abbraccio. Subito la sorellastra incominciò a infastidire con la solita solfa di tutte le mattine: cosa mi metto e cosa non mi metto. Questo mi piace e quest’altro no. Davanti ad uno specchio adibito pomposamente al trucco e strucco delle signore dell’alta società, si rimirava di fianco, di fronte e di nuca. Da sempre questa operazione andava avanti per ore, finché qualcuno non si spazientiva e vi poneva termine bruscamente con qualche sberlone. Lacrimucce ed atteggiamento da contessa decaduta e finalmente accettava quel che c’era. Fu in quella mattina che accanto alla porta finestra del terrazzo, guardando l’azzurro intenso del cielo, assai raro da queste parti, mi immaginai di essere un maestro della pittura al quale era caduto un pennello ed il re di Francia in persona si era chinato a raccoglierlo e a porgerlo rendendomi così l’onore riservato a Tiziano o a Leonardo. Intanto le campane della città suonavano a festa ed anch’io mi vestii adeguatamente come d’uso fra la povera gente alla domenica e mi preparai a far bella mostra di me come tutti per le strade che portavano alla chiesa. Oramai erano ritornati anche i combattenti e si unirono ai partigiani: la felicità era stampata sui volti di tutti ed i saluti erano aperti, altisonanti, accompagnati da abbracci e vigorose strette di mano, con promesse vere di rivedersi in pace ed armonia. Il pomeriggio, dopo un lauto pasto di polenta e gorgonzola condito da vino Freisa, assieme alla famiglia assistevamo al passeggio di tutti gli abitanti delle case popolari che sfoggiavano con orgoglio il lusso dei loro vestiti della festa. Ognuno guardava ed era riguardato, gli sguardi roteavano alla ricerca di altri sguardi e, come molto più tardi ritrovai in Leopardi, il borgo del villaggio tirava sera camminando con incedere elegante ed imponente verso il cimitero di Legnano, tappa obbligatoria anche per me che in cuor mio avevo giurato che per tutto il resto della vita non mi sarei mai più nemmeno avvicinato a quel luogo. Le femmine a braccetto anche a tre per tre. I maschi come manichini con le mani rigide lungo i fianchi e tutti a guardarsi.

VIAGGIO VERSO IL SUD
Chi si lamenta dei trasporti d’oggi lo fa perché suggestionato dal comune dire o perché talmente giovane da non immaginare nemmeno cosa significasse intorno al 1945 viaggiare in terza classe verso il meridione d’Italia:
1. Le carrozze erano rottami di prima della guerra, tutti in legno;
2. Funzionavano soprattutto le vecchie locomotive a carbone, con relativo fumo negli occhi;
3. I passeggeri erano tanto numerosi e con tante di quelle valigie, scatole, gabbie, pacchi ecc., da ricordare certi film ambientati nel Messico;
4. La linea ferroviaria era quasi per intero interrotta. I ponti quasi tutti distrutti;
5. Il treno si fermava continuamente, spesso in aperta campagna, per via dei lavori ai binari o ancora perché rimaneva una sola corsia, appena riadattata, e doveva attendere il via libera;
6. Non esistevano treni veloci e questi sostavano parecchio in ogni stazione. In alcune, importanti località, c’era l’obbligo del cambio di treno con relativo spostamento di masse immense di uomini, donne e bambini più relativi bagagli a mano;
7. Si era in estate con un caldo bestiale. Tutti sudavano e puzzavano come immondezzai;
8. Si mangiava e beveva quello che era possibile trovare ed il rifornimento d’acqua era affidato a coraggiosi che si preparavano a scendere, prima ancora che il treno si fermasse, per fare scorta d’acqua presso la fontanella della stazione e poi di corsa risalivano rischiando per lo meno le gambe;
9. I passeggeri parlavano dialetti sconosciuti ed a malapena ci si intendeva con i gesti;
10. In attesa di salire su treni combinati in arrivo magari dopo ore e ore, bisognava parcheggiare le natiche per terra ammassati in un’orgia di gente stanca, assetata, affamata, che non era riuscita a fare i propri bisogni corporali e magari faceva delle flatulenze in pubblico. Mettici anche l’alito fetido, la puzza del pecorino, le collane di aglio, le cipolle che mi facevano lacrimare ed infine tanta, tanta puzza di piedi;
11. Arrivati finalmente a Villa San Giovanni, bisognava attendere l’indomani mattina per attraversare lo stretto di Messina e per passare la notte, dopo lauto compenso, venivamo segregati e chiusi a chiave in una stalla, previo aver effettuato totale ripulitura e svuotamento vescica ed intestino subito fuori della porta, fra l’erba, pulendosi bene con i sassi. L’unica raccomandazione fatta dal titolare dell’albergo era stata: “Quando vi pulite, fate attenzione a dove prendete i sassi, perché sotto ci possono essere le vipere”;
12. Tra la massa di passeggeri in un colossale ingorgo di membra c’erano russatori di prim’ordine, ruttatori vari e soprattutto scorreggioni da competizione. Qualcuno parlava nel sonno. C’era chi piangeva, chi aveva paura del buio, chi temeva di essere alleggerito del portafoglio e chi non era riuscito prima a fare i propri bisogni. Io stesso nel corso della notte ho urinato diverse volte e c’è stato qualcuno che si è lamentato;
Finalmente giunta l’alba, si spalancò la stalla e tutti corsero per prendere il treno e cercare posti a sedere. La nonna disperata non ce la faceva a correre, con tutti i bagagli. Qualcuno mi spinse attraverso un finestrino e in un caos da bolgia infernale e finalmente riuscimmo ad attraversare quel braccio di mare ingoiati col treno in un ventre enorme di balena. L’impatto visivo con la Sicilia fu straordinario, così come lo era stato per quasi tutte le regioni meridionali, dove il treno era passato attraverso boschi di ulivo. Sulla terra un mare di proiettili di cannone, armi d’ogni tipo e persino carcasse d’aereo. Alle fermate delle stazioni, potevo godere di un’umanità straordinariamente diversa da quella alla quale ero abituato da sempre: gente dall’aspetto squadrato, colorito scuro, in abiti neri. Le donne portavano grossi fazzoletti neri in testa e sopra di essa trasportavano con assoluta indifferenza anfore, ceste, gabbie di animali e tutto quello che non saprei descrivere. Nello scomparto facevano l’apparizione galline starnazzanti, animali vari ed era per me una continua gioia per gli occhi. Il ricordo che mi è rimasto vivo nella mente nel tratto Messina-Siracusa è quello di fantastiche spiaggette ricolme di tonde barche da pesca colorate a metà di azzurro o di rosso o di giallo e la parte sotto di nero. Di notte mi è rimasto impresso il fuoco che usciva dal camino della locomotiva, quando affrontava traballante una curva. Di giorno muretti di sassi appoggiati ed incastrati al vivo, senza calce, grandi ed estese macchie di fichi d’India, con il loro tipico color verde acqua chiaro. E nei campi gli asinelli e le capre e le pecore ed il color verde scuro dei carrubi, che così verde non ce n’è.
Finalmente ecco Siracusa. L’abbraccio dei parenti festosamente accoglienti e finalmente la loro calda, generosa ospitalità ed un’abitazione tipica della Sicilia povera. Le case erano lunghe con porte di legno apribili sulla strada, che immettevano direttamente nella camera da letto con un grande lettone decorato e subito dopo la cucina. Non mi ricordo proprio se ci fosse anche il gabinetto. Forse c’era ma era all’esterno ed era una cosa complicata, con tende per nascondere ed acqua a mano che ognuno doveva aver cura di attingere alla fontana. Trascorsi a Siracusa un mese intero, tra gente povera, anche ammalata ma generosa. Da loro ho gustato le melanzane impanate fritte ed i famosi fichi d’India. Pericolosissimi da maneggiare e difficilmente scordabili per le conseguenze di malaccorta premura nel cibarmene. Poi ricordo tante angurie e tanti bagni nell’acqua limpida, trasparentissima del porto, contrassegnato da una nave affondata che emergeva con la parte superiore ed il troneggiante fumaiolo. Credo di aver goduto il bagno di mare più bello del mondo, nudo completamente fra altri bambini completamente nudi. Poi accompagnavo lo zio Pietro, fratello di mio nonno Andrea, già da gran tempo defunto, nelle cantine meravigliose per la frescura e le loro antiche arcate, dove, fra i tavoli e brava gente seduta, lo zio Pietro illustrava con fine dialettica i suoi convincimenti politici di estrema sinistra. I cugini in secondo grado si davano da fare a vendere sigarette di contrabbando ed Ennio suonava la fisarmonica. Alla mattina facevo visita allo zio Pietro che di professione faceva lo scalpellino di pietra dura, arte ormai scomparsa. Mi ricordo questa bella pietra bianca che prendeva forma sotto lo scalpello e tutti gli accalorati discorsi dello zio sulla giustizia comunista. Forse fu per questa sua vocazione oratoria che in seguito fu costretto ad emigrare a Buenos Aires, dove probabilmente sono finiti parecchi miei disegni. Ennio poi ci accompagnava anche al cinema all’aperto, dove mi godevo Tarzan che ritornava fra gli uomini civili.

FINALMENTE IN SICILIA!

Il viaggio da Legnano a Siracusa era stato difficile: avevamo sperimentato di tutto, compreso i carri bestiame, magari gli stessi che avevano condotto disgraziati a morire nei campi di sterminio tedeschi. Non che io fossi abituato alle mollezze e frivolezze del mondo borghese, questo proprio no, ma l’odissea di quel viaggio rimarrà per sempre nei miei ricordi. Varrebbe la pena ricostruirne tutte le tappe, ricordare tutte le sofferenze e questo basterebbe per dimostrare che oggi l’umanità ha veramente troppo e che se l’umanità non è ancora contenta, allora bisogna ricercare la causa nelle tare che gli uomini hanno nel cervello e che certi politici fan di tutto per scatenare. Da Siracusa a Scicli impiegammo solo un paio d’ore, a bordo di una “littorina”, che ai miei occhi sembrava fantascientifica. Mossa da motori “DIESEL” a nafta, aveva una carrozzeria aerodinamica e rappresentava per me il “moderno”. Passammo fra gole profonde, verdi intensi e finalmente giungemmo in un paese quasi meraviglioso. Trionfava dappertutto il Barocco. Chiese più belle di queste non le avrei mai più viste. Un Barocco armonioso, bianco, gentile con abitazioni settecentesche di rara eleganza, due belle piazze e persino un monumento ad un benefattore che regalava la dote alle fanciulle. La storia non spiega se questo nobile cavaliere prima di mollare i quattrini volesse godersi il diritto della prima notte. Ai Sciclitani piace così e così sta proprio bene anche a me. Le strade erano bianche, bianchissime. I verdi degli alberi variavano da colori intensissimi come il carrubo a tutta una serie delicatissima di verdi acqua. Dai verdi caldi a quelli freddi. Un cielo blu, perennemente blu e rocce scoscese a ricordare una diga naturale enorme, percorsa da cascate preistoriche che richiamavano le grandezze epocali di una natura sovrana e quasi ancora incontaminata. Dal paese si snodavano per le campagne lunghissime stradine bianche affiancate da graziosissimi muri a secco, che si inoltravano in una lussureggiante campagna ove trionfavano ulivi, carrubi e molti altri alberi. Verso il mare, a quattro chilometri, verso Sampieri o Cavadaliga, ininterrotte linee sinuose di dune gialle e dorate di sabbia. Dopo di esse il mare. La sabbia finissima era costellata da gigli carnosi, bianchi e rosa, talvolta anche rossi. Piantine di vite alte quaranta-cinquanta centimetri portavano grappoloni meravigliosi di uva bianca e nera. Era per me il paradiso. Verso mezzogiorno il sole picchiava dall’alto con grande vigore. Le ombre erano proprio sotto i nostri piedi. Le persone vestite di nero portavano occhiali neri e le signore anche comuni ombrelli da pioggia. I cugini di mio padre ci ospitarono fraternamente nella loro piccola casa, su per una scalinata, in uno di quei vicoli pittoreschi dove l’umanità è viva e a stretto contatto: si vive tutti insieme la vita ed ognuno aiuta l’altro con generosità. Il balconcino della famiglia VACCARO era sovrastato da una meraviglia naturale: una cascata straordinaria d'uva bianca, in perenne crescita. Era la prima volta che venivo a contatto con la frutta. Potevo cogliere con le mani grappoli mai visti e mangiare il nettare più divino che io mi ricordi. Povero Ignazio, mutilato gravemente in un aeroporto militare, sopportava con un coraggio, con un’umanità ed una serenità eccezionale quelle sue gravi menomazioni. Angelina, Giovannino, Zio Pietro e tutti i parenti, tanto numerosi, tanto affettuosi che ci volevano tutti conoscere ed aver ospiti nelle loro case. Finalmente mia nonna paterna. Una donna nobilissima, bellissima, contenuta in un fare altamente aristocratico nonostante l’evidentissima povertà.

SCICLI E LA NONNA SICILIANA!

Parlare, comprendersi, domandare, raccontare, chiedere... Al giorno d’oggi sembra tutto facile, quasi banale. Allora no! Dei miei parenti, esclusi Ignazio, Giovannino ed Angelina, nessuno parlava la lingua italiana ed io e la nonna materna non capivamo i loro dialetti. Non esisteva alcuna possibilità reale di comprensione nemmeno per iscritto perché non conoscevano la scrittura. Amici miei, cercate di comprendere quale progresso reale si è fatto in cinquant’anni: per più di mezzo secolo l’Italia era divisa realmente da problemi insormontabili: lingue diverse, usi e costumi diversi; mentalità diverse. Grazie giornali! Grazie televisioni! Grazie scuola! Se oggi ci possiamo capire è perché tutti parliamo la stessa lingua. Coraggio, quindi e buona volontà, ma non dimentichiamo i dialetti, che spesso sono l’origine nostra e della nostra lingua.
A Scicli conobbi per la prima volta anche i prodotti della pesca. Ogni mattina, in centro, all’interno di un vasto cortile, un’umanità vivace, colorita nelle espressioni e nelle invocazioni. Canti modulati alla maniera araba informavano il pubblico della merce. Attaccati su un muro grandi pescecani, poi pesci sempre più piccoli fino ad arrivare a minutaglia che mi sembrava un vero peccato mangiare. Questa minutaglia invece era il cibo base dei siciliani. Tutti i giorni si mangiava questa squisita frittura di minutaglia. Poi tanta frutta dolce! Ho mangiato tanti fichi biondi o neri con il latte vero, senza acqua come d’abitudine da noi al nord. Melanzane impanate, pesci, frutta, uva, pere e fichi d’India preparati da Giovannino, gran maestro. Mangiai tanto e tanto e tanto e bevvi vino rosso, vino nero tanto buono, ma tanto buono che alla fine feci un’indigestione memorabile. Dopo giorni di coma o quasi, riuscii a riprendermi ma per almeno trent’anni non sono più riuscito a mangiare fichi. Non è vero che la Sicilia è arida! Piove poco, questo sì, ma sotto, tutti sanno che c’è un mare di acqua dolce. Comunque chi vuole coltivare da sé alberi da frutto, si fa portare acqua a pagamento e si coltiva un orto inimmaginabile. Terra buona, ottima, clima straordinario, natura generosa. Se potessi ritornerei subito a Scicli e mi darei all’agricoltura, alla frutticoltura e mi alleverei allo stato semilibero asinelli, cavalli e muli, maiali neri, galline e quant’altro. Biscotti di mandorla, arance, limoni, la realtà supera la fantasia. Devo ammettere che la politica non ha fatto bene: è lì che si poteva fare l’America, nel rispetto della natura. Lì, di fabbriche io proprio non ce ne vedrei, ma il turismo e l’agriturismo, questo sì. Tuttavia ebbi la sventura di andare a vivere per almeno due mesi insieme al marito in seconde nozze di mia nonna. Costui era proprietario terriero ma era anche l’essere più avaro che l’umanità abbia elaborato nei suoi complessi schemi di vita. Vi basti pensare che non voleva che la nonna ci desse da mangiare e, quando gli andava, pretendeva, dopo aver mangiato il pollo, che noi masticassimo le ossa dello stesso. Meno male che le nonne (tutte e due le nonne) si arrangiavano a farci sopravvivere, in qualche maniera: fave con l’olio, qualche pomodoro e mandorle secche. Nonostante ciò, furono esperienze di vita straordinarie che consiglierei a tutti, magari per ritornare ad essere felici.

FORMAGGIO PECORINO SICILIANO

Per il lungo viaggio verso la Sicilia, i carissimi amici vicini di pianerottolo ci avevano prestato una loro vecchia valigia di cartone. Baci, abbracci e promesse di ricordi ed auguri di buon viaggio. Al ritorno fu invece l’inferno con vere ed accanite battaglie a parole e a botte. Cosa era successo? La valigia, che era stata accuratamente pulita, addirittura lavata con tutte le attenzioni, esposta all’aria ed al sole per almeno una settimana, continuava a puzzare inequivocabilmente di “cacca”. Dapprima i vicini avevano pazientato nell’aspettare di rientrare in possesso del loro bene. Poi incominciarono a richiederlo con sorrisi sempre più tirati, fino a quando fummo costretti a restituire, con ogni grazia, la fatidica “valigia di cartone”. Come l’ebbero in possesso, nonostante i regali portati dal sud, i vicini divennero seri, seri. Sniffavano col naso in attenta ricerca della fonte di tale puzza. Ad un tratto esplosero:
“Ma questa è m….a! Ci avete c….o dentro!”
“No, ma che dice, per carità! Noi l’abbiamo trattata bene, l’abbiamo sempre rispettata, proprio perché era vostra e vi eravamo e siamo riconoscenti!”
“E allora cos’è questa puzza?”
Timidamente tentammo di rispondere alzando le spalle in un vano tentativo di nascondere le nostre facce oramai viola per la vergogna:
“Semplice formaggio pecorino siciliano!"
I tratti dei volti della famiglia dello stesso pianerottolo incominciarono a marcare verso il cane ringhioso, anzi sbottarono in un urlo da belve: “Pecorino? Formaggio? Ma chi volete prendere per il culo? Questa è merda e di quella fetente, è merda da diarrea. è la peggior merda che si sia prodotta! Neanche tutti i lattanti cagoni di questa terra possono fare una puzza del genere!”.
Noi tentammo di spiegare ancora che si trattava di semplice formaggio siciliano che i parenti ci avevano costretto, in un sincero slancio d’affetto, a portare con noi fino a Legnano come segno d’amore dei parenti lontani. Era un regalo al capofamiglia “ZUDDU”, come veniva chiamato mio padre. La vicina di casa afferrò la borsa da viaggio ancora aperta e la scaraventò addosso alla povera nonna Maria, che sbottò in lacrime e si ritirò avvilita in casa. Intanto i bambini avversari mi si erano gettati addosso e ci si era rotolati per le scale fin fuori nel cortile. “Hanno cagato in valigia! Questi terroni hanno fatto la cacca in valigia!” gridavano quelli che fino a poco prima erano stati amici fidati e compagni di gioco. Le urla e la valigia, finita in malo modo in cortile, attiravano i curiosi. In poco tempo fummo al centro di una folla che si ripeteva l’un l’altro: “Cagano nelle valigie, questi terroni! Noi li ospitiamo e loro cagano nelle valigie! Pazienza cagassero per terra, che so? Cagassero in cortile, sul marciapiede e la lasciassero pestare dai bambini e dalle vecchiette, poveri innocenti!” continuavano sempre più eccitati: “Questi degenerati, adesso cagano anche nelle valigie e poi le portano in giro a far sentire la puzza della loro merda!” qualcuno scuoteva sconsolato la testa. “Che tempi!” diceva qualche altro: “Dove si andrà a finire con queste novità, queste mode importate dal sud?” qualche altro aggiungeva: “Si sapeva che piantassero l’insalata e i pomodori nelle vasche da bagno, ma che adesso portassero in giro, fra la povera gente, fra noi bravi lavoratori, anche la merda in valigia, veramente è troppo”. A questo punto io raccolsi la valigia e scappai a casa. Più tardi, quando la mamma tornò dall’ufficio, promise solennemente alla signora Maria che l’indomani mattina saremmo andati a comperare una nuova e bella valigia di cartone al mercato. Così fu pace fatta, anche se la storia della cacca in valigia continuò per parecchio tempo. In verità avremmo evitato volentieri di trasportare del pecorino in valigia, ma non avevamo però la forza per contrastare l’entusiasmo dei parenti, convinti realmente che la puzza fosse solo fragrante profumo, cui certamente erano abituati dal costante vivere in simbiosi con gli animali. Tenevano la stalla con gli animali proprio dove loro mangiavano. Quando qualcuno grande o piccolo aveva necessità, "la faceva" ai piedi degli asini, nella paglia e poi tornava a mangiare assieme a tutti gli altri all’araba. Veniva rovesciata al centro della tavola una grossa pignatta di pastasciutta ed ognuno si serviva con le mani, proprio come gli arabi.
La faccenda assunse toni drammatici anche perché assieme ai pecorini siciliani, avevano stivato il maggior numero possibile di carrube, notoriamente olezzanti verso quello stesso profumo oggetto del contendere. Il caldo e l’umidità avevano poi fatto maturare una combinazione di profumi, per cui già sul treno nacquero contestazioni. Passato quasi indenne il tratto SCICLI - MESSINA fummo salvi sulla nave che in mezzo allo stretto era sventagliata di fresche, salmastre correnti d’aria marina. I finestrini tutti aperti e la gente un po’ qua e un po’ là per godere il magico spettacolo dell’isola che si allontanava e del continente che si avvicinava. I guai cominciarono quando si passò dal fresco del mattino al caldo umido di settembre in Calabria. Dalle carrozze tipo FARWEST "messicano" si era dovuti salire sui carro-bestiame, dove nel centro scorrevano, ora aperto l’uno, ora aperto l’altro, due portelloni difficili da maneggiare. Quando, per disgrazia, rimanevano chiusi entrambi, non c’erano altre entrate d’aria se non gli spifferi tra le assi sconnesse dei vagoni. Più aumentava il caldo e più aumentavano i passeggeri, le puzze si sommavano alle puzze. Viaggiavano con noi anche un frate e un paio di suore. I religiosi sembravano sul momento annusare l’aria come fanno i cani ed anche i gatti. Poi, pensando che la causa degli strani odori fossero i pargoli in braccio alle braccianti calabresi, si limitarono ad immergere il naso nel librone delle preghiere. Qualche bambino emetteva realmente qualche santa reliquia, subito ripulita con le mani nude delle mamme e poi strofinate sui vestiti, ma con l’andare del tempo la situazione si aggravava. Noi sapevamo la causa e zitti e fermi giravamo gli occhi per studiare la situazione. “Ho fame, nonna” - dissi ad un certo punto - “Dammi un poco di pane e formaggio”. La nonna tentennò, cerco di convincermi ad essere forte e a resistere. Di formaggio non se ne parlava, al massimo qualche carruba. E così aprì la fatidica valigia per estrarre un paio di quei dolci frutti secchi. Non l’avesse mai fatto: un effluvio terrificante si sprigionò da quel vaso di Pandora e tutti incominciarono a lamentarsi a viva voce. I religiosi aumentarono l’ampiezza ed il tono delle loro preghiere, poi tentarono di fare a meno della respirazione ed infine sbottarono all’unisono: “Per San giuseppe e sua suocera, ma fateli cagare prima questi bambini! Non se ne può piú!”. La valigia fu fulmineamente richiusa. Noi cessammo ogni movimento, mentre gli occhi roteavano alla scoperta di eventuali mosse pericolose dei viaggiatori. Stazione dopo stazione, galleria dopo galleria si proseguì il viaggio di ritorno. Ogni tanto un controllore domandava sniffando vistosamente: “Merda?”- “No, pecorino siciliano!” - Qualche controllore dal naso più fino volle costringere la nonna ad aprire il bagaglio, affermando che lì dentro c’era qualcosa di illegale, qualche animale putrefatto, magari un pezzo anatomico andato a male. Come la nonna apriva la valigia, il controllore sbandava, si attaccava a quel che poteva e lì dentro non ritornava più. Man mano che si avvicinava il nord, avemmo l’idea di disfarci del contenuto, alla chetichella, sfilando una forma alla volta e gettandola dal finestrino, comprese le carrube. Ma il pensiero che “ZUDDU” non potesse godere del regalo destinato a lui e che lui avrebbe apprezzato tanto, ci consigliò di resistere. Noi oramai avevamo le narici appestate e non sentivamo più nulla. Erano i passeggeri che tentavano di sedersi di fronte, che dopo un poco, esitando, gentilmente facevano la fatidica domanda: “Cos’è questo odore? Cacca?” e noi: “Formaggio pecorino siciliano”. - Poco rassicurato, il viaggiatore appena possibile cambiava scompartimento. Arrivammo finalmente a Legnano e “ZUDDU” andò in estasi per i magnifici doni dei suoi parenti e con un coltello a serramanico tagliò belle fette di pecorino che a dire il vero risultò assai gustoso. Le carrube durarono quasi un anno ed il gatto fece loro ispezioni attente, finché un certo giorno esse sparirono e tutti furono felici e contenti.

BENEDIZIONE CONTINUA CONTRO IL DEMONIO
La vitalità delle nostre agili membra ed il continuo inesauribile gioco che trovava divertimento in qualsiasi avvenimento come la morte di qualche poveraccio ed i suoi funerali, convinceva le nostre nonne che dovevamo essere posseduti dal demonio ed indicavano le carezze di certe vecchie come segno dell’unzione. Quindi ogni mese c’era la coda di nonne e bambini dinanzi al convento dei frati oppure da questa o quella santona. Evidentemente il demonio se ne fregava di quegli esorcismi e noi eravamo sempre scatenati e scappavamo lontano dalle “grinfie” delle nonne, che si sgolavano a chiamarci per nome dalla mattina alla sera. Così un bel giorno si decise che io dovessi essere affidato all’asilo delle suore vicino alla stazione dei carabinieri. Senza grembiulino, senza sacchetto della merenda e senza alcun giocattolo fui rinchiuso dietro a un lugubre cancello di ferro, tutto lavorato e traforato, alle cui sbarre mi aggrappai con un pianto disperato. La nonna, piangendo, se ne andò lasciandomi prigioniero di pur brave suore vestite di bianco, ma inesorabilmente carceriere. Venni staccato a viva forza dalle sbarre del cancelletto e trascinato come un sacchetto di patate in un rettangolo di terra all’interno. Cercai subito di capire la situazione, se c’era qualche possibilità di fuga saltando la cinta di recinzione, adocchiai qualche albero da utilizzare come da sempre facevano i miei liberi compagni di gioco, ma tutto era stato previsto per evitare indesiderate fughe. Nel centro del cortiletto si apriva la porta di una cappelletta religiosa e lì venni costretto, ritto in piedi, a una noiosissima messa condotta da un santo sacerdote che parlava una lingua straniera. Ogni tanto qualche ordine in italiano da parte delle guardiane suore e poi dopo tanti segni della croce fummo autoritariamente infilati in una sala dove il sacro uomo incominciò ad istruirci sulla Santa Trinità e via discorrendo. Furioso per la prigionia, non riuscivo proprio a capire perché un Dio così potente, che aveva creato ogni cosa, compreso il diavolo, dovesse per forza essersi diviso in tre persone, con questo Spirito santo che non si capiva bene cosa fosse. Venivamo interrogati uno ad uno e se la risposta non si confaceva erano sgridate oppure sberloni. Naturalmente fui subito battezzato con sberloni sulle orecchie. Le orecchie avranno in seguito una grande importanza per me. Insoddisfatto per il trattamento ricevuto cercai di dire le mie ragioni a qualche nuovo amichetto. “Se Dio è così potente, non ha bisogno di dividersi in tre. Lui può essere chiunque e qualunque cosa, il cielo, l’acqua, la terra, gli animali e gli uomini”.L’amichetto mi guardava e non parlava: aveva l’aspetto di chi vedeva un pirla, termine molto in voga allora per definire un coglione. Una suorona, che aveva sentito le mie affermazioni, mi prese per un braccio e mi trascinò via dalla santa congregazione, mi ridiede un altro sberlone e mi chiamò comunista. Fino a mezzogiorno tentai di farmi accettare dal resto di quei bambini reclusi. Giocavano da soli con una paletta ed un secchiellino rosso, facevano dei buchi per terra e poi riempivano il secchiello, svuotato subito dopo per riempirlo di nuovo. Non riuscivo a mettere insieme due parole con nessuno. Tentai di giocare in girotondo, a moscacieca, a cavallina senza alcun risultato. Quelli continuavano a giocare da soli e a stare zitti. Seduti per terra o accovacciati, venivano accarezzati dalla suora e leniti con qualche buona parola e complimento. Anche a me sarebbe piaciuto ricevere una carezza e mi avvicinavo alla tonaca ma per me niente carezze: direbbe Dante Alighieri, solo un digrignare di denti. Venne l’ora del pranzo, mi fecero sedere su uno sgabello inusitatamente piccolo e tavolini per piccoli nani. Arrivarono i piatti col cibo ma per me niente. Inutile affermare che avevo fame, gli altri mangiavano ed io no. Le suorone passavano accanto ma mi ignoravano, nonostante afferrassi ogni tanto le loro gonne e le tirassi. Si passò poi al dormitorio e naturalmente non c’era letto per me, allora, approfittando del fatto che le suore si riposavano, senza far rumore, raggiunsi la porta della galera e mi attaccai disperatamente alle sbarre. Aspettavo qualche miracolo, che mia nonna fosse ritornata a prendermi o che il cancello si aprisse da solo. Dopo parecchio tempo di disperazione vidi passare nella stradina sterrata il nostro grande amico Sergio, benevolmente chiamato “Lo scemo”. Era nostra abitudine chiamare “scemo” chiunque avesse qualche tara ma senza alcuna malizia. Questo giovanotto aveva notevoli disturbi d’intelligenza, non riusciva a parlare con frasi di senso compiuto, strizzava gli occhi appena cercava di parlare, aveva circa trent’anni ma uno sviluppo intellettivo paragonabile alla nostra età, comunque bravissima persona, buona, servizievole e sempre pronta al gioco. Come lo vidi, gridai con tutto il fiato che possedevo: “Sergio, Sergio, fammi uscire da qui. Sergio, ti prego liberami da qui”. Il poveretto a fatica riuscì a farmi capire che l’avrebbe chiesto a mia nonna, per avere da lei il permesso. Pazientai circa un’ora e poi lo rividi spuntare con un biglietto scritto da mia nonna che chiedeva alla madre superiora di lasciarmi andare a casa in compagnia di quella persona. Con in mano il salvacondotto, andai di corsa dalle monache, feci un tal baccano da svegliare tutti quanti. Rimproveri a non finire ma alla fine riacquistai la libertà. Felice come una Pasqua, mano nella mano ritornai alle case popolari, in compagnia di bambini veri, magari indemoniati, ma felici.

LA MIA OMBRA
In agosto, quando rimanevo solo perché la compagnia si era dissolta, ingoiata dalle vacanze, specie al pomeriggio camminavo in su ed in giù accanto al muro del giardino del benzinaio. Osservavo la mia ombra e facevo gesti per darle vita. L’accorciavo, l’allungavo, la misuravo se più alta di me oppure più bassa e me ne compiacevo, specie quando sotto la sfera del solleone diventava corta corta ma con due spalle da atleta che erano il mio sogno. Con essa parlavo ed intessevo un dialogo fitto e così passava il tempo. Quando misero i pali con i fili della luce, rieccomi a giocare con la mia ombra, che a seconda della mia posizione sotto la lampada si accorciava o si allungava sul di dietro o sul davanti. A volte intervenivano altre fonti di luce ed ecco come per magia che la mia ombra si sdoppiava, diventava tripla e quadrupla, davanti, sulla destra o sinistra ed anche di dietro. Non mi annoiavo mai, salvo quando cominciava il mal di testa da sinusite, a volte tremendo, ed allora cercavo il buio. Con gli occhi fasciati, tuttavia, riuscivo ad ascoltare il battito del mio cuore sul cuscino che mi consolava e mi raccontava storie fino a farmi addormentare.

LE BOLLE DI SAPONE
Dall’alto del mio balcone, in piedi su una sedia o uno sgabello, soffiavo, in una carta arrotolata a formare una canna, acqua e sapone che assumevano subito l’aspetto brillante e coloratissimo delle bolle di sapone. In esse si rifletteva il paesaggio deformato e risplendente di luci e strane, affascinanti forme. I palloncini uscivano soli, piccoli o grossi oppure a grappolo e si levavano in alto liberi di andare dove il soffio del vento li portava. Sotto i bambini correvano loro dietro con il piacere di acchiapparli e farli svanire in un pluff di gocce d’acqua che schizzavano via. Il piacere stava nel farsi tutto da sé: miscela di acqua e sapone e cannuccia; il segreto del successo stava poi tutto nel fiato, nella modulata soffiata che non doveva essere brusca e tuttavia a seconda della forza dei polmoni era garantito il successo di un bel pallone, grosso, vistoso, elastico e duraturo. Ora dove vedo più giochi di bimbi così semplici e tanto divertenti?
LASSÙ SUL SOFFITTO
Fin dai primi anni di vita, la salute non fu mai perfetta. L’otite mi ha tormentato prima di andare a scuola. Poi la sinusite. Allora i medici non la sapevano riconoscere ed io ne soffrii per parecchi anni. Tra gli otto ed i nove anni, fui costretto a stare a casa da scuola per violenti attacchi di mal di testa, ora nella parte destra dalla fronte, ora nella parte sinistra. Non sopportavo la luce ed avevo frequenti conati di vomito. Un giorno, verso mezzogiorno, mi trovai a librarmi tranquillo, senza più dolore, sul soffitto di casa, in prossimità della porta-finestra che immetteva sul lungo balcone. Rimiravo dall’alto con curiosità il divano, accanto alla parete su cui troneggiava l’orologio a pendolo del nonno. Tra le bianche lenzuola vedevo me stesso raggomitolato in posa da dormiente. Lassù stavo proprio bene e mi rallegravo con me stesso per non sentire più quel terribile dolore alla fronte. Poi vidi imbandire la tavola, sita tra l’ottomana e la porta-finestra, ed arrivare mio padre e più tardi mia madre. Giunse anche mia sorella e domandarono alla nonna come stavo. “Sta bene, dorme” rispose la nonna e portò in tavola un grosso pentolone di minestra. Io, da lassù, non sentivo alcun appetito ed ero indeciso se rimanere in casa per curiosità oppure andarmene attraverso la finestra. Mi muovevo libero, tranquillo, senza ostacoli. Poi, improvvisamente, sentii nuovamente dolore e fastidio per la luce. Ero ritornato nel lettino e mi lamentai a voce alta. Mi alzai a metà del letto e chiesi di mettermi una sedia vicino con sopra un panno o qualsiasi cosa atta ad impedire il passaggio della luce. Dopo l’affettuoso saluto di mia madre, sentii la loro conversazione che riferiva di un medico, tale dottor Longoni, che sarebbe venuto verso le cinque del pomeriggio a visitarmi. Mi addormentai e fui svegliato proprio dall’arrivo di questo medico che chiese a mia nonna una candela. L’accese e me la porse dinanzi alla fronte. “Vede?” - disse a mia nonna - “La luce della candela mette in risalto qui e qui che c’è del pus, molto pus, che va di qui e di là. Si tratta di una bella sinusite. Ci vuole la penicillina!”.- Mi diede una carezza e mi consolò: “Vedrai che guarirai!”. Mi fecero le dolorose punture e stetti meglio. Mi curarono anche con penicillina attraverso l’aerosol e la cura durò per anni, fino al termine della scuola media. Finalmente guarii definitivamente dalla sinusite e la mia vita riprese con tutta l’energia di un corpo giovane smanioso di vivere e di amare.

I NAPOLETANI SONO SEMPRE NAPOLETANI!
La gita in battello all’isola di Capri era partita bene. Il cielo era azzurro ed il sole forte. La barca aveva l’aspetto di un cadavere imbalsamato con una meccanica a diesel singhiozzante e piuttosto insicura.“Siamo disoccupati e dobbiamo arrangiarci!”. Poiché il prezzo era favorevole ed i miei genitori risparmiavano su tutto, decisero che la carcassa, chiamata significativamente “Dio pensaci tu” andava bene. Salimmo verso le undici di mattina attraversando il breve braccio di mare, che separava Capri da un avanzo di molo, su lugubri assi marce e senza appoggi per le mani: mi ricordavano un dipinto di Van Gogh rappresentante operai che trasportavano ceste di carbone su chiatte, camminando su lunghe ed insicure assi di legno. Il corpo marinai era composto dal capitano con tanto di berretto unto e bisunto; capitano in seconda, senza berretto né divisa, ma quasi in mutande rattoppate come la maglia con tanto di bottoniera sotto il collo; mozzo, senza scarpe né calze, pantaloni corti e torace nudo. Paolo Villaggio era in agguato a spiare tutto per poi scrivere i suoi famosi libri. Tentavano a vuoto di staccare l’ormeggio con litania di bestemmioni in napoletano stretto. Fischio di partenza. Motori ansimanti con catarro e sincope e tentativo d’investimento di altre barche e barchette con evidenti maledizioni napoletane. Finalmente ecco giungere il via sull’onda verso l’azzurro celeste del golfo di Napoli. Arrivati alla grotta azzurra, vi era la sosta nel vano tentativo di visitare il miracolo cercando di salire su barche a remi, pagando il biglietto, anzi, pagando senza biglietto. Il mare intanto ingrossava e l’onda lunga si mischiava a quelle a piramide tragicamente famose per affondare anche i transatlantici. Si rinuncia alla visita e si riparte verso il porticciolo di Capri, nel quale si attende l’approdo rollando perché non c’era il diritto di accesso e bisognava aspettare che qualche battello lasciasse l’ormeggio. Trovato un buco dove attraccare, vi fu la corsa fra barcacce di quel tipo per arrivare prima. Tamponamenti e bestemmie e finalmente eccoci sull’isola. Era mezzogiorno e avevamo una fame bestiale: volevamo mangiare i cannelloni ripieni. Lunga fu la ricerca accuratissima dei ristorantini leggendo il listino prezzi e facendo i conti con le riserve auree della famiglia. Alla fine, evaporando come stufe con la caldaia senza coperchio, il capofamiglia decise per un modestissimo canneto sotto il quale c’erano dei tavoli e qualche sedia. La tovaglia era sporca e, per tovaglioli, si usavano le mani. Né vino né birra, ma solo semplice acqua ci fu servita, sdegnosamente offerta dalla proprietaria che parlava tra sé in stretto napoletano (si sarà lamentata per la dovizia degli ospiti del nord?). Sul piatto, assieme a qualche mosca, tre cannelloni per quattro persone che come disse poi Villaggio, avevano la caratteristica di essere freddi all’esterno e bollenti come magma nella besciamella giallastra dell’interno. La fame da lupi ci fece addentare il cibo con conseguente scottatura della lingua e così giù acqua tipo pompiere. Infine il gelato chiuse il pasto. Visita alla piazzetta famosa, deserta perché era l’ora della bollitura solare e della “pennichella” abituale ed una rapida sosta per rimirare i faraglioni e poi tornammo indietro, scendendo per una scalinata al naturale con massi e rocce sporgenti fino al porto dove si giungeva con un bel salto che io feci con orgoglio, ma non le donne della famiglia. Nel frattempo subentrarono nuvoloni bassi e neri. Il sole scomparve ed iniziò a tirare un vento della malora. Attraverso un altoparlante della capitaneria di porto una voce gracchiava: “Mare forza otto, in aumento! Proibito lasciare l’isola!”. L’avvertimento andò avanti con monotonia e già pregustavo il forzato soggiorno e, quando vidi l’equipaggio della bagnarola consultarsi in un napoletano stretto e sottovoce senza sorridere affatto, allora capii le loro intenzioni. Con ordine perentorio ci fecero salire. Mio padre, che era stato fascista convinto, era sprezzante del pericolo e nonostante le onde acquistassero l’aspetto di piombo fuso, diede l’esempio e salì con un balzo sulla nave. Dietro a lui il sottoscritto ed una pletora di donne piangenti, grasse e magre che parlavano dialetti incomprensibili, atti a farmi pensare che appartenessero a qualche gruppo turistico organizzato dall’oratorio di Santa teresa del bambin Gesù. Non mancavano le suore ed un pretonzolo, piuttosto preoccupato. Il capitano si fece legare al posto di comando con le mani fissate sui manici del timone, il groviglio era poco tranquillizzante. Il secondo fu avvinto con le corde al palo centrale della "nave". Il terzo marinaio si sdraiò sotto una panchina di legno e si addormentò. Mio padre da coraggioso aveva afferrato le maniglie di una porta a vetri che si apriva sulla prua e con le gambe divaricate faceva salti involontari verso l’alto arrivando persino a mettersi con le gambe all’aria, non per la forza dei suoi lombi ma per la spinta delle onde. Mia madre e mia sorella piangevano a squarciagola e maledivano il coraggio di mio padre, che aveva smesso di avere quel ghigno satanico da coraggioso ed incominciava ad aver paura anche lui. Io mi ero abbarbicato al sedile di legno e sperimentavo col cuore in gola il volo degli astronauti. Arrivai persino a stare con la testa in giù ed i piedi al soffitto. Le donne del gruppo continuavano ad invocare Dio, la Madonna e tutti i santi e saltavano con il posteriore in aria dimenticando il comportamento educato delle donne per bene. In quel momento anche le suore mostravano in aria le natiche e non si preoccupavano affatto. Il prete aveva perso il messale, il berretto e le buone maniere. Ho avuto il sospetto che invece di preghiere stesse tirando certi bestemmioni da competizione e mostrava certi denti acuminati da farlo assomigliare a mastini napoletani inferociti. Il colletto bianco era slacciato e viaggiava libero verso l’alto. Non feci attenzione al suo abbigliamento intimo perché ero troppo attento a controllare il grigio piombo del mare, le sue tremende onde a piramide ed a soffrire ogni qualvolta la barca era sbalzata fuori d’acqua ed il motore andava a vuoto con un frenetico rumore d’eliche che giravano in aria. Ogni volta che la barca ripiombava in mare, la chiglia gemeva come una persona ferita prossima a tirare le cuoia. La confusione era terribile ed i marinai non parlavano. Tra le donne succedeva di tutto: le suore erano quasi nude ed avevano perso il cappellone bianco. Non avevano nemmeno più le scarpe. C’era una signora piuttosto in carne debordante che aveva perso ogni ritegno, il libro delle preghiere, il crocifisso, le scarpe e la fiducia nei santi.“Oddio mamma! Qui affondiamo! Oddio mamma, qui si muore! Oddio mamma, porco di qui, porco di là, oddio mamma se me la cavo giuro che sventro con le mie mani i marinai, uno a uno!”. Altre brave donne erano svenute e venivano lanciate da tutte le parti come sacchi di mortadella. C’era chi vomitava e qualcuno mi inondò la schiena di un liquido caldo e schifoso. Mia madre aveva assunto uno dei suoi tipici atteggiamenti isterici: dritta e dura come un baccalà, con un crocifisso, immancabile, stretto fra le mani giunte in preghiera, vibrava tutta, dalla testa ai piedi, come una macchina perforatrice stradale in azione. Mia sorella dava l’impressione di essere impazzita e non aveva atteggiamenti controllabili: si strappava i capelli, perdeva indumenti, si agganciava dove capitava, piangeva, anzi urlava, ed invocava santa Rita da Cascia, la santa degli impossibili. Mio padre ballava come non avrebbe mai immaginato di poter fare. Il suo volto era nero, accigliato e non parlava più. Da alcuni segni, mi pareva che avesse terminato sia il coraggio che la forza fisica. A balzelloni, saltando in su con il sedere ed arrivando a sdraiarmi sul soffitto per poi ripiombare giù, riuscii ad avvicinarmi a lui e, gridando con tutta la mia forza vocale, lo invitai a sedersi al mio posto mentre io l'avrei sostituito come il coraggioso di turno e fu uno spettacolo terribile. Mentre danzavo, vedevo la prua della barcaccia inabissarsi sotto un’enorme onda nera. Poi salivo verso l’alto e con me la barca con i suoi motori impazziti che facevano girare a vuoto l’elica. Finalmente dopo due ore di inferno, avvistai la costa alta di Sorrento e, da solo, il cuore riprese le sue funzioni. Vidi il marinaio uscire da sotto il sedile, slegare quello legato all’albero maestro e tutti e due liberarono anche il capitano. Con un coro di imprecazioni tutti quanti lasciammo l’imbarcazione, pregando Dio di non farci mai più ricapitare in mano ai napoletani. Questi non dissero una parola!

DOPO IL RITORNO DALL’ISOLA DI CAPRI

Mentre i fedeli si riorganizzavano, malconci e semivestiti, qualche pia donna si inginocchiò sul duro sasso del porticciolo, giunse le mani e le innalzò al cielo intonando un gaudioso canto di ringraziamento. Non tutto il gruppo fu compatto. Si udirono ancora bestemmie da far sbiancare il demonio più rosso. Il prete e le suore si rimisero a posto l’abbigliamento e pareva dagli sguardi che lanciassero dardi e frecce insanguinate alla volta della barcaccia “Dio, pensaci tu!” che intanto si dondolava pigra come se nulla fosse successo. Mia madre continuò a tremare ed invece di preghiere e ringraziamenti incominciò a maledire i terroni come mio padre ed i napoletani in particolare. Si decise di andare a Pompei a ringraziare la Madonna per la grazia ricevuta e loro (i miei genitori) fecero voto di ritornare in pellegrinaggio a Cascia a ringraziare Santa Rita, che sicuramente li aveva salvati. A Pompei ci andai volentieri perché anch’io avevo avuto non solo paura ma la certezza di morire. Andare a Cascia mi lasciava piuttosto perplesso da quando avevo scoperto che la grande santa degli impossibili era divenuta tale facendo richiesta al Padre Eterno di far morire il marito ed i due figli che mostravano l’intenzione di peccare: il marito andando all’osteria ed i secondi perché volevano usare gli attributi maschili con le fanciulle dell’epoca, anch’esse vogliose. Ora nel duemila la televisione ci informa che le virtù della santa erano un poco diverse. Ritornammo a Napoli e nei paraggi della stazione si decise di andare al ristorante e così si entrò in pizzeria. Sulla porta vi era un ossequioso cameriere pelato. Aveva una giacchetta di un colore che probabilmente anni prima era stato bianco. Portava sulle spalle uno strofinaccio e scarpe lucidissime e ci fece accomodare. Come un cliente finiva di mangiare la sua pizza, prendeva i soldi e se li ficcava nella tasca dei pantaloni, quindi con un affascinante gioco di prestigio, afferrava con la mano destra il piatto unto, lo poneva sotto il gomito sinistro e con questo puliva il piatto in maniera veloce ed efficiente. Contemporaneamente, mi domando ancora come facesse, puliva con la mano destra la forchetta ed il coltello nello straccio che teneva sulla spalla. Consegnava così al nuovo cliente l’armamentario per mangiare. Nel frattempo sputava dentro il bicchiere e, sempre in maniera efficace e da giocoliere, ripuliva anche questo. Terminata l’operazione stoviglie, con lo stesso strofinaccio puliva tirandolo veloce da un lato all’altro anche le scarpe dei clienti e, già che c’era, si puliva le sue. Sempre sorridente e simpatico ci servì un’abbondante pizza che io mangiai di gusto perché avevo veramente fame e non sottilizzavo troppo sull’igiene. La bocca storta di mia madre invece mi fece intendere che lei non la pensava così. Quando uscimmo, subito all’angolo, trovammo giovanetti quasi nudi che tranquillamente defecavano accanto alla pizzeria. E di nuovo mia madre maledisse mio padre e i terroni come lui.

A LI MORTACCI TUA!

Roma, ore dieci di mattina, anno 1960, traffico normale per la città eterna: autentico caos. Un vigile con tanto di guanti e con elmo, pronto a tutto, tenta di controllare e dirigere il traffico. Apre le braccia in senso di divieto verso alcuni automobilisti dietro di lui. Nessuno si ferma e viene investito con delicatezza e trasportato in quella strana posizione verso una destinazione da lui vietata. Dopo qualche decina di metri, il buon operatore del traffico richiude le braccia, tenta di scendere dal cofano della macchina e pronuncia le fatidiche parole, mentre si aggiusta i pantaloni: “A li mortacci tua!”. Non succede niente, il vigile si spazzola il sedere e continua con le sue litanie in romanesco. Gli investitori se ne vanno tranquilli senza fermarsi né dare spiegazioni. Io e la mia famiglia eravamo fermi in una “Dauphine”, rispettosi del segnale citato del vigile romano. Dal retro sentiamo una terribile botta: erano altri due vigili romani, in borghese, su una Fiat 1100, non di loro proprietà, che ci avevano investito. A Roma quasi nessuno rispetta i segnali e le regole stradali! Scesi dalle vetture, noi e loro iniziamo a litigare mentre il primo vigile si allontana verso un bar onde far passare lo spavento. I vigili urbani, nostri investitori, viaggiano in borghese in un’ora nella quale dovrebbero essere in servizio e quindi indossare la divisa. L’auto non era quella di servizio e con arroganza pretendevano che noi ci accollassimo la colpa dell’incidente. Mio padre, anche lui vigile, si dimostrò timido e li assicurò che avrebbe scritto all’assicurazione che il danno l’avevamo fatto noi marciando all’indietro! Inutile dire che tutta la famiglia era contraria a questa soluzione. Arrivati a Legnano il capofamiglia decise di raccontare la verità ed io allegai un preciso disegno dell’incidente. Dopo qualche giorno mio padre ricevette una lunga lettera piena di insulti perché aveva detto la verità. A Roma le cose vanno così!

OCCUPAZIONI SALTUARIE DI NOI BIMBI ALLE CASE POPOLARI DI VIA CARLO PORTA.

La ricerca di stracci nelle discariche, specie di quelli di lana, era qualcosa cui noi ragazzi ci dedicavamo.
Una volta raccolti gli stracci in sacchi di carbone, si andava bene incolonnati, guidati da qualche nonna in valle Olona, verso Solbiate e paesi simili, dove esistevano piccole industrie che riciclavano il materiale, trasformandolo poi in maglie assai utili. Praticavano alla lana recuperata, oltre al lavaggio, anche la colorazione, per cui ci si toglieva il gusto di scegliere tinte diverse dal grigio, magari il blu. Un’altra pratica, cui ci si dedicava con entusiasmo, era la ricerca, sempre nelle discariche a cielo aperto, di materiali come l’alluminio, oppure il ferro. Passava poi il carretto con il cavallo e l’omino pesava il frutto del nostro lavoro e ci dava qualche soldino.
Le occupazioni per noi bambini erano innumerevoli: dalla raccolta di erbe nei prati alla raccolta di sassi per sgomberare i campi. In primavera si coglievano gli “asparagi selvatici” che in tavola rappresentavano una ghiottoneria. Nei mesi di ottobre, novembre, dicembre e persino gennaio avevamo quasi un lavoro fisso: trasportare nelle cantine ceste di legna e, molto più tardi, anche di carbone. Diventavamo sporchi e neri ma avevamo poi la soddisfazione di poter ricevere bei soldini, soddisfatti del nostro lavoro utile a tutte le donne delle case popolari. Ci concedevamo quindi il piacere di mangiare una bella patata americana dolce (naturalmente cotta). Nel periodo di guerra, non c’era limite alla nostra fantasia. Esisteva sempre qualcuno che ci forniva polvere da sparo che, inserita in grossi bulloni di ferro, chiusi da dadi, veniva lanciata in aria e provocava sonori scoppi, non appena la bombetta ricadeva a terra. Con il “carburo” fu sperimentato un’altro divertimento: si facevano delle buche nella terra, dove lo si installava e lo si copriva con una tolla arrugginita alla quale era stato praticato un foro nel centro ed il più coraggioso di noi teneva un dito appoggiato sopra la tolla per ritardare la partenza del razzo: naturalmente la combustione chimica avveniva orinandovi sopra il più abbondantemente possibile. Diverse volte il razzo partiva con bianca scia e botto verso il cielo, altre volte finiva proprio nel bel mezzo di un occhio per cui avevamo sempre occhi neri, non solo per il carburo ma anche per i pugni che ci davamo in lotte per scoprire il più feroce e coraggioso. Altro divertimento era andare nel campo del Bernocchi dove era presente la contraerea italiana da campo: a terra si trovavano bossoli non ancora esplosi, li si raccattava e li si faceva partire con colpi ben assestati sul didietro. Per fortuna non è mai successo niente, perché la fortuna ci assisteva sempre. Personalmente mi sono quasi spappolato le dita della mano destra a causa di un altro divertimento innocuo per bambini scemi. Trovavamo del “plastico”, confezionato a forma di cioccolato a spicchi, e una volta accertato che non si poteva mangiare ci limitavamo a staccarne i quadretti, appoggiarli sul bordo granitico del marciapiede e giù sassate per sentirlo scoppiare, vederne la fiamma e sentirne l’acre puzzo di bruciato. Tuttavia questi, che sembrano giochi pericolosi, erano in realtà innocui rispetto agli archi e le frecce costruiti con le bacchette degli ombrelli. Questi divertimenti disgraziati puntavano realmente contro il volto degli altri bambini e lasciavano partire la freccia che finiva addirittura negli occhi, rimanendovi impiantata, tra urla di disperazione. Anche in questo caso c’era la protezione di qualche santo in paradiso. Più pungenti erano gli spilli infilati sulla punta di un cono di carta atto ad essere sparato con una cerbottana fatta di carta, di legno e da qualche canna vuota. Per fortuna si era stabilita una convenzione per cui oggetto dei tiri era il sedere di innocenti e tutto finiva lì. Altra nostra arma era il tira-sassi fatto con forcella di legno e fionda in tubo di gomma da bicicletta e sassolini da terreno. Arrivarono ben presto anche le biglie di metallo, grosse come una ciliegia e non c’è nessuno che non le abbia assaggiate in testa, nelle orecchie o sul collo. Dalle biglie di metallo si passò poi a quelle di vetro colorato adatte al circuito d’Italia ottenuto trascinando qualche poveraccio per le gambe e tracciando con il sedere il percorso. Poste le biglie nel circuito, vinceva chi aveva più destrezza con il pollice e l’indice a dare una spinta in esatta traiettoria. D’estate, ad agosto, quando già asfaltavano le strade, ci si divertiva a fare biglie con il catrame della strada che si scioglieva sotto il sole. Escluso l’inverno, almeno quando c’era la neve ed il ghiaccio, i divertimenti infiniti continuavano con la lippa. Un bastone di legno doveva colpirne un altro piccolo e sminuzzato a punta sui due lati. Una volta alzato il pezzetto di legno, doveva essere colpito con tutta la forza dal giocatore in possesso del bastone più grosso: anche con la lippa era inesorabile rompere vetri alle finestre, ficcare negli occhi a qualcuno il pezzo di legno e via discorrendo. Ad ogni manifestazione di furia e maledizioni espresse dalle vittime, noi ponevamo nella velocità della corsa la nostra salvezza.
Qualche genitore operaio regalava ai ragazzi rotelle a sfere che noi adottavamo subito per costruire slitte a ruote con manubrio per la direzione. Era una guerra poter salire su questo veicolo anche lui non privo di pericolosità: si finiva nell’Olona, sotto i camion, addosso alla gente e tutto con vistose maledizioni.
Esistevano giochi più semplici e meno pericolosi come il cerchione di una bicicletta battuto da un randello di legno oppure le gare di lotta libera, nonché il gioco del calcio. Due massi a fissare le porte e poi giù a dare pedate a palle di stracci confezionate da noi stessi: il pallone di cuoio è sempre stato un sogno che io purtroppo non ho mai realizzato. In compenso nel compiere strepitosi parate in porta lanciandomi secondo lo stile migliore finivo molto spesso con il cranio contro i sassi che segnavano la porta. Leggero stordimento, mal di testa e poi via ancora. La gioia del gioco era di gran lunga superiore al dolore fisico. Il gioco più comune era "la cavallina" e "il mondo". La "cavallina" era costituita da più bambini che si chinavano con la testa tra le gambe di quello davanti e gli altri bambini cercavano di saltare sopra di essi fino a quando poi si cadeva tutti per terra. Il gioco del "mondo" era praticato soprattutto dalle bambine che tracciavano con il gesso dei riquadri numerati sul terreno e poi ci saltavano dentro. Fra gli infiniti giochi all'aria aperta c’erano: mosca cieca, girotondo, la sberla e tanti altri.
Più avanti nel tempo si andava anche al cinema e regolarmente non si capiva la trama né il significato delle parole. Allora ci si riuniva in banda ad ascoltare le spiegazioni fantasiose per buona parte della settimana. In quel periodo si parlava solo il dialetto e la lingua italiana era quasi sconosciuta. Per apprendere l’italiano c’è voluta la scuola, tante sberle sulle orecchie, sempre maltrattate, schiaffoni e bacchettate a non finire. Stranamente sembravano tutti dislessici e solo due o tre allievi venivano incaricati di leggere e fra questi c’ero anch’io. Non mi è concesso in questa sede riassuntiva di prolungarmi sulla gioia di vivere di allora, anche se qualche ricordo negativo non mi ha mai lasciato: fu quando gli americani diedero aiuti economici all’Italia. A noi ragazzi del nord non venne dato mai nulla: chi faceva borsa nera ci gettava dalle finestre e balconi cioccolati pieni di vermi e l’anziana maestra consegnava ai quattro ricconi della classe una partita di cioccolato fondente duro ed amaro. Non faccio i nomi dei ricconi, ma questi si dicevano schifati dal troppo cioccolato mangiato da sempre e così per strada si divertivano a lanciarlo in aria, con disprezzo, mentre il resto della classe lottava e si accapigliava per entrare in possesso di almeno una stecca: la stessa cosa del Marchese del Grillo che lancia ai poveracci pigne dure e denaro arroventato.
Certe teorie moderne consigliate da giovani medici e messe in pratica da loro stessi perché i figli siano abituati ad avere naturali anticorpi, trascurando ad esempio l’igiene delle mani e lasciando che si trastullino per bene in mezzo a qualche sozzura che avrebbe fatto gridare allo scandalo solo qualche anno fa, ebbene da noi era spontaneamente applicata in grande abbondanza. Tribù di piedi neri, non perché indiani d’America, ma perché non esistevano né calze né scarpe e si circolava dappertutto. Mani unte e sporche, unghie lunghe e ripiene di ogni porcheria, faccia bi/tricolore perché si faceva il bagno nelle tinozze sì e no una volta al mese: l’acqua del primo serviva per tutti gli altri. Come indumenti, specie in estate, le sole mutande che da bianche divenivano marrone e venivano cambiate magari ogni quindici giorni. Se andava bene si disponeva anche di una maglietta di cotone, nella quale facevano bella vista spighe di grano, erbe varie ed una varietà di creazioni concettuali che ai nostri giorni verrebbero considerate opere d’arte. In inverno o nelle stagioni meno torride, i pantaloncini corti recavano quelle naturali ferite a strappo con vistose toppe che oggi i maschi e le femmine dabbene si comperano già belle e confezionate, come fenomeno di cultura.
I maschietti facevano a gara a chi era più coraggioso e, cercati nella terra, dopo il temporale, grossi vermi, se li lasciavano scivolare attraverso la gola nello stomaco. Tutto sommato, quelli che furono bambini da strada, abbandonati a se stessi, salvo casi di vera disgrazia o di malattie gravi conclamate, sono riusciti a vivere dignitosamente e magari a farsi anche qualche soldino. Non così si potrebbe dire di quei figli di papà e mammà, che a volte non hanno fatto poi tanto successo nella vita. Sembra strano, ma pidocchi ed altre allergie del genere non vennero quasi mai riscontrate sui crani primitivi ed incolti dei popolani. Piuttosto invece è noto che proprio i “figli per bene” ultra lavati e sterilizzati, sono stati e sono più frequentemente colpiti. Così dicasi per le malattie della pelle: è più facile trovarle sulle igieniche e perbeniste pelli di coloro che fanno il bagno tre volte al giorno. Certo, le case popolari non erano luogo di incontri culturali e le frequentazioni erano assai più di tipo proletario e di bassa manovalanza.
C’erano anche poveracci che, senza colpa loro, erano nati deformi: tutti ricorderanno i fratelli “CECEPITA MAMA ULA!” ed il fratello Federico. L’ambiente era abitato anche da uomini addetti al rispetto della legge ed incaricati di farla rispettare. Ricordo volentieri Carmelina, che abitava un piano sopra di me. Con lei ho giocato spesso al dottore e mia nonna andava a lavare i piatti e le stoviglie e a riassettare la sua casa. Suo padre era una guardia di finanza e quando questa nobile famiglia aveva terminato il pranzo, ci avvertiva con un paio di colpi di manico di scopa sul pavimento che erano in arrivo croste di formaggio ben scavate e lasciate cadere sul nostro balcone, dove il sottoscritto si distingueva nella presa al volo del pacchettino, nostro pranzo quotidiano. Come in tutte le società, anche qui alcune famiglie ignoravano la fame ed ogni altra difficoltà e non vogliono e volevano saperne che si raccontino e raccontassero queste cose. In genere chi sta meglio è portato a pensare che gli altri stiano sempre meglio di lui, mai che vi sia chi sta peggio. Probabilmente è un’autodifesa morale, un alibi che impedisce loro di pensare che magari potrebbero essere un poco più generosi.
Bando alle ciance e parliamo della gioia che le sirene, che avvisavano possibili bombardamenti, ci facevano ritrovare nelle cantine anguste e scure, dove si parlava, si pregava e persino si giocava con vera soddisfazione.
Mamma mia, che risate! Che divertimento quando ogni notte a partire da un certo periodo venivano a bombardare Milano. L’ora era quasi sempre la stessa: le due di notte. Verso Milano, per la lunghezza di tutto l’orizzonte, s’innalzava una fantastica montagna di fiamme ininterrotte, vivide, rosse, con scoppi e fragori. Da mezzo all’onda rossa, zampilli di stelle, fuochi d’artificio. Il cielo era in tempesta: un rumore costante, continuato per ore. La povera nonna - eravamo noi due bambini e la sola nonna - piangeva, strillava, scappava senza sapere dove andare. Si faceva di continuo il segno della croce, invocava a gran voce Santa Rita, Sant’Antonio e tutti i santi che aveva a memoria. Per fortuna noi bambini avevamo - ci sia consentito - più sangue freddo, più organizzazione. Obbligavamo la nonna ad andare a letto vestita e preparavamo, pronte all’uso, borse contenenti un po’ di tutto, tanto per fuggire e tentare di sopravvivere. La nonna invece era presa tanto dal panico, che perdeva anche le scarpe, dimenticava di chiudere la porta e si precipitava giù per le scale buie. Era tanto impaurita e scarmigliata da scatenare in noi ribaldi l’ilarità più sfrenata. A fatica, trattenendo le risate, cercavamo di tranquillizzarla dicendole che non c’era pericolo immediato, poiché bombardavano Milano, e a Legnano non sarebbe capitato nulla. Prendendola per mano e sottobraccio, le dicevamo cosa doveva fare, dove mettere i piedi, mentre noi chiudevamo la casa con la chiave e ci munivamo di qualche candela accesa. Lungo la via della fuga verso le campagne, la nonna inciampava, cadeva, a fatica riuscivamo a sorreggerla, poiché oramai era fuori di sé per il terrore. Erano così le altre donne, accompagnate dai nipotini, più saggi e contemporaneamente più incoscienti. Si udivano urla e strepiti di femmine impazzite e cori di fanciulli che cercavano di calmare quelle povere vecchie che in teoria, secondo la mentalità comune, dovevano essere sagge e capaci. Anche in questo caso la realtà superava la fantasia.
Le numerose donne, trascinate dai bambini verso le campagne, ne combinavano di tutti i colori: cadevano a terra, si facevano male, vomitavano, si orinavano addosso: c’era da vergognarsi e da porsi seriamente la domanda se eravamo noi bambini ad essere affidati per protezione alle donne anziane o viceversa. Raggiunta qualche casa di contadino, le donne, sempre nel pallone, isteriche come pazze, gridavano ogni sorta di litanie, intonavano preghiere in un latino incomprensibile e giù a piangere alla disperata. Non si accorgevano nemmeno, dopo qualche ora, che i bombardamenti erano terminati ed a stento si lasciavano ricondurre a casa dai propri nipotini. “Siete sicuri che non c’è più pericolo? Siete sicuri che è finito tutto?Ma quelle grandi fiamme laggiù, siete sicuri che non vengano anche qui da noi?”. Noi le tranquillizzavamo e, nonostante i loro costanti dubbi, le riportavamo a casa. Ora, alle soglie del duemila, mi ritrovo ogni tanto a desiderare di ritornare bambino, povero ma felice. In questi giorni invernali nei quali l'uggia della nebbia, la morsa del freddo ed il frequente piovigginare mi attenuano la gioia di vivere, mi ritorna in mente il grande tavolo da cucina, sul cui marmo disegnavo con impegno le fatiche militari di mio padre a cavallo assieme al Duce mentre tutt’intorno la battaglia quotidiana avvicinava inesorabile la vittoria sul male. Nei fogli gialli e blu delle carte con cui avvolgere zucchero nero e sale, la mia matita tracciava ogni aspetto delle azioni militari: il cielo pieno di aeroplani pronti a sganciare bombe micidiali, soldati che sparavano, che cadevano feriti o morti, l’urlo della guerra e lo sventolare della bandiera vincitrice. Come capita a molte donne che ho conosciuto poi nel corso della vita, che rimangono suggestionate dall’oggetto della rappresentazione e ne traggono emozioni forti tanto da confondere la realtà con la fantasia, così anch’io mi immergevo profondamente nella realtà figurata che io stesso andavo disegnando e mi compiacevo o mi addoloravo: vivevo di quelle immagini e pensavo di essere io stesso sul campo di battaglia. Terminato il disegno, d’accordo con la nonna, si procedeva al rito dell’accensione della stufa con le stesse carte. Quindi, grato dell’incarico, provvedevo a riattizzare il fuoco sopito, inserendo nella stufa qualche pezzo di legno o carbone. L’arte di mantenere vivo il fuoco era una specialità riservata a me, che sapevo dare aria al momento giusto, sapevo girare e rigirare i tizzoni ardenti, provvedevo a che non si formasse eccessiva cenere. La nonna metteva a bollire grosse pentole d’acqua, che scandivano con il loro familiare borbottio il corso della giornata. In genere si cuoceva dorata farina di granturco per ottenere poi una splendida torta di polenta gialla. Le pareti della camera erano decorate secondo l’uso dei tempi, con rombi ottenuti da stampini sui quali l’imbianchino passava una pennellata di colore blu o marroncino onde ottenere, in serie ripetuta, paesaggi con la casetta o le montagne oppure motivi floreali. Le finestre erano ricoperte di vapore ed io mi divertivo con il dito a tracciare disegni, che man mano svanivano e rifacevo alitando sul vetro stesso e ridisegnando. Il gatto di casa, piuttosto affamato, incurante delle scottature alle zampine, saltava sulla stufa e tentava di scoperchiare le pentole. A volte riusciva con la zampa a “rubare” qualcosa da mangiare. Dalla stufa partiva verso l’alto un tubo verniciato d’argento che a una certa altezza era recintato da una ghiera da cui si irraggiavano bacchette, da alzarsi a bandiera, e sulle quali mettere ad asciugare la biancheria lavata. Per le strade si sentivano voci di passanti ed in lontananza i rumori meccanici di industrie operose. A mezzogiorno la sirena avvisava che il lavoro era momentaneamente sospeso e che gli operai potevano riposare appena fuori dall’officina. Si sedevano come capitava per terra e mangiavano con giusta soddisfazione il cibo che la moglie aveva preparato e stivato in quegli arnesi tipici dei militari chiamati “schiscetta”. Dopo un altro colpo di sirena, il lavoro riprendeva e la nonna in casa preparava il solito pentolone di polenta per la sera. La polenta andava girata e rigirata per impedire che sui bordi del contenitore si formassero dei grumi, sulla sua superficie si formavano bolle come piccoli vulcani che esplodevano con un "plop" continuo e sempre in posizioni diverse. In piedi, su un seggiolino, armato di un lungo cucchiaio di legno, rimenavo la poltiglia e mi divertivo ad indovinare dove potesse formarsi la nuova bolla per impedirle di fare “plop”. La nonna faceva la coda dinanzi alla cooperativa “Avanti” per fare qualche magro acquisto e chiedere, con grande umiltà, alla signora direttrice di donare qualche foglio di carta in più per me. Per chi non fosse stato presente allora, ricordo che nelle famiglie umili e con pochi mezzi economici, era ricchezza la cacca dei cavalli e noi bambini avevamo la gioia vera di seguire i carretti che percorrevano le strade non ancora asfaltate per raccogliere con paletta e secchio tanto ben di Dio. Questo regalo degli amati cavalli veniva conservato sul balcone, all’aria, perché diventasse secco e, quindi, ottimo combustibile nella stufa. Altra avventura era la discesa con moccolo di candela accesa nelle viscere oscure delle cantine. Qui si provava il proprio coraggio contro il buio e la propria abilità nello scovare la porta nera, a volte contrassegnata con il numero dell’appartamento, ma in genere affidata alle capacità d’indagine ed alla memoria. Un grosso catenaccio chiudeva l’uscio serrato con un gigantesco lucchetto da aprire con chiave minuta e preziosa. Una volta dentro, sembrava di rivivere avventure di esplorazione. Bisognava riconoscere un buon sito sul quale versare qualche goccia di cera e quindi assestarvi la candela e poi con abilità raccogliere pezzi di legna, da noi stessi spaccati in precedenza con la scure. Iniziava così un lavoro serio e faticoso. Bisognava prendere più pezzi di legna e saperli portare fuori dalle scale della cantina, facendo attenzione di ammonticchiarli senza dar luogo ad equivoci e salvaguardarli così da involontari furti. Bisognava fare e rifare le buie scale fino a che non si era ottenuto il bel mucchietto desiderato. Quindi si provvedeva a fare bene attenzione a non lasciare scintille e fuocherelli subdoli, magari tra i riccioli di legno e la paglia usati per preparare il fuoco. Poi si provvedeva a serrare l’uscio con la barra di ferro ed a chiudere con certezza il lucchetto, a riporre la chiave per non perderla ed a trasportare il bottino su per le scale. Ogni volta ci si sentiva orgogliosi e capaci. Le scale erano luogo di incontro anche con le bambine e fin da allora ho notato che le femmine sono astute dalla nascita e che ottenevano sempre quello che volevano.!
Chi sembra riscoprire se non addirittura meravigliarsi delle insidie ai bambini dimostra di essere un grande ingenuo oppure di ignorare la storia. Dagli antichi Greci ai Romani di un tempo e persino ai giorni della mia fanciullezza, i bambini erano circuiti a scopo di libidine ed è pure accaduto a me, che ne sono uscito per circostanze romanzesche e per fortuna assolutamente incontaminato. Allora non erano raffinati invertiti a circuire i bambini (maschietti!) ma volgari braccianti e muratori. Sembrerebbe che la pederastia e pedofilia sia appannaggio di classi evolute ed annoiate, ma non è così. Un compagno di giochi un giorno ci radunò per una conferenza piena di entusiasmo: ci informava che il tal muratore pagava bene per fare i suoi sfoghi in quella parte del corpo che normalmente serviva ad evacuare il prodotto della digestione. Io ascoltavo piuttosto preoccupato e disgustato ma gli altri bambini erano curiosi di informazioni dettagliate. Opiglio, era il nome dell’esperto, assicurava che non si sentiva dolore e che tutto finiva in poco tempo ecc. ecc. Diceva che il muratore gli aveva dato l’incarico di informare i suoi compagni di giochi che era disposto a pagare bene per così poco. Mentre ascoltavo, rimanevo allibito al fatto che gli amici apprezzassero l’idea di poter entrare in possesso di denaro con una pratica così semplice e già sorridessero all’idea. Giorni dopo, ci si ritrovò per l’aggiornamento delle notizie e pare che parecchi di questi bambini avessero cercato l’esperienza e ne fossero rimasti soddisfatti. Qualcuno affermò che, oltre a guadagnare soldi, andava meglio di corpo. Comunque sono tutti sopravvissuti e sono regolarmente sposati con prole. Il sottoscritto venne circuito da un altro muratore, grossolano, volgare ma dotato di psicologia. Oltre ai soliti complimenti per il mio aspetto e per i miei riccioli neri, ero uno dei pochissimi figli di meridionali approdati al nord, era riuscito con copiose domande a conoscere la mia straordinaria passione per i cavalli. Mi promise di portarmi a vedere i cavalli da corsa e mi condusse a piedi nei boschi del “TOSI”. Qui giunto, mentre io aspettavo di assistere alla corsa dei cavalli in una “pista” inesistente, si fece vivo un contadino con in mano una lunga falce per fare scorta di erba per i conigli. Appena si accorse di quello che stava per succedere incominciò a bestemmiare ed a minacciare il muratore di farlo a pezzi se non mi avesse riaccompagnato subito a casa, che ci avrebbe seguito, falce in mano e, se mi fosse capitato qualche cosa, l’avrebbe usata di sicuro. Il muratore non fiatò e fece ritorno alle case popolari dicendo che quel pomeriggio i cavalli non correvano. Così ringrazio con molti anni di ritardo quell’onesto uomo di contadino e la sua falce. Rividi ancora quel muratore che cercò sempre di sedurmi offrendo sempre qualcosa pur di appartarsi con me, specie al campo del Bernocchi, dove i ragazzi giocavano al calcio, senza mai riuscire nel suo intento. Tuttavia la persecuzione da parte degli invertiti continuò fino all’età matura e fui coinvolto in un’avventura duratura con un ragioniere di banca che mi faceva sentire una fanciulla corteggiata. In questa occasione mi lamentai a casa per le eccessive attenzioni ma ebbi in risposta da mia madre: “Tu sei sempre il solito. Tu quando trovi come amico un bravo ragazzo, fai di tutto per rompere l’amicizia!”. In realtà già circolava la voce che io fossi l’amante di un “omo”.

W IL VINO

Ah, gli ubriachi!
Oggi chi li vede più? Sono una razza scomparsa, del tutto estinta. Oggi esistono gli “etilisti” che sono ben altra cosa. Dovete sapere che alla mattina presto i lavoratori partivano in sella alla bicicletta, sicuri di sé, e viaggiavano ben bene dritti ed accorti. Alla sera però, dopo le cinque e mezza li ritrovavi tutti a piedi guidati dalla bicicletta che faticava non poco a ritornare a casa, trascinando attaccati ad una manopola del manubrio quello che alla mattina era il padrone ed alla sera diventava un avanzo di osteria o di “CIRCOLO DELLA PACE E FRATELLANZA” o “CASA DEL POPOLO” o “DOPO LAVORO”. Ogni tanto il residuo di padrone scivolava in avanti o indietro ed era sempre la bicicletta che conduceva a fatica il malridotto. Quante offese sopportava, povera bicicletta! Non era colpa dell’avvinazzato se l’andatura era a rotazione da una parte o dall’altra della strada, con ritorno all’indietro, pur con una lenta progressione verso l’ovile. Si sentivano imprecazioni tipo: “Dove vai, troia, vacca di una troia! Devi andare dritta, la sai la strada!”.
Poveretta, la bicicletta si sforzava di tenere in piedi quel rudere a due gambe, che parlava da solo oppure ce l’aveva con qualcuno che non si vedeva. La bicicletta, brava bestia, sopportava e cercava di tirare innanzi, anche sulle salite, trascinandosi dietro quel peso morto di ubriacone. Il raro traffico automobilistico sul Sempione aveva continui rallentamenti, magari perché due dopolavoristi avevano incrociato le biciclette e queste bestie non si ricordavano più da che parte andare. Qualche poveretta, stremata, non ce la faceva più e si accasciava sulla strada, trascinando anche l’avvinazzato. Qualcuno si addormentava sul posto e dovevano spostarlo sul bordo della strada assieme alla sua generosa schiava. Qualche altro era soccorso da volontari che lo tenevano sottobraccio mentre lui sgambettava come se dovesse salire le scale. Altri ubriachi urlavano, bestemmiavano da far paura: riuscivano ad infilare la porta del cancello sotto la vigile attenzione di noi bambini che scommettevamo quando il disgraziato avrebbe preso una “craniata” colossale contro il duro legno del cancello. Raramente ci era data la soddisfazione di vedere la craniata desiderata ed anche quando succedeva, dopo qualche secondo l’ubriaco era già in piedi, si fa per dire. Tuttavia l’affetto familiare soccorreva tutti questi energumeni e le mogli con il viso tra il vergognoso e l’addolorato, riuscivano, anche se a fatica, a riportare tra le mura domestiche la vittima del capitalismo, che per dolore si riduceva così nel vano tentativo di dimenticare i padroni oppressori che lo costringevano a lavorare. Tra gli ubriachi si doveva fare delle distinzioni: c’era quello simpatico, che faceva simpatiche battute sulle corna messegli dalla moglie per colpa della suocera, disgrazia della società umana; c’erano quelli che riuscivano in genere ad essere riportati dalla fedele bicicletta fino alla scala dove abitavano, a questo punto, però, la bicicletta sveniva ed allora scendevano i loro congiunti ed a furia di spintoni e sollevamento pesi li collocavano a letto vestiti e già pronti a ripartire per il lavoro l’indomani mattina, freschi e pimpanti a cavallo della fedele “due ruote”. C’erano poi ubriachi cattivi che mettevano paura e che preferisco dimenticare. Il trionfo degli ubriachi avveniva domenica pomeriggio. Alla mattina, tutti ben lavati e ben vestiti frequentavano la chiesa, dove stavano compunti a dormire. Dopo la consueta passeggiata con il vestito della festa per il rientro a casa, gustandosi con la vista lo splendore delle femmine che esponevano il campionario della loro eleganza e la vistosità delle forme e delle andature, alle dodici e mezza in punto tutti si buttavano sulla tavola riccamente imbandita con polenta ed uccelli scappati, pezzi di maiale che avvolgevano ripieni ricchi di prezzemolo ed altro, tenuti insieme da stecchini di legno, tracannando un bottiglione di vino nero con la scritta Barbera o Barbacarlo o Freisa, fabbricato a Rho verso Milano, poi polenta arrostita con gorgonzola ed alla fine noci dure da spaccarsi con i denti.
Dopo l’abbondante pranzo, si ascoltava la radio e ci si addormentava per qualche minuto, stesi sul sofà. Poi via, dagli amici all’osteria a giocare a carte e a bere vino nero pugliese, tanto duro e pesante da assomigliare all’olio di fegato di merluzzo colorato di nero. Alla fine, verso le sei della sera, ecco apparire le prime difficoltà: le sedie sono incollate al sedere, le gambe non rispondono ai comandi, ci si appoggia al tavolo e con la forza dei gomiti si riesce a stare in piedi. Già si sbaglia la porta per uscire e si prendono le prime capocciate. Poi, attaccandosi ai muri riescono all’aperto su un marciapiede affollato da centinaia di uomini vestiti di nero per la festa ma con vistose distorsioni di andatura. Le prime difficoltà per orientarsi verso la direzione da prendere, i primi scontri abbracci, i primi saluti distorti da una bocca che non si apre nel verso giusto, mentre aliti fetidi stordiscono i presenti, il colletto della camicia aperto e a sghimbescio, la cravatta slacciata, la giacca aperta ed aperta anche la patta dei pantaloni. Un passo incespica nell’altro ed incomincia la dura lotta della sopravvivenza. Le strade brulicano di migliaia di ubriachi. Le donne si fanno il segno della croce ed alzano gli occhi al cielo e noi bambini facciamo scommesse su quanti riescono a ritornare a casa oppure s’addormentano per strada. Di volontari per soccorrerli ce ne sono pochi, perché gli “astemi” sono rari. Qualcuno s’appoggia con il braccio al muro e vomita, qualche altro canta a squarciagola e c’è persino qualcuno che riesce a montare in bicicletta. Dal mio balcone controllo che anche mio padre non sia presente nella marea degli ubriachi. Purtroppo non è così: laggiù, all’incrocio fra via S. Francesco d’Assisi e via C. Porta, c’è una figura familiare che sbaglia la curva, ritenta, cade, si rialza. Cade ancora. Allora io mi precipito per le scale, corro incontro a mio padre, afferro il manubrio della bicicletta e lui mi dice con un sorriso distorto: “Che fai, Pelandra? non vedi che mi fai cadere?”. Parlando di ubriachi voglio raccontare un aneddoto che un visitatore di una mia mostra di pittura mi confidò recentemente. Al suo paese, questo signore oramai con i capelli bianchi, faceva parte integrante dell’organizzazione clericale ed operava in stretta relazione con il prete padrone. Era quindi quello che si può definire un bravo cristiano. Tuttavia la parte selvaggia ed animale di tutti i bambini e ragazzi era sempre all’erta e pronta a combinarne di tutti i colori. Viveva in questo paese della provincia di Cremona una brava persona, umile, zoppa, mutilata di una gamba, che svolgeva per tutta la settimana il suo onesto incarico di netturbino comunale. Era dotato di carretto, scopa e paletta per raccogliere l’immondizia. Svolgeva bene con coscienza il suo lavoro e manteneva pulite le strade del paese per tutta la settimana, con la simpatia della cittadinanza e l’affetto dei ragazzi. Arrivata la Santa Domenica, il “GAMBETTA” la celebrava come era d’abitudine tra il popolo: si prendeva una sbronza totale, una “ciucca” bestiale, tale da scaraventarlo per terra, farneticante ed ignaro di tutto quello che lo circondava o succedeva. I santi bambini dell’oratorio, sempre pronti alla preghiera, alla confessione ed a tutti i riti sacri cui obbedivano con fervore, a quella vista dimenticavano tutti gli impegni cristiani. I chierichetti buttavano via le sottane d’ordinanza, abbandonavano chiesa ed oratorio ed in preda a furia satanica, saltellando di gioia in un rito orgiastico liberatorio, caricavano il poveretto sul suo carretto dell’immondizia e lo spingevano a tutta velocità per le strade del paese, in una sarabanda di urla, lazzi e risate sguaiate da far invidia ai “sabba” delle streghe. Al termine della corsa, lo scaricavano nell’immondezzaio, quindi lo tiravano su di nuovo, lo ricaricavano nel suo carretto e via di nuovo per le vie del paese finché, stanchi per il gioco satanico, non lo riconducevano nella sua baracca fuori dal paese e ve lo scaricavano come immondizia. Diceva questo mio visitatore che il poveraccio si svegliava al lunedì mattina tutto pesto e sanguinante ma non si ricordava assolutamente come si poteva essere prodotto tutte quelle graffiature e lacerazioni che si ritrovava sul corpo ed in particolare sul volto. Riprendeva con serenità il suo lavoro per tutta la settimana fino all’arrivo della domenica, giorno di libertà per lui da sempre santificata tracannando tutto il vino che gli era possibile. Di nuovo la banda clericale si scatenava nel solito rito e né il prete né le autorità avevano mai avuto nulla da obiettare. Venne il giorno in cui il povero “Gambetta” tirò le cuoia, da solo, nella sua baracca. I ragazzi, santi per le giuste frequentazioni clericali, anche se talvolta crudeli come solo i ragazzi sapevano essere, amavano a loro modo questo relitto della società e si preoccuparono di andare a vedere come mai era assente dalla scena il loro “Gambetta”. Accortisi ed addolorati della sua dipartita, corsero dal prete perché gli desse almeno l’estrema unzione. Il prete, schifato, non ne volle sapere, con un disinteresse oltraggioso che scatenò una vera e propria ribellione nei ragazzi. Rimproverarono aspramente il prete che, quando stava male il riccone del paese, andava almeno due volte al giorno a confortarlo con tanto di carrozza e cavalli e che lo seguì salmodiando e con tutti i riti immaginabili fin nella tomba ed anche dopo fece più di quanto ci si potesse aspettare da un prete per un defunto. Non capivano i ragazzi perché per un poveraccio, dedito per tutta la vita a raccogliere l’immondizia, il prete non voleva nemmeno scomodarsi ad andare a benedirlo. Il prete non andò nemmeno a quello che doveva essere il suo funerale, perché i ragazzi caricarono la salma su una carriola a mano e la portarono al cimitero, dove una cassa comunale per i poveri l’accolse e fu sotterrato. Per giorni e giorni i ragazzi dell’oratorio protestarono col prete e minacciarono sciopero ad oltranza, finché, qualche giorno dopo, il prete si decise sotto la minaccia dei ragazzi ad indossare la stola per l’occasione ed a recarsi di malavoglia sul tumulo sconsacrato del povero “Gambetta”. Due parole in latino, due spruzzate col pennello delle benedizioni e subito dopo egli andò a far visita ossequiosa ai ricconi del paese che avevano male ai calli. La storia continuò da parte del visitatore della mia mostra e si addentrò profondamente nel mondo dell’alta aristocrazia clericale parlando di illustri cardinali e persino di un Papa. Tuttavia temo seriamente per la mia incolumità personale ed evito accuratamente di narrare ciò che le mie orecchie hanno sentito. Dirò una sola cosa che riguarda un grande Papa. In sentore di morte, si attaccava con frenesia alle maniche dei santi medici che lo avevano in cura e gridava in dialetto lombardo “fatemi star qui, ché qui si sta bene e non ho voglia di andare di là! Uè, avete capito? Voglio star qui perché è qui dove si sta bene, avete capito?” Il mio narratore giura di aver sentito raccontare questo episodio dalla bocca del sacro dottore personale che ebbe in cura il sant’uomo vicario di Cristo in terra. Lascio a lui tutta la responsabilità dell’affermazione e non saprei nemmeno riferire il nome dell’anziano fedele uomo di curia, che per tutta la vita ha curato il patrimonio e gli interessi del clero del nord. Se involontariamente ho commesso peccato, sono pronto a pentirmi, purché non mi attacchino ad un palo in piazza e non facciano di me un bel falò. Deo gratia, mi pento, mi pento e faccio penitenza. Appena a casa mi cospargerò il capo con la cenere, mi infliggerò il cilicio, dirò duemila preghiere, andrò a confessarmi e farò la comunione, se mi assolveranno dai peccati così commessi che sono ben più gravi rispetto a quanto vigliaccamente si sussurra tra le fila della Lega Nord e cioè che un certo cardinale trafficava e favoriva il commercio delle armi pesanti, bombe, missili, aeroplani, carri armati e via dicendo.

LEGNANO, I CARRI ARMATI

Il rombo tremendo si sentiva molto tempo prima. Eravamo pertanto avvisati con largo anticipo. Qualunque cosa stessimo facendo, la si tralasciava di colpo. Alcuni non finivano nemmeno di evacuare e correvano con le braghe a metà gamba. Tutti i bambini scendevano la discesa che portava al Sempione e con ansia, frenesia e felicità si aspettava il passaggio dei mostri d’acciaio. Eccoli: enormi, grandi come case, pesantissimi, rumorosissimi, con il cannone e le mitragliatrici in bella vista. Il terreno tremava, noi eravamo percorsi da fremiti e da timori. Quelle cose orrende erano affascinanti. Non si poteva distogliere lo sguardo mentre lentamente divoravano la strada. La divoravano nel vero senso della parola perché la sbriciolavano e lasciavano impronte profonde dove si appoggiavano i cingoli d’acciaio. Erano tanti e sopra di essi soldatoni americani neri e bianchi, che salutavano ballando, alzando le gambe, le braccia, agitando il berretto. A volte partivano verso di noi manciate di caramelle e gomma americana. All’interno dei mostri, soldati seri che guidavano e sopra tutti, a metà nascosti dalla torretta, ufficiali che parlavano in grosse radio portatili con lunghe antenne. Poi all’improvviso i pesanti mezzi si fermavano e dall’interno, nonostante il rombo tremendo, sentivamo giungere saluti, parole sconosciute. Arrivavano motociclisti militari, parlavano concitatamente e poi la colonna ripartiva solenne, imponente. L’ultimo carro aveva svoltato all’altezza dell’albergo Paradiso verso Castellanza e per molto tempo ancora si sentiva il rombo di ferraglia e dei potenti motori. Così per molti giorni, qualche mese, poi, poco per volta, non si videro più e con rimpianto.

ILTRENO

Questi disgraziatissimi bambini ne combinavano d’ogni colore. Si passava oltre il Sempione, ci si avviava alla ferrovia. Al passaggio custodito si aspettava che le sbarre del casello ferroviario si alzassero e mentre si intratteneva, distraendolo, il casellante sia parlando che inscenando commedie, alcuni si infilavano lungo le rotaie e vi ponevano sopra sassi, anche discretamente grossi. Quindi si aspettava il passaggio del treno per sentire sgranocchiare la pietra e poi andare a sentire la puzza di zolfo lasciata. Pensare che c’era anche la terza rotaia...

L’AUTOSTRADA

Per dimostrare il proprio coraggio ed indicare al disprezzo i codardi, era d’uso recarsi all’autostrada dietro la Saronnese e lì attraversare quando sopraggiungevano le auto ed i camion. Qualche volta l’ho fatto anch’io, ma ho preferito l’appellativo di vigliacco. Al solo ricordo di tanta felicità, gli occhi mi brillano e la barba fa posto ad un involontario sorriso. Ah! Le case popolari di via Carlo Porta 56! Ogni stagione aveva con sé i doni più graditi: l’inverno con la neve ed il ghiaccio; la primavera con l’erba rifiorita, i fiori bianchi, gialli e viola. Con le nuvole veloci candide e ricche di forme e poi i maggiolini, le farfalle bianche, gialle, azzurre ed altri colori, persino nere. La primavera apriva i sigilli allo sciamare delle bambine, vestite con colori chiari, le gonne corte e le calze bianche a mezza gamba. A maggio, poi, esse si recavano al rosario per la Madonna tutte le sere presso la chiesa dei frati. Esse sembravano miele per piccoli orsi che a frotte si davano da fare per vederle, si cercava di parlar loro, godere dei loro sfuggenti sorrisi che da quelle faccette sornione partivano verso il maschietto preferito. Così, accanto a cespugli di fiori bianchi, profumati, che ricoprivano in festa grandi rovi spinosi, lì ci si trovava dopo le orazioni. Nessuno andava alla chiesa per pregare: tutti per darsi appuntamenti e lanciarsi furtivi strali d’amore L’estate esplodeva con temporali potenti, lampi e tuoni che sommergevano la terra già assetata lasciando evaporare poi i suoi profumi di piante selvatiche e di grano...

LE ORECCHIE

Ho detto prima che le orecchie hanno rivestito nella mia esistenza un ruolo primario. Gli adulti usavano metodi di condizionamento atti a sottomettere gli inferiori che variavano a seconda del sesso: gli uomini davano pedate nel sedere, perché non avevano timore a mostrare le gambe e portavano i pantaloni; le donne sberle sonore mirate al cranio, al naso, alla bocca e soprattutto alle orecchie.
Tra bambini si usava il pugilato ed anche calci, poi se il nemico non cadeva c’era sempre qualche volenteroso che si inginocchiava dietro le gambe del “cattivo” in modo che una semplice spinta provocasse la sua caduta. In genere tra i bambini di via Carlo Porta era norma considerare “vittoria” quando l’avversario avesse posto la schiena a terra per qualche tempo. Poi, minacce ed insulti e tutto finiva lì.
Quando venne l’ora anche per me di andare, a malincuore e forzosamente, a scuola, non appena varcai il portone dell’ingresso, due “bastardi” mi saltarono addosso secondo l’usanza degli indiani e, dopo avermi messo per terra, visto che non volevo darmi per vinto e piuttosto che mettermi supino resistevo con tutte le mie forze nel tenere la pancia a terra vanificando la loro aggressione, i ribaldi ebbero la bella pensata di mordermi contemporaneamente e ripetutamente le orecchie. Segno questo di superiorità nei miei confronti per riconoscerli come capibanda, ma le cose andarono diversamente. Tenendomi fra le mani le orecchie doloranti, appena giunsi in classe, mi sedetti d’istinto al primo banco che vidi. Ecco allora intervenire il “marcantonio” della maestra che non gradiva e che, per convincermi della sua autorità, lasciò partire una mano da novanta chili proprio sulle orecchie. Fui preso per un braccio, sollevato dal banco e spedito in fondo alla classe all’ultimo banco. Poi la maestra indicò ai suoi cinque o sei pupilli i primi banchi e proseguì nell’investitura dei “capoclasse”. Furono insigniti di questo onore e con incarico mensile i seguenti figli di: lattaio, formaggiaio, gelataio e biscottaio, venditore all’ingrosso di carbone, legna ecc., panettiere, “industri alone”, sindaco, dirigente d’azienda tessile Bernocchi, figlio della propria donna di servizio, nipote gobbo, brutto e cattivo della direttrice della Magna cooperativa alimentare. Poiché allora la maestra non possedeva automobili e nemmeno andava in bicicletta, il figlio del vigile terrone non interessava e quindi là in fondo, in mezzo alla marmaglia delle case popolari. Invece aveva assegnato buoni posti e sorrisi in decrescendo ai seguenti figli di: sarta, lavandaia, commerciante di cartoleria, commerciante di stoffe, commercianti di merceria, amici del prete. Teneva in gran conto, anche se molto in disparte, un bambino notoriamente comunista, che l’aveva minacciata di farle un “paiolo così” se non avesse smesso di affermare che i comunisti mangiavano i bambini. Per il figlio del macellaio e del salumiere, l’intero corpo insegnanti aveva una simpatia grande grande e costui veniva spartito tra una maestra e l’altra che lo coprivano di affettuose attenzioni. I bambini buoni ogni giorno portavano alla maestra mazzetti di fiori, confezioni di caramelle, sacchettini vari e qualche sostanziosa busta, da parte del caro papà. Naturalmente i prediletti andavano a casa della maestra nel pomeriggio per eseguire i compiti e studiare la lezione. Ogni tanto la maestra, con gran sorriso, incaricava questo o quello di ringraziare il buon papà. Qualche volta, però, rimproverava il frocio nano, occhialuto e butterato, figlio del venditore all’ingrosso di carbone. perché la partita non era stata di suo gradimento. Seguivano immediate scuse e l’affermazione che all’indomani avrebbe provveduto. Così si andò avanti per cinque anni, ricevendo assaggi di bacchettate lunghe che partivano dalla cattedra ed arrivavano fino in fondo all’aula perché tutti parlavano, ma avevano vocine d’angeli castrati e quindi era impossibile distinguerli. Invece io, oltre ad essere l’unico ricciuto e nero, ero il più alto di tutti ed avevo un vocione inconfondibile.
Comunque qualche soddisfazione la ricevevo anch’io, non per i miei disegni, ma perché pareva che nessuno sapesse leggere ad alta voce: dislessici o ciechi o semplicemente impediti per motivi vari. Ogni tanto si leggeva anche qualche mio “tema”, il qual fatto mi faceva scorrere veloce il sangue e battere per l’emozione il cuore in testa. Invece che barba sentire ogni volta il tema dei soliti “amati”! Ce n’era uno che finiva tutti i temi nella stessa maniera: “Ed ora devo smettere perché di là mi chiamano per mangiare una fumante pastasciutta rossa!”.

SORTE DELLE MIE “ORECCHIE”:

Otiti purolenti con perforazioni dei timpani, sberloni costanti nel tempo da parte dei soliti adulti a scopo educativo: botte, pugni, calci e sferzate di bastoni da parte degli amici giocherelloni; ictus labirintico all’orecchio destro con perdita totale dell’udito e fischio perenne di locomotiva, rottura completa del timpano sinistro, a causa dell’accurata mira del figlio Luca, al quale stavo insegnando la nobile arte del pugilato.

PIRIPICCHIO ED IL PRINCIPINO FIORAVANTI

Alle case popolari di via Carlo Porta 56 vivevano anche due intellettuali, professore di matematica lui e professoressa poetessa lei; il marito, meridionale, magro ed astenico, aveva un nobile aspetto pur se condizionato dalla miseria. Era un ufficiale dell’esercito esonerato dal servizio per turbe mentali. A seconda del tempo o per i suoi umori personali poteva anche incutere timore: parlava molto poco, possedeva labbra sottili, era sbarbato accuratamente ma aveva due occhietti neri che ti guardavano fisso. Dicevano che fosse ossessionato dall’arrivo improvviso di colleghi fascisti oppure di bombardamenti americani; viveva male e con lui non era facile avere rapporti umani. Quando tentavo di scherzare con sguaiata e rozza vitalità infantile, mi correva dietro armato di un bastone, la cui funzione era assai dubbia. Meglio quindi ripararsi, con le veloci gambe in azione, molto lontano. Tuttavia i coniugi Cartia e Poidomani costituivano una degna famiglia di intellettuali. La signora, pur vantando una laurea in belle lettere, faceva la maestra in una scuola cittadina. Due attività distinte la occupavano interamente: la scuola e la poesia. Era un’artista, colta, una vera letterata, amante delle antichità greco-romane ed innamorata del nostro ‘500. Era in contatto con un editore siciliano e tutta l’attenzione della poetessa era rivolta solo ai suoi poemi. Proprio poemi, perché trattavasi di storie in endecasillabi e rime baciate che narravano le avventure del principino Fioravanti ed altri eroi. Come le persone del popolo considerano in genere gli artisti e poeti, anche la poetessa godeva la fama di essere un poco matta. Non curava affatto la casa, né le normali attività domestiche. Non faceva la spesa, non preparava da mangiare, penso che non disfacesse nemmeno i letti. Le porte e le finestre erano sempre chiuse; il marito ed il figlio sempre zitti, senza scarpe, solo con le calze, al massimo con ciabatte morbide per non disturbare la sua creatività. Non si sa se i due uomini di casa mangiassero. Il figlio, da noi chiamato PIRIPICCHIO, molto più anziano di noi, piegato in due, tartagliava con un fil di voce. Aveva una bella testa, dolicocefala, con lunghi capelli spartiti da una riga in modo da formare un bel ciuffo castano, appena mosso con leggera onda. Una nuca evidente, ben formata, poggiava su un lungo collo nobile, suddiviso in due belle muscolature che si attaccavano sul corpo magro, longilineo ma non macilento. La posa abituale mostrava un corpo ripiegato in tre parti ma sono sicuro che il gioco all’aperto con noi l’avrebbe raddrizzato completamente, anche il linguaggio sarebbe notevolmente migliorato. Noi cercavamo di coinvolgerlo nei nostri giochi ed in parte ci riuscivamo. Quando ritornava a casa sua, ritrovava le finestre abbassate, libri che occupavano a montagne tutto il pavimento e ritornava al suo solito aspetto ed al solito silenzio. Il professore, malato od imboscato che fosse, ogni tanto spariva. C’è chi dice che venivano quattro baldi giovanotti vestiti di bianco ad indossargli una bella camicia, pure lei bianca, e che lo portavano con loro a fare qualche viaggio per un poco di tempo. Tuttavia l’uso come elmetto di uno scolapasta faceva pensare a qualche rotella fuori posto. Comunque questa famiglia era indubbiamente intelligente, colta e conosceva tante cose in più della norma, più che plebea, delle case popolari. La poetessa aveva una spiccata simpatia per me e molto poca per mia sorella. Io sorridevo sempre ed ero felice di chiunque si interessasse a me; mia sorella era invece introversa, musona e non faceva proprio nulla per riuscire simpatica o accettabile. Potenza della genetica: due fratelli di sangue e di assoluta regolarità amministrativa, eppure due persone così differenti da non sembrare nemmeno parenti.
La colpa di una situazione scabrosa fra me e mia sorella incominciò molto presto, ritengo per colpa degli altri, delle persone estranee che incontravamo. Si può cominciare dalla professoressa poeta, che non smetteva mai di fare complimenti sviscerati al sottoscritto proprio dinanzi alla sorella. Così facevano tutti: “L’Andrea sì che è bello, bellissimo, intelligente, intelligentissimo; Giuliana invece non è bella e nemmeno intelligente è solo una secchiona”. Capirete bene che, appena andata via la persona così poco educata e sensibile, si scatenava il finimondo da parte della sorella. Erano pianti, urla, disperazione, si tuffava prona a terra e tempestava il pavimento con pugni e calci. Noi tutti a consolarla, a dirle che non era vero, che lei era bella, brava ed intelligentissima. La “solfa” continuava inesorabilmente: chiunque venisse in casa o ci fermasse per strada, ripeteva gli stessi errori.
Non se ne poteva più! Un giorno ebbi l’idea di precipitarmi per le scale non appena si aveva sentore che venisse qualcuno a trovarci e, bloccatolo, gli raccomandavo di non fare i complimenti a me senza farli anche a mia sorella. Forse questa mia mossa migliorò la situazione. Tuttavia l’animo umano è misterioso e complesso e ritengo che nel profondo del suo animo, mia sorella mi odiasse e desiderasse punirmi. Anzi, mi faceva punire: ogni qualvolta ritornava a casa mio padre, inscenava una disperazione fasulla affermando che io l’avevo picchiata a lungo fino a farle male. Genitori, genitori… cercate almeno di sentire la controparte, non vi pare? Per me non era così; il papà mi agguantava e con fantasia di colpi esercitava massaggi curativi anche con la cinghia dei pantaloni. Alla sera si ripeteva la storia e continuavano le cure fisioterapiche. Oramai mi ero talmente abituato da non farci più caso. Più avanti sperimentai l’effetto di calci nel sedere e voli giù dalle scale. Non mi meravigliai più di nulla e accettai fino alla maturità scientifica di essere considerato la bestia di casa, definita con curiosi ed efficaci aggettivi. Per non annoiare ancora lascio alla fantasia del lettore tutti gli insulti che allora i genitori affibbiavano ai figli maschi e mai alle femmine, che sono sempre brave, buone, care, volenterose e studiose: sono la consolazione della mamma e del papà. Venne così il giorno in cui papà affermò, con tutta la sua autorità, che io per lui e la famiglia non ero più loro figlio. Da allora per fortuna me la sono cavata abbastanza bene sempre da solo, mi sono sposato felicemente e felicemente viviamo in una perfetta osmosi di lavoro, comprensione ed amore intatto da tanti e tanti anni. I nostri figli, Barbara e Luca, stanno con noi con la piena felicità di chi sta bene in famiglia. Le botte e le parolacce subite mi hanno permesso di costruire una famiglia dove c’è il rispetto e l’affetto reciproco in una costante ed eterna comprensione e non si alza mai la voce.

L’AMICO MARIOLINO

La villa dei signori Sangalli era costruita con quello stile signorile, svelto ed elegante dei primi anni del secolo in fondo a via Alessandro Volta a Legnano. Un muro stupendo, decorato con cespugli sempre verdi ed alberi, si apriva con un cancelletto di ferro battuto proprio su via Volta, mentre il grande cancello per l’automobile era appena dietro l’angolo. Il giardino ampio e ben curato vantava pini centenari stupendi. L’ingresso alla casa era costituito da una graziosa rampa di scale con piccolo colonnato e graffiti decorativi. Tutta la costruzione su due piani era in mattone, piccolo e chiaro. All’interno il pavimento era tutto lastricato in legno: uno dei parquet più graziosi che si possano immaginare. Di sopra le camere da letto e sotto la cantina. All’ammezzato salotti vari comunicanti fra loro con eleganti porte in legno dipinto di bianco e vetri smerigliati con decorazioni liberty . Un ampio corridoio dava in fondo a destra nella cucina vasta e ben attrezzata. In una sala accanto all’ingresso il pianoforte che la Signora Cuzzi ogni tanto accarezzava con le sue lunghe mani affusolate. Il sig. Sangalli, più sui sessanta che sui cinquanta, era il manager classico di quei tempi: misurato, col sorriso sulle labbra sapeva essere cortese, umano e severo. Il figliolo Mariolino era quanto di più estroso fosse possibile immaginare. In questa casa si respirava la tranquilla pacatezza di una ricchezza solida. Il tempo scorreva in un’atmosfera di calma e di serenità. Tutto era bello, facile e piacevole. La signora Cuzzi amava la gente con fare spontaneo e per niente affettato. La nobiltà della ricchezza antica trapelava da tutto l’insieme, compresi i quadri che mi affascinarono sempre. D’inverno c’era il giusto caldo, direi tepore a misura umana e d’estate la giusta frescura. La gentile signora mostrava tanta simpatia per me e molto poca per mia sorella. Così io frequentavo di più la casa. Il primo regalo che ricevetti per Natale furono due arance rosse. Corsi per tutti e due i chilometri per mostrare tale miracolo in casa. Poi, in seguito, mi regalarono libri d’arte che il marito, collezionista, riceveva per posta. Mariolino era bizzarro, lunatico, portato alle speculazioni di fantascienza e si divertiva a sparare piombini piumati addosso all’uomo di fatica, nel sedere della donna di servizio e addosso a tutti quelli che passavano per la strada. Sparava anche addosso a me. Pretendeva che io stessi ritto e fermo reggendo centri di carta sui quali lui sparava e che a volte non colpiva proprio. Alle mie rimostranze allora dichiarava che potevo andarmene perché non mi avrebbe più fatto giocare. I suoi numerosi giocattoli però, compreso il cavallo a dondolo, mi erano vietati. Dal trenino elettrico a quant’altro, io dovevo solo guardare. Comunque avevo la mia convenienza a frequentarlo. La sua mamma dava a mia nonna qualche sacchetto di roba da mangiare e poi c’era sempre la maniera per divertirci.
Una curiosità di Mariolino, mai soddisfatta, erano le donne e mi domandava tutto quello che io potevo sapere. Mi portava nelle stanze superiori a guardare la serva della villa vicina, mentre si spogliava e si sdraiava sul letto e lì fantasticava tutto quello che la sua mancanza d‘ esperienza gli suggeriva.
Accortomi che stava prendendo indirizzi fantasiosi, gli proposi di andare insieme nei boschetti, dove uomini e donne giovani solitamente facevano all’amore. Difatti quei boschetti erano il ritrovo di amanti che, sicuri di essere al riparo da occhi indiscreti, sperimentavano di tutto.
Al ritorno Mariolino volle sperimentare anche con me quello che aveva visto, ma noi eravamo dello stesso sesso e ciò non era possibile. Ogni giorno, dopo scene strazianti da parte della mamma per portarlo a scuola, Mariolino quando ritornava, appena entrato in giardino gettava la borsa della scuola nella vaschetta dei pesci rossi, poi andava a prendere un martello e spaccava tutto quello che incontrava. L’uomo di fatica si nascondeva al sicuro finché l’isteria non passasse. Mariolino era ossessionato dalla curiosità sul sesso, che purtroppo non riusciva ad appagare dato il suo comportamento estroso. Quando il papà e la mamma andavano a Pallanza, dal nonno Cuzzi, voleva che andassi anch’io per cercare nella vasta biblioteca del nonno se ci fossero libri con raffigurazioni di donne nude. A volte trovavamo vecchi libri sui quali disegnare e riuscivo a farmeli regalare. Giunto il tempo delle scuole superiori, ci allontanammo reciprocamente, finché la vita non ci separò definitivamente. L’ultima volta che lo vidi fu molti, molti anni fa a Milano. Da allora mai più.

COME L’ASSISTENTE PEDOGOGICO DEI “PICARI”

Quando, ormai maturo, ho visto al cinema Galleria di Legnano il film “I Picari”, di colpo sono ritornato bambino. Infatti il sig. Sangalli, papà di Mariolino, una sera, accanto alla scala di marmo che portava ai piani superiori, mi aveva fatto una proposta che cerco di ripetere: “Caro Pier Andrea, Mariolino è un vero problema e bisogna educarlo. Devi sapere che si usa offrire a qualche altro bambino qualche regalo e qualche piatto di minestra e companatico, se accetta di aiutare ad educare un bambino maleducato e capriccioso. Tu, caro Pier Andrea, devi solo accettare qualche pedatina, qualche sberla e magari qualche altra punizione quando Mariolino sbaglia. Vedendo picchiare te, lui capirà di avere sbagliato. In cambio ti offriamo qualche piatto di minestra e magari qualche regalino!” Io ero rimasto di stucco e non sapevo cosa rispondere. Il sig. Sangalli continuò: “Pensaci su, qualche botta per educare quella bestia di Mariolino. Magari si può iniziare domani!”. Io ero diventato serio e triste e dentro di me pensavo: “Perché mai devo prendere io le botte se è Mariolino che deve pagare? Non mi piace per nulla.” Qualche giorno dopo riferii al sig. Sangalli che la sua proposta non mi piaceva e per qualche giorno rimasi a casa mia, con Cece Pita e suo fratello Federico.

DIECI ANNI

La mia generazione, arrivata alla quinta elementare era già sessualmente matura e, tranne qualche frocetto o ritardato, tutti quanti non vedevano altro che quella cosa. L’avevano stampata in fronte nel cervello e condizionava ogni pensiero. Man mano che il tempo passava, i miei compagni perdevano riguardo e con la massima impudenza in classe inneggiavano all’organo femminile e si masturbavano inverecondamente. Io guardavo allibito e mi sembrava strano che la maestra non sentisse e non si accorgesse di nulla. Quando poi arrivava una maestrina come supplente, questi disgraziati facevano avances, che la maestrina fingeva di ignorare, si buttavano per terra allo scopo di guardare cosa c’era in mezzo alle gambe della maestra che sembrava vivere in un altro mondo. A me non chiedevano più di disegnare cavalli ed uomini mascherati ma femmine nude e particolari. Insomma se la massa non fosse stata guidata da un certo buon senso, credo che sarebbero saltati addosso alla maestrina per stuprarla. Ai nostri giorni non conosco le reazioni dei maschietti ma temo che siano meno furbacchioni di quelli di allora. Quando frequentammo la scuola media, eravamo al massimo dell’eccitazione sessuale, tranne certuni che o per natura o per educazione parevano ignorare il problema. Chiamati alla lavagna, mostravamo evidenti segni di eccitazione sessuale e si può immaginare cosa combinavano a casa. Da parte mia ero più che maturo in quel senso. Ci trovavamo spesso a studiare ,si fa per dire, a casa del povero Sandro con qualche amico. Tra risa sguaiate e barzellette oscene nella loro infantile semplicità, si decideva di fare la guerra a chi sparava più lontano. Entrati nel gabinetto lungo oltre tre metri, dopo aver accuratamente chiusa la porta, ci si preparava a manovrare dall’altezza del water verso la porta. Dopo qualche secondo partivano i getti solidi e potenti. Si arrivava quasi alla pari ma qualcuno vinceva di sicuro. Poi Sandrino si asciugava nell’asciugamano della mamma e ce lo passava anche a noi, ripuliva la porta e si ritornava a studiare per poi ritornare a gareggiare dopo qualche tempo fino alla sera. L’indomani mattina, a piedi si ritornava a scuola ma invece del latino si alludeva alle fanciulle. Ciò che ci fermava nei tentativi d’amore era la grande timidezza. Io mi ero innamorato di una bella fanciulla della mia età, Raffaella, alta, longilinea, con due bei seni ed una stupenda coda di cavallo che le metteva in risalto le orecchie ed il collo, motivo che mi ha sempre ossessionato sia come uomo che come artista. Anche Raffaella ricambiava con sguardi di fuoco il mio ardore ma non abbiamo mai combinato nulla per via anche del marcantonio superautoritario di sua madre che più che una donna mi sembrava un generale delle SS. Rimase un amore platonico durato parecchi anni, con tentativi vani: entrambi eravamo timidissimi anche se innamorati. Così vanno le cose del mondo.

I MIRACOLI PER LA POVERA GENTE

Frugando tra i miei ricordi, così alla rinfusa, mi piace riandare a quel periodo magico compreso tra la guerra e gli ultimi anni del 1940. Sinceramente non so se preferire le ansie del consumismo di adesso e le nevrosi indotte dalla pubblicità che porta tutti a sentirsi più poveri di quello che in realtà si è, oppure la sana povertà spartana di allora. Niente frigorifero, niente supermercati, niente automobili, niente televisione, niente cultura di massa, niente sindacati, niente di tutto quanto oggi rende angosciosa e tragica la vita esisteva allora. L’umanità si illude davvero che possedere molte cose possa dare serenità o felicità. In realtà sono convinto che allora la gente dovesse essere fisicamente e psicologicamente impegnata a risolvere problemi dell’esistere quotidiano e che tutto avvenisse in dimensione e a misura dell’umano. La fatica fisica, le lunghe camminate a piedi, la felicità del pane quotidiano, le piccole, insignificanti conquiste d’ogni giorno erano motivi d’interesse e di piena soddisfazione. Sono certo che si stesse assai meglio quando dicono che si stava assai peggio. Allora l’uomo e la donna non si vergognavano a mostrarsi in pubblico, così come era possibile. Nessuno ti giudicava male se non portavi abiti firmati o tutte quelle stupide cianfrusaglie che la società opulenta ci ha messo sotto il naso, rendendoci infelici. Bastava poco per dare serenità alla gente. Bastava un finto miracolo, una ragazza che dicesse di essere guarita grazie alla Madonna che si organizzava subito il gruppo di preghiera ed accorreva il solerte prete a dire la messa. Una scolorita immagine sacra sulla parete di una cascina, quattro panche per la bisogna, un latino sbiascicato, un logoro rosario ed era subito emozione, felicità, speranza, certezza di vivere nella giusta maniera sotto la protezione dei santi. Questi miracoli erano all’ordine del giorno e venivo trascinato dalla povera nonna ad assistere alle preghiere di ringraziamento. Alla “GABINELLA” c’era il raduno almeno settimanale dei miracolati e, se non riuscivo ad imboscarmi, anche io dovevo presenziare. Sinceramente ero convinto nel profondo dell’anima che fossero tutte banalità. Come sempre osservavo e studiavo il pubblico presente e notavo che erano quasi tutte donne. Pareva che la religione fosse stata inventata solo per donne e guardavo molto sospettoso quando alle riunioni erano presenti anche uomini. Li controllavo e trovavo ben presto che c’era qualcosa in loro che non andava. Erano troppo ubbidienti alle mamme anziane, non facevano mai commenti ed erano pronti ad esaurire ogni desiderio del prete e delle vecchie. Insomma, vedevo in loro qualcosa di anormale. Mi sembravano “ingenuotti” magari un poco scemi. Portavano poi la coppola anche se giovani, avevano le guance rosate e ben sbarbate, erano ben vestiti anche se con abiti poveri e mi sembravano schiavi, senza pensiero, delle loro mamme, nonne e zie. Insomma erano un modello che io cordialmente disprezzavo. Soffrivo a stare in mezzo alle vecchie; loro invece ci stavano bene. C’era qualcosa che non andava. Forse mi sono sempre sbagliato ma di certo anche cinquant’anni dopo i bigotti mi puzzano ancora di corrotto psichicamente e cerco di evitarli, perché non ci capiremo mai e verrei senz’altro condannato al rogo. Pazienza! Tuttavia devo ammettere che il conforto della religione o superstizione che dir si voglia riusciva a risolvere in gran parte le angosce della povera gente, certamente molto meglio che adesso.

RISPETTO AL PANE VECCHIO

In famiglia, dopo che era finita l’epoca bellica, contrassegnata da pane nero che veniva accusato di contenere polvere di marmo, vi era un rispetto quasi sacro per il pane bianco. Prima si doveva terminare il pane secco, o posso, poi si iniziava a mangiare quello nuovo. Tuttavia non concepivo affatto che si lasciasse invecchiare il pane nuovo fino a ridurlo secco ed immangiabile. Tentavo ogni tanto di farlo notare, senza alcuna speranza di successo. Più avanti negli anni compresi che i miei genitori mettevano in questa pratica tutta la religiosità di rispetto per chi non ne possedeva affatto. Anche nel posare il pane sulla tavola bisognava fare attenzione a non appoggiarlo sulla parte superiore o in altro modo. Il pane andava rispettato e doveva essere appoggiato sulla base. Nel contempo la mamma ci assillava con i suoi continui “mangia, mangia!” finché il ventre “tirava” e saltavano i bottoni. Anche questo l’ho capito dopo. I genitori recavano nell’anima le stimmate di retaggi di grande miseria e di grandi malattie, come la “tbc” e la paurosa epidemia spagnola. Tutti avevano paura di diventare tisici ed allora era convinzione che l’unico rimedio fosse mangiare, non importa cosa, ma mangiare.

LA CIANCIULLI E LE DONNE

Quando scoppiò lo scandalo Cianciulli che trasformava le amiche in sapone, tutte le donne del cortile temevano di fare la stessa fine. Accettavano di andare a bere il caffè dalle amiche, ma con tale sospettosità che prima di trangugiare il caffè, ci pensavano sopra parecchio. Facevano ogni sorta di domande e rimanevano innaturalmente sedute in punta di divano, pronte a fuggire al primo cenno di avvelenamento. Il caffè veniva freddo mentre le signore tenevano sospesa la tazza con una mano e con l’altra il piattino. A volte adducevano strani motivi per non berlo e se ne andavano via in fretta. Gli occhi giravano in tondo alla ricerca di qualche segnale sospetto e la conversazione languiva. Poi la padrona di casa buttava là un “Uè, sciura maria, la gavrà minga pagura da finì in savun?” e seguivano una risatina a bocca stretta ed un tentativo di ingoiare quel nettare nero che in quel momento non riusciva a passare dal gargarozzo. Poi gli anni passarono e tutto ritornò normale.

ELOGIO DEL CLISTERE

Quel marchingegno di vetro cilindrico, alto circa 50 centimetri con scritto fuori una scala graduata di livelli, sorretto da un supporto di ottone e terminante con una canna di gomma morbida a cui sovrapporre un finale rigido con tanto di piccolo rubinetto, era il famoso apparecchio per il “CLISTERE”. Se era gioia e delizia per gli stitici era per me invece una vera tortura in quanto il “becco” da introdursi nel piccolo ano era sempre troppo duro anche se spalmato di grasso e persino di prezioso burro. Non solo ero costretto a subire questa innaturale sodomizzazione ma, quel che era peggio, era l’acqua difficilmente controllabile in quanto a calore. Si mischiavano all’acqua calda lenimenti vari, dalla camomilla all’olio d’oliva, e gli adulti mantenevano molto in alto l’apparecchio in maniera che il liquido precipitasse nelle mie povere viscere. Immancabile era la mia protesta, condita da urli e strepiti. Non c’era nulla da fare: bisognava accettare la tortura. Dopo il primo impatto, pura violenza, il primo litro d’acqua stendeva ed allargava le budella. A volte il calore dava persino godimento ma ben presto la natura si rivoltava contro l’aggressore e tutta la pancia era scossa da violente turbe atte ad espellere l’infame. “Aspetta, tieni duro, adesso è troppo presto! Stringi che ti fa bene!” era il comandamento. “Resisti un poco ancora che dopo ti liberi!” insisteva la nonna. Io urlavo e cercavo di ubbidire. Diversi pensieri attraversavano il mio cervellino: “Ma che roba è questa?”. Intanto fuoriusciva dell’acqua che mi infradiciava tutto. La pancia era prossima all’esplosione. Ancora qualche minuto, poi via di corsa al gabinetto. Un’esplosione fantastica espelleva anche l’anima e poi ad attendere le successive scariche finché tutto tornava normale e via che correvo a giocare. Il clistere era una mania collettiva di quei tempi e derivava da molto lontano e da personaggi teatrali come “Il dottor Purgone”. Non era certo l’acqua calda che mi terrorizzava. Era quel durissimo arnese che si allargava in punta come la testa di una tenia. Ora potrebbero sostituirlo con lattice et similia. Pare che tuttavia il clistere sia stato completamente sostituito da innocenti suppostone.
Allora c’erano diverse forme e misure del “BECCO” che doveva penetrare nel corpo: alcuni di questi erano davvero ragguardevoli per dimensione, diametro e lunghezza. Tuttavia prima di riuscire a bloccarmi supino e penetrarmi a fin di bene, dovevano sudare parecchio. Bloccavano le porte e s’imboscavano le chiavi. Io correvo intorno al tavolone di marmo e sviavo l’accerchiamento infilandomi sotto di esso e riuscendone sempre in posizioni strategiche per controllare il nemico: finivo anche sotto il divano e gli aggressori dovevano tirarmi fuori prendendomi una mano, un braccio, un piede. Poi alla fine, stremato, cadevo nelle mani dei miei sodomizzatori: sul divano stesso oppure sul letto, avevano preparato coperte e tutto l’occorrente per non allagare la casa. Infine mi tiravano giù le mutande e mentre qualcuno mi teneva prono con una mano sulla schiena, qualche altro provvedeva ad infilzarmi. Tuttavia notavo che c’era un rapporto tra l’acqua calda ed un improvviso e godereccio turgore dell’uccellino. In realtà trattavasi sempre di una penetrazione che risvegliava la sensualità nascosta nelle viscere e non mi stupirei affatto che tale pratica venisse usata nei tempi antichi per trarre piacere e mi fermo qui se no finisco a rammentare il Marchese De Sade. Penso che nei tempi andati, il clistere fosse un ipocrita approccio sessuale tra compiaciute vittime di ambo i sessi ed il medico furbacchione. Ognuno pensi da sé a tutte le varianti di piacere che un simile arnese potrebbe dare a signore e signorine e maschietti casti ma viziosi. Se si potesse ritornare al clistere, con opportune modifiche atte a rendere più dolce la penetrazione, ritengo potrebbe essere uno dei più intimi e piacevoli passatempi erotici.

VEDERE E PARLARE CON I MORTI

Giovedì 15 maggio 2008 su Rai Due nella trasmissione “Piazza grande” una signora inglese di nome Rosemary Altea sostenne di vedere i volti dei defunti e di avere un defunto indiano come spirito guida che fungeva da interprete. La materia è intrigante e da sempre l’umanità ha interrogato gli spiriti, le anime dei morti. Si tratta di un’ esigenza connaturata all’umanità data l’insicurezza di sempre ed il desiderio di avere un’altra vita dopo la morte. La magia deriva probabilmente dal libro dei morti dell’antico Egitto, conferma della fiducia in un altro mondo dopo la morte, il cui accesso è legato a risposte codificate per sfuggire ai demoni, che tentano di spingere l’anima del defunto nell’inferno del caos. Nel corso della mia vita ho sperimentato due fenomeni. Da bambino, in seguito a malattia, mi sono trovato fuori dal corpo, libero dal dolore, capace di passare attraverso ostacoli e motivato da pura curiosità. Da adulto invece, di notte, molto tempo fa, a Jesolo paese, in un albergo lungo la strada, sono stato svegliato da fortissimi colpi alla porta, dal mobilio e dal letto che si agitava, facendo molto rumore. In ambedue i casi non ho mai visto alcuna figura, volto, anima. Se si trattava di energia, questa è possibile che si esplicasse in fenomeni fisici. Se si trattava di fenomeni di coscienza, anima, essere vitale avrei dovuto vedere almeno un’altra anima. Invece non accadde niente di tutto ciò. Anche il fulmine è energia potentissima e lo si vede perché accende nel suo percorso ioni e quant’altro si trova connaturato nella natura. Per quanto riguarda il linguaggio mi pare puerile affermare che le anime dei morti parlino. Infatti essendo pura energia, di limitatissima potenza, non possiedono organi della voce; è mia convinzione che l’energia delle anime dei defunti sia talmente poca cosa che non può manifestarsi visivamente. Perché ciò avvenga necessita un minimo di corporeità su cui le luci possano rappresentare tratti somatici dovuti all’alternanza di ombre contrapposte alle parti illuminate. Può essere invece che le allucinazioni visive ed uditive possano convivere in una persona che vive la sua vita immersa nella società. Tutta la religione derivata dall’antico testamento, a mio esclusivo e personale giudizio, si basa su allucinazioni.

I FANTASMI DI JESOLO

Sono sempre stato un irrequieto per vocazione ed ho girato quasi tutta l’Italia, paese per paese se non addirittura frazione per frazione. Quella sera ero proprio stanco morto. Arrivato a Jesolo paese, trovai da dormire al primo albergo che avevo incontrato. Era una vecchia costruzione, apparentemente solida, d’angolo proprio sulla strada principale, percorsa da traffico pesante. Non mangiai e salii direttamente in camera. Una camera d’altri tempi, con alti soffitti decorati da stucchi. Il pavimento era ricoperto da assi di legno ed i mobili risalivano certo ai primi del ’900. Le lampadine e le luci erano in stile floreale e c’era un grosso lettone in lamiera tutto per me. Mancava il gabinetto, sito giù dalle scale, due rampe che si riunivano sia in basso che in alto disegnando un certo movimento piacevole. Non feci in tempo a salire sul maxiletto che già dormivo profondamente. Ad un tratto, nel cuore della notte, fui svegliato da tremendi colpi battuti sulla porta come se qualcuno avesse urgenza di comunicare con me. Contemporaneamente il lettone si era messo a sussultare ed a spostarsi nella camera. La cassettiera con specchio dinanzi a me si agitava tutta e sul momento pensai o ad un forte terremoto oppure ad un incendio. Ancora assonnato corsi alla porta gridando: “Vengo subito, vengo subito, solo il tempo di scendere dal letto. Aspettate, vengo subito”. Corsi alla porta e l’aprii convinto di trovarmi di fronte un gestore dell’albergo che mi voleva comunicare un’avvenuta disgrazia. Non vidi nessuno e ci rimasi male. Tuttavia pensai di scendere le scale gridando sempre “Eccomi! Cosa è successo?”. Non ebbi alcuna risposta. Bussai forte ad altre porte ma senza risposta. Andai alla porta che immetteva nel bar-trattoria ma la trovai chiusa a chiave. Ritornai di sopra con una certa agitazione ma pensai che fosse passato qualche grosso camion, magari una cisterna di carburante, che avrebbe potuto scuotere l’intera casa. Mi misi a letto, sopra le lenzuola questa volta e con la schiena appoggiata alla spalliera del letto, pronto ad ogni evenienza. La gioventù e la stanchezza ebbero partita vinta per cui mi addormentai ben presto. Non so quanto tempo trascorse, quando di nuovo si ripeté tutto lo strepitio di prima con pugni violenti alla porta e letto e mobile di fronte in movimento sussultorio. Balzai dal letto e senza dire una parola spalancai la porta nel bel mezzo del baccano. Pensavo che se ci fosse stato qualcuno in vena di scherzi l’avrei beccato e le mie intenzioni non erano tanto pie. L’avrei scaraventato giù per le scale e poi l’avrei picchiato a sangue, tanto per insegnarli un poco di educazione. Invece non c’era nessuno. Ancora discesi le scale e bussai e ribussai a tutte le porte compresa quella chiusa che immetteva al bar. Sospettoso e questa volta spaventato decisi di ritornare a letto ancora una volta perché il sonno era forte. Mi misi sempre nella stessa posizione di prima, seduto con le spalle appoggiate alla spalliera e tentai di rimanere sveglio, almeno con un occhio solo, mentre il cuore batteva forte. Mi svegliai alla mattina seguente verso le nove e feci il più presto possibile per andarmene. Passai dal bar e mi rivolsi a due fanciulle: “Qui si affittano camere con spiriti! Non mi sono mica divertito!” Le fanciulle si guardarono in faccia e scoppiarono in una fresca risata come solo le fanciulle sanno fare.

I FANTASMI DELL’UMBRIA

Sempre nel mio girovagare giunsi a Spoleto stanco morto e di sera. Entrai in un bellissimo albergo nuovo, a misura d’uomo e sito prima dell’inizio della città, albergo modernissimo e ben tenuto con servizio inappuntabile e buona cucina. Salito in camera, depositai le due valigie da viaggio su un apposito panchetto collocato appena dentro l’ingresso. Mi coricai subito ma lasciando la luce accesa. Nel dormiveglia vidi le valigie alzarsi da sole dalla posizione orizzontale e planare con decisione per terra. Fu un attimo: in pigiama e con le sole ciabatte feci una memorabile fuga giù nel bar, ben frequentato ed aperto per tutta la notte. Bevvi e bevvi ancora di tutto finché un poco per espletare i bisogni fisiologici ed un poco perché avevo tanto sonno, ritornai di sopra preoccupato ed attento. Le valigie erano ancora là per terra, immobili. Mentre mi sedevo sulla tazza, tendevo l’orecchio per cogliere il minimo rumore. Rialzatomi, le scavalcai e mi misi sul letto sempre appoggiando la schiena alla spalliera. Un occhio aperto ma durò poco. Mi svegliai la mattina dopo alle dieci. Passata la notte dei fantasmi, avevo ritrovato il solito buon umore ed uno spiccato appetito. Feci accenno ai fantasmi ai camerieri e all’uomo del bureau ma questi mi guardarono piuttosto male e pensai bene di filarmela svelto, svelto.

DA TERNI A PESCARA

Sono sempre stato un’incosciente. Da Terni avevo appena dato un’occhiata alla cartina geografica della zona e, visto un lago, vi fui attratto d’istinto. Non avevo controllato quanta benzina fosse rimasta nel serbatoio né quanti chilometri ci fossero fra Terni e la costa adriatica. Immaginavo che avrei trovato paesini e distributori di benzina e mi ero persino illuso di poter mangiare da qualche parte.
Era tutto sbagliato: paesi niente, alberghi niente, ristoranti niente, distributori niente; un buio della Madonna, dato che viaggiavo in mezzo a montagne selvagge senza anima viva, né una luce, né un fuocherello a dar fiducia e nemmeno auto sia davanti che dietro. Ero completamente solo, senza benzina e senza sapere dove diavolo andassi. Speravo di vedere comparire una sciabolata di luce verso di me che mi avrebbe tranquillizzato. Invece niente di niente. Dopo cento, centoventi chilometri nel buio e nella solitudine incominciavo ad avere le visioni come ce le hanno certi navigatori solitari alle prese con un uragano. Questi vedono Sant’Antonio alla guida di una barca gemella che dà consigli per farcela. Io cominciavo a temere di vedere Belzebù con tanto di corna e di coda. Scrutavo il cielo alla ricerca di stelle ma era buio pesto anche di sopra. Incominciai ad avere paura forte ed a ripormi domande serie:

1. Dove sono finito?
2. Ce la farò con la benzina?
3. Riuscirò a non farmela addosso per lo spavento?

Invece di mantenere una condotta razionale e tentare di risparmiare carburante, giù a tavoletta schiacciata. Nemmeno in curva rallentavo. Ero deciso a volare, tanto più che di fronte, ero certo, non sarebbe mai venuto nessuno. Intanto incominciavo a maledire la passione per i laghi e il mio eterno ottimismo. Più mi maledivo e più correvo e probabilmente il demonio mi teneva in strada con la sua coda. Non feci alcun errore e finalmente dopo un tempo che mi era parso infinito giunsi ad Avezzano. Il primo alberghetto aperto fu mio. Dormii saporitamente e l’indomani mi feci una straordinaria passeggiata fra le montagne verdi, che più verdi non avrei immaginato, con tanto di paesini arroccati con il loro bravo campanile svettante e greggi e greggi di pecorelle. Finalmente giunsi a Pescara.

IL CAVADENTI

I giovani non possono nemmeno immaginare che negli anni Quaranta esistevano ancora cavadenti ambulanti. Alle case popolari, pochi metri davanti alla cooperativa Avanti, ogni tanto arrivava un ometto, deciso e sicuro di sé. Aveva in dotazione una sedia di paglia, un asciugamani grande da mettere al collo del paziente, una o due tenagliette, forse del disinfettante. Il primo paziente era cortesemente invitato a sedersi, magari con la guancia gonfia. Nel frattempo curiosi e malati facevano capannello. Lo spettacolo si faceva attendere perché l’ambulante voleva che si diffondesse la voce del suo arrivo. I mal di denti sono ed erano assai frequenti, quindi i clienti non mancavano. Appena giudicava che il pubblico fosse sufficiente, invitava un paio di volenterosi a trattenere fermo sulla sedia il poveraccio di turno, che smetteva di lamentarsi ed incominciava a sospettare che si preparasse qualcosa ancora peggiore del suo dolore. Rizzava il capo ed incominciava a roteare gli occhi. Quando sentiva le mani dei volenterosi poggiate sulle spalle in una pressione coercitiva, in un raptus di terrore, si divincolava e tentava la fuga. Tuttavia gli assistenti volontari sapevano che la loro opera doveva essere energica proprio per il bene del paziente e si davano da fare anche con le ginocchia a pressarlo sulla sedia. Il cavadenti intanto era pronto: in una mano l’attrezzo e nell’altra qualcos’altro. Quindi un ordine secco e si poneva addirittura in ginocchio sulle gambe del paziente.“Turategli il naso” ordinava in un comando secco. Il malato tentava di scrollarsi di dosso l’energumeno e gli oppressori ma non riusciva più a respirare. Come apriva la bocca ecco il dentista che introduceva la pinza e zac, fuori il dente. Un fiotto di sangue usciva da quella bocca malandata assieme ad una serie irripetibile di parolacce e bestemmie. L’asciugamano serviva a tamponare il sangue, che veniva pressato in un tentativo di soffocazione. Dopo qualche minuto di pressione, se il paziente non era svenuto, l’ambulante osservava la gittata sanguigna controllando se poteva considerarsi normale oppure no. Qualche tamponamento e poi un buffetto sulla guancia ed il paziente era servito. Proprio non ricordo se il dentista usasse qualche anestetico o disinfettante. Ricordo che il poveraccio, rimessosi in piedi, si premeva la bocca con il fazzoletto. Le bestemmie duravano ancora un momento e poi ecco apparire un debole sorriso: il nemico era stato debellato. “Sotto un altro” e così via per tutta la mattina. Qualcuno si faceva consegnare il dentone e se lo rimirava come un trofeo ed infine metteva nel cappello dell’operatore la cifra stabilita. Il coro dei presenti era fatto di “Oh, Madonna, Signur!” e la folla aumentava fino al completo esaurimento dei denti malati.

IL GIOCO DELLE ZUCCHE E DEI FANTASMI

D’estate, alla sera, ci si ritrovava al vespro con una zucca a testa, svuotata e sagomata in maniera che avesse occhi e boccaccia. C’era chi riusciva a indossarla e chi invece la illuminava con una candela all’interno. Tutti avevano lenzuoli bianchi, più o meno adattati, atti a spaventare gli altri, come fossimo fantasmi ululanti o silenziosi. Sortivamo dalle cantine appena si udivano passi inconfondibili di fanciulle che fingevano di spaventarsi, perché anche loro giocavano alla stessa maniera. Qualche volta mi sono spaventato anch’io. Tuttavia il gioco durava poco per dedicarci poi al “nascondino” con la conta che poteva essere breve od addirittura arrivare a trenta. Finché c’era luce, noi eravamo sul prato davanti a casa.
Dopo la guerra, nell’euforia generale, anche i genitori sedevano sul prato, magari con fiaschi di vino e tutti a raccontarsi le avventure belliche e semplici pettegolezzi.
I ragazzi più grandi giocavano a palla o si davano all’inseguimento di fanciulle in fiore che fingevano di non starci ma in realtà cercavano proprio quello. Mai più ho ritrovato questa meraviglia di armonia collettiva. A volte rientravo a casa su sollecitazione della mamma o della nonna o del papà. Cercavo di coricarmi tra le bianche lenzuola, tentavo di addormentarmi ma le voci allegre della strada, le risate, gli urletti delle donne non mi permettevano di acquietarmi. Allora mi alzavo, andavo sul terrazzo o sul balcone ed invidiavo quelle creature libere e felici. Accusavo il caldo afoso di maggio e giugno e con quella scusa tentavo di poter tornare sulla strada. Qualche volta ci riuscivo e poi mi davano la caccia anche con la cinghia dei pantaloni per condurmi alla ragionevolezza. Finalmente acquietato, dopo le preghiere stentate, riuscivo a prendere sonno.

I SGHIRÀA DI DONN (le grida delle donne)

A quei tempi di reali tribolazioni, per quanto mi ricordi, la povertà non creava affatto ladri o delinquenti. Sono nettamente contrario alla moderna sociologia e politica che vuol giustificare certa delinquenza e violenza con la povertà. Io sono convinto da sempre che come dicevano allora “Vun al nassi delinquent!” (una persona nasce delinquente). Cioè io credo, al contrario della cultura ufficiale, che sia la genetica a creare distorsioni, anche se appare evidente che un ambiente ed una società confortevoli possono aiutare molto. Ai cå pupular, (alle case popolari) ogni tanto si sentiva urlare, uomini e donne. Le urla femminili erano acute e laceranti, penetravano nel cervello e dilaniavano la coscienza. In realtà i sghiràa di donn davano sempre l’impressione che esse venissero picchiate e torturate. Trattavasi invece di sfoghi naturali, senza complessi, fra genitori oppure fra genitori e figli. Erano liti familiari provocate per lo più dall’esigenza di farsi sentire e imporre una condotta più conveniente alla famiglia. Certo non esisteva il fair play attuale ma sicuramente esisteva meno ipocrisia e più tolleranza. Rare erano le liti fra donne e, secondo me, succedevano sempre a causa dei figli che litigavano con quelli delle altre. Tutto sommato, dopo diverse esperienze abitative in case apparentemente più ricche se non addirittura al top, ricordo tutto con piacere, anche ul vusà e ul sghiraa di donn. (il vociare ed il gridare delle donne).

ALLUVIONI E TRACIMAZIONE DELL’OLONA

Legnano è attraversata da un fiume che godeva la fama (anzi l’infamia) di essere il più inquinato del mondo. Le sue acque erano nere e verso gli anni Cinquanta erano ricoperte da schiume alte fino a quaranta, cinquanta centimetri. Verso l’autunno le piogge gonfiavano le sue acque e nel giro di uno o due giorni l’Olona tracimava invadendo la parte più bassa del suo bacino. La Gabinella veniva sommersa fino al primo piano di quelle case e le acque arrivavano anche da via Pontida fino a raggiungere il Sempione.
Tuttavia nessuno si lamentava: tutti accettavano questo fenomeno più con allegria e curiosità che con giusta e doverosa paura e preoccupazione. Noi bambini continuavamo ad andare alla scuole elementari Mazzini passando su un ponte di legno fino a che le acque ce lo impedivano completamente.
Nessuno ci accompagnava e noi sostavamo incuriositi ad osservare queste acque vorticose scorrere lambendo i piedi. Nessuno aveva o voleva mostrare una pur minima codardia ed assistevamo imperterriti anche alla rottura di qualche asse di legno del pontaccio. In quei giorni, alla fine degli anni Quaranta, prima che iniziassero le famose alluvioni del Polesine, apertamente ci confidavamo la speranza che l’Olona allagasse tutta Legnano, tanto per avere qualche novità in più che ci facesse divertire. Incoscienti e balordi ma sempre contenti.

I TERREMOTI E LE DONNE

Altro divertimento, assai raro, era costituito da brevi scosse di terremoto. Mi ricordo che un inverno di un anno assai lontano, verso le cinque del pomeriggio, il tavolo ed il lampadario ebbero dei sussulti laterali ed io persi per un attimo l’equilibrio. Dopo qualche minuto vi furono ancora scosse fino ad esaurimento. Subito la nonna incominciò a disperarsi e a farsi il segno della croce. Dalla porta si udirono colpi frenetici. Andai ad aprire ed ecco entrare come una furia la professoressa Poidomani con gli occhi sbarrati, il rosario in mano. Entrata in cucina si inginocchiò ed assieme alla nonna iniziò a cantare inni sacri alla Madonna. Dopo un’ora di preghiere e di lacrime, attendevano che il piccolo demonio, che ero io, le tranquillizzasse. Accompagnai fino a casa l’ospite, che tuttavia dopo poco ritornò a chiedere aiuto. La scena mi era abituale perché ad ogni temporale, specie a giugno, luglio ed agosto, la nonna era raggiunta da altre donne impaurite fino al terrore. Ripescavo dalla mia memoria le dicerie su tuoni e lampi: “È il figlio del demonio che gioca a birilli”, “È il diavolo che litiga con la moglie” che non sortivano tuttavia alcun effetto calmante. I temporali duravano una mezz’oretta e per tutto quel tempo mi divertivo alle spalle delle poverette. Tuttora, quei pochi temporali che ci aggraziano l’estate, fanno ancora fare certi salti che richiamano il ricordo della nonna e delle sue amiche.

IL FUNERALE

Il nonno giaceva supino con il suo vestito della festa, gli occhi chiusi e le braccia incrociate. Il gatto saliva in continuazione sul suo petto ed io avevo ricevuto l’ordine di scacciarlo. I parenti arrivavano da soli o in gruppo. Presto la cucina si era affollata e non ci si muoveva più. Il dolore per la dipartita di un uomo così caro, dolce ed affettuoso era veramente grande. Anche i maschi piangevano e la commozione era generale. I parenti si abbracciavano e dopo qualche secondo si riconoscevano e si guardavano bene in faccia. “Ciao Camillo, come stai?”, disse con un sorriso Giovanni. “Mica tant ben, porca miseria… a fò fadiga a rivà alla fin dul mes!”, rispose Camillo. Così si diceva tra i parenti. Iniziavano conversazioni incrociate e la camera mortuaria sembrava un salotto di allegria. Le donne stavano preparando pastasciutta in quantità per tutti e trafficavano con più pentole di acqua che bolliva. Ognuno aveva portato qualcosa di suo ed in breve si allestì un tavolone apparecchiato per un gran numero di conviviali. Chi non arrivava prima al tavolo si doveva accontentare di sedere su scranni, sedie prestate dai vicini di porta o sul letto e su tutti i possibili mobiletti a disposizione. Io mi ero accomodato sul pavimento e mangiavo tenendo il piatto in mano. A quei tempi il bottiglione del vino andava forte e ciascuno aveva portato il suo. Così a ritrovarsi insieme dopo magari anni di lontananza e con la giusta curiosità di sapere, tracannando vino nero, i convenuti arrivavano all’allegria e giù barzellette. Più che un “pranzo dei morti”, sembrava il ritrovo in trattoria di amiconi molto più propensi a vivere, secondo quell’istinto naturale, comandato dal Creatore, per cui più che alla morte si pensava alla vita. Chi fosse venuto in casa da fuori si trovava piuttosto imbarazzato con il "casino" che veniva fatto e che i parenti tentavano di mascherare. Le lacrime, causate dalle risate, dovevano sembrare lacrime di dolore e i presenti ricorrevano a fazzolettoni. Chi non li aveva li cercava agli altri, per cui diedi fondo alla riserva custodita nel cassetto del “comò” in camera da letto. I visitatori erano numerosi e tutti settentrionali non abituati alle vistose lamentele e pianti delle donne in nero, tipiche del sud, derivate a loro volta dai popoli mediterranei e principalmente dalla Grecia. La gente gremiva anche le scale ed incominciava ad assieparsi intorno al baldacchino nero, sotto cui avrebbe dovuto sostare la salma rinchiusa nella cassa, con ai lati grandi portacandele con relativi ceri.
“Quei disgrasià di fiö giugavan a nascundars dentar e fœra e rumpevan i cuiuni” (quei disgraziati di ragazzi giocavano a nascondersi dentro e fuori dal baldacchino mortuario e davano fastidio).
Meno male che gli stessi avevano contribuito, con vera gioia, ad andare scala per scala, da ogni famiglia, secondo l’usanza locale, a raccogliere la “colletta” utile per pagare il funerale e quindi venivano tollerati, anche se cercavano di coinvolgere anche me, che invece dovevo assumere quell’aria di afflizione per la circostanza.
Per loro, l’arrivo del camioncino che portava i drappeggi e le scale e tutto il resto per le onoranze funebri, era l’inizio del divertimento e salivano sulle scale e facevano bestemmiare il solerte lavoratore e via così di seguito. I funerali si susseguivano in serie abbastanza ravvicinata, dato l’alto numero di famiglie ed i fiö’ (i ragazzi) non pensavano affatto alla morte ma solo alla vita.
Il funerale era preceduto da poveri figli di nessuno in divisa di “martinitt”, subito dopo i chierici e sui lati del carro nero i parenti reggevano il cordone. Al cimitero, sulla fossa iniziò l’orazione funebre, tenuta da un lontano parente di Caronno Pertusella il quale possedeva una Balilla ed era quindi ritenuto importante. Mi commossi sul serio a sentire tutti quegli elogi di circostanza e piansi a dirotto. Vidi una mano gettare terra nella fossa e quelle degli altri la seguirono nel gesto, tranne la mia perché incominciavo allora a capire cosa fosse la morte: privazione per sempre di una persona alla quale ero affezionato e che non avrei più potuto rivedere e risentire le sue parole. Terminata la cerimonia, i parenti si salutarono. Tutti vollero stringere la mano all’oratore che aveva così ben parlato. Poi, a piccoli gruppi, fecero tutti quel che si doveva nei confronti della vedova e, piano piano se ne andarono. Ritornammo soli e tristi. La vita vuole e pretende che si pensi alla vita e ben presto ritornai nella banda dei ribaldi a combinarne di cotte e di crude.

ZÀ LA MÓRT, PIER LUÌS E UL BÚRLANDEL

Tra i compagni delle scuole elementari non posso dimenticare due personaggi che amavano tanto la cultura da essere costretti ad entrare in classe con la viva forza e tirati per le braccia, mentre loro si incrúsciavan (rannicchiavano) per far opposizione ad una così vile prevaricazione. Tutte le mattine, dopo che ci eravamo seduti nei banchi, la maestra aspettava sulla porta che ul Búrlandel, il sig. Borlandelli, il bidello delle scuole Mazzini, si facesse vivo tirando per le orecchie ul Pier luìs (Pierluigi) per poi prendere poco dopo Zà la mórt, spintonato, "a calci in culo". Fino a poco tempo fa incontravo queste persone in qualche occasione come la festa per l’anziana maestra o le riunioni della classe del ’39. Zà la mórt era chiamato così in onore di un personaggio dei fumetti che ricordava vagamente un “teschio” e si addiceva al compagno di scuola perché la sua magrezza era impressionante, mentre l’ultima volta che l’ho incontrato ostentava una vistosa pancia. Ul Pier luìs" era invece così riottoso da rotolarsi per terra e mitisi a piangi (e si metteva a piangere). La maestra il bidello al ciapavan per i uregii che a furia di tirai in diventà lunghi e stacà dal coo (lo prendevano per le orecchie e a furia di tirarle erano diventate così lunghe da staccarle dalla testa). A scöla iran dú asniti (a scuola erano due asini). Pierluigi è diventato un piccolo industriale e l'altro è da sempre in pensione. Ul Búrlandel era un personaggio simpaticissimo. Piccolo, tondo e con una lingua efferata che spargeva simpatia intorno a sé. Durante le ore di lezione, spalancava la porta di colpo e si avvicinava alla cattedra della maestra, che lo accoglieva con un gran sorriso. Noi eravamo entusiasti perché si preparava almeno un quarto d’ora di libertà e quindi gradivamo molto la sua visita. Ul Búrlandel era quel che si dice “un tajaemesdèga” (taglia e medica) insomma quel che ci voleva per la maestra ghiotta come tutte le signore di novità e pettegolezzi.

IN REGALO UNA SCOPA

Da tempo i bravi alunni delle scuole elementari portavano alla cara vecchia maestra regali anche molto sostanziosi. “Ringrazia il papà e la mamma!” Rispondeva garbata la maestra e con gran sorriso, ricco di promesse, intascava in una grossa borsa che teneva sotto il banco. Alla fine della lezione incaricava il bidello di farle arrivare a casa sua il pesante fardello. I bravi angioletti venivano poi ricompensati con bei voti, otto, nove, dieci e tante carezze. Al figlio del grosso industriale raccomandava di far recapitare la pesante busta contenente la paga di diversi operai, non in classe perché pericoloso. Sarebbe stato meglio farle pervenire tale preziosissimo contenuto direttamente a casa. Evidentemente i regali favorivano l’ingrasso della signora maestra che probabilmente mangiava troppo e poi non riusciva a trattenere i gas che rimanevano intrappolati in quell’enorme intestino. Erano rumori sonori a volte come tuoni e a volte tipo mitraglia. La poveretta veniva colta da simili offensive nel mezzo di una spiegazione di una lezione, magari in piedi e subito appariva il disagio: rossore in volto, smorfia di dolore, corsa furibonda fuori dalla classe, obiettivo il gabinetto alla turca, nel quale correva il rischio di cadere e mai più rialzarsi. Immediatamente correva il bravo “Borlandelli” che con notevoli sforzi recuperava la pesante maestra, portandole mutandoni di ricambio da legare al polpaccio onde impedire fuoriuscite impertinenti, atte a sollecitare l’ilarità della classe. Cosa orrenda e da evitare con ogni cura, vista la maestosità del personaggio, dai bambini ritenuta poco al di sotto di Dio e degli angeli. Poiché io non potevo portare né oro, né mirra, né altri beni tangibili, mentre andavo a scuola raccoglievo fiori di campo tra i quali brillavano l’intenso blu dei fiordalisi ed il vivace rosso dei papaveri. Li componevo in un piacevole mazzo e lo offrivo alla signora maestra. Questa non alzava nemmeno gli occhi, grugniva come un maiale e con un annoiato gesto indicava la finestra dell’aula, non sapendo mai se depositarlo sul parapetto o buttarlo direttamente nel cortile. Non ho mai ricevuto un ringraziamento né un bel voto ed i mazzi di fiori si accumulavano e divenivano erba secca. Io stesso provvedevo a buttarli in pattumiera prima che ci pensasse il bidello con un rapido e tragico funerale. Io li deponevo con gentilezza e poi li accarezzavo. Il bidello li prendeva a calci e centrava la pattumiera con grande disinvoltura. Dopo tanto tempo, mi lamentai in famiglia e l’unica persona che raccolse il mio struggente lamento fu la nonna. Pensa e poi ripensa, la poveretta ebbe una idea luminosa. “Mi offrirò di pulire la casa alla maestra e le regalerò una scopa!” Ingenua donna: ignorava che la maestra aveva già chi le faceva le pulizie, aveva lo spazzolone elettrico e gli schiavetti addetti a spaccare la legna per varie stufe e stufette oltre al riscaldamento con i termosifoni. Un giorno d’inverno, quando ci presentammo con la scopa in mano, la maestra fu sul punto di cacciarci giù dalle scale a bastonate. Come ci permettevamo noi straccioni delle case popolari di regalare a lei una scopa! La casa della maestra fu una sorpresa per la nonna ed il sottoscritto. Nell’ingresso c’era Artemisio (figlio del lattaio, formaggiaio, gelataio ecc…) che in compagnia di Carletto (fratello della direttrice della Cooperativa Avanti) era occupato a spaccare legna pregiata come oro in piccoli pezzetti da inserire nella stufetta di prima accoglienza. Nella sale grande dei signori, attorno ad un enorme, lucidissimo e costosissimo tavolo da riunione pasteggiavano a cioccolato, gelato, biscotti speciali, marmellate i potenti figli degli industriali di Legnano. Solo i nomi mettevano in imbarazzo: Mascheroni, seduto su due poltrone perché era più largo che alto. Suo padre era il grande produttore e fornitore di armi belliche, compreso i famosi maiali d’assalto! Costanzo, figlio della “magna” industria tessile Bernocchi, esportatrice in tutto il mondo di tessuti pregiati. Aldo Crivelli, figlio del più grande fornitore di legna e carbone all’ingrosso. Più qualche altro nobile signore che ci guardava con disprezzo, cercando di centrare la bocca con noccioline rivestite di cioccolato e delizie di ogni genere. Poi c’era Armando, anche lui seduto su sedie e scortato da carrettino da gelataio con tutta la gamma dei gusti possibili, cioccolati e paste. Quella era la scuola elementare degli anni Quaranta! La maestra alla fine concluse: “Su, brava donna, faccia in fretta, pulisca solo una stanza e poi se ne vada con la sua scopa, che proprio non so cosa farmene. Nel frattempo io stavo a bocca aperta a rimirare lo splendore di quella corte di ricconi ed ascoltavo un poco di compiti e dei pensierini che la maestra dettava ai suoi allievi magistrali. L’indomani mattina a scuola, i letterati ebbero l’onore di leggere ad alta voce le opere dettate dalla maestra. La classe applaudì clamorosamente e gli allievi ebbero encomi superbi con voti superlativi che andavano dal dodici sempre più in alto e lode.

”UL BERIN” (il pecorino)

Probabilmente io ero l’unico o uno dei pochi figli di meridionali che abitassero a Legnano ed il mio aspetto differiva molto dal resto dei bambini, per lo più della zona oppure veneti. Loro avevano capelli lisci o sul biondo, con punte di autentico biondo. Io invece ero di carnagione scura con una montagna di riccioli neri in testa. Ogni persona che mi vedeva e si avvicinava, metteva le sue mani fra i miei riccioli e con gran sorriso esclamava “Va che bel berìn!”, guarda che bella pecorina. I bambini, come al solito e dappertutto, erano abilissimi ad evidenziare le differenze e si divertivano a canzonarmi; inoltre il mio stesso nome “Pier Andrea” si prestava ad uno storpiamento offensivo: “Pirlandrea”che si rifaceva alla nota parolaccia “pirla” che significa “scemo”. Quindi ne soffrivo e tentavo di strapparmi i riccioli perché non volevo essere diverso e non volevo che mi chiamassero Pier, in quanto si prestava anche ad altre storpiature significanti “uregìatt”, orecchione, invertito, frocio. Insomma, senza malizia, anche i bambini sanno essere cattivi. Per gioco, questi delinquentelli propinavano torture terribili agli animali ed io ne soffrivo profondamente.
Sti disgrasià (questi disgraziati), catturavano le lucertole, le legavano ancora vive ad uno sterpo e davano loro fuoco divertendosi a sentire lo sfrigolio e gli scoppiettamenti della pelle rigonfia delle povere vittime. Sono convinto che gli istinti dell’uomo siano fra i peggiori che si possano immaginare e certamente bisogna intervenire presto per una giusta educazione. Questi delinquenti legavano ad un tronco d’albero anche i bambini più piccoli ed indifesi e tentavano di dare loro fuoco. Per fortuna qualche mamma o nonna, sempre vigile, interveniva correndo giù verso il prato a dare botte a destra e a manca. “Narigiàt, d’ún uregiàtt! Málnàa sà te fé cusée? Parchè te vœri brusàa úl luigino? Stasira al gà disü mi a tó mà e ta fò ciapà úna pel debótt!”, (candela al naso e orecchione! Malnato, cosa fai? Perché vuoi bruciare il Luigino? Questa sera lo diciamo a tua madre e ti faccio prendere un sacco di botte!) gli diceva un’altra donna. Poi i giorni passavano, i fiammiferi di legno erano stati requisiti e nascosti e tutto ritornava normale.

UN MONDO DI CAVALLI E CARRETTIERI

Legnano era una città di grandi industrie ed il trasporto merci avveniva anche con grossi carri alti e lunghi, trainati a volte anche da più cavalloni, biondi, dalle grosse zampe pelose. Gran parte di altri trasporti avvenivano con cavalli più modesti e carretti tipici del nord Italia. Come già detto, io amavo profondamente tutti gli animali e - stupite, stupite - giocavo persino con gli scarafaggi! Stavo molto attento, quindi, che ai miei amici cavalli non venisse fatto alcun male. Per la maggior parte dei carrettieri, notavo che più che bastonare l’animale si accontentavano dello “schiocco” della frusta. Era un simbolo acustico che dava ordine alla bestia di aumentare l’andatura e lo sforzo. Raramente ho visto maltrattare l’animale come invece avevo avuto occasione di notare in altre zone. Quella frusta mi si era talmente piantata nel cervello che pensai di farmene una con una canna di bambù ed un pezzo di corda. Riuscivo a manovrare tanto bene questo giocattolo, ottenendo schiocchi e sibili molto simili alle fruste normali, che ben presto tutti gli altri bambini si erano muniti di simili attrezzi e si facevano gare a chi li usasse meglio. Si riusciva a manovrare la corda in maniera tale da avvolgere anche un altro bambino senza fargli del male, tanto lunga era la corda che sapevamo usare con maestria. Poi vennero i circhi equestri con i grandi specialisti della frusta e del lazzo e noi mandammo in soffitta quell’attrezzo obsoleto. “Vala, uhh!” era il comando usuale per incitare l’animale e “UHH” per fermarlo. Il buon cavallo sostava paziente ed io correvo a consolarlo. Lui mi guardava con i suoi occhioni buoni ed io cercavo di gratificarlo con le carezze sul muso, sul collo e sul ventre.

"AL DI LÀ DI CÅ PUPULARI" (al di là delle case popolari)

Verso Ul bachi (un soprannome) tra via Locatelli e la Saronnese, esistevano piccole attività ed in quella zona viveva un vecchietto che viaggiava pedalando sul suo triciclo da carico. Non mi ricordo il nome ma mi è rimasto per bene nella mente perché era piccolo, magro e molto strano. Aveva una moglie parente delle befane mentre lui amava ancora la vita e le donne. “F..a, F..a” a destra e a manca finché qualche donna non gli diceva: “Va a cagà balabiott, safurmèmbal d’uncristun!” (vai a cagare ballando nudo, sacramento di un cristianone!). La frase non lo colpiva per nulla e lui sorrideva a tutta dentiera ed imperterrito continuava a pedalare accompagnato dal suo ritornello.

CECE PITA MAMA ULA E SO FRADEL FEDERICO

Questi due amici delle case popolari erano nati con il labbro leporino, almeno così mi pare. Avevano anche una malformazione nel palato ed allora non c’erano tutte quelle attenzioni e rimedi che solo dieci anni dopo avrebbero potuto aiutarli. Avevano quindi un’enorme difficoltà nell’esprimersi e difficilmente si capiva che cosa dicessero. Il maggiore dei due divenne famoso per la frase “Cece pita mama ula”che forse voleva dire che sua madre lo avrebbe sgridato. I ragazzacci li consideravano amici ma li canzonavano senza pietà alcuna. Comunque loro si adattavano anche allo scherno. Ul Federicu ogni tanto diceva frasi per lo meno intuibili ed a me sembravano ricche di buon senso. Alla compagnia si univa anche Ul Mucin, un povero figlio del popolo che aveva il braccio destro, a partire dal gomito, completamente atrofizzato. La cosa non sembrava preoccuparlo affatto e faceva tutto quello che facevano gli altri. La sua mano e l’avambraccio erano ridotti a poco più di un artiglietto privo di vita ma ciò non gli aveva impedito di lavorare e guadagnarsi la vita. Alla visita di leva a Milano, era venuto con me anche Ul Federicu ed i militari addetti alla selezione, compresi i medici, lo canzonavano. Siccome ci facevano stare nudi, anche lui voleva togliersi le mutande. Due medici con un sorriso glielo vietarono ed intuii la sua sorte: riformato e probabilmente “ritirato” in qualche casa speciale. A me invece un medico si avvicinò con un gran sorriso sulle labbra e mentre io lo guardavo fisso negli occhi, a distanza ravvicinata, mi prese fra le mani i “pendagli etti” e me li strinse con violenza: urlo bestiale ed “abile” arruolato.

LA BEFANA FASCISTA

A quei tempi organizzavano una festa pubblica durante la quale facevano regali ai bambini, penso dai cinque o sei anni in su. La mamma portava mia sorella alla festa e mi lasciava a casa a giocare con un piccolo cavallino di cartapesta dalle gambe rigide e piuttosto informe. Poggiava su una piccola base con le ruotine ed io lo trascinavo con la corda. Mi dispiaceva rimanere da solo e speravo che la mamma portasse qualche piccolo regalo anche a me. Uscivo sul balcone con il mio cavallino e scrutavo ansioso il fondo di via Carlo Porta sperando di vederla ritornare. Dopo tre o quattro ore, la mamma e mia sorella ritornavano contente: la befana fascista aveva regalato una carrozzella per neonati, piccola, completa anche della bambola e dei lenzuolini e di tutto l’equipaggiamento, compreso un bambolotto. Io ero contento per lei ma aspettavo qualcosa anche per me. Invece non c’era niente. Così ogni anno, anche se dopo la befana non si chiamava più fascista, oramai ero rassegnato e non ci facevo più caso. Tuttavia ero così innamorato dei cavalli che richiedevo fin dall’inizio dell’anno almeno un cavallo a dondolo. “Certo, stai tranquillo, ti regaleremo un cavallino vero”. Io credevo e vivevo felice e contento nella speranza che a Natale i genitori mantenessero la promessa. Invece niente di niente.“L’anno prossimo, te lo regaleremo l’anno prossimo”. E così tiravo avanti anno dopo anno. La mamma se la cavava con poco o niente ed io stavo buono a disegnare.
Un bel Natale, anzi un brutto Natale, chiesi alla mamma perché non veniva questo cavallo promesso. “Non l’abbiamo potuto comprare ma vedrai che l’anno prossimo te lo regaliamo!
A questo punto mi sono sentito tradito nel profondo ed ho guardato la mamma con vero dolore, non per il mancato regalo ma per la promessa mai rispettata. “Come posso continuare ad avere fiducia in te?” le dissi e da allora non credetti mai più a nessuno. Veramente la cosa è ancora più inquietante: veniva erogato il regalo solo ad un figlio per famiglia e mia madre accontentava da sempre e per sempre solo Giuliana con tutte le conseguenze future.

L’EDUCAZIONE POPOLARE

A differenza dei figli di famiglie benestanti, l’educazione da noi era intesa a suon di botte e parolacce per tutti quanti, almeno per quanto riguardava i maschietti: le femminucce si sa che stavano più in casa a giocare con le bambole e quindi erano buone, anche se si sarebbero unite a noi in tutte le nostre straordinarie avventure. Il vantaggio per noi era costituito dalla difficoltà di movimento delle nonne: grassottelle se non obese, preoccupate di pulire la casa, preparare da mangiare, aggiustare abiti se non a farseli direttamente ed insomma tutte quelle faccende domestiche che impegnavano interamente la giornata. I nonni erano meno responsabilizzati ed andavano al circolo a farsi un bicier in modo che quando tornavano erano traballanti e preoccupati di riuscire a stare in piedi. L’unica maniera che i grandi avevano a disposizione per tentare di redarguirci ed insegnare la giusta educazione era quella di prenderci a legnate ed insulti. Al colmo della rabbia passavano a bestemmie lombarde assai più terrificanti che non quelle toscane. A sentir parlare male della Madonna in Toscana c’è da strabiliare per l’insolita freschezza e fantasia. Sono bestemmie artistiche, melodiose, coloratissime che paiono denunciare in tutti i toscani l’inclinazione all’arte ed alla creatività. Penso che ognuno ci aggiunga di suo al momento, per cui andrò in giro per la Maremma, con qualche registratore, a raccogliere dal vivo questa entusiasmante espressione vitale e pittoresca. Qui da noi, almeno per i miei ricordi, le bestemmie erano poche ma salate e quasi sempre con lo sputo di disprezzo verso terra. Era quello sputo che aveva un grande significato, per cui era tenuto d’occhio. Se mancava voleva dire che le Madonne ed i Santi erano solo un comune interloquire: due parole e dieci bestemmie. Anzi dieci bestemmie e due parole. Se c’era lo sputo, magari ripetuto, era il segnale che tirava aria brutta, che c’era rabbia vera e bisognava girare al largo.
Escludendo la Madonna, Gesù Cristo, Dio Padre ed i Santi, erano tante la parolacce verso di noi che le avevamo imparate tutte ed ancora dopo sessant'anni e passa le ricordo bene, almeno mi pare: Cristuu Santuu! Sacramentuu! Porca Madosca! Rottu in cü! Facia da merda! Facia da palta! Pirla! Sifiliticu! Va da via ul cü! Cucumer! Co da sverza! Pütana d’un culatun! Cü rotu! Cüiün d’un cuiün! Ta spacü la facia! A ta do una mamela! Va a ciapal in dul cü! Rumpiball! Rumpicuiün! Scemu! Biscul! Frescun! Va a chigà! Uregiatt, narigiatt malnaa', vunciun, delinquentu, asaninn, deficienti! Porca sidela e via di questo passo. In compenso, quando ci volevano consolare ci dicevano: poar nanu.

CON I TRAMPOLI

Man mano che passa il tempo mi rammarico sempre più di perdere gran parte di quella manualità che contraddistingueva la mia fanciullezza. Allora bastava poco e ci facevamo noi i giocattoli, calze e guanti di maglia con regolari aghi da maglia e filo di lana. Bambole di pezza e relativi vestitini, arco e frecce e, con i bastoni delle scope, trampoli. Esattamente non riesco a ricordare come facessimo ad inserire la piccola zeppa a mezzo della scopa per sorreggere il pur leggero corpo: mi ricordo che a dieci anni, assai più alto di tutti quanti, pesavo solo venti chili. Comunque penso che con l’accetta, usata comunemente da tutti i bambini per spaccare la legna, si facesse una tacca al posto giusto. Quindi si preparasse un pezzo di legno lungo e largo quel tanto per sorreggere il corpo senza spezzarsi e, con l’uso di colla di pesce, lo si inserisse nell’inserto. Sicuramente si infilava un bel chiodone magari arrugginito dall’alto in basso e di traverso e con qualche straccio si facesse un bel legaccio. Comunque sui trampoli si faceva di tutto: correre in casa attorno alla tavola, uscire sul balcone, scendere le scale a saltelloni, inseguire le bambine, fare gare di velocità e saltare la corda. Per evitare di mostrare il marchingegno e quindi stupire gli amici più ingenui si indossava la camicia da notte, magari della nonna.
Si giocava anche a girotondo, naturalmente tenendosi con le mani sui bastoni per non perdere l’equilibrio che avevamo in misura straordinaria a tal punto da stendere una corda su cui camminare magari con i trampoli tra il cancello del cortile ed un paletto di quei recinti di cemento, armato all’interno da un bel ferro tondo e lungo, che costituivano il divieto d’accesso agli orticelli che stavano fra il marciapiede della strada e le abitazioni del piano ammezzato. C’era chi si aiutava con due manici di scopa legati in maniera da equilibrare il peso e poi passo dopo passo si attraversava il percorso. C’era anche qualcuno che lanciava la sfida a fare l’equilibrista con gli occhi bendati. Una cosa che ho sempre invidiato era la felina rapidità con la quale gli altri salivano e scendevano dagli alberi o sui muri alti o sui pali della luce! La grande differenza che credo io possa ravvedere tra i giochi di allora e quelli di adesso sta nel fatto che i "figli di nessuno", come venivamo chiamati, vivevano gran parte del tempo all’aperto, buono o brutto tempo che fosse. Inoltre i fiö di allora sapevano ricorrere alla fantasia ed alla creatività per trarre divertimento continuo. Non erano assolutamente letterati e sapienti ma vivi, tanto vivi da costituire il motivo di continua lamentazione da parte degli adulti, che dopo ripetuti richiami all’ordine, passavano inesorabilmente a vie di fatto manuali. Insomma di botte e di aria e luce ne abbiamo prese tante e tante di quelle parolacce a tal punto da far spallucce su tutto e continuare allegramente a fare quello che ci divertiva.

VACANZE AL MARE A PRÀ VICINO A GENOVA

Mio padre, attraverso i colleghi di Genova, aveva ottenuto l’ospitalità presso una buona famiglia di Prà. Io avevo otto anni ed impazzivo per il mare. La spiaggia era sassosa, piccola e vi si accedeva dopo un sottopassaggio della ferrovia. Oltre ai bagni nel mare che rappresentavano per me il paradiso in terra, mi dedicavo con entusiasmo alla raccolta di splendide gemme brillanti, raccolte tra i ciottoli della spiaggia. Alla fine mi fu detto che erano solo vetri levigati arrotondati dal movimento del mare ma a me piacevano molto. Alla sera si poteva andare anche a vedere qualche film al cinema all’aperto e fui così terrorizzato da Frankenstein in un film di Gianni e Pinotto che mi rimase la paura per tutta la vita, finché non rividi recentemente lo stesso film e l’effetto fu semplicemente esilarante. Cose che succedono. La casa che ci ospitava era di proprietà di un galantuomo, capitano di lungo corso, con una soave moglie ed una vivacissima bambina di quattro anni. Tra l’abitazione del proprietario ed il salone a noi concesso vi erano tre gradini e sul ripiano antistante un gabinetto chiuso da una porta con vetri smerigliati.
La dolce bambina, curiosa come in genere lo è il sesso femminile, vedeva suo padre attraverso lo smeriglio dei vetri fare pipì in piedi e così voleva farla anche lei, con le ben note conseguenze. Non voleva assolutamente arrendersi sul fatto che la pipì si dovesse fare in modo differente e pertanto era sempre, costantemente all’erta per scoprire come mai lei si bagnava tutta ed i maschi no. Non c’era stato proprio nulla da fare: voleva scoprire il perché di tutto questo. Dopo aver mangiato a mezzogiorno, i genitori si coricavano per la pennichella e così anche noi, lei no. Mentre gli altri dormivano, veniva da me e tentava di togliermi le mutande, svegliandomi e naturalmente eccitandomi con il suo maneggio. Come tutti sanno le fanciulle hanno l’adorabile abitudine di emettere gridolini di piacere e fresche risatine con stampato sul viso il più bel sorriso, incorniciato dai boccoli d’oro dei capelli. Lei mi afferrava il pistolino ed io le toglievo la manina, non sapendo proprio come comportarmi e ci dava e ci dava finché a me si rizzava un vero bastoncino. Naturalmente il traffico non passava inosservato alla nonna, che passava da uno stato di coma a quello di un serpente a sonagli e giù botte a me come se fossi io il responsabile. Poi allontanava la bimba riportandola ai genitori e questa dopo qualche minuto ritornava più decisa di prima a vedere cosa c’era di differente tra me e lei. Si toglieva le mutande e mi invitava a fare altrettanto con continui assalti fra gridolini e risatine. Di nuovo la nonna burbera mi appioppava un’altra sberlona e via con la bambina dai genitori. Questi, probabilmente grazie al minestrone alla genovese con lardo e pesto, continuavano tranquillamente a russare. Finalmente poi l’orologio scandiva l’ora giusta per i bagni di mare e ci si recava alla spiaggia lasciando la bimba con la sua curiosità insoddisfatta. Quando con i genitori scendeva anche lei sulla spiaggia, ritornava all’attacco costringendomi a buttarmi in acqua in compagnia di un nano gobbo, sì, ma simpatico.
Quando non c’era la bambina, si faceva avanti però qualche frocio che ammirava i miei riccioli, il mio sorriso e con fare untuoso mi invitava a seguirlo verso la ferrovia. Questa volta ero in fuga di nuovo ma non a malincuore come ero costretto a fare dinanzi agli assalti della dolce e soave bambina. A quest’ora avrà capito perché gli uomini fanno pipì in piedi e le donne no.

LA CENA DEL BUON FRATONE

Era buona norma in gloria al Signore che le famiglie di via Carlo Porta offrissero ogni tanto un pranzo o una cena ad un frate. C’era un fratone giovane, ma non è mai invecchiato, alto circa un metro e novanta con una presenza massiccia ed una pancia ragguardevole, un tondo faccione sbarbato, la chierica in testa ed un paio d’occhi chiari, tondi e sempre in movimento. I suoi denti, sempre scintillanti, mostrati in un eterno sorriso.
Mio padre e mia madre decisero di invitarlo una sera a cena. Egli accettò subito e si presentò immancabile con il dono di varie immaginette sacre e tante benedizioni. Mia madre ha sempre avuto la mania di apparire più di quello che poteva. Quindi preparò un pranzo pantagruelico, che offriva tutto quello che era possibile reperire anche attraverso la borsa nera. S’era subito dopo la guerra. Il fratone fece onore così bene che chiese il raddoppio di tutto e mangiava e mangiava e noi allibiti ci guardavamo e cercavamo di sapere dove mettesse tutta quella roba. Andai silenzioso a toccargli lo stomaco con mano di velluto e sembrava proprio che tutto finisse lì dentro. Mia madre andò anche dalla vicina a farsi prestare una mezza dozzina di uova di riserva e poi formaggio e vino e via a mangiare di tutto ancora. Si ricorse alle noci secche ed il fratone se le ficcava in bocca fra i denti, con un crack e via il guscio, mangiava frutta, angurie, meloni, torte, paste e beveva vino.
Insomma anche mio padre incominciò ad impallidire ed alla fine si ricorse al caffè fatto con la miscela Leone e, poi, alla grappa fatta in casa. Intanto il fratone si lamentava per i grandi sacrifici che i frati dovevano fare.“Siete ospiti frequentemente?” domandò timidamente mia madre.“O sì!” rispose il fratone “Quasi ogni giorno, ospite di queste brave famiglie delle case popolari ed anche fuori!” Mia madre ancora: “Ecco perché è così bello, fresco e rubicondo!”. Il fratone rispose allora: “Buona donna, la mia grande sofferenza è il voto di castità, perché io non ce la faccio più e mi farei venti donne al giorno!”. Continuò allibita mia madre: “Ma non può farsi togliere il voto? Ho sentito che in certe circostanze lo permettono!”. Rispose il fratone: “È vero; ci ho provato, sono stato anche in un convento speciale dove si curano le malattie come le mie, ma senza risultato. Sono proprio disperato. Ogni giorno chiedo a Dio la forza di resistere ma non ce la faccio proprio”. A questo punto mamma e papà fecero segno a noi bambini di uscire dalla stanza per non sentire la fine del discorso. Penso comunque che il fratone si facesse e avrebbe continuano a farsi tutte le femmine giovani o vecchie che fossero e poiché lo vedo ancora in giro in auto o bicicletta, più giovane e forte di me, ritengo che sia una forza d’attrazione di tutte le donne di una certa età della santa e bigotta Legnano. Sicuramente è un frate famoso.

COME ESSERE FELICI CON POCO

Dopo la fine della guerra, quando mio padre era ritornato in famiglia, si attendeva il Natale e le sue feste come qualcosa di meraviglioso, sul serio, sia per l’atmosfera generale, sia perché la famiglia si ritrovava a celebrare l’evento con una straordinaria carica umana. Non si preparavano i regali, i giocattoli e tutti gli orpelli che normalmente accompagnano queste feste, ma la famiglia riunita la sera della vigilia preparava la pasta per confezionare gli agnolotti, ognuno voleva essere partecipe attivo. Vi era chi tritava la carne con tutte le spezie occorrenti, chi voleva usare una speciale rotella dentata per ritagliare in quadretti il succulento cibo. Tutti diventavano esperti panificatori e si discuteva animatamente sull’impasto della farina da tirarsi poi col mattarello in una sottile superficie da far asciugare un poco appoggiata sul divano, sul letto e sulle sedie.
Il capo famiglia ritornava bambino anche lui e dimenticava la ferrea disciplina militare. La mamma acconsentiva che anche noi bambini mettessimo le mani in pasta. Tutto il cerimoniale ci affascinava e poi verso mezzanotte si faceva la conta per vedere chi dovesse andare a scaldare i letti. L’indomani mattina, prima del rituale della Santa Messa, mio padre ed il sottoscritto, seduto sulla canna della due ruote, si andava a comperare rarità gastronomiche come la mostarda, l’insalata russa, il paté d’oca. Il dolce non potevamo ancora permettercelo, anche se qualche anno dopo ci avrebbe pensato la “befana dei vigili” a farci sfogare per gli arretrati. Allora a questo pensava la nonna confezionando qualche torta casereccia cotta nel forno della stufa a carbone. Le vacanze scolastiche completavano la meraviglia di quei giorni. Ricordo Santo Stefano di un anno felice, in cui, alla mattina, mio padre mi portò al cinema Italia dove proiettavano un’affascinante storia ambientata nel nord Europa, nella quale era narrato che un pescatore aveva lasciato la vita ad un luccio che aveva poi ricompensato con oro e gioielli l’onesto uomo. La notte dell’ultimo dell’anno ci si riuniva con i vicini di casa, stretti stretti a giocare a tombola, con le cartelle dei numeri ed i fagioli come indicatori dei numeri usciti. La nonna, con gli occhiali sul naso, più sulla punta che al posto giusto, estraeva da un sacchetto di tela i numeri incisi su piccoli dischi di legno. Man mano che aumentava il benessere economico, spariva l’ingenuità e la spontaneità dei contatti umani e quella gioia non l’ho mai più ritrovata. Verso gli anni Cinquanta, in periodo natalizio, ricevemmo dalla Sicilia una cassa di arance dolcissime ed un pacco di dolci siciliani straordinariamente buoni: biscotti ricci, a base di mandorle, dolci fatti con la buccia di arance con miele, croccantini di miglio e miele e tante altre varietà succulente.

TROPPA GRAZIA S. ANTONIO

La mamma alla sera, prima di addormentarci, ci faceva dire le preghiere. Il sonno mi divorava e spesso mi addormentavo pesantemente e pesantemente venivo risvegliato per terminare le sante orazioni. Non ricordo bene le invocazioni ai Santi ed alla Madonna ma già allora mi domandavo perché ci si dovesse sempre rivolgere alla Madonna ed alle Sante piuttosto che a Dio in persona. Più tardi negli anni, rifeci la stessa domanda ad un’amica che si rivolgeva esclusivamente alla Madonna. La risposta mi sorprese e mi fece impazzire dalle risate. Mi disse: “Se io avessi bisogno del tuo aiuto, io non verrei mai a chiederlo a te ma andrei a chiederlo a tua moglie!”. Capii così la psicologia delle donne. Ad esse sembra più facile ottenere quello che vogliono da un’altra donna piuttosto che dal Re. C’è una distorta mentalità femminile e mammona che coinvolge anche l’alto clero, fino all’attuale Santo Padre. La Madonna è più accondiscendente e ricettiva del Padre e del Figlio! Tuttavia mia madre nel suo genuino invocare i Santi è stata sicuramente esaudita. Ella terminava le preghiere dicendo: “fai crescere giuliana e pier andrea sani, forti e robusti!”. E così molti anni dopo, entrando in una banca di Legnano, attraverso uno di quei loculi trasparenti con controllo elettronico, mi sono sentito dire da una cortese e gentile voce femminile: “Vietato l’ingresso a più persone!”

PERCHÉ ANDAVO VOLENTIERI IN CHIESA

Sembra strano ma adoravo andare in chiesa, alla chiesa dei frati perché una domenica sì ed una no vi erano messe cantate con musica d’organo.
L’impressione straordinaria che l’organista ed il coro sapevano rendere mi trascinavano all’estasi. I canti gregoriani e la maestria del musicista rappresentavano per me un anticipo del “paradiso”. Ho tanto amato queste manifestazioni di grande efficacia che non ho mai più ritrovato, se non in piccola parte, al Sacre Coeur sulla butte di Montmartre. Quando capitavo da quelle parti ed udivo da fuori l’organo andavo in delirio e mi precipitavo dentro la bianca casa di Dio. Parlo di molti anni fa e non so se ancora adesso vi siano quell’organo e quel suonatore. Penso che la "cattiva" volontà del clero di piegarsi ai corsi della modernità e stendere patti con la "bassa democrazia" non sia servito alla Chiesa (parlare in lingua moderna, usare insignificanti strimpellatori ed "oche" con contorno di "gallinacci" per cantare la messa grande). Questo è il segno dei tempi: per paura di perdere la sua egemonia il clero si imbastardisce con la modernità! Quanto è "insipido"! Quale fascino ha perso con questi adattamenti democratici! Chi si ricorda più le infiammate prediche dei frati che sembravano Shakespeare in un delirio di emozione che trascinava tutti, compreso me? Ricordo una mattina di guerra quando, in una domenica di sole, a Natale, verso le undici e mezza, gli alleati erano venuti a bombardare la Franco Tosi a Legnano, ma era tale l’atmosfera nella chiesa dei frati con i cori e le musiche che nessuno fece caso alle esplosioni. Nessuno si era spaventato e tutti erano rimasti al loro posto. Quale magia sapevano creare i frati di allora. Anche se pochi comprendevano il linguaggio e la retorica delle prediche, l’incanto ed il fascino della liturgia erano tali da ammaliarci. Sentendo nostalgia di tali cori e di tali musiche trenta o più anni dopo, ho chiesto ai frati stessi se alla vigilia di Natale, alla notte di Natale, avrebbero ripetuto la Messa Grande con gli stessi cori e musiche. Me l’hanno giurato ed io sono andato, proprio per risentire quella magia, invece ho trovato una decina di musici poco dotati armati di chitarra ed accompagnati da volonterose ragazze di una femminilità giovane e graziosa ma del tutto insipida, che strimpellavano note stonate e vocalizzi "gallinacei". Ecco una delle ragioni per cui non ho più frequentato le chiese. La volontà del clero di rincorrere tutte le mode, anche fino all'ipocrisia, mi ha definitivamente disgustato.

LE PROCESSIONI

Nei miei ricordi hanno grande rilievo le processioni religiose. Le più affascinanti erano per me quelle notturne, a partire dalle nove di sera. Il percorso era dalla chiesa dei frati fino a via C. Porta n°58, dove migliaia di persone le attendevano, alle case popolari. Lungo il percorso vi erano diverse soste obbligatorie ove il frate esprimeva tutta la liturgia del caso. La gente si assiepava ed i più piccini si facevano strada aprendo un varco fra le gambe dei grandi o venivano sorretti a cavalcioni sulle spalle degli uomini. Di processioni se ne facevano molte a partire dal mese della Madonna fino a tutto settembre, ma non nei mesi freddi, a ragione. Oggi tuttavia noto con rammarico che quasi non si fanno più processioni e non capisco bene quale ne sia il motivo. Ricordo l’autentica felicità che prendeva tutti quanti, a partire dal giorno precedente, dedicato ai preparativi: ogni zona o quartiere voleva vincere la gara di apparire più devoti e più capaci di arredare la scenografia in onore del santo di turno. Lenzuola fresche di aria e sole, linde, ben stirate venivano collocate sui balconi e sulle finestre in modo da scendere verso il basso. Si facevano provviste di lumi e lumini, bianchi o gialli, possibilmente inseriti in carte rossastre per dare più calore alla cerimonia. A me piacevano tutte le processioni, anche quelle che si svolgevano alla mattina o al pomeriggio ma quelle notturne avevano un gran fascino, come da sempre il paesaggio della città notturno. I fedeli si affiancavano sul marciapiede ed attendevano ansiosi che dalla chiesa si intravedesse il movimento giusto, l’inizio della sfilata, il baldacchino dei chierici oranti, la statua del santo, l’oscillazione del turibolo che spandeva profumato odore d’incenso. Io aspettavo con ansia i paggetti, con i loro costumi “antichi” che facevano il verso ai signori del 1500. Ne sfilavano almeno dieci per ogni parte della strada e partivano dall’età più tenera per arrivare a ragazzi tra i dodici e tredici anni. Il loro copricapo non era rotondo, ma sagomato a poliedro stretto in basso sulla fronte e calato di traverso. Una grande piuma bianca conferiva dignità e bellezza. La gola era racchiusa in un alto girocollo plissettato di un bianco immacolato. Da sotto la gola, annodato con catena tipo oro e fermato da grosso medaglione, il mantello corto ricopriva le spalle e la schiena. Le spalle erano arricciate e gonfie. Le braccia erano fasciate dal vestito a giubbetto aperto sul davanti. Dalle maniche uscivano sbuffi di ricamo candido. Le mani erano inguantate di bianco. Una di esse era appoggiata ad un vero spadino a significare la guardia armata del santo. Sul petto ricami a sbuffo scendevano fino all’ombelico. I calzoni a zucca erano larghi e corti. Da essi uscivano le gambe imbiancate da calze molto aderenti. Le scarpe erano nere lucide, a punta e tacco basso e contraddistinte sul davanti da un grosso fibbione dorato. L’incedere dei paggi era elegante e militaresco e sollevava entusiasmi cui si univa anche il mio.

LE ANIME DEI MORTI

Volto bianco, tipo cadavere, bocca aperta con labbro tremulo. Flatulenze in libertà e tremito alle gambe e alle mani. Parole stentate: “mai più, mai più!” era il ritornello! Cosa era successo?
Negli anni Quaranta e Cinquanta circolavano voci misteriose su fiammelle fatue che di notte fuoriuscivano dalle tombe ed inseguivano i passanti, nelle vicinanze del cimitero monumentale. Molte le avventure raccontate e pochi coraggiosi avevano tanto fegato da passare a piedi o in bicicletta davanti al cancello chiuso del cimitero. I soliti coraggiosi della via Carlo Porta si sfidavano a chi fosse il più intrepido e avesse il coraggio di entrare al camposanto e rimanervi per tutta la notte. Si facevano scommesse e naturalmente veniva considerato vigliacco chi non accettava di farsi rinchiudere lì dentro. Io ero troppo piccolo e molto vigliacco e quindi mi astenni sempre da simili atti eroici, ma ragazzi di età maggiore e di maggiore libertà familiare tentarono più volte l’avventura. I racconti successivi furono spaventosi ed i protagonisti risultavano possedere capelli irti, irrimediabilmente incanutiti e parevano colpiti dal “ballo di San Vito”. Con gli occhi sbarrati, a fatica tentavano di rappresentare il terrificante spettacolo notturno. Dieci e più coraggiosi avevano saltato il muro di cinta e baldanzosi camminavano nei vialetti bui, illuminati solo da candele accese, ridotte a moccoli. Si tenevano uniti e giravano lo sguardo per controllare eventuali fantasmi. Proprio sopra il tetto della camera mortuaria, bianchi teschi troneggiavano inquietanti. Erano stati messi lì a seccare ma con il loro biancore sembrava ridessero e le vuote occhiaie nere parevano minacciare una spaventosa aggressione. Man mano che i coraggiosi si inoltravano nei vialetti ghiaiosi, ecco spuntare dalle tombe fiammelle azzurrognole come quelle della cucina a gas. La proprietà di queste fiamme piccole e tremolanti era quella di correre loro dietro. Anzi, più fiammelle lambivano il retro dei pantaloni e più il gruppo pensava che le anime dei morti volessero ghermirlo e trascinarlo nella loro fossa. Qualche coraggioso se la fece addosso e la puzza sembrò attirare ancora di più le fiammelle. Urli a squarciagola per tutti e fuga furibonda verso i muri di recinzione da scavalcare. Qualcuno si arrampicò sulle lance del cancello di ferro e sembrò aver terminato la corsa in maniera poco nobile. Il frastuono svegliò il custode, che in camicia da notte e candela in mano sembrava un vero fantasma, ancora più spaventato dei coraggiosi volontari a caccia di spettri. Sarà stato per i fagioli e le cotiche, allora cibo normale per quei tempi, si udirono tuoni e puzze da competizione e le fiammelle si aggrovigliarono ai malcapitati facendo luminarie al gas metano. Da allora, si passò velocemente di notte sia in bicicletta che in auto, guardandosi bene dal fermarsi o rallentare. Anzi, non si guardava nemmeno il cancello del cimitero, salvo controllare se qualche fiammella seguisse il malcapitato.
Solo ora si sa che materiale organico in decomposizione forma gas metano, facile a bruciare. Tutto naturale quindi e nessun fantasma.

GARE DI BICICLETTA

Già nel 1945 era apparsa qualche Lambretta. Era derivata, dicevano, dalle motorette pieghevoli in dotazione ai paracadutisti inglesi. Una volta a terra, aprivano la motoretta e si allontanavo veloci. Ricordo un ingegnere della Tosi che abitava nel mio stesso cortile e se la portava in casa, per timore dei ladri. Poi venne la Vespa e tante biciclette. Era scoppiata la mania delle biciclette da corsa e delle gare. Sul Sempione passavano stormi di corridori famosi al giro d’Italia e per la Coppa Bernocchi. Si organizzavano molte altre gare a livello locale, ed infine gare tra i ragazzi delle case popolari che dovevano fare il giro sul circuito costituito da via Carlo Porta, via S.Francesco d’Assisi, Saronnese e via Locatelli. Il traguardo era di fonte al bar Mario. A questi circuiti partecipavano tutti quelli che possedevano biciclette e sulle partenze si verificavano spesso quelle scene incresciose viste nei film di Fantozzi. Bisognava stare fermi aspettando il via e qui succedeva di tutto, proprio come descritto da Paolo Villaggio. Mi viene il dubbio che il Paolo nazionale venisse in incognito da queste parti. In seguito alle lamentele per i tremendi grovigli e le tremende bestemmie (su tre parole, due erano bestemmie salate) si decise, su consiglio delle mamme, delle zie e delle nonne, che forse era meglio far partire i corridori a piccoli gruppi se non addirittura uno ad uno, cronometrando, con la sveglia, i tempi. Con una sgangherata bicicletta da donna, di quelle nere, grosse e cigolanti, partecipavo anch’io. Stupivo tutti per i tempi da record, finché mi seguirono e s’accorsero che baravo senza vergogna. Infatti, ben sapendo che non potevo competere con gazzelle tipo palmerina, il sottoscritto, appena svoltato in via San Francesco d’Assisi, abbreviava il percorso imboccando via Brennero, che è una parallela di via C.Porta, indi sbucavo in via Locatelli e quindi tagliavo il traguardo in tempi ragguardevolmente brevi. Ma una volta scoperto fui minacciato di morte e diffidato dal partecipare ad altre imprese. Molto, molto più tardi, con i soldi guadagnati con la vendita di un mio quadro, acquistai un Motom, motorino da quarantotto centimetri cubici, capace di percorrere cento kilometri con un litro di benzina a quaranta kilometri all’ora. Con il Motom riuscii a collezionare due tremendi incidenti stradali, con ricovero e lunga degenza all’ospedale. In uno di questi incidenti, finii contro un camion Doodge, residuato bellico americano, che secondo me non aveva rispettato la precedenza alla destra. Allora non esistevano né stop né altri segnali e nemmeno semafori. Fui sbalzato in aria per qualche metro. La ruota anteriore del motorino s’alzò per tutta l’altezza di un condominio di almeno sei piani e poi terminò a balzelloni sul Sempione finendo nell’Olonella. Il corpo moto e motore s’impennò come un cavallo indiano imbizzarrito e raggiunse il terzo piano dello stesso condominio. Sentii solo il cuore fermarsi. In una frazione di secondo rividi a colori tutta la mia vita ed ebbi pensieri di rammarico per il dolore che avrei sicuramente causato alla povera mamma ma la mia preoccupazione più viva era la moto che stava ricadendo proprio sopra di me.“Se non scarto di un poco - mi dissi nonostante fossi già morto - quella mi schiaccia e poi addio con le ragazze”. Non era la mia ora! La moto cadde a qualche centimetro di distanza e trassi gran sospiro - si fa per dire, perché il cuore era fermo - “così sono salvo!”.Feci in tempo a vedere mio padre, vestito da vigile, che dava ordini a tutti per far sgomberare la strada ed ordinò che si chiamasse l’autoambulanza. La vista mi si annebbiò perché il sangue usciva copioso e mi stava ricoprendo tutto. Volevo sorridere a mio padre, che non mi riconobbe affatto, ma non riuscivo a muovermi. Arrivato non ricordo come all’ospedale, entrò in sala di medicazione papà sgomento perché si era finalmente accorto dal nome su qualche quaderno e libro chi era l’incidentato. Più tardi ci affidammo ad un famoso avvocato penale che assicurò che la “causa è vinta, è già vinta in partenza!”. Fu così che persi la causa e ce ne tornammo a casa con le pive nel sacco. Potenza degli avvocati.

ALLE SCUOLE MEDIE

Nella vita capita di essere testimoni di cose spiacevoli ma anche di simpatiche scenette che servono a rallentare momentaneamente la tensione. Frequentavo la seconda classe della scuola media. Un giorno l’insegnante chiamò vicino alla cattedra un mio caro compagno: “dimmi cosa sai sui punti cardinali”. Il compagno dava segni di non aver seguito la lezione e stava zitto. “dimmi tutto quello che sai” continuò la professoressa. dinanzi al silenzio ostinato dell’alunno, l’insegnante ebbe un’idea semplice e luminosa: “apri le braccia e dimmi adesso cosa c’è di fronte a te, alla tua destra, dietro di te ed alla tua sinistra”. Seguirono silenzio ed imbarazzo. ll pubblico degli scolari incominciava a rumoreggiare. “Silenzio, voi!” disse pestando una manata sulla cattedra in segno di minaccia. “Allora, ti decidi o no?”. Il poveraccio ebbe un attimo di sbandamento, cercò aiuto tra i suoi compagni che vigliaccamente glielo negarono, quindi sbottò: “davanti a me c’è la cattedra con la mia professoressa; alla mia destra la porta, la parete con le carte geografiche; dietro di me ci sono i miei compagni ed alla mia sinistra le finestre”. Per poco non crollava la scuola: scoppiò un boato di risate cattive cui aderì d’istinto anche l’insegnante. Il poveretto girò lo sguardo smarrito ed abbozzò un mezzo sorriso, assai amaro. Evidentemente non si rendeva conto delle stupidaggini che aveva appena detto. Dopo una decina di minuti, durante i quali tutti quanti si sbudellarono dalle risate e qualcuno cadde anche sotto il banco, la professoressa smise di ridere (a fatica) e chiamò a sé l’alunno. Appena lui si chinò verso di lei, partì una mano ad acchiappare un orecchio e penso che a fatica questo rimase sulla testa. Chissà che fine avrà fatto, costui: mi piacerebbe rivederlo anche solo per commentare amichevolmente l’episodio.

FUORI DAL BAR

A me era assolutamente vietato entrare nei bar, tuttavia mi si consentiva saltuariamente e per breve tempo di unirmi agli altri bambini di fronte al bar Mario. Di solito i benpensanti del centro cittadino consideravano le case popolari di via Carlo Porta covo di emarginati e delinquenti. Non era così: erano solo lavoratori, poveri sì ma onesti, certamente estremamente più onesti di quanti poi in futuro ebbi modo di conoscere frequentando ambienti dell’aristocrazia economica, benedetta dai preti e così altezzosa da guardare sempre dall’alto in basso chiunque non fosse ricco. La realtà ha poi ampiamente dimostrato che fra i ricchi allignano mascalzoni di prima grandezza. Tuttavia non è dei delinquenti ricchi che voglio parlare ma dell’ingenuità dei ragazzi delle case popolari di Legnano. Era iniziato il tempo dei cinematografi e la massima aspirazione era quella di potervi andare almeno alla domenica pomeriggio. Era il periodo delle sale ripiene e maleodoranti. Era il tempo in cui ci si accontentava di stare in piedi schiacciati alle pareti. Tuttavia il linguaggio cinematografico non era ancora comprensibile ai più. Da sempre gli intellettuali parlano agli intellettuali, come ancora oggi sulle pagine dei quotidiani gli articoli non si rivolgono mai al pubblico. Essi sono litigi fra intellettuali con continue citazioni di altri intellettuali in un vorticoso rincorrersi in frasi dette da uno che poi erano già state dette da altri per poi concludere il tutto in un abbraccio salvifico sia per l’onore che per il portafoglio. Il popolo allora si sforzava di capire ma raramente vi riusciva. Era il periodo in cui i politici parlavano sapendo che bastavano poche parole e pochi concetti per ottenere voti: lavoro, popolo, diritti dei lavoratori e sporchi capitalisti da una parte e dall’altra le processioni, la Madonna, i miracoli, lo vuole Dio e se non voti così vai all’inferno. Le donne erano tutte per i preti, si fa per dire, e gli operai tutti per i rossi. I partiti di mezzo venivano visti con diffidenza e la realtà ha poi confermato che l’istinto popolare ci azzecca sempre. I nostalgici come mio padre erano disperati perché i loro sogni di gioventù per la giustizia erano completamente falliti. Ritornando al bar, gli amici tenevano in cerchio gli ammessi alla loro stima. Pertanto vi erano decine di cerchi di pensatori, oratori e ascoltatori. Ogni tanto, dopo aver sentito teorie fantastiche, sempre differenti sull’interpretazione da dare al film in oggetto, passavo agli altri cerchi, da cui uscivo per passare ad ascoltare altri oratori. Alla fine si udiva la solita voce petulante della nonna che chiamava a casa quel disubbidiente che ero io.

IL GABINETTO DI STUDIO

Prima ancora di andare a scuola, mentre pasticciavo con carta e matita, volevo imparare anch’io a scrivere. Tracciavo dei segni e poi li facevo vedere agli adulti per sentire che lettera fosse. Talvolta ci azzeccavo e passavo a cercare di disegnarne delle altre. A furia di sbagliare ero riuscito ad imparare l’alfabeto maiuscolo. Per quello minuscolo c’erano grossi problemi di collaborazione. La vittima era mia sorella che sbuffava e mi minacciava di farmi pestare come si doveva da parte o della nonna o della mamma o di altre scocciate persone. Tuttavia quando andai a scuola, già avevo imparato l’alfabeto. Accettati di buon cuore e come divertimento il tracciare le aste, prima dritte, poi storte e infine gli zero. La maestra teneva nelle sue mani quelle dei compagni di scuola e tracciava con loro le lettere dell’alfabeto. Mi divertivo pure a leggere le lettere e le consonanti e poi la parola. Tuttavia fui sempre negato per lo studio. Era per me qualcosa di oppressivo, noioso e senza frutto. Io ero curioso di conoscere ciò che le grandi cartine geografiche rappresentavano. Non era questo l’indirizzo della scuola. Come non lo erano la cura dell’orto e lo studio delle foglie per riconoscere gli alberi, grave lacuna non colmata nemmeno adesso. Molto più tardi, al liceo trovai d’accordo solo il professore di filosofia, che diceva fosse necessario studiare, assieme alla geografia, le usanze dei primi popoli per avere un’idea chiara dei luoghi e delle popolazioni e non tenere separati rigidamente gli argomenti. Affermava anche che bisognava poter visitare i paesi stranieri per avere bene in mente le differenze fra stato e stato. Magari con l’autostop, allora in voga. Ritornando allo studio, mia sorella, da sempre la migliore, occupava tutto lo spazio possibile: il tavolone di marmo della cucina e l’aere per via del suo studiare a voce alta. Io dovevo studiare in silenzio e seduto al gabinetto, un metro e dieci per tre. Al gabinetto studiai fino alla quinta liceo e sempre in silenzio. Era naturale così che, oltre ad addormentarmi seduto sul water, appena possibile lasciassi senza far rumore né tirare la catenella tale opificio di cultura e mi precipitassi urlando di gioia tra gli incolti del cortile e per i prati. non sono mai riuscito ad imparare a memoria niente, nemmeno quelle sciroppose poesiole propinateci ed in seguito odiate con tutte le forze: Omero, Dante Alighieri, Pascoli, Carducci, tutti i poeti e gli scrittori compreso l’autore dei promessi sposi. Odiai per sempre i preti, i santi e tutti i bigotti. Amavo solo Ugo Foscolo per la sua Zacinto mia ed il Leopardi. Tolleravo il vate abruzzese e divenni comunista che più comunista di così non lo fu nemmeno Carlo Marx. Al liceo scientifico di legnano venni marchiato a sangue come “il diavolo rosso”. Venni definito capocellula ed ogni qualvolta partecipavo a dibattiti cinematografici con le brave professoresse bigotte e don Mario questi correva il rischio ad ogni istante di morire stecchito per colpo apoplettico: diventava rosso dalla rabbia, si gonfiava come un pallone, aveva gli occhi iniettati di sangue e più di una volta tentò di assassinarmi. Mi rincorreva con un crocefisso nel pugno come se volesse trafiggermi.

LUNGO IL LAGO A PALLANZA

Avevo dieci o undici anni e portavo i pantaloni corti. Come al solito tentavo di insidiare senza alcun successo i pesci dinanzi all’Istituto idrobiologico, dove avevo visto pescare una grossa scardola e persici. Assistevano ai tentativi sfortunati altri ragazzi. Tutto preso dall’impegno, non mi ero accorto che una persona piuttosto anziana, distinta, ben vestita e di corporatura snella mi si era avvicinata alle spalle. “Che bel ragazzo, che sei!” mi sussurrò ad un orecchio. Mi girai di scatto e mi trovai due occhietti piantati addosso.“Chissà le ragazze come vanno matte per te!”continuò la persona. Io non risposi ed accennai un sorriso tirato.“Quando sarai grande le farai impazzire!” continuò il personaggio che teneva le mani dietro la schiena “Che bell’ usignolo che hai, si vede che esce dai pantaloni”. Io arrossii tutto per la vergogna e mi venne naturale il cercare di controllare i pantaloni. “Ma che dice?” risposi quasi spaventato.“Mamma mia, sei quel tipo di ragazzo che fa impazzire!”. Ebbi paura sul serio, afferrai la mia canna da pesca e me ne andai verso l’imbarcadero. Allora si poteva accedere al pontile e da lì lasciai scendere la lenza sperando di catturare quei grossi cavedani che sfacciatamente si mostravano in tutta la loro magnificenza. Niente da fare. Mi portai quindi sul lato sinistro verso il mausoleo e tentati di acchiappare le alborelle. Mi venne accanto un tedesco spastico su una sedia a rotelle che riusciva a comandare e mi sorrise. Risposi salutandolo e lui continuò in un italiano buono ma strascicato per via dell’impedimento di cui era portatore: “Sei proprio bello, proprio un bel ragazzo”. Imbarazzatissimo accettai di conversare, forse per una pietas che mi faceva soffrire. Qualche giorno dopo mi recai nei giardini del Kursal, proprio verso la punta, di fronte all’isolino di S. Giovanni.Qui i pesci proprio non si vedevano, tranne qualche cavedanello che se ne andava a spasso dimenandosi beatamente. Anche qui mi si avvicinò un altro ammiratore e tralascio tutto ciò che mi disse. A Legnano, qualche anno più tardi, viaggiavo in bicicletta e diverse volte motociclisti, in sella a Guzzi 500, mi affiancavano e dopo avermi salutato mi dicevano “Oggi vorrei stare un poco in compagnia con te” ed allora scappavo. Uno di questi uomini era altissimo, magro, somigliante a Charlton Heston. Lo rividi fino a pochi anni fa e notavo sempre l’insistenza del suo sguardo. Mah, i gusti sono gusti. A me sono sempre piaciute le donne e morirò possibilmente abbracciato ad una donna.

IL DECOLLO DA MALPENSA

Sono stato testimone oculare della caduta dell’aereo decollato dalla Malpensa con cento persone a bordo diretto in USA. Tra le vittime la sorella dello scienziato Enrico Fermi. Un fulmine verso le ore quindici di metà giugno 1958 colpì l’aereo. I motori ad elica si spensero e le fiamme circondarono tutto l’aereo dal muso alla coda. Il volo muto continuò almeno per qualche minuto (forse dieci). Poi si staccò un motore dall’ala destra e subito dopo l’ala stessa. L’aereo percorse ancora qualche minuto in cielo. Poi il muso si inclinò verso il basso e l’aereo si avvitò in discesa. L’impatto col terreno avvenne nella Valle Olona, qualche chilometro ad ovest di Marnate. Arrivato al suolo esplose ed una immensa colonna di fumo nero si levò in cielo. Io corsi con la bicicletta sul luogo del disastro da Legnano a qualche chilometro di distanza ma vidi solo il motore che si era staccato ed era precipitato prima dell’aereo, conficcato in un campo nella prossimità dell’autostrada dei laghi. Più tardi ebbi la notizia della morte di tutti i passeggeri. Perché Internet non ne parla? Qualche inesattezza è possibile visto che sono trascorsi cinquant’anni circa. Dopo cinquant’anni non è facile ricordare tutto.

IL SARTO GUGLIOTTA

Tra i miei sostenitori c’era un sarto alla moda, il signor Pietro Gugliotta, che mi foraggiava per l’acquisto di pennelli e colori ad acquerello, fin da quando frequentavo la prima elementare. Ricordo che andavo a comprare i colori da un simpaticissimo droghiere in corso Garibaldi, circa cento metri prima della chiesa di San Domenico. Quasi di fronte c’era un negozio che mi entusiasmava: aveva alle pareti quadri con paesaggi che allora mi sembravano meravigliosi: barche e tramonti, case del lago con i portici e via discorrendo. Il sarto Gugliotta, del quale attraverso il figlio sono entrato in possesso della foto di un mio ritratto a matita, era uno squisito uomo raffinato. Fra i suoi clienti, anzi fra le sue clienti, c’erano i più bei nomi dell’alta società legnanese. Aveva un grande laboratorio con il parquet di legno e tre tavoloni, lunghi e larghi. Sopra di essi forbici enormi che a fatica riuscivo a prendere in mano. Sui lati più stretti erano infissi degli “stiramaniche” che venivano girati di qua o di là a seconda della necessità e dai lampadari pendevano prese elettriche per i ferri da stiro molto grossi e pesanti.
Dopo un corto corridoio si accedeva ad un salotto da sogno, con divani e poltrone in velluto grigio-azzurro, come sembra debbano ritornare di moda a distanza di cinquant’anni. Uno simile, di salotto, l’ho visto in casa di Ciriaco De Mita in un’intervista alla televisione. Specchi alti e girevoli di forma ovale e manichini da donna come quelli di De Chirico e Carrà. Mobili contenitori di stoffe pregiate e riviste di moda. Questa era la sala prove. Il salotto era sito entrando in corridoio, sulla destra dopo il lungo e lussuoso bagno e la grande cucina. La sala d’attesa per le signore era assolutamente affascinante. Appena dentro, proprio sopra un gran divano, appesi alla parete c’erano due grandi quadri che mi parevano straordinari: uno rappresentava delle rose dipinte su velluto marrone e l’altro una visione piacevole di un prato e di una casa di montagna, dipinti in maniera sciolta, libera ed affascinante. Il signor Gugliotta raccontava che questo quadro l’aveva comprato prima della guerra, nel ridotto del cinema Legnano. Gli era piaciuto e l’aveva acquistato. Raccontava anche che sempre al cinema Legnano aveva visto una mostra di quadri moderni sull'astratto e che aveva chiesto al pittore che cosa significassero. Il pittore aveva risposto: “Come non capisce? Non vede che c’è questo e quest’altro!”. Il sarto allora aveva risposto: “Ma io non ci vedo quello che lei dice di voler rappresentare.” Rispose allora il pittore: “Io ho rappresentato quello che io ho visto.” Il Gugliotta stette un poco in silenzio per cercare di capire, poi sbottò: “Ma con quella sua vista, proprio il pittore doveva fare!” Il signor Pietro era amico di mio padre anche perché tutti e due erano siciliani della provincia di Ragusa. Come si usa tuttora dalle loro parti, l’onore più grande era quello di farsi fare la barba in casa. Così mio padre si offriva volentieri per questo rito e portava anche me, che ero attratto da una favolosa zuppa all’inglese, capace di farmi rimanere ad aspettare anche più di un’ora. Grazie al signor Pietro, fin dai primi anni della scuola elementare, ho potuto avere pennelli e strumenti di lavoro, tranne la carta. In quel periodo anche il famoso Enzo Pagani mi dava carboncini, gessetti per litografia e carta già disegnata sul retro. Pagani mi apprezzava e prometteva di interessarsi a me. Tuttavia le cose sono andate in altro modo in quanto la vita ha assunto sempre più atteggiamenti radicali e, subito dopo la fine del liceo, mi sono allontanato da Legnano ritornando solo nel 1970.A proposito del sarto Gugliotta devo precisare che viveva a Legnano da solo per via dell’ importante clientela locale e ritornava pochi mesi all’anno in Sicilia, dove risiedeva il resto della famiglia. Qui, da noi, era assistito da una governante di nome Pierina e da un operaio meridionale in tutto simile all’attore Giancarlo Giannini. Questa persona divenne poi un sindacalista e si fece una buona posizione economica.

TACI SCEMO

“Idiota, degenerato, parla solo quando sei interrogato” Questi sono piccoli esempi del rapporto che mio padre ha sempre avuto con me, tranne qualche tempo prima di morire. Non aveva capito che non si può dominare con la violenza una mente libera. Racconto questo perché ritengo ingiusto addossare tutti i guai dell’umanità alle manchevolezze della famiglia o dell’ambiente. È vero che un ambiente favorevole, come una scuola umana ed adatta e la mancanza di nemici possano favorire lo sviluppo della personalità. Quale personalità? Non c’è alcun modo di sapere se con altra educazione familiare, altro ambiente sociale e migliore accoglienza nella società io avrei potuto sviluppare una migliore personalità. A giudicare dalle mie esperienze nell’ambito dei conoscenti e degli stessi parenti, il mio giudizio è negativo. Per me ci vogliono ostacoli da superare. Situazioni difficili cui adattarsi e tentare di volgerle a proprio vantaggio. Non si tempera una matita senza temperamatite. L’ambiente ostile serve a migliorare consentendo a volte di emergere. Se poi deve succedere una disgrazia, questa dipende da coincidenze e congiunture non dipendenti da noi. Allora è lecito parlare di destino, di fato, non di propria responsabilità. Caso mai è una società in cui trionfa un totale permissivismo, una tolleranza ad oltranza, psicanalisi e sociologie idonee a deresponsabilizzare l’individuo, originando così il disastro. Non è possibile tentare di raggiungere l’utopia del comunismo o del cattolicesimo corrompendo la genetica stessa degli individui in tutti i campi. Errore grave è privilegiare le aggregazioni che di per se stesse sarebbero ottime ma in pratica si risolvono in dittatura dei meno dotati ed emarginazione dei migliori. L’umanità non è certo diventata più intelligente con la cultura di massa e l’ideologia religiosa o comunista. Esisteranno, come esistono e sono esistiti da sempre percentuali limitatissime di uomini geniali ma le masse sono state, sono e saranno sempre masse di utili idioti se non di sommi imbecilli.

QUEL POMERIGGIO IN CORSO GARIBALDI A LEGNANO

Di fronte ad un negozio che vendeva casalinghi, vidi ferma l’auto di proprietà dei miei genitori. Era una Consul 315 della Ford. Incuriosito mi fermai ed entrai nel negozio, dove il mio futuro cognato stava comprando di tutto. “Che te ne fai di tutta questa roba?” gli chiesi. Il calabrese mi guardò male e non mi diede risposta. Poi la vecchia commessa gli disse: “Il conto lo mandiamo a suo suocero come al solito?” Io facevo ancora parte della famiglia e mi risentii per quegli acquisti costosi, inutili ed a carico dei miei! Il futuro cognato mi guardò male ed ingiunse di mandare il tutto ad un certo indirizzo, che io non conoscevo. “Ma per chi hai comprato tutta questa roba?” gli ingiunsi preoccupato. Nel frattempo uscimmo dal negozio e io mi misi dinanzi al muso dell’auto in attesa di una risposta. Il calabrese accese il motore e con uno scatto mi investì: feci in tempo a ruzzolare sul cofano per poi cadere in mezzo alla strada. Arrivato a casa, riferii l’accaduto ai miei che ridacchiando con aria seccata mi ingiunsero: “Taci, scemo!”

VITA A PALERMO ANNO 1959

A quei tempi Palermo era sì una splendida città artisticamente valida ma sporca come non è possibile immaginare. Pensate che per convincere mio padre, che in risposta mi aveva gratificato con ogni epiteto possibile e addirittura minacciato di morte perché dimostravo di offendere lui, che era siciliano, ho dovuto spedirgli alcuni giornali locali che si scandalizzavano appunto per la straordinaria ed inimmaginabile sporcizia di Palermo. Non servì a nulla, perché diceva che era tutta propaganda politica per denigrare i Siciliani e mi minacciò di gravi conseguenze se avessi continuato su questo argomento. Mio padre, poveretto, viveva di ricordi e probabilmente prima della guerra la grande città poteva anche essere stata pulita ed ordinata. In quel tempo era un macello: in mezzo alle strade principali facevano bella mostra di sé water interi o rotti, rimasti lì a prendere il sole per tutto il tempo della mia permanenza. Dinanzi al bellissimo Politeama non si poteva passare per via di uno straordinario puzzo di orina e di altre gradevolezze dovute ad annate di sterco, mai pulito. Nel raggio di cento metri c’era il rischio che anche i cavalli svenissero. Probabilmente i cittadini erano abituati e si fermavano proprio lì con il filobus, come se fosse tutto assolutamente normale. Non c’era un angolo, una panchina dove non vi fosse immondizia. Per le strade non si poteva passare perché dalle finestre piovevano improvvisamente escrementi di giornata. L’igiene era forse qualcosa di extraterrestre. Non c’era sapone, acqua, asciugamani. Ci si lavava con bottigliette d’acqua minerale o gassosa comprate allo spaccio. Nelle camerate da duecentoquaranta uomini e otto cessi, si trovava di tutto: oltre alla puzza dei gabinetti (tutti senz’acqua) ti stordiva quella ancora più tremenda dei piedi neri, con una flora micotica ed animale tale che gli scarponi camminavano da soli. Di notte, nelle camerate, c’era un russare spaventoso, una puzza incredibile e persone sonnambule che spaventavano i poveri marmittoni. Di tanto in tanto sentivo uno scalpiccio sospetto: aprivo un occhio e vedevo i miei scarponi che saltellavano verso il gabinetto. Non erano fantasmi ma simpatici toponi di fogna che cercavano di portarmi via quei puzzolenti e grossolani scarponi che tenevo sotto la brandina, assieme a quelli dell’inquilino che mi dormiva sul letto di sopra. Era simpatico il topone ed io lo lasciavo fare: aveva una tecnica intelligente. Si infilava con la testa nella scarpa e con le zampette posteriori spingeva verso i gabinetti la sua preda. Mi divertiva l’impegno dell’animale ed il suo senso d’orientamento. Lo seguivo a piedi nudi fino quasi dentro il buco del gabinetto, nel quale il topo aveva intenzione di traslocare gli scarponi. Lasciavo fare fino a quando il tutto stava per sparire. Allora afferravo un lembo dello scarpone e con delicatezza lo traevo fuori dal gabinetto. Quindi lo riportavo ai piedi della mia brandina, in attesa di un altro tentativo di furto. Ho sempre amato gli animali e quei topi non facevano eccezione. A Palermo non esisteva igiene alcuna e chi sopravviveva forse era idoneo alla vita militare. Difatti, all’accoglienza in caserma i marescialli gridavano a gran voce: “Qui dovete imparare a morire!”. Oramai ero convinto di essere all’inferno e di notte ero continuamente svegliato da urla disumane di gente che era morsicata da topi simpaticissimi ma grandi come cavalli. C’erano poi gli eroi che sognavano di innestare la baionetta e correvano per la camera ad infilzare i topi o i nemici immaginari. Ho contato che su duecentoquaranta uomini, almeno duecento erano disturbati mentali. Almeno cento parlavano nel sonno con tonalità e linguaggi diversi. C’era chi era convinto che la naia fosse finita ed urlava: “È finita! È finita! Domani tutti a casa!”. Proprio sopra, a fianco e di fronte a me c’erano energumeni che andavano in "sonnambula" e mimavano di innestare la baionetta, quindi menavano colpi a destra e a manca. Qualche volta qualcuno, sempre in stato sonnambolico, faceva duelli immaginari con le baionette e c’erano anche quelli che tifavano per l’uno o per l’altro. Si facevano scommesse mai pagate, causa di pestaggi alla Bud Spencer. I soliti simpaticoni “nonni” facevano scherzi a non finire, preparavano lenzuola corte, docce di pipì in mancanza d’acqua e quanto la loro mente devastata poteva suggerire. Era tanta la stanchezza che io mi addormentavo sul campo delle esercitazioni. Dopo aver contato i presenti, i caporali si divertivano a dare la caccia ai disertori ,non mi ricordo se anche con i cani e con l’ausilio di istruttori ex nazisti. Calci nella schiena con la delicatezza di aristocratici badilanti, qualche "baionettata" nella schiena e se proprio non eri già morto, ti trascinavano nella branda. Proprio la mia sonnolenza mi salvò dal sentire tutto quello che questi figli della patria erano chiamati a fare con la protezione della mamma esercito. Mamma e papà, così si definiva il comandante generale del campo. La magra paga era sempre totalmente derubata dai sottoufficiali. Essi viaggiavano ed entravano in caserma con auto da capogiro, super lusso, evidentemente acquistate con lo stipendio dello Stato. Fin dal primo momento si accusò fame, poi ancora fame, infine sempre fame. Per fortuna chiesi ad un ufficiale, che aveva notato la mia vena artistica, un blocco da disegno di carta liscia. Con un lapis feci ritratti a tutti i commilitoni che volevano mandare a casa un loro ricordo e così, a millecinquecento lire per ritratto, riuscii a mangiare almeno una volta al giorno e ad andare a puttane. L’onore delle fanciulle era tale che mentre i militari scendevano verso il centro di Palermo, appena ci si avvicinava ad una finestra o porta, questa veniva subito chiusa, per poi riaprirsi dopo il nostro passaggio. L’onore è comunque molto opinabile: quello che va bene per uno non va bene per l’altro. I militari sapevano dove andare a sfogare il forte prodotto ormonale, tipico della gioventù. Il padrone di casa gestiva il suo “onore” dirigendo il traffico come ogni maitresse. Dava ordini alla suocera, alla figlia ed alla nipote di dieci anni. Se un membro femminile non soddisfaceva o si lamentava, ecco la punizione di un sonoro schiaffone. Naturalmente la più ricercata era la bambina ma non riuscii mai a farmela. Mi toccò, con schifo, la suocera. Comunque a furia di fare disegni e farmi apprezzare, finii a Savona, a Genova e poi a Milano all’ospedale militare, grazie alla simpatia di una suora tanto amica di un maresciallo della questura, padre di una deliziosa fanciulla che tenevo nel cuore.
Siccome sono moltissime le cose da raccontare, andrà a finire che ne salterò parecchie, comunque vi voglio descrivere due faccende causa di botte da orbi tra i poveri soldatini. La compagnia, alla quale mi onoravo di appartenere, era costituita da possibili “truppe d’assalto” dato che il più piccolo era un caporale e tutti gli altri partivano dal metro e ottanta per arrivare ai due metri ed oltre d’altezza. A vent’anni, si era tutti vigorosi e dotati di appetito. L’intelligenza e la serietà dei marescialli e serventi era così grande che distribuivano il rancio uguale tanto a quelli che erano alti 1,50 quanto a quelli che, senza contare l’altezza, si mangerebbero come niente un caporale al giorno. Vi erano lunghe tavolate e l’ordine era di aspettare il proprio turno. Va da sé che i primi si abbuffavano e gli ultimi restavano a bocca asciutta. Proteste verbali, minacce ed infine botte da orbi a non finire. Naturalmente punizioni e niente libera uscita: quindi fame ed altra rabbia portavano metà dell'esercito quasi a sbranarsi. Per fortuna io mi ero inventato una fonte economica con i miei ritratti e non partecipavo quasi mai ai pestaggi per poter uscire dalla caserma e quindi mangiare.

LE DOCCE DELLA“SCIANNA”.

Fonte d’odio terribile era la presa in giro di questi poveracci ridotti ormai all’esasperazione, sporchi, pieni di ogni lordura, ai quali veniva promessa la doccia. Li facevano denudare, insaponare e poi niente acqua. Bestemmie da competizione, minacce gravi e necessariamente via di corsa allo spaccio ove far debiti comprando acque minerali e gassose, con le quali tentare di togliersi il sapone. Altra presa in giro terribile era la pulizia delle stoviglie. Tremila uomini almeno che usavano la terra per sgrassare l’unto della “schiscetta” d’alluminio e poi zero acqua. La disperazione era massima, la volontà di massacro la si sentiva palpitare. Ma con fair play inglese i superiori dicevano che i panni sporchi si dovevano lavare in casa propria e che avrebbero spedito alla corte marziale chiunque avesse osato fiatare. Per dar l’esempio il signor Capitano ci riuniva e faceva la conta: se il disgraziato fosse stato tra i nomi segnalati dai caporali e sergenti carogna, per lui era finita. Gaeta per lui era la destinazione e disciplina di rigore era comminata agli altri. Tuttavia vedo che nessuno ancora oggi osa parlare di queste cose. Mi fermo all’ultimo evento. A Palermo, Il giorno di ferragosto, munito di qualche cinquemila lire guadagnate con la vendita dei miei ritratti, ho attraversato tutta la Sicilia per andare a trovare mia nonna a Scicli. Tornato alla sera, per paura del ritardo, punito poi severamente, mi feci trasportare da un taxi abusivo, che si fermò a suo piacere dove piacque ai due che lo conducevano. Mi venne chiesto di pagare ed io offrii un biglietto da cinquemila. Fiducioso aspettavo il resto, ma questi mi misero un coltello a serramanico alla gola e con l’aria tipica dei delinquenti affermarono: “Tu sei del nord e quindi devi pagare perché sei del nord. O vuoi un buco nella gola?”. Rinunciai all’intervento chirurgico non necessario e corsi dall’ufficiale di turno a raccontare trafelato ed emozionato quanto era successo. Aspettavo una risposta a mio favore ma il distinto ed onorevole militare mi disse lapidario: “Hanno ragione loro!” e così mi rassegnai e pensai solo ad evadere. Cosa che avvenne alla fine di settembre. A Savona trovai ufficiali galantuomini e marescialli e forza minore dello stesso identico stampo delle precedenti esperienze siciliane. Con l'aiuto di un bravo ed onesto galantuomo amante dell’arte, un maggiore dell'esercito, si riuscì a farmi ricoverare all'ospedale militare di Genova-Bolzaneto, tra matti veri e matti finti. Continuai a fare ritratti finché mi trovarono una vera gastroenterite che mi dava diritto a sessanta giorni di convalescenza. Terminata la convalescenza rientrai in forza all’ospedale di Baggio a Milano dove feci lo scritturale in molti reparti compreso quello psichiatrico.

A FERRAGOSTO UNA MINESTRA CALDA, CALDA!

A ferragosto l’esercito mi diede un breve permesso del quale approfittai per andare a trovare i parenti a Scicli. Solita fu l’odissea sul treno da far west, soliti viaggiatori con galline e tutto il resto, solite fermate impreviste in mezzo alla campagna e finalmente fui dalla nonna e dai cugini. Dopo la visita rituale a tutti i parenti ci sedemmo a tavola in un sottoscala dove l’aria era ferma da mille anni. Il caldo come di consueto era terrificante. Ero fradicio di sudore e nonostante la presenza di donne stavo per mettermi in mutande quando i maschi della famiglia me lo impedirono con gesti ed occhiatacce. Immaginate di essere in una sauna a vapore: quello era l’ambiente. Mi meravigliavo perché i parenti, vestiti di nero, sopportavano tranquillamente quell’inferno e pensai che mia nonna, data l’età avanzata, forse sopportava meglio. Il resto del parentado era abbastanza giovane, come faceva? Comunque, ero seduto al posto d’onore, proprio laddove iniziava la scala. Incominciò il rito del pranzo: pastina in brodo fumante! Il sudore cadeva dentro il piatto copioso e tutti mi guardavano. Tentai qualche cucchiaiata ma alla fine non ce la feci più e sbottati innervosito: “Ma proprio la minestrina calda?”. Alla mia domanda le donne di casa, quasi offese, mi dissero: “Per farti onore: tu sei un milanese e sappiamo che voi mangiate la minestrina calda!” Non mi ricordo se mi lasciai andare nel dire qualche bestemmia. Comunque passai di certo ai piatti freddi. Poi andammo tutti a nanna ed io ad ammazzare le mosche, come facevo da bambino a casa dei cugini. Solo che allora mi divertivo da matti perché lo consideravo uno sport di abilità, ora non più.

QUELLA VOLTA CHE RAGGIUNSI LA DISPERAZIONE

Mi piace ricordare che c’è sempre una volta per cui tutti più o meno si sentono disperati ma se si ha un poco di “filosofia” può risolversi tutto. Dunque io mi aspettavo di essere riformato a militare, invece me ne hanno fatto fare di più e mi hanno cortesemente inviato in un “C.A.R.” famigerato, quello di Palermo, chiamato, in onore di un valoroso ufficiale, “Scianna”: si trattava di un pezzo di deserto trasportato apposta in Italia per noi reclute: assenza quasi totale di acqua, tre o quattromila reclute, mese luglio-agosto con un sole che non si vedeva da almeno cento anni, quasi nulla da mangiare e un vino che sarebbe servito a fondere i metalli e sturare le incrostazioni del gabinetto tanto era acido, alcoolico ed atto ad assicurare un’ ulcera a tutti, colpi di sole, polvere uguale a quella che si vede nei film d’avventura quando soffia il vento del deserto ed i cammelli incominciano a protestare. “Figli miei” gridava all’altoparlante il comandante alle reclute che avevano la testa rasata alla Yul Brynner e stavano ferme sull’attenti da un paio d’ore. Ci si era svegliati alle quattro e mezza di mattina per fare ginnastica e marce, totalmente ciechi, in mezzo alla nebbia di polvere e con un fazzoletto attaccato al braccio destro perché la realtà supera la fantasia e la maggioranza scambiava la destra per la sinistra. “Sinistr - Destr” cui seguivano capocciate tremende. Fra le reclute, a dimostrare l’acutezza di osservazione dei medici militari, c’erano uomini con al posto di un braccio un moncherino tipo pinna di foca. Alcuni, solo a vederli, sembravano cadere a pezzi come scheletri con le ossa slegate tra loro. Qualcuno mostrava un evidente miopia, con occhiali simili a fondi di bottiglia. Mancava qualcuno seduto in carrozzella e poi c’era proprio di tutto. Di notte, sembra strano, faceva freddo. Mi era stato comandato di fare la guardia alla legnaia ma mi avevano dato un bel fucile senza munizioni. “Se senti movimento, gente che viene e che va, intima l’alt e poi spara!”.”Come faccio a sparare se non ho le cartucce?!” E di ladri suppongo ce ne fosse una lunga processione. Di sentinella alla legnaia, con fucile privo di munizioni, sentivo un grande vociare sommerso ed intuivo che una quantità pressoché infinita di ragazzini scavalcassero le mura. Inutilmente gridavo “Altolà! Chi va là!”: nessuna risposta tranne qualche pernacchia. Cosa potevo fare da solo? Ai gridi di allarme non rispondeva nessuno, né ufficiali, né marescialli. Ero solo con un fuciletto circondato da astuti ed abili atleti, di otto, nove e forse dieci anni. Cosa facevano? Ho pensato che lo scopo di queste invasioni notturne fosse il furto dei generi alimentari che alla mattina i marescialli andavano a comprare anche perché la "sbobba" era sempre la stessa e i superiori non davano il minimo ascolto alle proteste dei militari semplici. "I panni sporchi si lavano in famiglia! Attenti a voi che c'è Gaeta dove potete finire!" Posso sbagliarmi, spero di sbagliare, ma mi sorgeva spontanea nella mente l'idea che ci fosse un accordo fra marescialli, sergenti ed altri con gli stessi venditori di frutta e verdura. Alla mattina si andava a comprare e di notte si rubava la stessa merce. Più volte avevo accompagnato il "viatico" degli acquisti, ma mai avevo assaggiato un frutto per tutto il periodo militare. Ormai ciò appartiene al passato ed è solo un vago ricordo. Un bel giorno, dalle undici di mattina alle cinque del pomeriggio mi era stato comandato da un distinto ufficiale con un bel sorriso di fare la guardia all’unico cesso all’aperto per circa due o tremila uomini. Avevo a disposizione un secchio arrugginito, bucato al centro. L’acqua mancava e bisognava andarla a prendere almeno a duecento metri di distanza e nessuno la faceva nel buco. Era un trionfo di mosconi giganti, insetti d’ogni tipo ed anche topi d’ogni dimensione. A un certo punto mi son detto: "Oggi mi suicido! Peggio di così non potrebbe andare!” e già meditavo come infilare la testa nel cesso e morire gassato, quando una vocina mi disse: “Ma aspetta un poco. Vediamo cosa succede domani!” Le ho dato retta e da allora sono passati molti anni ed ho vissuto e fatto molte cose anche con grande soddisfazione.

CHE CORAGGIO, UOMINI!

Ci portarono a bordo di camion al poligono di tiro. Fui tra i primi a lanciare una bomba a mano. L’istruzione era stata sommaria: si strappa la linguetta, si conta fino ad un certo numero, poi si tende il braccio all’indietro e si lancia davanti, buttandosi a terra, sotto un riparo circolare fatto con sacchetti di sabbia. Il mio lancio fece schifo, la bomba andò non so proprio dove ed io ebbi quasi un arresto cardiaco dalla paura. Quindi mi ordinarono di imbracciare la mia carabina Winchester e di salire sulle colline per fare la guardia. Lassù sentivo le pietre spaccarsi sotto i raggi del sole. Vidi un contadino con asinello carico di cibarie e tentai un dialogo senza risposte né alcuna comprensione da tutte e due le parti. Chiedevo in un italiano tipo indiani d’America: “Me fame, dare a me da mangiare: io pagare bene; dare a me da bere, io pagare bene”. Accompagnavo con le parole tutte le mimiche ed i gesti che conoscevo allo scopo di mettere qualcosa sotto i denti. Niente da fare. Il contadino o fingeva di non capire o ci giocava. Con un sorrisetto tipo “ti piglio pel culo” rispondeva in arabo-sunnita-siculo-calabrese e tirava innanzi senza darmi neanche un fico d’india. Giuro che se avessi avuto più coraggio gli avrei sparato, ma con che cosa? Mi davano sempre il fucile senza le pallottole e vidi svanire anche l’ipotesi di un tozzo di pane. Nel frattempo sentivo esplodere le bombe a mano giù in basso, dove facevano l’esercitazione.
C’era da vergognarsi di come il tanto vantato maschio italiano se la facesse per paura nei calzoni. Il novanta per cento di questi uomini erano terrorizzati dall’idea di prendere in mano una bomba. Venivano trascinati per le mani da caporali fino al punto convenuto per il lancio. Piangevano come vitelli e facevano resistenza per terra, accovacciati e con gli scarponi tipo freno. Quindi ricevevano un calcio in culo ed il Capitano ficcava loro in mano l’ananas a cui vistosamente avevano strappato la linguetta. Qualcuno la lasciava cadere a terra e si verificava la ben nota scena di Fantozzi che si fa scivolare nelle mutande l’ordigno. Tutti a questo punto si gettavano con un tuffo nella polvere, il più lontano possibile, poi il disgraziato contorcendosi in preda alla follia riusciva a raccogliere la maledetta e a disfarsene in qualche modo. Meno male che la potenza delle bombette era ben poca cosa e faceva più rumore che danno. Buona parte dei soldati, trascinata sempre a viva forza, aveva un guizzo di coraggio ed afferrava al volo la solita scatoletta, privata della linguetta. Dove poi la tirasse era sempre da scoprire. C’era chi la tirava dietro di sé facendo scappare a gambe levate i graduati che gli stavano ad una già notevole distanza. C’era chi lanciava a destra, chi a sinistra, qualcuno addirittura addosso al capitano, che afferrava al volo e deviava con maestria. Insomma era una pena unica. Questi sarebbero i soldati, che sprezzanti del pericolo avrebbero potuto salvare la Patria. Ma fatemi il piacere. La mitraglia… Se c’è un suono terrorizzante è quello della mitraglia: rumori secchi, duri come martellate nelle orecchie, mostruosi nella loro intensità ed imprevedibilità. Infatti il nastro delle cartucce si inceppava ogni tanto per poi riprendere all’improvviso. Altro che il piacevole rimbombo dei cannoni che si sente al cinematografo! La prima volta mi fecero sparare con un moschetto italiano, più grosso della Winchester, forse anche migliore ma dotato di un rinculo mortale che spezzava le spalle e l’osso fra il collo ed il deltoide. Il suo rumore secco, bestiale rimbombò nelle orecchie che poi fischiarono per mesi, con totale riduzione d’udito. Ah! Le mie povere orecchie. Stranissimo a dirsi, laggiù, dietro i cartelloni recanti il centro da colpire, dopo ogni colpo che sparavo usciva uno sventolio di bandiera. Non ricordo che significato avesse ma dopo qualche giorno mi consegnarono uno scritto nel quale mi si assicurava che avevo colpito ventitre centri su venticinque! Sarà poi stato vero? O era la conferma di un'altra presa in giro?

OSPEDALE MILITARE

In una corsia all’ospedale militare, finti matti vogliono andare a casa. Uno grassotello, di ottima famiglia, ricco, dice che una volta congedato si fa ricoverare in una clinica privata, dove lo dimetteranno guarito e di nuovo inserito nella società.
L’altro ci incanta con le sue avventure con le donne, i night club, la Porsche e tutti i suoi soldi. Anche lui ha progetti precisi.
Io faccio ritratti a tutti e poi via a casa in convalescenza per gastroduodenite: sessanta giorni di vacanza. Al termine della convalescenza entro a Baggio, ospedale militare che ha diverse specialità. In attesa degli esami, passo curiosando tra le corsie.
Alla neuro un matto afferma di vedere la Madonna, di andare in estasi e di parlare tre volte al giorno anche con Gesù Cristo. Dinnanzi all’incredulità di tutti, improvvisamente volge gli occhi all’insù mostrandone totalmente il bianco; incrocia le braccia e sta steso sul letto. Incomincia a parlare con un’entità invisibile e risponde a domande che sente solo lui. Mentre i soldatini cercano di capire se fa sul serio o finge, un epilettico, che sorrideva divertito della scena, lancia un urlo e cade a terra. Perde bave dalla bocca ed è immerso nell’urina. Escono dalla sua bocca suoni strani finché arriva il Capitano medico. Tutti e due vengono dimessi in giornata riformati.
Nel reparto ufficiali un bel giovane, straricco, viene ricoverato con sospetto di sifilide. La suora gli fa tutti gli esami di laboratorio, che risultano negativi. Il Colonnello medico si incazza come una bestia e fa rifare gli esami. Dopo un giorno viene accertata una tremenda infezione. Stupore della suora che dice: “Non è possibile: è di famiglia altolocata e ricca!” Interrogato dal Colonnello, l’ufficiale ammette che ad attaccargli la sifilide era stata un’onoratissima signorina della migliore società! La suora scandalizzata invece credeva fossero solo i poveracci ad ammalarsi.
Al reparto direzione sosta in attesa di visita una signorina pelosissima e con una barba che impressiona. Le chiedo cosa faccia lì e lei con una serie di mosse mi risponde con una voce acuta e vibrante: “Mi sento donna e vogliono mandarmi via”. Viene fatto entrare nello studio del direttore e dopo poco esce con un foglio di congedo illimitato in base all’articolo 29. Vado in radiologia e trovo simpaticoni che si divertono ad evidenziare, con lastre, ulcere agli amici ed invece trovare sanissimi poveri buzzurri con l’ulcera vera. In camerata vedo che l’allievo infermiere fa pratica con punture vere su deretani veri. Solo che lui si emoziona e quasi sviene. I compagni lo incitano a provare a piantare l’ago nel sedere di un commilitone cui era stata ordinata una serie di punture. L’ammalato sta prono con le natiche all’aria, l’infermiere, un bonaccione grande e grosso con le guance pienotte ed il rossore facciale, vuol rinunciare all’incarico: lui non è fatto per questo lavoro, alla selezione lo hanno scelto non si sa bene perché, ma non è proprio tagliato per fare l’infermiere. Alla fine la cavia incomincia a bestemmiare: “Porco di qui e porco di là! Vuoi farmi ‘sta puntura sì o no?”. L’infermiere prende il coraggio a due mani e buca in continuazione le natiche senza riuscire a piantare l’ago. Il paziente si infuria sempre di più e l’infermiere sta per piangere. Alla fine chiude gli occhi e dà una pugnalata al povero posteriore. Riapre gli occhi e si ritrova con la siringa in mano e l’ago piantato dentro la carne del poveraccio, senza sapere cosa fare. Il coro dei militari deplora il fallito tentativo. L’ammalato pazienta ancora un poco. poi si rivolta: “Ma che cosa fai, pirla! La vuoi fare o no questa puntura?” L’allievo infermiere si dà coraggio ed innesta sull’ago la siringa. Un momento ancora d’incertezza poi chiude gli occhi e spinge in fondo lo stantuffo. Tutta la camerata applaude e si felicita. Finalmente l’infermiere sorride ed agita la siringa in segno di vittoria.

SUNA E PALLANZA

A Suna vivevano due miei zii da parte di mamma, Giovanni detto Nino ed il maggiore dei fratelli comunemente chiamato “Cin”. Nino possedeva un grosso trombone e suonava nella banda di Pallanza. Cin, da bravo artigiano che lavorava con il padre, era poi divenuto operaio della Rhodiatoce.
Nino era bello e robusto, portato naturalmente allo scherzo e all’ironia. Raccontava barzellette ed era amico di tutti. Lavorava di notte e di giorno aveva tempo per coltivare le sue amicizie. Cin trascinava magramente e con difficoltà una famiglia numerosa ed aveva affidato come figlio a Nino un mio cuginetto detto Pucci. Il benessere non era mai stato di casa per nessuno dei miei parenti, tuttavia si accontentavano del poco che avevano. Cin viveva in una casa proprio al limitare di Suna, verso Fondotoce. Nino viveva in un vicolo a ridosso della famosa chiesetta con la scalinata, che Tozzi aveva dipinto in un quadro pubblicato su una sua monografia.
Poco distante viveva, in una splendida villa con un favoloso parco, il fratello medico di Tozzi, con il quale Nino aveva buoni rapporti di vicinato. Sinceramente Nino non era un gran lavoratore né aveva nessuna altra qualità spiccatamente lodevole ma il suo umore sempre allegro ed i continui litigi verbali con sua moglie Mariuccia mi divertivano molto. Io trascorrevo molto tempo sia a casa dell’uno che dell’altro come del resto a casa di Camillo, sita a Pallanza in una vecchia costruzione con un cortile a porticato all’interno, proprio dietro al Museo del Paesaggio. Il lago era per me felicità e non riuscivo proprio a staccarmi da esso. Trovavo tutto meraviglioso e non mi interessava affatto che i miei parenti fossero povera gente: io vivevo per lo splendore naturale di quei luoghi e respiravo con piacere l’aristocrazia che essi emanavano. Lungo il lago, di qua e di là dell’imbarcadero, un fratello di mia nonna possedeva alcune barche che noleggiava a turisti per la consueta passeggiata mattutina e serale sulle acque. Insomma Pallanza era per me l’inizio e la fine del mondo e vi sono ritornato sempre finché il traffico sulle strade me lo permisero, cioè fino a tutto il 1970. Poi preferii ricordare e non essere sommerso in quelle terrificanti code automobilistiche che distruggevano il morale a tutti quei volenterosi milanesi che tentavano di raggiungere il Verbano. Da ragazzo passavo le vacanze in compagnia anche di qualche amico e feci in tempo a soggiornare anche all’albergo Eden, proprio sul curvone che porta alla Villa Taranto, prima di Intra. In quel periodo mi divertivo a registrare nella mia memoria il comportamento dei tedeschi e delle loro donne. Le fanciulle venivano espressamente in Italia per avere avventure con i maschietti locali mentre i loro compagni si divertivano a scolare seduti in circolo casse e casse di birra. Pallanza era meta di turismo che via via è scaduto a quel tipo di turismo mordi-e-fuggi che non ha giovato per nulla ai luoghi tanto belli e cari da farmi sognare che divenissero parco naturale ben difeso e custodito dall’invasione del cemento armato come ora possiamo purtroppo vedere. A Pallanza, appena giunto alle scale anguste e buie che portavano dallo zio Camillo, ritrovavo ipso facto la felicità semplicemente nel rivedere il pavimento di assi di legno sconnesse e cigolanti. Aprivo una sgangherata porta di legno con una maniglia rotondeggiante di ottone e mi ritrovavo il sorriso dei parenti. Sulle scale, accanto ad una vecchia finestra, prima del gabinetto alla turca, erano appoggiate canne di bambù per la piccola pesca. Me ne impadronivo e correvo al lago dove con mollica di pane sull’amo tentavo di catturare almeno qualche alborella. Niente da fare: o i pesci mi conoscevano e mi snobbavano oppure ero una vera frana come pescatore. Ricordo con invidia mio cugino Roberto, figlio di Camillo, che proprio sotto il mausoleo di Cadorna riusciva, con un rametto d’albero ed una lenza priva di galleggiante, a pescare enormi tinche dorate. Meno male che c’era il Museo del Paesaggio. Credo che nessuno l’abbia frequentato più di me. Ore ed ore ad ammirare quelle meraviglie di quadri. C’era in una stanza uno straordinario dipinto di Arnaldo Ferraguti rappresentante un momento del lavoro contadino con un bambino che viene consolato in presenza del padrone che controlla il lavoro, mentre i contadini lavoravano alacremente. Quello che mi colpiva era la straordinaria tecnica pittorica. Il colore era steso con grande spessore, addirittura in rilievo. Il dipinto era gigantesco: oltre sei metri di base e circa tre metri di altezza. L’ho rivisto recentemente dopo il restauro e sono rimasto profondamente deluso: era sparito tutto il “materico” ed il dipinto aveva assunto quell’aspetto vellutato e conformista al limite del vomitevole. Chi controlla i restauratori?
A Suna zio Cin sentiva di notte i fantasmi e spesso correva giù dalle scale poiché che i mobili si mettevano a ballare. Sarò stato io a produrre i fenomeni detti Poltergeist? Sempre a Suna una volta si poteva fare il bagno in una colonia elioterapica trasformata in lido. Seppi poi che in seguito le acque del lago divennero sconsigliate per la balneazione a causa dell’inquinamento. Con il “progresso” era sparito un mondo tradizionale che faceva del turismo la fonte economica ed erano spariti anche i suoi personaggi. Ora purtroppo nemmeno i locali si rammentano più lo splendore basato non sulle industrie ma sull’accettare e convivere con un turismo di classe. Principi e regnanti avevano fatto grande Pallanza e Stresa ed ora ci si deve accontentare di gite organizzate a base di anziani pensionati messi in fila e bacchettati come pecore. Per quanto la mia fede marxista mi abbia fatto considerare l’evoluzione del popolo, non credo proprio che Marx e Lenin abbiano mai pensato a volgarizzare ciò che doveva essere goduto anche dai miseri. C’è stato un totale stravolgimento di tutto ed ora spero nella riapertura delle case da gioco, che ritengo siano in grado di rilanciare uno dei più bei posti in assoluto nel mondo.

MUTANDE ALLE GAMBE DELLE SEDIE

Ricordo con affetto due simpatiche sorelle di Pallanza. Abitavano di fronte al Kursaal, vecchia sede del Casinò di Pallanza. Una era grassottella e l’altra secca e zoppetta. Erano originarie di Busto Arsizio e si chiamavano Candiani. La grassottella era sposata ad un ebreo di origine tedesca, di Baden Baden. Erano discretamente ricche e la loro casa sembrava un piccolo museo. Quadri belli e di valore alle pareti ed in cantina un Picasso mostruoso, con una donna sciagurata che mostrava completamente il suo sesso. La svergognata era in compagnia di un demonio rosso. “Via, via. Per carità!” dicevano subito dopo la morte del marito colpito dalle estreme conseguenze della sifilide. Era divenuto pazzo, non riconosceva nessuno ed era di una cattiveria unica. Bestemmiava, urlava e diceva parolacce oscene. Fin tanto che era in vita, tolleravano che quella porcheria di quadro restasse in casa, per accontentare il padrone. Magari coperto con un telo, da aprirsi quando il collezionista lo voleva vedere. Poi via, in cantina a marcire: bisognava buttarlo nel fuoco ma era tanta la vergogna e la paura a toccarlo, che alla fine dissero a mia nonna: “dica a suo marito di venirsi a prendere questa porcheria! Che la distrugga lontano da casa nostra: non la vogliamo più vedere e non ne vogliamo più sapere!”. Mio nonno se la portò a casa e la nascose da qualche parte. In realtà quelle donnette sapevano che quel quadro era di gran valore ma puritane come erano non ne volevano proprio sapere. Pensate che a casa loro, neanche fossimo ai tempi della Regina Vittoria, era proibito persino mostrare le gambe del tavolo, del letto e delle sedie. Tutto ciò che poteva ricordare lontanamente e pur simbolicamente le gambe delle donne, doveva essere coperto da teli in funzione di mutandine. Teli verdi di panno con lacci e laccioli da allacciare di sopra e di sotto. Guai a parlare di comunismo: “i rossi volevano mangiare donne e bambini e spedire le vecchie al cimitero”. Loro erano monarchiche e mi guardavano con estremo sospetto quando tentavo di parlare dell’ideologia comunista. I loro sguardi smarriti, riprovatori e preoccupati con in più un silenzio significativo mi facevano capire che era meglio non affrontare questo argomento. Andavo volentieri a trovarle anche dopo essermi sposato. Una volta appena entrato in casa delle anziane signore, io e mia moglie trovammo seduta al gabinetto la più anziana che orgogliosamente affermò: “sono seduta sul trono!” Poi le cose della vita si inasprirono e non permisero mai più di interessarmi a loro. Saranno ancora vive? Tuttavia, ritrovandomi in casa quell’ingombrante quadro di Picasso, scrissi al Museo Picasso di Parigi allegando due fotografie in bianco e nero e la storia sommaria del perché fosse in mio possesso. Dopo un anno mi risposero che “non poteva essere messo in commercio come autentico”. Ebbi da parte di un conoscente l’indicazione che questo dipinto aveva diviso ampiamente i giurati e c’era stato anche qualche momento in cui la decisione dell’autenticità prevaleva nettamente su quella contraria. Mi convinsi naturalmente a torto che se avessi “unto le ruote” con un poco di miliardi (che non avrei mai potuto avere) anche quel quadro sarebbe stato dichiarato autentico…
Così vanno le cose del mondo.

PAURA DELLE DONNE PER LE AGGRESSIONI
Una vergogna doppia, subire una vile aggressione sessuale e rimetterci magari anche la vita. Quando esistevano fino alla metà degli anni Cinquanta le case di tolleranza, queste vergogne non succedevano. Sono le donne, le femministe, le cattoliche che hanno voluto moralizzare gli uomini costringendoli o al matrimonio o all’astinenza. Con le case di tolleranza gli uomini si sfogavano con poche lire. Le malattie erano sotto controllo e non c’erano molestie. A questo proposito mi piace ricordare la mia prima visita al casino (così veniva chiamato): avevo quindici o sedici anni. Ero alto e molto ben sviluppato. Nessuno mi attribuiva l’età vera e da parecchio tempo cercavo donne all’evidente scopo di conoscerle secondo il concetto biblico. Un conoscente piccolo di statura, piuttosto vecchietto d’età, era invece ritenuto molto più giovane. Un pomeriggio Danilo, questo era il suo nome, mi suggerì l’idea di fare visita al “casino” di Busto Arsizio, che si trovava nei pressi del campo sportivo. Danilo sedette dietro al mio Motom e via fino alla magione delle donne. Io non ebbi difficoltà ad entrare mentre Danilo dovette faticare molto, nonostante la carte d’identità e le mie assicurazioni. A me non fu chiesta per nulla la carta d’identità. Si approdò in un vasto ambiente con grandi finestre munite d’inferriata. Ci chiesero se volevamo sostare nel luogo riservato ai preti o alle persone più danarose. Io non avevo nemmeno una lira in tasca, secondo la consuetudine che mi vede ancora ora nella stessa condizione. Non feci storie e mi accomodai nella sala comune. Poche donne e pochi uomini. Gli uomini silenziosi e pensierosi. Le donne piuttosto attempate davano proprio l’dea di quelle rappresentate nei suoi quadri dal nano Toulose Lautrec. Quindi piuttosto poco invitanti. Da una porta uscì un mostro di femmina truccata all’inverosimile, quasi completamente nuda e ributtante che voleva farsi garantire dal suo cliente di essere stata meravigliosa. Lo accarezzava sulla testa pelata, sul viso stravolto e paonazzo , mezzo rincretinito, quasi incapace di camminare, mentre lei danzava dinanzi a lui e poi passava dietro per riapparire di lato con un braccio teso “alla modella di Boldini”. Ecco che cosa aveva: era nuda, di pelo rossastro , ma indossava lunghi guanti rosa. Con la lingua faceva dimostrazioni funambolesche, per far intendere che la sua forza era lì, in quella lunga lingua srotolata e mossa a mo’ di serpente. Danilo volle provare la sua bravura e poi, un po’ rintronato, me lo riportai a Legnano, mentre farneticava: “sì, era proprio brava!” e disse così per tutta la strada, fino a che lo abbandonai ai suoi ricordi erotici nel centro della città. A Legnano, l’ambiente del “casino” era freddo come una macelleria, con piastrelle bianche ai muri. Sembrava più un mattatoio che un “bordello”. A volte però si vedeva qualche bella figliuola ed anche ben educata. Peccato non avere mai una lira in tasca.
PERCHÉ HO SEMPRE AMATO LE DONNE
Perché sanno sorridere dolcemente, hanno modi gentili, dimostrano comprensione e sono dotate dalla natura di eleganza naturale e molte volte di assoluta bellezza. Guardate i tratti: bei capelli lunghi, occhi grandi con ciglia folte. Collo sottile e ben evidenziato, corpo snello e vita sottile. Seno e fianchi sono poi il massimo dell’attrazione per il maschio. Non basta: la voce a volte soave, carezzevole, garbata; le mani affusolate e pronte alla carezza; le loro risatine, le loro mosse, il loro modo di portare il corpo con una camminata istintiva e sconvolgente, la loro schiena e le loro spalle: nulla di volgare. E tutto un invito vivente all’amore. E il desiderio maschile di naufragare in un mare di carezze e di tenerezza. Il loro sguardo timido, la loro testa reclinata verso il basso, il loro essere mai in contrasto con la natura salvo quando dimenticano il ruolo naturale ed assumono quegli atteggiamenti maschilisti che tanto le fanno somigliare alla rozzezza e volgarità dell’uomo. Nel corso dei millenni la natura ha spinto sull’accelerazione della differenza. Viva la differenza.
LA BIGOTTA
A me che una persona ami fare l’amore e lo cerchi, perché ad esso vi è spinta dai suoi ormoni, sta bene. Non la tollero quando mette in atto azioni ed atteggiamenti ipocriti atti a farla apparire una santa donna. Sto parlando di una fanciulla devota ma assatanata di sesso. Ho già detto che mi ripropongo di scrivere altre mie esperienze di vita in un secondo libro e se sarà conveniente anche in un terzo; ora voglio dare solo una sintesi di una situazione. Mi ero fidanzato con una fanciulla, gran bigotta, tutta la famiglia era bigotta. La sorella voleva convertire le puttane ed intanto si faceva per bene ogni maschietto appetibile. Non voglio screditare una donna che ho amato: non è questa la mia intenzione. Voglio solo evidenziare quanto poco sincero e credibile è il comportamento di persone che godono la totale stima del clero. Clero, oh clero, tu sei la causa di tutti i mali… Non Gesù Cristo, che è sempre stato male interpretato, inteso a comodo, vilipeso. Questa mia amata ed affettuosa fanciulla conosceva a memoria tutti i santi e le festività del calendario. Sapeva ripeterli senza errore sia procedendo dall’inizio alla fine del calendario, sia facendo il percorso inverso. Non c’era verso di coglierla in fallo, chiedendole a caso il nome di un santo scegliendo un giorno particolare dell’anno. Sapeva tutto di tutta la comunità ecclesiale. Partecipava a tutte le manifestazioni. Era un’efficiente promotrice di “propaganda fede”. Era insomma una santa donna. Aveva però un amore sviscerato per il sesso e praticamente mi succhiava ogni goccia di linfa vitale: tutte le posizioni e le occasioni erano buone. Aveva quell’astuzia femminile per cui le porcherie si facevano seduti in macchina di fronte alla casa del prete e della perpetua, in maniera che si dicesse che si stava solo conversando di religione nel tentativo di salvare la mia anima perduta. Le sue mani erano diaboliche e non riusciva a stare un solo secondo se non possedeva il mio sesso. Era una grande attrice: sorrideva ai bigotti di passaggio ed ai membri del clero come se nulla fosse ed intanto mi stava consumando fino al midollo. Ogni tanto la imploravo di smetterla perché non resistevo, non ce la facevo più, ma lei sapeva come riattivarmi. Insomma era un’ idrovora. La sua abilità era tremenda: anche in casa sua, appena papà e mamma, sorelle e cognati volgevano lo sguardo, sotto a manipolarmi. Mentre agiva, mi diceva soffiandomi nelle orecchie: “sei troppo forte! Non posso fare resistenza! Sei forte, sei maschio e sei troppo forte!” ed intanto io avevo arresti cardiaci e tremolii di gambe, mi si annebbiava la vista ed a stento, distaccandomi a forza ed in malo modo riuscivo a guadagnare la via di fuga. Capitò un giorno che mia madre venne a trovare la sua famiglia, visto che eravamo fidanzati ufficialmente. Mia madre, femmina furba ed esperta anche lei, si accorse di tutte le manovre eseguite per raggiungere il piacere carnale. La fanciulla si precipitò a dirle che io ero un satiro, che la inducevo sempre in peccato e che ero così forte che non poteva resistere. Posso dire che la fanciulla mi aveva ridotto all’esaurimento nervoso e veramente incominciai a guardarla come si guarda una vera e propria ninfomane. Ella mi promise di comprarmi subito una rossa Ferrari e mi intestò, contro la mia volontà, un conto personale con versamenti, oltre quarant’anni fa, di ben sette milioni alla settimana. Insomma mi voleva e mi prospettava una vita piena di agi e di sicurezza, atta a garantirmi la mia attività di pittore, finalmente libero dal bisogno. Io mi conoscevo e sapevo bene che forse ero l’unico uomo incorruttibile al mondo. Questa è una delle ottime qualità morali ereditate da mio padre. Mi accorsi che l’amore era svanito e lo dissi apertamente a lei e a suo padre. Il padre aveva capito la mia decisione di rompere, ma la figlia si aggrappava a tutto pur di avermi vicino a lei per sempre. La situazione mi faceva soffrire molto, forse molto più di quanto soffrisse lei. D’altro canto, conoscendomi, sapevo che non avrei resistito un giorno di più. Le feci ritirare tutti i versamenti postali fatti a mio nome. Le dissi con grande calma, prendendola per le braccia e guardandola fissa negli occhi: “non ti amo più. Non ti voglio bene. Non posso stare insieme a te. Hai capito?”. Ella si fece forza ed acconsentì alla separazione, ma prima volle una lunga notte d’amore sulla spiaggia, battuta dalle onde del mare ed uno spicchio di luna in cielo.
I RITRATTI
Quel pomeriggio pioveva, come al solito. Abitavo in via Pietro Micca al n.23. Si Trattava di una di quelle palazzine sorte negli anni Sessanta, con un certo decoro esteriore ma con tanta speculazione all’interno. Appartamenti che sulla carta apparivano, a chi non fosse esperto, di una certa abitabilità, con tanto di millesimi, poi in realtà si trattava di loculi mortuari con lunghi ed inutili corridoi. Oggi si costruisce ancora peggio e domani arriveremo alle costruzioni di tipo giapponese, dove ci si arrampica su per una scaletta appoggiata ai loculi e dentro una vasca da bagno si svolgerà la vita di casa. Bei tempi, quelli andati! Quelli in cui esisteva un’ampia cucina, almeno tre stanzoni per vivere e magari anche il gabinetto e la cantina e mettiamoci pure la soffitta. Se poi vogliamo esagerare, possiamo sognare anche un cortiletto ed uno spazio riparato per riporre il moderno cavallo a quattro ruote.
Legnano ha una caratteristica climatica: d’estate, anni fa, prima delle bombe atomiche e simili amenità, faceva molto caldo; poi veniva l’autunno e i cittadini potevano sfoggiare gli abiti di stagione; poi veniva l’inverno rigido e buio con tanta neve, ora la si conosce attraverso la televisione oppure transumando in montagna tramite pullman o vetturette personali, salassando le finanze di famiglia, per cui si acquistavano attrezzature presciistiche e si viaggiava anche con le racchette ai piedi come gli esquimesi. Da decine d’anni a questa parte il tempo si manifesta con pioggia eterna da diluvio universale oppure raffiche di vento mai viste o sospettate in questa placida pianura celtica. La primavera è rimasta un ricordo, una parola da poeti, qualcosa per cui i giovani si domandano “Cos’è?”. Dal freddo del polo nord si passa all’arrosto di un sole arrabbiato che sfoga i suoi strali attraverso i buconi dell’atmosfera aperti nell’ozono, o perché l’ozono è scappato via o per qualche pasticcio di questo genere.
Quel giorno pioveva come al solito. Inutile accendere tutte le lampadine di casa. Da queste parti quando fa buio si tratta di una cosa seria, alla lombarda, alla crucca. Fa buio e basta. Aspettavo una persona che mi aveva commissionato cinque ritratti. Per sé, per la sua gentile signora e per i tre figli, di cui una femmina. Era questo signore un industriale della zona rispettato ed ottimo pagatore. Da parte mia avevo messo tutto l’impegno per realizzare capolavori d’arte destinati ad entrare al Louvre di Parigi. Avevo curato in maniera ossessiva la somiglianza, cercando con tutta l’abilità di una comprovata esperienza chirurgica ed estetica a ringiovanire i genitori e ad ingraziosire la figliolanza. Ero soddisfatto del mio lavoro e mi congratulavo con me stesso. “Sei stato proprio bravo” - "In realtà ho avuto seri dubbi sulla riuscita” - “Debbo ammettere che di ritrattisti come me, non ce ne sono proprio!” - “Bravo, bravo” - “Come pittore sei proprio una cannonata!”. In realtà quei cinque ritratti che mi stavano di fronte, in attesa di essere ritirati dal committente, sembravano proprio ritratti di cinque esseri umani. Si riusciva a comprendere al primo colpo che uno di essi rappresentava una signora di circa trenta-quarant’anni; l’altro si capiva che poteva trattarsi di altro essere umano intorno ai quarant’anni e poi gli altri tre potevano dare una certa indicazione che gli oggetti raffiguranti avrebbero dovuto raffigurare altri esseri umani. Sigh! Il lavoro era stato laborioso e difficile.
Con abilità insolita avevo operato la signora in maniera esemplare: tolto il gozzo, senza lasciare cicatrici. Fatti sparire gli occhialoni da miope. Avevo ridotto totalmente i globi oculari, fuorusciti dalle orbite in seguito al gozzo tiroideo all’ultimo stadio, fatti rientrare gli occhi nelle orbite, avevo eliminato quella tipica fissità che normalmente terrorizza chi guarda. Anzi avevo truccato le ciglia e le sopracciglia in maniera che il tutto acquistasse una parvenza di dolce femminilità.
I capelli stopposi ed esausti erano stati da me rivitalizzati, ondulati, riccamente colorati e ben pettinati in modo da eliminare quell’aspetto di parrucca da carnevale, appena colpita da una palla di pezza lanciata alla fiera dei morti. Il naso era stato accorciato dove era troppo pronunciato, arrotondato dove era troppo secco, reso più carnoso e sensuale in maniera che l’aspetto fosse non solo umano ma addirittura giovanile. La bocca poi era stata il mio capolavoro: prima ancora che inventassero il silicone, avevo provveduto a re-incidere la forma delle labbra, le avevo rese voluttuose e sensuali su una bocca, dove, come il più abile dentista ed implantologo, avevo levato la “masticazione rovesciata”, aggiustato i denti in maniera che non sporgessero come canini di Dracula e poi tante e tante accortezze che la signora ora nel dipinto dimostrava venticinque o trent’anni di meno. La pelle era stata riparata: dove le pustole del vaiolo avevano lasciato crateri, ebbene lì ero passato con una mano levigatrice di prim’ordine. Insomma la signora era ora veramente una donna, persino elegante. Come tocco di eleganza avevo rubato a Tiepolo uno dei suoi straordinari “girocolli” di perle grosse come noci e splendenti come luce. Insomma avevo dipinto un ritratto capolavoro.
Ne ero pienamente soddisfatto. Ai figli avevo differenziato i sessi nel senso che la femmina s’intuisse che fosse femmina ed i maschi che fossero maschi. Avevo accorciato a tutti e tre il collo. Avevo dato vita ed espressione al sorriso, che non c’era; gli occhi pareva non esistessero e, con un maquillage straordinario, li avevo invece messi nella condizione di poter esser ammirati. Il padre aveva subìto drastiche operazioni di scultura, amputazione, barba e capelli, rivitalizzazione ed infine il dono divino di un barlume d’intelligenza, che lo trascinava così fuori dal periodo dei trogloditi e lo inseriva nella fase attuale della storia dell’umanità, anche se rimaneva qualche dubbio sull’appartenenza alla civiltà europea di quest’era. In più avevo aggiunto a tutto quel tocco di potenza economica, vanto degli industriali. Mi sentivo un demiurgo, capace di resuscitare da una palta informe, finita sotto uno schiacciasassi, addirittura l’idea stessa come concepita nell’Empireo. Quindi non finivo mai di farmi complimenti...Ma lei è proprio bravo...Ma lei è proprio un genio...ma lei qui...ma lei là...Ma lei è proprio un Dio... Come lei non c’è nessuno e così via fino a quando un soave suono di campanello mi avvisò che l’Ospite con la O maiuscola era arrivato e mi accingevo a sbrodolarmi in una situazione dove si viene sommersi di complimenti e ringraziamenti per cui o parti a giro verso il soffitto oppure ti lasci andare fra gli abbracci lungo e steso sul sofà circondato dagli ammiratori in ginocchio, prostrati. Già vedevo turbinii di biglietti da centomila che mi ricoprivano con lo sfavillio dei fiocchi d’avena dorata alla luce dei riflettori. Dovunque giornalisti e fotografi; dovunque fan che svenivano e persino i Re Magi in adorazione assieme al bue ed all’asinello. Invece entrò in casa un volgare geometra, che non c’entrava proprio per niente nel mio sogno. “Che ci fa lei qui?” domandai seccato. “Se ne vada, se ne vada...”. “Aspetto ben altre persone: industriali ricchi, nobili, con l’autista e la Rolls Royce sotto che aspetta!”. Il cialtrone, penetrato così volgarmente nel mio sogno, mi apostrofò così: “Ue! Vaccaro, come si fa a fare i ritratti a questi mostri? Ma te se diventà matt?” “Non si fanno i ritratti a questi mostri e a questi mostrini!” “È roba da codice penale, ti devono dare almeno l’ergastolo!” Di colpo mi risvegliai: la realtà supera la fantasia. Proprio dietro il volgare geometra era entrato in casa il padre e padrone della famiglia in oggetto e dei cinque quadri da me eseguiti. Costui aveva sentito tutto: parola, per parola! Io mi sentii mancare, desideravo sprofondare nell’abisso del piano sottostante. Avrei voluto non esistere e non potendo accontentarmi dovetti farmi forza ed affrontare la situazione. “Ma no, - dissi - Lei si sbaglia di grosso, lei non ci vede bene, lei ha le fette di prosciutto sugli occhi, è sicuro di stare bene?”. Il geometra implacabile: “Sto bene, ho mangiato leggero ed ho digerito bene ed ho sempre avuto buon gusto! Questi qui sono mostri, mostri infernali da bruciare, ha capito?” Mi prese altro capogiro con tentativo abortito di vomito. Ripresi a dire: “Questi signori sono belle persone che io ho amato e scelto di dipingere perché io sono l’artista e solo l’artista sa chi è bello e chi è brutto, ha capito signor geometra dei miei stivali?” Il povero titolare dei familiari dipinti e quindi dei quadri mostrò un ammirevole sangue freddo, tiepido dei lombardi: “Che vuole, sono figli miei!” prese il portafoglio e mi diede un grosso assegno già preparato. Io non ebbi più parole e lo aiutai a caricare i quadri in macchina, profondendomi in mille scuse.
Tre anni più tardi incontrai per caso la signora del ritratto, alla quale avevo tolto trent’anni, levato il gozzo, fatto rientrare gli occhi nelle orbite, resa umana e femminile con restauro totale e siringate di silicone le labbra prima della moda.“Sono arrabbiata con lei”mi disse la signora. Io ero tutto preoccupato per la sceneggiata subita dal marito a causa di un volgare geometra di periferia. Timidamente domandai: "Perché mai?” La signora, mi lanciò uno sguardo cattivo, che tra l’altro mi aspettavo, e fulminea sparò: “Lei mi ha invecchiata di trent’anni!” Non mi salutò nemmeno e se ne andò lasciandomi stordito fra il desiderio di una risata liberatoria oppure il desiderio di afferrarla per il collo, come una gallina, e spifferarle tutta la verità.

RENATA SALUTA IL RITRATTO DI MARISA

Non ho mai dipinto in stile veristico esasperato. Fin da bimbo il mio stile è stato sintetico al massimo: un tratto solo di linea ininterrotta a formare la sintesi del mio pensiero. Così in pittura: sempre sintetico. Tuttavia nei ritratti e nelle forme in genere ho sempre colto quanto basta per rendere l’idea e la somiglianza. Marisa è stata la mia modella preferita e l’ho dipinta in centinaia di quadri, anche due o tre o più Marise insieme, in un gioco complesso di immagini. Quella sera avevo appoggiato un quadro di un metro per settanta raffigurante Marisa in uno dei molteplici atteggiamenti. Suonò il campanello della porta ed aprimmo agli amici. Renata, la bionda della compagnia, come arrivò a portata d’occhio con il quadro salutò calorosamente, come è solita fare, il dipinto, rivolgendole un simpatico sorriso ed iniziando una conversazione. Il marito Nello non disse niente ma stava attento ad osservare la moglie che dialogava, senza risposta con il mio dipinto. Marisa era arrivata in carne ed ossa a fianco di Renata e questa simpaticona si accorse che c’erano due Marise ed affermò preoccupata: “Ma come, ci sono due Marise?” Si chiarì ben presto l’equivoco e finì in commenti e risate. Tempo più tardi, la simpatica Renata ebbe modo di rivedere il dipinto in mostra e, sebbene incorniciato sommariamente con un listello, ripeté il solito entusiastico saluto all’amica. Risate a non finire. La cosa continuò ancora nel tempo e finalmente l’amica bionda, prima di salutare ancora il dipinto, si informò per non trovarsi nell’identica situazione di prima. Miracolo dell’arte di Vaccaro o estrema sbadataggine, in senso benevolo, della ragioniera con l’incarico di controllare gli affari del marito? I soliti maligni affermano che Renata non ci vede bene ma è una calunnia.

AL FUNERALE DELLA NONNA DI SICILIA

Alla bella età di 86 anni anche nonna Carmela se ne è partita per un mondo migliore. In rappresentanza di tutte le famiglie, che non volevano scomodarsi ed andare fin laggiù, si decise che andassi io. In quei giorni però era scoppiato il colera a Napoli e, nonostante le affermazioni tranquillizzanti degli esperti alla televisione, io nutrivo seri dubbi che la Sicilia fosse indenne dall’epidemia. A darmi ragione apparve sullo schermo televisivo un signore che affermava che tutto dipendeva, oltre dalla sporcizia endemica di quelle zone, dal fatto che gli ammalati non avevano sufficienti anticorpi specifici atti a difenderli dalla malattia. Per meglio spiegare affermò che un milanese che da tempo era lontano da quelle zone correva seri pericoli per la sua vita, proprio perché aveva perso gli antigeni naturali, cioè non aveva sviluppato quelle difese immunitarie atte a sopravvivere in determinate zone. Io aggiunsi ad alta voce che se un napoletano andava in India e beveva l’acqua del Gange, dove buttano i cadaveri e fanno il bagno i lebbrosi, ebbene non avrebbe preso alcuna malattia, mentre invece se un indiano veniva in Italia e circolava da quelle parti era facile che si ammalasse pure lui. Fece seguito un aspro commento di mia moglie nei miei confronti: ero un vigliacco e soprattutto un denigratore spregevole. Convinto più dall’imperio morale che dai ragionamenti di mia moglie, volai fino a Catania dove mi attendeva il cugino Giovannino. Costui era fin dalla prima giovinezza accecato come una talpa: la sua guida automobilistica mi spaventò alquanto ed inoltre appena fuori dall’aeroporto vidi una montagna enorme di rifiuti proprio in curva sulla strada. “Cacchio!” esclamai, “Ma quanti topi ci saranno qui?”.“Niente” rispose il cugino mentre sbandava tutto sulla sinistra in curva cieca. “Come niente? Se tanto mi dà tanto qui di notte c’è un esercito di animali d’ogni tipo, scarafaggi compresi!” “Normale” rispose il cugino, che guidava alla sinistra. “Non siamo mica in Inghilterra!” esclamai ancora io sempre più timoroso e per la guida d’azzardo e per i miei timori di contrarre il colera. Intanto, sarà perché sono facile alle suggestioni o perché la guida del cugino era eccessivamente liberale, incominciai a sentire forti stimoli all'intestino. Resistetti un poco per non fare cattiva figura, poi non ce la feci più. Obbligai il cugino a fare una sosta e in mezzo al prato mi liberai di una sciolta assai strana, che mi fece tremare dalla paura. Suggestione sì, suggestione no, da allora le soste furono infinite. Quando arrivai alla casa della povera nonna e tutti i parenti riuniti, vestiti di nero, tentarono di coinvolgermi nell’arcaico rito delle lamentazioni, purtroppo io soffrivo di mal di pancia. Dalla partecipazione al rito, le mie lamentazioni divennero il motivo dominante ed uno stimolo continuato a cercare il gabinetto. Alla fine mi dolevano assai di più i visceri e lo sfintere anale che non la pancia nella sede più appropriata. Si fecero i funerali alla nonna e notai un’usanza del tutto sconosciuta da noi, nel nord. I parenti strappavano i fiori dalle corone e li buttavano a terra. Domandai al solito cugino se quest’usanza volesse rendere più poetico il funerale inondando la strada di fiori, per indicare ai passanti la dolorosa via al sepolcro. “Niente affatto!” rispose Giovannino. “Se non buttiamo via i fiori, dopo il funerale li vanno a rubare e li rivendono!” Erano già passati due giorni ed oltre al naturale dolore per la perdita della nonna si era aggiunto un vero incubo: “Non avrò mica preso il colera? Magari mangiando e bevendo qualcosa lungo il viaggio?” Mi feci accompagnare dal medico curante della nonna e chiesi: “A causa di quale malattia è morta la nonna?” Il medico allargò le mani e con un sorriso tipico solo ai siciliani mi rispose “Che volete… era vecchia!” Passai all’altra domanda: “È possibile che mi sia preso il colera?” Il medico rispose sempre con lo stesso stile: “Forse sì, forse no!” e mi consigliò di ritornare al nord. Il viaggio di ritorno fu più tragico che comico: trattenevo gli istinti evacuatori sempre di più e sempre di più avevo fitte lancinanti proprio in tutte le parti dell’apparato escretore, con in più un bruciore tremendo. Più mi trattenevo, più aumentavano i dolori. In auto sudavo freddo. Mi ero sdraiato sul sedile ribassato, mi contorcevo e non pregavo solo perché non sono mai stato religioso. Arrivato all’aeroporto dovevo aspettare un paio d’ore, durante le quali ho sofferto le pene dell’inferno. Ogni dieci minuti ero in ritirata dove mancava l’acqua e c’erano certi mosconi da competizione. Più bevevo acqua più dovevo correre ed il male al basso ventre diventava veramente insopportabile. Finalmente giunse l’aereo e qui si compì la “tragedia”, anche se il volo era notturno e la gente probabilmente non mi aveva notato. Arrivato all’aeroporto di Genova, perché a Milano non si poteva atterrare, mi stringevo le gambe per non farmela di nuovo addosso e sudavo, sudavo. Feci in tempo a vedere la delicatezza degli addetti allo scarico dei bagagli che lasciarono cadere dall’alto una grossa damigiana di olio sopra il carrello pieno di valigie. Nel frattempo avevano smarrito il mio bagaglio e sentivo maledizioni straordinarie da parte dei viaggiatori. Si salì su un pullman, più lento di una lumaca, seduto nel quale stavo purgando tutti i peccati commessi fino ad allora. Giunsi finalmente a Milano bianco come uno straccio, stravolto e lì per lì pronto a svenire. Ebbi tuttavia la forza di guidare fino a casa. Raggiunsi il letto e stetti sdraiato per almeno tre giorni, tentando di rilassare i visceri in preda all’inferno. Stravolto dal dolore, credo di aver maledetto anche mia moglie. Finalmente, forse grazie a qualche medicina, poco per volta riacquistai la normalità. Comunque da allora incominciai a dubitare anche degli incoraggiamenti di Marisa.

PARIGI, PARIGI!

La prima volta che andai a Parigi ero da solo, entusiasta e con l' auto. Attraversai la galleria del Monte Bianco. Mi colpirono l’oscurità e la strettezza della carreggiata e la puzza fastidiosa dei gas di scarico. Pazientai ed alla fine uscii all’aria aperta verso la mitica Francia. Imparai a memoria il numero della strada che avrebbe dovuto condurre a Parigi e mi lasciai andare felice a passeggio tra i villaggi. Allora esisteva una simpatica e precisa abitudine: ad ogni uscita da città e paeselli, anche solo quattro case di campagna, era sempre presente un palo su cui erano appese grandi frecce di legno, blu, con dipinte in bianco sia il numero della strada sia l’indicazione del luogo. Oggi con le normative europee mi capita spesso di sbagliare e di molto la strada; allora potevo divertirmi ad addentrarmi in campagne, lungo fiumi e corsi d’acqua, sicuro di ritrovare sempre l’indicazione della strada principale per arrivare a Parigi. Il mio sguardo errava felice in mezzo a collinette, campi di grano, pascoli, villaggi di contadini con tanto di ponticello sopra piccoli corsi d’acqua ricoperti di tutto quello che la natura sapeva inventare. Dentro di essi sguazzavano pesci incuranti dell’uomo, anitre in compagnia di cigni, rane e sopra uccelli, libellule, farfalle e tutto ciò che poteva essere offerto come spettacolo! Ora anche i grandi fiumi della Francia risentono pesantemente dell’inquinamento, delle acque radioattive e soprattutto delle immense culture industriali. Dove una volta esisteva la vita con paesi piacevoli a vedersi, abitati da contadini in pace, animali e pesci, ora c’è quasi la sensazione di assenza di vita. Pochi contadini e pochi animali da cortile. Molte case abbandonate e con pochi nidi di rondini sotto i tetti, le serrande semiaperte, in balia dei venti con scarsi interventi di manutenzione. Mentre al mio primo viaggio mi ero incantato a vedere enormi mandrie di bovini diversi per colori, tra cui predominava il bianco ed il nero, ora vacche tutte uguali, marroncine o bianche, quasi fossero il frutto di clonazione. Nelle enormi distese di verde con piccoli laghetti e corsi d’acqua, vedevo gigantesche sequoie, magari ricoperte da rigoglioso vischio. Sotto la loro ombra le mucche si ritiravano per proteggersi dal caldo o dalla pioggia. Ora si vedono sparute piante e pochi capi di bestiame. Le foreste che ricordo immense; ora le vedo, con tristezza ammalate, fragili e senza vita con nemmeno un uccello che tenga loro compagnia. La civiltà, conquista dell’uomo presuntuoso e motivato solo dalla potenza economica, sta uccidendo anche la meravigliosa Francia. Comunque arrivai in giornata a Parigi e come mia abitudine mi inoltrai nel traffico. Verso le ore ventiquattro, incominciai ad avere sonno e con un “francese” piuttosto maccheronico chiesi ad un guidatore di taxi di farmi strada fino ad un buon albergo, che fosse pulito ed economico. Tutta la richiesta fu ripetuta a gesti finché venni invitato a seguirlo. Credo di aver attraversato almeno due volte Parigi, di qua e di là mentre gli occhi mi si chiudevano. Alla fine il tassista si fermò dinanzi al famoso hotel George V. Trovai subito da dormire e lasciai auto e chiavi a disposizione del personale. Pagai il tassista e mi precipitai a letto ancora vestito.
Appena riavutomi dalla stanchezza, mi resi conto dell’enorme cifra spesa e maledissi il tassista venduto ai grandi alberghi per ricavarne certamente percentuali di guadagno. Mi misi personalmente alla ricerca di qualcosa di più idoneo per me ed intanto mi godevo i costumi e le usanze dei parigini. La famosa baguette ed i mitici croissants. I negozi stile impero oppure colorati di giallo, rosso, blu proprio come in Olanda. Ammirai i grandi marciapiedi e la relativa facilità di parcheggio. Non vidi per nulla quel traffico caotico di cui si sentiva parlare. Anzi notai, rispetto al traffico italiano, buon senso, disciplina ed organizzazione. Non ebbi mai alcun problema per parcheggiare l’auto. Quando poi, per mia curiosità, volli sperimentare la sotterranea, ne fui entusiasta. I parigini avevano stilato una cartina piccola, da portafoglio, con ben evidenziato il nord, il sud, l’est e l’ovest. Il percorso era estremamente facile da capire e da subito mi sono perfettamente adattato. Purtroppo non succede con la metropolitana di Milano: qui i modernisti ad oltranza hanno travalicato ogni buon senso, tanto per cominciare, evitando di segnare i punti cardinali. La cartina francese mi dava indicazioni precise nel senso di marcia aiutato anche da freccette e riferimenti. Qui a Milano, la cartina serve quasi a nulla per chi non è di Milano. A Milano bisogna già sapere bene dove sono site le fermate. Altra meraviglia di Parigi, per me che venivo dalla provincia italiana, era costituito dall’enorme possibilità e facilità di reperire taxi quasi allo stesso prezzo sia della metropolitana che degli autobus, peraltro ingombranti e lentissimi. Poi la gentilezza dei francesi! Dove la trovi qui in Italia la gentilezza dei celti? Notai una piccola pensione in un’antica casa nei pressi di una stazione ferroviaria a pochi passi dalla Place de Clichy, dipinta dal grande Boldini e dalla quale si dipartivano le strade per la butte di Montmartre oppure i boulevard della perdizione, Moulin Rouge e via discorrendo.
Dipingere durante il giorno era un’impresa impossibile per via del traffico. Mi ero organizzato per uscire all’alba, quando ancora viveva la notte ma la gente si era oramai diradata. Gli ultimi ubriachi venivano buttati fuori dai locali notturni e gli spazzini incominciavano a far scorrere l’acqua lungo i marciapiedi. Gli scopini versavano nel torrentello l’immondizia e l’acqua la trascinava dentro le fogne. Dipinsi molto queste scene ancora notturne e fissai sulla tela anche i bei neri, in divisa a righe bianche su fondo bluette. Disciplinati, silenziosi erano veloci ed efficienti. Pensai che in Italia avremmo dovuto sostituire almeno qualche milione di italiani con pochi neri, di bell’aspetto e molto volenterosi che non avevano paura di lavorare. In Francia essi erano assunti con contratto a termine rinnovabile.
In breve vi dico le esperienze che mi hanno colpito: il cuscino arrotondato di forma cilindrica lungo tipo "salamotto”, che si adagia giusto fra le spalle e la nuca: che va benissimo per l’artrosi, compagna fin troppo fedele quasi da sempre; la colazione della mattina basata su caffè e latte e croissants da “leccarsi le dita” come dice qualcuno e finalmente il pane, le baguettes. Ci vorrebbero Dante, Petrarca e Carducci per celebrare le qualità straordinarie della baguette; i cinema: bellissimi, pulitissimi e frequentati da persone azzimate e profumate e soprattutto con un costo di biglietto bassissimo: mille lire di allora. Comunque con mille lire di allora si poteva percorrere tutta Parigi con il taxi, con l’autobus e la metropolitana. Il popolo che fa finta di dipingere a Montmartre è costituito da bohémien che tirano a campare. Le gallerie d’arte importanti sono inaccessibili per artisti che non appartengano al "gotha" degli ammessi: logge massoniche o politiche o d’altro genere. Tutte le altre gallerie, site squallidamente una accanto all’altra nel rione latino, sono la più grande bufala mai esistita. Qui ti affittano un pezzo di muro dove dietro compenso puoi attaccare anche il tuo quadretto. La galleria rimane chiusa per tutto il periodo della mostra, salvo quando vai a ritirarti la tua operetta. Non esiste vernissage, nessuna critica d’arte, niente di niente. Personalmente ho dipinto un buon numero di visioni parigine, ma ho scoperto con entusiasmo la campagna, quella Francia che gli altri trascurano e che bisogna andare di proposito a scoprire. Ci vuole abnegazione e spirito di avventura: allora sì che trovi il "paradiso". Un giorno un pittore dilettante mi disse: “Vorrei andare a dipingere il paesaggio. Non so come fare. Mi dica lei come fare” “Caro amico, se ha la possibilità, carichi armi e bagagli su un camper e vada all'avventura. Io le consiglio la campagna di Francia. Poi veda lei!" Questo programma non gli piacque. Voleva qualcosa di più vicino, di più facile e soprattutto senza impegnarsi troppo. Aggiunsi io: “Una volta si poteva dipingere nei dintorni di Legnano o poco più in là. Ora non più. Io cerco i miei soggetti in Sicilia oppure in Francia, almeno per quanto riguarda il paesaggio, veda di organizzarsi anche lei!” Rispose il dilettante: “Ma questo vuol dire avere tempo e dover spendere dei soldi!” Lo guardai male ed esplosi: “Ma allora che cosa vuol fare? Non sa che l'arte è un'amante gelosa che vuole e pretende la completa dedizione fino alla morte?" Il dilettante voleva fare arte con poco sacrificio e nessun impegno. Mi infuriai: “Che tipo di arte vuole fare se non ha nemmeno le idee chiare in merito a quello che desidera dipingere. Oggi l'arte è molto, molto di più di quello che la gente comune crede. L'arte oggi vuol dire intelligenza, cultura e dedizione e tutti i soggetti, compresi gli astratti, sono arte. Bisogna capire le sue ragioni profonde, che non è il copiare qualche cosa". Di fronte a persone così, perdo la pazienza. Mi girai e me ne andai, lasciandolo deluso.
A Parigi notai allora che i negozi non avevano orari fissi da rispettare come in Italia. Di notte, a mezzanotte, potevo accedere ai negozi che erano organizzati per far fronte alle esigenze dei compratori notturni. Di giorno alcuni negozi rimanevano chiusi ed altri aperti. Il profumo di cipolle fritte era una costante della città: era l’unica cosa che non amavo. Mio padre, quando ero piccolo, mi obbligava a mangiarle controvoglia e con la violenza. Io riuscivo a malapena a masticarne qualcuna e poi vomitavo. Ho sempre odiato le cipolle, crude o fritte che siano. Una notte ho visto nella vetrina di un negozio d’alimentari una grossa confezione di paté d’oca, di cui sono golosissimo. Ne comprai una grossa quantità e mi ritirai cautamente nell’alberghetto che mi ospitava. Seduto ai bordi del letto, scartai il malloppo ed avidamente ne trangugiai una grossa porzione. Al contrario di quello in uso in Italia, questo francese era ripieno di cipolle. Mi paralizzai per l’orrore ed il disgusto; quindi violenti conati irrefrenabili mi costrinsero a vomitare tutto il contenuto dello stomaco. Incominciai a stare attento ai cibi francesi: bellissimi e ben decorati all’esterno ma ripieni di cipolle che sono per me come la “Kryptonite” per Superman.
Quasi tutti i dipinti di Parigi da me eseguiti segnano le prime ore della mattina, dall’alba fin verso le ore otto-dieci; in provincia invece, assai lontano dai percorsi ufficiali, ogni ora era ed è buona, anche di notte, per dipingere. La Francia mi affascina tuttora perché il suo territorio è immenso rispetto alla popolazione residente. Le strade sono quasi tutte belle, comode e poco frequentate e nel corso degli anni ho apprezzato che qualsiasi piccolo villaggio ha il suo bello ed antico alberghetto per mangiare e dormire e quindi mi posso avviare verso l’interno senza avere l’ossessione di riuscire a pernottare. Il sistema a self-service o a buffet di questi alloggi mi entusiasma. L’unico neo sono le camerette piuttosto piccole rispetto alla mia mole. Trovai poi un posto fisso a basso costo, poco lontano da Parigi, in una di quelle casette di legno, con annesso locale anche per gli ospiti ed una cucina centrale. Tutto l’edificio era in legno e tutto si faceva in modestia e simpatia, erano simpatici pure i frequentatori fissi che vi venivano per bere e giocare a carte. Queste abitazioni si chiamavano La chaumier. Nei dintorni scorreva la Senna industriale, e a voler cercare, si trovava sempre un buon paesaggio. A Parigi si accedeva tramite la ferrovia oppure con l’auto. In pratica era una sistemazione a buon mercato che mi riparava dal freddo e dal caldo e mi metteva a disposizione la cultura della metropoli. Un poco come per Strà sul Brenta che mi permetteva a poco prezzo di essere a due passi da Venezia. In questi luoghi ho dipinto un buon numero di quadri.

L’ALBERGO DI NAPOLI

Mi ero impegnato con una galleria del Vomero a fare una mostra personale. Avevo spedito bene imballati i quadri e duemila manifesti, che non furono mai applicati ai muri, nonostante il pagamento anticipato. Le assicurazioni si rifiutarono di farmi una qualsiasi polizza contro il furto ed il danneggiamento sentendo la parola “demonio”: Napoli. A stento riuscirono a convincermi adducendo come motivo che tutte le assicurazioni erano in completo fallimento proprio per la città di Napoli e che si rifacevano solo con il nord. Pensai ad una forma esacerbata di razzismo finché non giunsi in aereo a Napoli. Marisa ed io decidemmo di noleggiare un taxi e su questo veicolo conoscemmo cose impensabili. Il tassista, tranquillo, andava contromano, saliva sui marciapiedi, dove c’era l’erba e la scritta “Vietato calpestare i fiori”. Ci trovammo diverse volte fermi, ingorgati in quelle che venivano definite “croci uncinate”. Il tassista, tranquillo, estraeva il giornale e si metteva a leggere. Noi incominciavamo ad essere ansiosi e domandavamo: “Cosa succede?” Rispondeva placido il guidatore: “Niente paura, questa è la solita croce uncinata. Vedrete che fra qualche minuto sparisce come se nulla fosse successo”. Difatti, dopo qualche minuto si riprendeva la marcia.
I semafori erano lì per bellezza: tutti passavano col rosso, tutti entravano nei sensi proibiti, tutti facevano il comodo loro. Non c’era una macchina sana, intatta. Tutte recavano segni macroscopici di scontri mostruosi. Tutti i guidatori erano Tazio Nuvolari e tutti colorivano le loro gesta con fiorite bestemmie ed inviti ad andare a quel posto. Gli autisti tenevano costantemente fuori dal finestrino il pugno sinistro chiuso tranne l'indice e il mignolo. Giungemmo finalmente ad uno dei più lussuosi alberghi in stile, su una collinetta, da cui si godeva uno splendido panorama. Ci accolsero tutti in livrea, due persone per due valigie, ossequi a non finire. Salita in ampio ascensore con tanto di operatore addetto. Finalmente giungemmo in camera. Si diede la mancia ai portaborse e poi Marisa, come tutte le donne, diventò curiosa, sollevò il copriletto e per poco non le venne un colpo: le lenzuola erano sporche di cacca e di mestruo. Subito ci recammo giù nella hall, pagammo il conto e chiamammo un altro taxi, alla ricerca di qualche albergo meno pomposo ma più pulito. La ricerca risultò vana e alla fine, disperati, puntammo sul più alto e moderno albergo della città, vicino al Maschio Angioino.
All’apparenza l’albergo era simile a quelli che si vedevano a New York: super lusso, con una marea di camerieri. Ci diedero una stanza ai piani alti e ci condussero su uno dei due mega-ascensori. Entrammo in camera e subito venni soffocato dal caldo: i termosifoni erano accesi al massimo ed io per sopravvivere aprii completamente la finestra. Andai in bagno ed aprii la doccia per farmi un bagno ogni dieci minuti. Tutti gli attrezzi erano svitati e non si poteva fare conto su di essi, come il porta-asciugamani e via dicendo. Il letto però aveva lenzuola pulite. Trascorsi una notte bestiale, alle sei dell’indomani ero già in piedi. Mi incuriosiva il fatto che i due ascensori avessero uscite dispari. Dove si fermava uno, non si fermava l’altro e mi convinsi che in caso di incendio dovevamo fare una rampa di scale per raggiungere l’altro se il nostro non veniva alla chiamata. Curioso affrontai le scale che apparivano grandi e quindi dovevano essere comode. Invece tutte e due le rampe delle scale erano completamente ostruite da ogni tipo di rifiuti. Letti, materassi, bidet, lavandini, sacchi di immondizia e tutto quanto la fantasia può permettere di immaginare. Sorpreso ed infuriato per tale disordine che rappresentava un serio pericolo per gli ospiti, decisi di aspettare nella hall per lamentarmi con il direttore. Nel frattempo osservavo un esercito di uomini e donne addetti alle pulizie che tranquillamente conversavano e si gustavano il caffè. Quando giunse il direttore, osai informarlo dettagliatamente su quanto veduto. Lui mi guardò come solo un napoletano sa fare e poi rispose serafico: “Caro signore, non vado a vedere perché altrimenti dovrei licenziarli tutti!" e riprese come se nulla fosse successo a fare quello che stava facendo. Alla fine della mostra, chiedemmo al gallerista di pagare l’IVA sul venduto. Lui ci guardò come si osserva una bestia strana e poi sbottò: “Ma che IVA ed IVA. Queste sono cose inventate per quelli del nord!” Qui nessuno paga niente: tutte queste gabelle sono inventate per i settentrionali!

DA PALERMO A SCICLI 1979

Terminata una mostra di pittura piuttosto stressante, Marisa ed io decidemmo di fare un bel viaggio in Sicilia a trovare i parenti. Pochi giorni prima era caduto un aereo passeggeri proprio a Palermo e noi decidemmo di partire lo stesso il giorno 17 dicembre 1979 con un aeroplano diretto nel capoluogo siciliano. Arrivati per bene e senza alcun incidente nonostante la superstizione, ci facemmo trasportare in uno dei migliori alberghi del centro. Entrammo con le valigie in mano e le depositammo ai piedi per sbrigare tutte le pratiche relative al soggiorno in albergo. “Attenti alle valigie!” disse con preoccupazione l’addetto in divisa al bureau d’accettazione, “Qui siamo a Palermo e le valigie prendono il volo da sole. Ci accompagnarono in una lussuosa stanza con tutti i servizi e persino un piccolo frigobar, nel quale trovai soddisfazione saccheggiandolo totalmente. Scendemmo nella hall per uscire e ricevemmo raccomandazioni di tener presente il portafoglio e ben stretta la borsetta. "Qui, specie nelle zone più affollate, si forma un piccolo capannello di persone e mentre voi guardate curiosi, loro vi fanno barba e capelli". Noi non credemmo una sola parola e ci parve strano che proprio i Siciliani ed in altre occasioni i meridionali fossero così poco generosi nei confronti dei loro concittadini. Marisa, per precauzione, si mise a tracolla la borsetta e se la infilò sotto la pelliccia di lupo bianco. Io non avevo alcun problema perché nel mio portafogli non è mai esistito denaro, neanche in transito. Mi limitai a consegnare a Marisa i documenti e poi via a goderci Palermo. Senza meta precisa, visitammo i Quattro Cantoni ed indicai il ristorante dove da militare venivo a cenare grazie ai ritratti fatti ai commilitoni. Passammo ad ammirare il municipio e la Fontana della vergogna. Girammo a casaccio e ci ripromettemmo di visitare il mercato della “Vucciria” l’indomani mattina. Vedemmo, credo in via Roma o via Nazionale, una galleria d’arte moderna con esposte in vetrina rivoltelle, oggetti vari e tante cose. Pensammo che fossero multipli di qualche artista d’avanguardia come Piero Manzoni e chiedemmo al gallerista se c’erano anche le scatole di "merda d'artista".“E come no! Ma voi siete intenditori? Bravi, bravi” ripeté il mercante. Iniziammo una lunga conversazione sull’arte moderna e ci trovammo su piani opposti, ma al mercante non interessava affatto. “Stasera siete ospiti miei”, affermò chiudendo la serranda della galleria. Ci fece salire su una grossa BMW e ci fece visitare Palermo di notte fino alla famosa marina. Scendemmo e facemmo quattro passi a piedi. Il distinto signore ci indicò un piano bar e ci promise che avremmo trascorso la sera proprio lì come ospiti suoi. Ci portò in un famoso ristorante di pesce e ci abbandonammo al trionfo dell’epa. Gli argomenti di conversazione furono vari e si parlò del suo commercio, anche di pellicce di visone. Disse che veniva di frequente a Milano e tante, tante altre cose. Non so come, ma si arrivò all’argomento magia e delinquenza e ci assicurò che se avevamo qualche nemico da far fuori, non c’era che l’imbarazzo. Esisteva una piazza di Palermo dove ogni giorno si trovavano giovani pronti ad essere ingaggiati per compiere a tariffa ogni delitto secondo desiderio. Si pagava la tariffa più le spese di viaggio. Potevamo stare assolutamente tranquilli. Quei picciotti non sbagliavano mai e fece un elenco lunghissimo di specializzazioni: taglio di un orecchio o di tutte due, taglio del naso, taglio di un dito o più dita, taglio di una mano o di tutte due, taglio di un piede o di tutti e due, pestaggio a sangue oppure senza tracce, prelievo di un occhio o di tutti e due, scotennamento, incaprettamento, taglio della testa, sbudellamento, sforacchiamento, sparizione totale, organizzazione di rapimenti a scopo estorsivo oppure d’amore, minacce telefoniche, minacce con teste di animali morti, organizzazioni di attentati in Italia o all’estero, trasporto di valuta all’estero, e via così discorrendo. Bastava pagare e tutto avveniva secondo i nostri desideri. Mentre ascoltavo queste offerte, mi balenò l’idea di fare la pelle ad un certo gallerista che mi aveva maltrattato e ridotto in pessime condizioni economiche. Espressi questo progetto senza fare il nome della persona né il luogo dove avrebbe dovuto succedere l’evento: “Si può fare e costa solo seicentomila lire più trasferta!” Bastavano nome, cognome ed indirizzo. pagare le seicentomila lire e la trasferta ed entro una settimana al massimo il signore sarebbe stato sottoterra. L’idea mi piacque ma al momento non dissi nulla al Signore della morte. Lui continuò a parlarmi di tutte le armi che si potevano trovare senza alcuna difficoltà ed elencò anche i prezzi. Pareva che costassero di più i proiettili che l’arma.“OH! Tutte armi buone, funzionanti, nuove! Se volete c’è anche il bazooka ed abbiamo la possibilità di procurare razzi, carri armati e persino aeroplani”. Marisa ed io ci guardammo negli occhi, sorridemmo e passammo ad altri argomenti. Il galante accompagnatore si interessò sempre più a mia moglie ed incominciò a farle la corte. Al piano bar, ci presentò a persone, tutte eleganti e cortesi. Eravamo stati ammessi nella “buona società”!
La mattina seguente, dopo aver ben dormito decidemmo di prendere il treno per Scicli. La stazione di Palermo appariva moderna e ben fatta. Cercammo sui tabelloni gli orari e gli itinerari per Scicli. Non trovammo nessuna combinazione. Controllai il mio orologio con quelli fissi alle colonne della pensilina. Non c’era un orologio che segnasse la stessa ora. Sembrava di essere in certi aeroporti dove veniva indicata l’ora contemporanea ma su fusi diversi: Milano, Londra, New York ecc.
Chiedemmo l’ora ad un macchinista che sporgeva dal posto guida del treno. Non sapeva nulla perché non aveva l’orologio. Mi disse di chiederlo al capotreno. Lo avvicinai ed ebbi da lui la stessa risposta quindi mi indicò il capostazione. Anche lui non aveva l’orologio. Cortesemente domandò ai suoi addetti che risposero tutti quanti di non possedere l’orologio. “Insomma!” mi arrabbiai, “Ma la cipolla che lo stato vi dà in dotazione, possibile che voi non l’abbiate?”Con un sorriso ed un ampio gesto della mano, come per dire che ero un rompiballe, rispose: “Si sarà rotta oppure l’avrò persa”. Terminò così il discorso e continuò a fare quello che stava facendo.
Marisa ed io ci eravamo preoccupati anche perché non c’era modo di conoscere se c’era o non c’era un qualche treno che portasse a Scicli. Telefonai a mio cugino Giovannino che rispose tranquillo: “Non ti preoccupare. Qui non siamo a Milano. Vedi di prendere un treno che porti a Ragusa”. Ritornammo alla biglietteria e di nuovo chiesi notizie di treni per Ragusa. La risposta fu quella classica dei siciliani, che alzando gli occhi e la testa al cielo fanno smorfia con la bocca ed emettono un rumorino simile ad un sibilo:“Ma insomma, possibile che non sappiate se esiste un treno che attraversi la Sicilia fino a Ragusa o a Modica? Non pretendo che ci sia un treno che porti a Scicli!” Rispose meravigliato l’addetto ai biglietti: “Scicli? Ma è sicuro che è in Sicilia?” A questo punto decidemmo di prendere i biglietti per Ragusa e ritelefonai a mio cugino avvertendolo di venire alle stazioni di Modica o di Ragusa in modo da sapere dove scendere. Salimmo su una vecchia “littorina” a diesel, che probabilmente era la stessa su cui avevo viaggiato da Siracusa a Scicli nel 1945. Aspettavo il controllore per chiedere informazioni, ma non c’era. Andai davanti dove il macchinista curava bene di far stare sulle rotaie il residuato ferroviario ma anche lui non sapeva nulla. L’orologio non lo possedeva e quelli delle stanzioncine non funzionavano. I pochi passeggeri non avevano l’orologio e non parlavano. Tutti i loro occhi erano puntati su Marisa. Finalmente arrivammo a Canicattì. Grande stazione moderna. Anche qui gli orologi erano fermi. Trovai un signore con in mano la paletta rotonda del capostazione e gli chiesi se possedesse la cipolla in dotazione alle ferrovie. Nessuno sapeva che lo Stato forniva ai ferrovieri la cipolla. “Ma almeno l’orologio personale; ce l’ha?” domandai ansioso. Il brav’uomo disse di sì. Scoprì il polso ma mi rispose “è fermo”. Disperato domandai: “Allora i treni qui in Sicilia come fanno ad andare? Non ci sono linee ed orari indicati, come si fa a programmare un viaggio?” Il capostazione alzò le braccia al cielo e se ne andò senza darmi risposta. Ritornai dal macchinista e gli chiesi: “Come vi regolate per le fermate e le partenze?” Tranquillo mi rispose: “Fermo il treno anche in campagna se vedo contadini che vogliono salire oppure devono scendere e per la destinazione arrivo fino a dove posso, a volte finisce la riserva e devo aspettare il carburante”. Avvilito, ritornai da Marisa dicendo che d’ora in poi io avrei guardato con la testa fuori dal finestrino da una parte e lei dall’altra in maniera che se avessimo visto Giovannino avrebbe voluto dire che era lì che dovevamo scendere.
Finalmente vedemmo Giovannino, né a destra né a sinistra: era in mezzo alle rotaie che agitava le braccia per fermare il treno, altrimenti il macchinista avrebbe tirato dritto. Dopo l’avventura di questo viaggio, ci godemmo una settimana di splendida Sicilia in compagnia di splendidi e affettuosi parenti.
In quei giorni soffiava forte lo scirocco e poi il phon. L’albergo sulla spiaggia ci permetteva di osservare uno spettacolo unico. Grosse onde rumorose spazzavano le spiagge. Il mare era di colore verde e Rocco, piuttosto piccolo e magro, si mise nelle tasche della giacca e dei pantaloni parecchie pietre pesanti per non essere trascinato via dal vento. Noi sorridemmo ma arrivati su qualche scogliera tra Cavadaliga e Sampieri ci rendemmo conto che i sassi di Rocco erano un segno di saggezza. Alla partenza, ci accompagnarono in auto fino all’aeroporto di Catania e vedemmo sfatato il mito che in Sicilia non nevica mai. L’aereo del ritorno sorvolò l’Etna ed il suo pennacchio di fumo ed ebbe qualche disavventura come grossi vuoti d’aria ed infine la rottura del pilota automatico. Dalla cabina di guida uscirono di corsa all’altezza di Napoli due uomini dell’equipaggio seguiti da due hostess di volo. Più tardi, nel discendere a terra ci raccontarono che erano saltati i comandi e non so come quelle persone erano andate per comandare o aiutare a manovrare l’aereo a mano. Mi complimentai con il pilota, bravo davvero, ma decisi che tutto sommato l’auto per me andava meglio.

AD AGRIGENTO COL BECCAMORTO

Siamo rispettosi della morte e naturale sorge la preghiera per la pace eterna dei defunti. Tuttavia un lontano mese di agosto… Un caldo bestiale ai piedi della collina che porta ai famosi templi; il bar aveva terminato la scorta di gelati e pareva che non ci fossero più nemmeno le normali bibite. Tre bottiglie da un litro e mezzo ciascuna di acqua minerale in confezioni di plastica a base quadrata. Bevevo a garganella, senza ritegno e mi faceva compagnia anche la morigerata Marisa. Anche lei bagnata madida di sudore. La mia camicia bianca era un tutt’uno con la pelle. Insomma una situazione da inferno siculo. Arrivò una Mercedes nera tipo funerale con a bordo una cassa con morto oramai in putrefazione. L’aria diventò subito ammorbata. L’autista e il compagno si buttarono letteralmente fuori dalla vettura semimorti sia per il puzzo irresistibile del cadavere che per l’orgia di caldo, lasciando spalancate le portiere si precipitarono all’interno del bar, dove bevvero tutto quello che c’era a disposizione. Pare si levassero berretto e giacca e tentassero di farsi la doccia spudoratamente in mezzo al pubblico che sveniva per le micidiali zaffate di morto putrefatto. Fu allora che mi venne la brillante idea di chiedere al poveraccio del cameriere che girava con vassoio, acqua e bicchieri, pantaloni neri appiccicati alle gambe e giacchetta ex bianca translucida divenuta tutt’unico con camicia, peli e pelle, quanti gradi facesse la temperatura. “Subito, signore. Adesso vado lì dove c’è il grosso termometro a muro”, cosi si espresse il quasi defunto onesto lavoratore. Dopo qualche secondo ritornò e sparò sull’attenti: “Fanno esattamente trentacinque gradi, signore!” Attese la mancia che non venne e poi se ne entrò nella bolgia infernale del bar. “A me non convince per niente, questo cameriere” dissi a Marisa. “Per me ci sono cinquanta - sessanta gradi all’ombra”. Serena come sempre Marisa rispose “vai a vedere tu, il termometro è proprio accanto a te”. Con uno sforzo sovrumano mi alzai dalla sedia che era rimasta incollata al mio sedere e portandola appresso feci due o tre passi in direzione di un gigantesco termometro a muro. Arrivato proprio sotto lo guardai incredulo. Era completamente sfasciato ed arrugginito da almeno trent’anni. Non seppi trattenermi dalle risa e man mano che ritornavo da Marisa, l’ilarità diventava isterica. Lei rideva perché vedeva me ridere ed io mi scompisciavo per la faccia tosta del cameriere e non riuscivo a spiegarmi. A furia di far segnacci ed a parole mozze riuscii a farmi intendere. Non ci credeva Marisa e volle andare di persona a controllare. “Io non ci capisco niente, ma mi pare che il termometro sia guasto” disse seria. Effettivamente la mia risata era isterica perché il cameriere mi aveva preso in giro. Tuttavia decidemmo di richiamarlo per pagare il conto. Lui ritornò serio e professionale. Gli domandai: “Lei non è di qui?” “No, sono napoletano” rispose con serietà. Fuggimmo via dalla puzza nauseabonda del povero morto destinato chissà dove, fuggimmo via dal caldo e fuggimmo via dal cameriere napoletano.

ESPERIENZA PADOVANA

Molti, molti anni dopo quelle esperienze, all’età circa di ventisette anni, mi trovavo a Padova, la bella città del Santo. In attesa di vedere la fidanzata ed andare a cena assieme, ebbi la bella idea di entrare in un cinematografo del centro, Cinema Vittoria, vicino alla famosa Piazza delle Erbe e Piazza della Frutta. Al botteghino, per fare il biglietto, avevo notato strani sguardi e risatine sommesse, taciti scambi d’intesa con scoppio di risa a malapena trattenute. Inarcai un sopracciglio e cercai con uno sguardo circolare di capire cosa stesse succedendo e mi soffermai con l’occhio sulla mia immagine riflessa da uno specchio. Chissà che avessi addosso qualche stramberia di cui non mi fossi accorto. Ad un rapido esame su me stesso, mi risultò di essere totalmente nella mia normalità, magari un poco abbondante come corporatura, magari un abbigliamento non proprio alla moda, visto che Padova è sempre stata una città elegante, abitata da persone eleganti e raffinate, una città dove anche la colf indossava come divisa la pelliccia di visone e sei portato a scambiare per un “commenda elegantone” anche il più umile dei fattorini, che fatto il servizio non se ne va se non riceve la giusta mancia. Forse ero un poco provinciale, dato che non badavo mai a spendere troppo per il mio abbigliamento e compravo sempre abiti già confezionati. Porsi alla maschera il biglietto come d’obbligo e questi, con gli occhi verso terra, senza guardarmi in faccia, stracciò il biglietto favorendomi l’ingresso alla sala di proiezione. Non avevo fatto caso al film che proiettavano, tanto era un modo come un altro per trascorrere qualche ora al caldo, mentre fuori piovigginava come era giusto nei mesi invernali. Appena entrato, ebbi una strana sensazione, che scacciai dalla mente per non turbarmi. Volevo godere il film e cercai sul fondo della sala una poltrona isolata. Appena seduto mi accorsi che le poltrone erano scosse ritmicamente e costantemente come se qualche idiota lo facesse per divertimento. Improvvisamente quattro o cinque persone mi si avvicinarono mettendomi in uno stato ansioso. Nell’aria incominciavo a distinguere voci allucinate di maschi e femmine che sembravano ansimare violentemente con emissione di grida e frasi irripetibili. Appena mi abituai all’oscurità, riuscii a distinguere fin troppo bene cosa stava accadendo tra i sedili attorno a me: abbandonai ombrello ed impermeabile e come un folle saltando come un canguro oltre la muraglia umana mi precipitai fuori dalle porte della sala. Gli addetti ai biglietti mi risero sguaiatamente in faccia ed ammiccarono con mimica e gesti ad eventuali rapporti sadomasochistici che ritenevano fossi andato a cercare in quel cinema squallido. Gridai loro in faccia: “Maledetti, lo sapevate e non mi avete detto nulla! Che Dio vi strafulmini!” ed uscii disperato nelle strade di Padova sotto la pioggia con un evidente aspetto paragonabile a chi avesse incontrato faccia a faccia l’intera corte dei demoni, con Satana in persona e tutti gli altri. I padovani mi guardavano, sorridevano e scuotevano la testa in segno di grave disapprovazione: ebbi la sensazione ormai di essere stato catalogato come un degenerato frequentatore abituale di quella sala di Sodoma e Gomorra. Ormai parlavo da solo ad alta voce. Guardavo quei vili di padovani che pur sapendo, mi avevano taciuto. “Maledetti, che vi caschi l’uccello!” Vagai smarrito in quelle splendide piazze, entrai a curiosare sotto i portici, finché incappai nella mia dolce fanciulla che parve capire al volo tutta la situazione e mi disse serafica: “Sei andato al Cinema Vittoria?” Probabilmente la forza pubblica non entrava nemmeno, forse per paura di essere sodomizzata.

C'ERA UNA VOLTA UN BOSCO… ( da un raccontino dell’infanzia di Pier Andrea)

Dall’infanzia con la nonna, riemergono alcuni dei ricordi più belli. Passavamo qualche tempo d’estate su un colle del Lago Maggiore. Il paesino si chiamava Massino, sopra Lesa e lo conoscevamo perché alcuni contadini, che portavano frutta al mercato di Legnano, provenivano appunto da questo luogo. Allora ci si adattava volentieri a vivere in vecchie case di pietra, senza acqua né gabinetto. Tutto per me era gioco e scoperta. Dal paese al lago sottostante “fioriva” uno splendido bosco che io amavo discendere e risalire con l’abilità e la destrezza di un giovane animale. Il bosco, con i suoi ruscelli, le sue balze, i suoi silenzi ed i suoi animaletti era per me luogo di favola. Era tale la sua magia che ancora oggi la rivivo.
“Io scappo volentieri dalla nonna e corro giù nel bosco fino a Lesa e poi di corsa torno su. Come è bello il sentiero nel bosco! Ascolto la sua voce, godo della sua ombra e salto dalle rocce e cerco tra le felci i funghi che sono belli e con il gambo bianco e la testa rossa. Io desidero trovare quelli marroni, mangiati dai vermi e quando li vedo sono felice e il cuore mi batte forte e li guardo e li guardo e poi non so resistere e li colgo. Peccato che i contadini dicano che non sono buoni da mangiare e li chiamano “farè”. Il suonatore di piffero di Massino mi dice che bisogna andare a cercarli alla mattina molto presto. Peccato che la nonna non voglia!
Anche mio papà con mia sorella sono scesi con me attraverso il bosco ed io sono stato felice. Abbiamo camminato lungo il lago fino a Meina e poi siamo risaliti fino a Nebbiuno. Mi piace andare in barca alla sera e vorrei remare io. Ma tutti vogliono questo onore ed io non ci riesco mai. Mi piace sentire il remo che fa splash nell’acqua e vedere Pallanza lontano, riflessa nel lago. Il cielo imbrunisce e tutto è calmo ed io vorrei restare sempre nella barca. Vedo le luci dei pescatori in mezzo al lago e penso di esserci anch’io con loro a fare il pescatore di Pallanza e poi vendere il pesce sulle bancarelle sotto la chiesa di S. Leonardo di fronte al mausoleo di Cadorna.
Vicino alle carceri c’è una stradina dove sotto l’intenso blu del cielo ed il caldo del sole le ombre degli alberi si muovono e mi danno la gioia delle luci, delle ombre e dei colori. Il cielo è azzurro e le siepi piccole del bosco mi seguono nella passeggiata su nella collina, di fronte al “Kursal”, sopra la casa dove sono nato, in una povera abitazione accanto ad una villa, in mezzo al verde delle mie piante e vicino al lago, con le sue onde piccole dell’isolino di S. Giovanni. Lì sotto gli amici pesci mi aspettano e sembrano fare gli sberleffi: “prendici, se sei capace!” ed immagino mi facciano come fanno di solito i bambini cucù”.

PREGI E DIFETTI DI MIA MADRE

Intelligente, dotata di quel sorriso che ho poi ereditato io, capace di intrattenere simpatiche relazioni sociali, grande lavoratrice, onestissima, religiosa, tuttavia il comando della casa era totalmente suo. Lei faceva e disfaceva anche perché il suo stipendio era il doppio di quello di mio padre. Ricca di complimenti verso di me quando disegnavo in casa perché così stavo buono e non mettevo in ansia la nonna. Infatti io scappavo sempre per stare assieme ai compagnucci delle case popolari, in mezzo a pericoli di ogni sorta. Troppo disinvolta nel promettere e non mantenere mai e soprattutto per nulla psicologa. Anche lei, come mio padre, credeva che il figlio fosse una bestia selvaggia da domare e che la sua volontà non contasse proprio nulla. Siamo lontani milioni di anni luce dall’atteggiamento attuale nel quale si fa esattamente il contrario grazie a progressi sociali. Mia madre desiderava solo la felicità della figlia, concedendole tutto, anche quello che sarebbe stato meglio non darle. La difendeva per cause sbagliate, come contro la ginnastica, anche scontrandosi violentemente con mio padre. Un giorno nel quale mi si rimproverava la mia scarsa attitudine allo studio e si esaltavano invece i grandi meriti di mia sorella, mi uscì spontaneo affermare: “Tu vanti tua figlia ora, che fa quello che vuole, studia quello che le piace e farà quello che desidera! Ti dico però che lei al primo ostacolo nella vita cadrà e non si rialzerà più!”. Purtroppo ho avuto ragione io forse perché a me fin dalla nascita non è mai stato perdonato e concesso niente, e, tra lacrime e botte, forse ho talmente rinforzato il mio carattere da riuscire poi a sopravvivere a tutte le difficoltà da solo o con l’aiuto di Marisa, che del resto ho scelto io come moglie. Per quale motivo tra me e loro c'era così vistosa differenza di carattere? Semplicemente perché mia madre e mia sorella erano due femministe ante litteram, nei fatti, e per nulla propense ad ascoltare le ragioni altrui specialmente dei maschi. Con grande intelligenza e grandi qualità di morale, tuttavia entrambe sono state sempre profondamente convinte che solo loro avessero il monopolio della verità. A tutte e due pareva che bastasse essere in possesso di una laurea (ottima) ed essere chiamati dallo stato sulla cattedra, per conoscere le verità assolute ed indiscutibili. Quindi tutti gli altri dovevano solo obbedire. Guai a chi avesse opinioni diverse. La realtà d’ogni giorno è invece estremamente sfaccettata e tutto è possibile, tanto è vero che osservandola affermai: “La realtà supera la fantasia”. Potrei dire che erano simili al Papa Ratzinger che afferma: "No al relativismo!"

COME SI TRUFFANO GLI INGORDI

Il bel signore, con tanto di barba e baffi curati come pochi possono vantare, ostentava un grande luminoso anello di diamanti che d’abitudine mostrava alzando ritmicamente il braccio al fine di lisciarsi i baffi. I riflessi di luce di tutto l’arcobaleno garantivano assieme al vestito di classe, doppiopetto con gilet e catenone d’oro legato alla notevole cipolla sita nel taschino, il benessere economico e la classe dell’illustre visitatore. Sceso dalla lussuosa Mercedes, con tanto d’autista in livrea, si appoggiava ad un bastone d’altri tempi più idoneo a completare l’immagine del suo padrone che non a sorreggere la mole notevole di siffatto personaggio.
Con atteggiamento d’esperto, il distinto signore passava in rassegna le mie opere. Ad un passo dietro di lui, apprezzavo i complimenti bofonchiati tra la barba ed i baffi come se il “signore” si accorgesse per caso d’aver scoperto un ottimo pittore. “Grande disegnatore, non c’è dubbio!” sentenziò questo personaggio ancora sconosciuto ma di sicuro ottimo intenditore. Nel frattempo in galleria erano entrati altri personaggi che si meravigliavano per la bravura di questo ancor giovane talento. Uno scatto d’entusiasmo portò il magnifico intenditore a soffermarsi sulle parole degli altri signori. “È vero: è anche un gran colorista, una mano svelta e sicura, una personalità inconfondibile!” Si trovarono tutti d’accordo ed io gongolavo dentro di me. “Questa volta faccio affari, vendo tutto” dicevo tra me e me. Il gran signore si informò dei miei prezzi e commentò: “Non male, non male! Però deve aumentarli del doppio!” Io rimasi attonito. Che voleva dire questa frase? Non osai fiatare e rimasi in tensione aspettando altre parole. “Le interessa vendere tutta la mostra?” mi domandò con aria sorniona e socchiudendo gli occhi l’illustre sconosciuto. “Certo, signore: sono qui apposta per vendere, oltre che a far apprezzare il mio lavoro!” risposi con commozione. “Ha altri quadri in studio?” domandò ancora il gran signore. “Qualcuno lo devo avere per forza, magari più di uno; devo controllare” risposi al colmo della felicità. “Bene, Bene!” rispose con soddisfazione il gran signore. “Però dobbiamo accordarci!” Mi guardò dritto negli occhi e si collocò nell’orbita oculare destra il monocolo d’altri tempi. “Io conosco un grande collezionista che potrebbe comprare tutta la mostra e tanti altri quadri che lei riuscisse a fare in breve tempo”. La mia felicità era al massimo: un’occasione così non mi era mai capitata, forse l’avevo sognata, magari vista rappresentata in qualche film o commedia. Questa era tuttavia realtà. “Certo, signore: sono a sua completa disposizione!” affermai con malcelato entusiasmo. “Mi dica cosa devo fare” continuai fiducioso. Il gran signore e gli altri visitatori mi si avvicinarono e mi soffiarono nelle orecchie “Noi le garantiamo la vendita, lei guadagnerà molti soldi ma noi vogliamo la nostra percentuale!” detto ciò, il gran signore si fermò in attesa di un mio consenso. “Certo, signore, io le riconoscerò tutti i suoi diritti”. La tensione si allentò e con soddisfazione di tutti il signore allungò la mano verso di me in gesto di stima e si presentò: "Io sono il maestro..., andiamo a casa sua a perfezionare l’accordo.”
A casa mia, il maestro ed i suoi compagni esaltarono ancora le mie eccezionali qualità. Poi, seduti in poltrona, gustandosi il caffè offerto da Marisa, incominciarono ad istruirmi. “I suoi prezzi sono troppo bassi, un pittore come lei deve vendere al triplo di quello che chiede; noi le consigliamo di riaprire la mostra con questi prezzi (ed indicò le cifre) e non deve fare sconti di nessun genere; verrà un uomo malvestito, dall’aspetto di un operaio straccione, non gli creda: è in realtà un miliardario che vuole speculare sui giovani talenti. Io sono stato incaricato da lui di scoprire questi giovani pittori non ancora celebrati. Solo così si fanno gli affari! Comprando i quadri di autori validi ma ancora sconosciuti”. Si fermò ad aspettare una mia reazione. “Sono d’accordo” risposi con entusiasmo. "Bene!” riprese il gran maestro agitando vistosamente l’anello con i brillanti e lisciandosi i baffi. “Però noi vogliamo il 50 per cento dell’affare”. Rimasi un poco perplesso. Guardai negli occhi Marisa, che li abbassò, lasciando a me la decisione. Come quando si sta per morire e nella mente riappare il film della propria vita, tentai di confrontare il passato con il futuro più garantito dal bel guadagno. Avendo due figli piccoli e nessun aiuto da parte di nessuno, decisi di allungare a questi signori una simile mazzetta. Una cifra simile non l’avrei mai sospettata. Eppure, calcoli a mente, si trattava di un bel colpo.“Va bene, sono d’accordo!” risposi deciso. “Allora vada subito in studio e dipinga tutta la notte, dipinga come lei sa fare e faccia più quadri che può”. Si alzarono, salutarono e se ne andarono.
Io e Marisa ci abbracciammo: era la prima volta che la fortuna ci benediceva. Ci voleva proprio quel sant’uomo di un maestro scopritore di talenti. La notte stessa dipinsi tutto quello che la fantasia eccitata mi suggeriva. Finii i colori. Trovai latte di tempera per i muri. mancava qualche tinta. L’eccitazione mi faceva superare tutti gli ostacoli. Dipinsi almeno venti quadri di soggetto diverso: barattoli sporchi di colore, appena usati, nature morte, figure di donne e tutto ciò che l’estro mi suggerì quella notte. Dopo qualche giorno, passato in ansia, arrivò finalmente il miliardario.
Entrò un ometto, pelato, vestito con tuta da operaio, di misura piccola rispetto al corpo più grasso che massiccio. Claudicava con le gambe arcuate. Non salutò e incominciò a guardare i miei quadri. “Che porcherie!” esclamò con disprezzo. Quello fu il segnale di stare in campana: era arrivato lo speculatore e si sa che chi disprezza compra. “È lei il pittore?” mi domandò dal basso della sua statura. Il labbro atteggiato al disprezzo.“Come si fa a fare queste schifezze?” continuò l’omuncolo.“Questo è proprio lui” dissi tra me e me. Una pausa di silenzio; poi il miliardario travestito all’improvviso disse: “Adesso non ci ho tempo, ci ho fuori il coriasco in sosta vietata. verrò con una persona”. Non mi salutò e se ne andò. Dopo qualche giorno ritornò accompagnato da un critico d’arte di fede marxista. Me lo presentò dicendo: “È un comunista ma l’è in gamba!”. Insieme andammo a pranzo in un modesto ristorante, ospiti miei. Seduti al tavolo imbandito, il miliardario si scioglieva dal piacere nel sentir parlare il critico d’arte nonché direttore di una rivista culturale. Costui parlava sciolto e con competenza e le sue parole rivolte a Van Gogh, che dopo aver dipinto i suoi quadri stramazzava a terra sfinito, facevano commuovere il miliardario. Quel critico sapeva il fatto suo. Trovava tanti punti in comune con la mia pittura, schietta, sincera, espressionista ecc. ecc. Al miliardario promise un grosso servizio sulla mia “arte” nella sua rivista culturale.
Qualche giorno ancora ed ecco riapparire il miliardario, questa volta vestito bene ed in compagnia della moglie e della figlia. Queste poverette erano totalmente dipendenti da quest’uomo, apparentemente un lupo mannaro per gli affari. La moglie si lamentò di aver rotto le calze e chiese i soldi per comprarne un paio nuovo. Ringhiata furiosa del capitalista che rimproverava le sue donne di spendere tutto il suo sudore in cianfrusaglie e cose inutili. Alla fine scucì qualche lira e lasciò che le due donne scialassero i suoi soldi in un negozietto del centro. Intanto il mastino si fece avanti con precise proposte.“Se io le ritiro tutte le sue porcherie, che prezzo mi fa?” Istruito a dovere, sapevo che se avessi tentennato e ceduto sul prezzo l’energumeno si sarebbe ritirato dall’affare. Perciò gli dissi a muso duro: “Questo è il prezzo e non faccio sconti a nessuno!” Intanto pregavo che quella frase fosse giusta e stavo in ansia ad aspettare la risposta dell’energumeno. “Va bene, ma lei è un imbroglione. Adesso vengo con il coriasco e carichiamo tutto. Ce ne ha ancora di quadri?” Era fatta. Ora potevo sognare il mio bel guadagno. “Certo che ne ho ancora, in studio e a casa”. L’affarista concluse: “Allora andiamo a caricare”. Quando giungemmo a casa, si sedette al tavolo per firmare un assegno. Compilatolo, me lo porse e mi disse a mezza voce: “Ora però voglio in regalo questo "Arlecchino!” Si trattava di un grande Arlecchino appeso al muro, opera della mia infanzia. Io tentennavo: la cifra era da capogiro. “E no!” intervenne mia moglie. “Rieccole il suo assegno e l’Arlecchino rimane dov’è.” L’audacia di Marisa mi sorprese. Col fiato azzerato temevo una reazione di rifiuto all’affare; invece il “mostro” abbassò, vinto, la testa, si alzò e se ne andò. Era fatta: potevamo vivere con più tranquillità per un poco di tempo. Questa è la vita dell’artista. Feci un gran medaglione d’oro puro con grossa catena e dopo qualche giorno lo regalai alla moglie disgraziata dell’avaro, che se ne appropriò subito senza ringraziare né dire beh. Vivevo felice giorni d’entusiasmo ma le cose maturavano in altro senso. La banda dei malfattori in guanti bianchi cambiò subito atteggiamento nei miei confronti. Prima si fece dare in contanti il prezzo pattuito come mediazione, poi mi ingiunse di approvare esplicitamente le scelte di altri pittori che loro intendevano proporre al miliardario. Mi dissero che dovevo fare una mostra importante, naturalmente a mie spese, a Bergamo e che avrei dovuto vendere a caro prezzo perché la vittima sarebbe ritornata a controllare se aveva realmente fatto l’affare.
La mostra era già in programma e andò bene per conto suo. Quando venne il “maestro” a raccomandare di tenere alti i prezzi e a fingere una vendita a quei prezzi, il gallerista rispose per le rime: “Non c’è bisogno di barare! Le opere di vaccaro sono stupende e si vendono bene. Fuori dalle scatole!” La realtà ci fu amica: vendemmo bene e la critica fu estremamente favorevole. Nel frattempo l’industriale mi chiese di esprimere il mio parere ed io lo feci onestamente. Qualche giorno dopo fui minacciato dalla banda perché intralciavo i suoi piani. Risposi audacemente per le rime e a mia volta minacciai loro di evidenziare tutto il mio riserbo sull’operazione che la vittima stava compiendo. Affermai che avrei sempre detto la verità, tutto quello che pensavo ed avrei quindi avvisato la vittima di stare attento. In realtà la banda, dopo aver fatto affermazioni strane che non capii, fece in modo che io non fossi mai più avvicinato dal collezionista. Probabilmente mi denigrarono e mi disprezzarono. Tuttavia nessuno mai più ritornò a rivendicare qualcosa da me. Solo una ventina d’anni dopo mi fece visita il capitalista che aveva fondato una grande galleria a Milano. Mi chiese piagnucoloso qualche monografia sulle mie opere e poi sparì. Così vanno le cose.

DA SHAKESPEARE, SI TROVA UN INVITO A SPERARE.

Il messaggio amaro che traggo dall'esistenza della mia famiglia è questo: non c'è speranza per gli onesti. Non vale il sacrificio ed il comportarsi bene, secondo una morale insegnata, per tenere le masse tranquille segregate nel terrore della punizione dopo la morte. I furbi, i vincitori sono i disonesti, quelli che si servono delle leggi morali per controllare gli altri, mentre loro rubano, con eleganza, secondo le leggi. Il vero Dio del mondo è il denaro e le banche sono le vere chiese! Se tuo padre è importante e può aiutare anche gli altri, allora tutte le porte ti si aprono e tu puoi sperare in un futuro. Altrimenti sei rifiutato: non c'e merito che tenga; quello che conta è il conto in banca. I poveracci a volte, per non scomparire, diventano pedine dei più potenti, magari servitori delle mafie. Anche nel campo dell'arte vale la stessa regola. Se puoi far guadagnare molto gli altri, vai bene, altrimenti sei zero. Tuttavia Shakespeare ci dà la speranza che a volte il valore e il coraggio possono vincere. Enrico V d’Inghilterra, ormai perduto, senza più esercito né forza, viene oltraggiato dall’araldo francese che gli porta l’annuncio della sconfitta e la proposta per il suo riscatto. Egli deve subire la tracotanza dei principi nemici, freschi, ben armati e protetti in corazze scintillanti, con destrieri di fuoco e soldati numerosi e sicuri della vittoria. Ebbene è proprio la disperazione di Enrico V, che dal basso della sua inferiorità, slancia gli animi dei superstiti alla vittoria, alla quale nemmeno crede. Dopo la battaglia, l'araldo francese si fa umile ed implora di seppellire i cadaveri dei suoi soldati sommersi nel fango e nella vergogna, così Enrico V prende coscienza dell’ insperata vittoria. Anche il povero ed isolato pittore schiacciato sotto il tallone del potentissimo esercito dei nemici riesce a sconvolgere l’avversario, troppo sicuro del proprio trionfo. Non già la forza delle armi e del denaro, ma la forza delle idee avrà la vittoria.

IL MERCANTE “RE SOLE”

Voleva trarre vantaggio dal mio nome che era stato reso noto a livello nazionale da un articolo apparso in terza pagina, la pagina della cultura, in un notissimo quotidiano. Mi chiese subito di ripetere l’operazione che fu impossibile per il rifiuto dello stesso giornalista. Il Re Sole aveva già comprato tutto quanto avevo in casa e nello studio e pagato senza batter ciglio. Ora, con il contratto capestro, si vendicava. Se sarà il caso pubblicherò il contratto stesso e tutti i successivi. La sostanza fu che Lui divenne padrone assoluto e dispotico di me come creatore d’arte. Ebbe così il controllo assoluto su quattrocentoventicinque quadri. Ne tagliò qualcuno senza la mia autorizzazione e ne vendette separatamente le parti. Ebbe migliaia di litografie originali ed anche le lastre “biffate”. Mi dovetti comprare qualche mia litografia con i miei soldi, rinunciando al diritto che la legge ha previsto per l’autore di entrare in possesso di una certa percentuale. Firmai come un matto. Vendettero moltissimo in tutta Italia e si fecero un enorme portafoglio clienti. Maltrattavano e distruggevano le mie opere e rispondevano, alle mie rimostranze, che a Ginevra madame Motte faceva ancor peggio con i Renoir, i Manet, i Monet, i Picasso ecc. Tanto per dire che se quella gentildonna si permetteva di sciupare simili autori figuriamoci se lui non si poteva permettere di rovinare le mie opere. Non mi consultò mai in nessuna occasione sulle opere da esporre. Non mi diedero mai alcuna informazione. Non mantennero nessuno dei patti scritti o a voce. Per la disperazione mi costrinsero a tagliare gran parte della mia coda di lucertola per salvarmi. Riuscii solo perché ero giovane e forte. Distrussero poi il mio mercato ed io sopportai con rabbia ma impotente, perché gli avvocati non si mettono contro i ricconi potenti. Diedero a porci e cani le mie opere perché ne facessero scempio e non rispettarono nemmeno la legge italiana che impone per la vendita certificato di garanzia, fatturazione e registro delle opere vendute. L’estrema superiorità economica e sociale del Re Sole permetteva al re di schiacciare sotto il tallone delle sue scarpe ogni mio diritto e poi di sputarmi addosso. La moglie, generata con l’oro e partorita nell’abbondanza, fu ancora più feroce nel vandalizzare tutta la mia figura di artista e tagliò a pezzi i miei quadri a suo arbitrio. Io chiesi ad un avvocato, che si professava mio amico, di tutelare i miei interessi. L’avvocato sta ancora studiando il caso. Speriamo bene. Ho dimenticato di dire che nel contratto figurava anche un sostanzioso numero di disegni gratuiti, almeno trecentocinquanta, ma l’entusiasmo del giovane artista fece miracoli e regalai spontaneamente di più, attenzione, amici, ai grandi mercanti di successo!
Questo tipo di mercante non agisce perché innamorato dell’arte: di arte, come tutti i mercanti d’arte e la corte di esperti di cui si circondano, non capisce assolutamente niente. Dal proprio comune i mercanti avevano avuto una licenza commerciale per vendere specchi e specchietti, cornicine e cornicette, mobili e mobiletti, cianfrusaglie d’ogni tipo, comprese vecchie e nuove stampe, quadri “commerciali” o di quel tipo, e quadri così detti d’arte, per i quali si è convenuto di porli sul mercato ad un costo elevato e costituirvi un plus valore che garantisca alti guadagni. In realtà tra il più umile degli sprovveduti ed il grande mercante non ci sono sostanziali differenze di gusto e sensibilità. Il Re Sole possiede l’arroganza di affermare che questo quadro è da comprare mentre gli altri sono da bruciare. Si tratta solo di arroganza e buco nero nella mente. Il loro cervello tiene a mente solo quei nomi che rappresentano ai loro occhi, proprio come nei fumetti di zio Paperone, dollaroni rotanti. Lontana da loro l’idea di fare cultura e sostenere l’arte. Quest’ultima è solo un pretesto! Del resto i loro affezionati compratori ragionano nella stessa identica maniera. Trattasi di un mondo fasullo basato sull’effimero della moda, imposta da “utili idioti” intellettuali rossi o neri, mafiosi o d’altro tipo che abusivamente tengono il potere delle raccomandazioni in un “inciucio internazionale” terrificante, nel quale non esiste alcuna morale ed etica. Solo la difesa dei propri soldi e dei simboli del potere sociale, economico, culturale e politico. L’inciucio politico attraverso i funzionari di stato opportunamente preposti per favorire gli uni a danno degli altri, sostengono a spada tratta l’operato mostruoso di questa obbrobriosa marmellata di interessi. Attualmente non servono più licenze commerciali: bastano i soldi e le amicizie danarose!

LA SUPERSTIZIONE E L'EDUCAZIONE FAMILIARE

Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, la superstizione regnava sovrana, specie tra le persone di scarsa cultura. L’analfabetismo era estremamente diffuso e le convinzioni sul malocchio erano talmente presenti in tutti gli strati sociali a tal punto da condizionare anche le classi più evolute. Basti pensare ai film comici basati sulle credenze popolari: lo iettatore o il gobbo portafortuna. Totò ha interpretato un personaggio, creato dalla fantasia del grande Pirandello, considerato portatore di malasorte per cui, alla fine, questi chiede ed ottiene la patente di iettatore, fissando addirittura tariffe da pagare onde evitare il suo malefico sguardo. Pensate che nella mia infanzia ho avuto la possibilità di ascoltare dialoghi che al giorno d’oggi sarebbero considerati frutto di follia. Le donne, tra le quali mia madre, mia nonna e le vicine di casa, affermavano con autorità di aver visto altre donne trasformarsi in gatto per compiere malefici. Quasi ogni settimana mamma e nonna andavano alla ricerca di forcine, pettini, penne e piume ed altro materiale diabolico che qualche vicina invidiosa poteva aver infilato nei cuscini del letto se non addirittura nel materasso. L’artigiano che ricardava la lana dei materassi aveva un gran lavoro ed alla fine consegnava alle signore pettini, forcine, pezzi di ossa animali, nodi di corda e quant’altro la superstizione indicasse. Le donne consideravano questi oggetti di malocchio la causa di presunte disgrazie e pagavano volentieri l’operaio, che a mio avviso fingeva di trovare sempre oggetti spregevoli, causa di ogni malumore e malattia delle povere donne. La benedizione delle case e dei letti in particolare era considerata necessaria dal popolo per cui i frati vicino alle case popolari, dove io abitavo, avevano sempre il loro impegno. Non era raro il caso in cui qualche bella signora della ricca borghesia ben vestita venisse scambiata per un angelo del Signore se non addirittura per la Madonna in persona cui chiedere grazie e favori. In questo clima di superstizione, una maledizione sceneggiata con riti ed imprecazioni era ritenuta così lesiva da condizionare la vita delle persone. La mia famiglia non ne era esente e la maledizione espressa dal nonno siciliano contro di me ha influito negativamente sulla mia personale vita. L’unica persona che ne soffrì veramente tanto fu mia nonna Maria, che piangeva spesso ricordando la maledizione e si rivolgeva a me piccino come se io potessi fare qualche cosa per evitarla. Nel sud le femmine a dodici anni andavano spose o a servizio come cameriere. I maschi a dodici anni andavano in cava o in miniera di sale o carbone. Nel nord i maschi andavano a lavorare in fonderia. Pochi erano i genitori che facevano studiare i figli e le scuole erano di tre tipi: a) per i ricchi; b) avviamento al lavoro maschile; c) avviamento al lavoro femminile. L’arte era una cosa da ricchi e la peggiore disgrazia era che un figlio manifestasse il desiderio di fare il pittore. Questo è il mio caso. Sono stato costretto ad ubbidire e per salvarmi dalla depressione, appena mi fu concessa l’occasione, scappai da casa per lavorare come viaggiatore di commercio. Lontano dalla famiglia, finalmente.
Voglio tranquillizzare tutte le brave famiglie del nord Italia. Per carattere e tradizioni, le regioni settentrionali sono state più liberali, dotate di maggiore tolleranza e buon senso. La mia famiglia invece risentiva fortemente della sicilianità di mio padre.

IL MERCANTE DI QUADRI

Esiste il mercante super raffinato, che sa pensare in tre lingue contemporaneamente e sa trattare sempre contemporaneamente tre affari diversi, vestito all’inglese, sempre con abiti dello stesso tipo. Sempre con auto dello stesso tipo. Ogni volta che incontra la moglie, le porge la mano e le domanda come va. Uomo di ghiaccio, non parla mai per primo. Risponde sempre di contropiede. Uomo di grande prestigio, gode della stima incondizionata delle persone “in” che si identificano in lui come il massimo personaggio di successo. Non chiede mai, ottiene tutto quello che vuole trasmigrando i suoi ordini mentali in coloro che lo circondano. Disprezza il guadagno ma ci tiene a farne parecchio. Abile industriale di successo, concede l’onore della sua compartecipazione a migliaia di altre attività, fra cui il "mercato dell'arte". Ha organizzato una splendida galleria con tanto di direttore da favola, ex funzionario di Brera. Si circonda di personale raffinato, di estrazione aristocratica. Saluta la moglie e va a letto con la segretaria, fidanzata ad altro industriale che con fair play porta bene le corna evidentissime. Per evitare di essere rapito dai banditi al fine di riscatto, mette in atto la sua formidabile intelligenza. Non ripete mai la stessa strada (ce ne vuole di fantasia!) ed arriva in orari sempre sballati. Non scende dall’auto se non dentro la sua proprietà, dopo che il cancello è stato accuratamente richiuso. Naturalmente l’auto è blindata e sempre Alfa Romeo grigio metallizzato. È l’uomo in grigio per eccellenza. Presidente d’ogni tipo di associazione di prestigio, fonda scuole di lingue con insegnanti doc, esclusivamente importati dalle nazioni di cui insegnano la lingua. Crea fondazioni private di grande prestigio e possiede pure importanti case editrici d’arte e di altre cose. Fonda addirittura una università. È ambizioso e cerca il successo ma non lo dà facilmente a vedere. Il suo sorriso è gelido come la morte. La sua voce è un sussurro e la sua cortesia addirittura nauseante. Tutta formalità! In realtà il suo divertimento intimo è quello di controllare alla fine della serata di lavoro quante persone è riuscito a fottere. Se per caso il numero non è soddisfacente, insorge l’insonnia ed è costretto, con la sua abituale straordinaria cortesia, a telefonare a qualche malcapitato per stringere accordi su qualche affare, che è in realtà un’elegantissima truffa. Solo così, se il conto torna, se ha soddisfatto le sue esigenze personali di truffatore in guanti bianchi, allora può chiudere occhio come un angioletto dopo aver ringraziato il buon Dio per la superba intelligenza che gli ha voluto concedere. La moglie smania da sola in un letto solitario in camera separata, con la maschera nera sugli occhi e pregando Dio perché le faccia il miracolo di trasformare quel perbenista di santo marito in un “maialone” plebeo super arrapato e dai modi sbrigativi di un muratore del sud Italia.
La sua servitù è composta da bei maschietti neri che più neri non è possibile, nemmeno in una notte buia in una cantina nera, che sono vestiti ineccepibilmente da servi dell’alta aristocrazia finanziaria.
L’arredamento di casa santamente spartano ma con pezzi tutti autentici e talmente di valore economico che una sedia potrebbe nutrire, per un mese, mezzo esercito svizzero. La sua cena è parca, essenziale, come quella dell’arcangelo Gabriele. È nel giro internazionale dei nomi che contano. Tratta affari ogni volta che apre bocca. Anzi ogni volta che non l’apre, perché al suo posto parlano i suoi avvocati personali selezionatissimi per ogni disciplina giuridica. Così è l’avvocato che saluta, che parla, che tratta e che decide assieme agli esperti. Così fanno pure i grandi uomini che stanno seduti di fronte a lui, per cui le voci degli interessati non si odono mai. Alla fine sui documenti mettono la firma e si dà il via ad un nuovo affare. Vincerà il più furbo. E vince quasi sempre “lui”. Quando perde: solo un leggero tremito del labbro della bocca, un mezzo sospiro e nulla più. Questo è un tipo di mercante con il quale ho avuto l’onore immenso di firmare un contratto in esclusiva mondiale. Tramite il suo potente ufficio spionaggio e delazioni, nel giro di tre giorni aveva saputo tutto di me, dei miei vizi e della mia non dovizia. Come Dio ci vede anche nel buio dei gabinetti mentre diamo sfogo alla masturbazione e segna nel suo pallottoliere i nostri singoli peccati, così "lui" aveva un dossier sulla mia vita, opere e nefandezze da far paura. Non lo diceva apertamente, perché lui era un vero signore: lo faceva capire con mezze frasette, qualche cifretta ecc. ecc. Quando si seppe che “tale maestà” si voleva legare con me con un contratto scritto, uomini di legge amanti dell'arte e di professione giudici di tribunale si offrirono spontaneamente per assistermi nella fase della contrattazione e poi della firma. Lo resi noto a Sua Maestà, ma questi, per la prima volta in tutta la sua vita, s’incazzò come un triviale manovale analfabeta e povero. Niente da fare. Io da solo, seduto su una seggiolina bassa, bassa e dietro alla imponente scrivania un esercito di esperti d’ogni tipo. Seduti su altri scranni e sedie erano aquile miste ad avvoltoi che mi spiavano, controllavano ed analizzavano le mie parole. Si ha da fare così e cosà. Come accennavo a qualche modifica, un sommesso ringhiare di lupi della steppa faceva intendere che era meglio smettere. Una parola ancora e sarei stato sbranato. Il più alto di tutti era "lui", "il Re Sole", che stava addirittura in piedi, magari alzandosi sulle punte. Quando stavo per firmare, egli, il grande, sorrise. Tutto fu compiuto. Ora io ero suo, anima e corpo e tutto quello che pensavo e dipingevo era suo. Per esportare valuta non si serviva di "spalloni" ma di fatture gonfiate, con sistemi molto più raffinati.

COME È FACILE DIVENTARE MERCANTE D’ARTE

Che io sappia, oggi chiunque abbia un piccolo capitale e disponga di conoscenze ed amici può vantarsi d’essere mercante d’arte e commerciare in quadri. L’ignoranza è tremenda. Nessuno sa niente e tutti si fidano di quello che sa meno di tutti ma si autodefinisce “mercante d'arte”. Per fare il mercante d’arte, non necessita - secondo il pubblico che compra quadri - nemmeno di una qualsiasi licenza comunale. Il pubblico diffida completamente delle parole del pittore ed invece si fida ciecamente del primo babbeo che passa per la strada e si definisce commerciante d’arte. Le cose del mondo sono ben strane!
Uno di questi individui, di cui taccio il nome, venne a trovarmi in galleria con le lacrime e l’entusiasmo di chi ha appena toccato la veste di Gesù Cristo! Sono scene indescrivibili di felicità. Ti invitano a pranzo, a cena, ti mostrano agli amici come l’eroe puro del romanticismo mai tramontato. Ti fanno entrare nell’intimità della loro casetta da parecchi miliardi. Ti mostrano le loro lussuose automobili e persino l’aeroplano. Siccome alla famiglia ed in particolare al pilota puzza l’alito come le fogne di Calcutta oppure come se avessero in bocca sorci marci da una settimana, il problema per me pittore è di essere gentile ma devo tentare di salvarmi dall’asfissia. Se siamo in inverno, bavero del paletot alzato, sciarpa da naso; barba e baffi lunghi e completamente intrisi di profumi orientali da mozzare il fiato. Bagno di alcool denaturato e poi testa diritta verso il davanti e tentativi di azzerare la conversazione. Quando l’aeroplano si alza leggero e veloce nell’aria, il comandante vuol dimostrare le sue grandi capacità di pilota acrobatico. “Looping - voli a pancia in aria - scivolate d'ala con vite detto tonneau - guizzi in verticale - spegnimento del motore e poi giù a tutta velocità - riallineamento sul tetto delle case e volo diritto e veloce contro l'ostacolo. I pochi capelli sicuramente diventano ritti verso tutte le direzioni. I colori del volto assumono quelli più facilmente immaginabili. Lo stomaco pare essere in bocca e tra conati di vomito per giramenti di testa e per una puzza di fiato uno si aspetta di vomitare anche l’anima. Terminata l’esibizione aeronautica, via a casa dell’ospite per una pentolata di verze bollite con cotenne di maiale, fagioli, torsoli, robaccia varia e vomito assicurato. Ti invitano a spararti nel gargarozzo due litri di grappa di alcool puro fatto in casa, caffè col sale e poi sei pronto a trattare gli affari. Acquisto a prezzi convenienti con promessa di vendere ad amici: abbiamo trovato il salvatore della patria.

MERCANTI LAVORATORI PRESSO ENTI PUBBLICI E PRIVATI

Sono un buon numero: da fonti vicine ho appreso che a Roma i dipendenti dei ministeri, non sapendo cosa fare per totale assenza di lavoro, passano il tempo a vendere quadri con l’ausilio del telefono d’ufficio. Magari piazzano anche i quadri dipinti dai colleghi, nulla facenti, che hanno però l’hobby della pittura. I professori di lettere statali e colleghi (specie nel Sud Italia) fondano gallerie d’arte, circoli culturali e sono abilissimi venditori, commercianti, creatori: infatti da un pezzetto di disegno di Guttuso ricavano con l’ausilio della tecnica di stamperie d'arte milanesi giganteschi polimaterici a trenta colori che recano addirittura la firma del maestro defunto. Miracoli e poi ancora miracoli! E lo Stato li ignora, come ignora milioni di dilettanti che vendono più di tutti i professionisti. Sempre miracoli! D'altra parte sia gli USA che l'Italia nel dopoguerra avevano "commissioni" contro la penetrazione del comunismo nell'arte senza riuscire a capire nulla di quanto avveniva. Certamente il Vaticano si serviva di esperti frequentatori di parrocchia che mai avevano letto Giulio Carlo Argan.

MERCANTI STRACCIONI

Nessuno può immaginare quante persone campino fregando il mondo ingenuo, presentandosi come “mercanti d'arte” e rifilando croste, falsi e magari anche buoni autori senza rispettare la benché minima legge dello Stato. Dal certificato di garanzia alla fatturazione. Costoro fanno girare molte decine di milioni all’anno ma sono evasori totali e magari godono di privilegi come pensioni d’accompagnamento per malattie gravi inesistenti. La realtà supera sempre la fantasia. Uno di questi gode della pensione di invalidità come “cieco” con diritto all’accompagnamento. Ogni tanto lo vedo andare in mezzo alla strada incurante del traffico da solo, senza bastone bianco e con un cagnolino che se ne va per conto suo in cerca di avventure, cespugli ed alberi.

MERCANTI AL FEMMINILE

Queste appartengono alla razza “figlie”, “amanti”, “mogli”. Si può immaginare siano in buona fede. In genere credono caparbiamente in quello che dicono o pensano perché è tipico del genere femminile convincersi di avere sempre ragione. Pare che la “logica”sia un tantino assente. E poi vuoi mettere quanto è fine essere “in” invece di fare la casalinga o qualche altro nobile mestiere, come è fine vendere quadri. Non quadri alla portata di tutti, quadri esotici, famosi, incomprensibili in maniera da ostentare proprio una bella superiorità intellettuale rispetto alle amiche in cerca di emozioni! Figuriamoci poi il popolaccio, la plebe, gli incolti. Vuoi mettere pronunciare tutti quei nomi stranieri e saper indicare in quale scuola metterli! Come dice il critico o la critica, che hanno studiato Arte e che perciò sono con le ali a volare lassù nell’Empireo. E che bello trattare con tutti i clienti affezionati, dottori, professori che ti fanno anche il baciamano... Che belle battaglie contro il popolaccio incolto che non conosce l'arte e non sa apprezzare "i manichini" di bambini appesi per il collo ad un grosso albero in città.

IL MERCANTE “GANGSTER”

Costui in genere fa di professione l’imbianchino, ma ha studiato al liceo artistico di Brera e forse, si vocifera, ha persino studiato pittura in questa rinomata accademia. Non è certo, non ci sono prove evidenti ma è sufficiente perché nella zona dove vive e spennella i muri un gruppo di industriali dal soldo facile pensi di servirsi di lui. Questa persona è arrogante, violenta, prepotente e priva di qualsiasi scrupolo morale e quindi va bene per lo scopo di notabili in cerca sia di affari che di esportazione continuata di capitali. Questo individuo, abbastanza giovane e pieno d’iniziativa, viene introdotto alla corte del "Dio denaro". Viene bene istruito e gli si affibbia l’aureola di “gran consigliere e gran intenditore di cose d'arte”. Non è né un critico d’arte né un valido pittore, ma solo il mascalzone più adatto ai bisogni dei delinquenti che il clero e la società si ostinano a benedire e a portare come esempio di efficienza ed onestà: “la società bene”. Il mascalzone noto ovunque come ladro, delinquente abituale, galeotto, profittatore, mafioso, uomo pericoloso e vendicativo, prepotente, arrogante e ignorante gode della massima protezione clericale e politico sociale. È l’uomo di paglia in mano ad una mafia economica, che dopo la fine della seconda guerra mondiale vede arrivare nelle tasche montagne di soldi, un benessere spaventoso. L’Italia ridotta in briciole aveva bisogno di tutto. La fratellanza economico-politica portava benessere assoluto ad entrambe queste due società confraternite e poiché nessuno di loro aveva interesse né sapeva come investire in Italia per il bene della nazione, col timore del comunismo sempre latente, convenirono da buoni carbonari di organizzare un bel giro di esportazione all’estero, in tutto il mondo, dei loro capitali. Si creò quindi un grosso fondo monetario a disposizione del mascalzone e lo si innalzò a Dio dell’arte. Con i soldi facili, il Dio comprò tutte le opere di pittori esistenti sul mercato che a lui fossero graditi, non si sa con quali contratti personali tra lui e loro. Si sentirono parecchie lamentele, qualcuno giura che pittori infuriati lo inseguissero con tanto di coltellaccio da bue per macellarlo. Tutto venne coperto da una tranquillizzante coltre di silenzi. Il Dio faceva venire dall’estero pittori stranieri (non ci è dato di sapere con quali accordi) ma si può immaginare che, assieme a membri del clero in continui viaggi, arrivassero con qualche opera d’interesse particolare e poi si può supporre che ripartissero ingrassati da super mazzette di bei soldoni, destinazione sconosciuta per banche straniere. Giravano voci che lo sport maggiormente praticato fosse la scoperta di nuove banche estere, anche in capo al mondo. Tuttavia, il Dio non operava solo per i capitalisti suoi amici: sapeva lavorare bene anche per se stesso ed era uno specialista di prim’ordine a mantenere ottimi rapporti con l’ufficialità pubblica. Riusciva a trascinare con sé nei suoi affari dal semplice assessore alla cultura di qualunque paese e città fino a nomi roboanti della cultura ufficiale e della finanza e della politica ufficiale. Ebbe la consacrazione a gran cavaliere di gran croce, commendatore dei commendatori e benefattore di associazioni sociali che erano sorte per l’assistenza e la beneficenza per gli altri che tuttavia erano sempre i soliti o i figli dei soliti ecc. ecc. Ebbene il Dio dell’arte gode della massima onorabilità! Tutti piangono al ricordo della sua immatura dipartita. Autorità religiose, pubbliche, giornalisti, tecnici dell'arte hanno steso intorno a lui il più ampio ed inossidabile cordone di sicurezza. Con i soldi della collettività e l’ausilio dello Stato si è assicurato per la prole vita eterna, onore, gloria e potere. La sua fondazione è una delle poche che dettano legge in campo internazionale e gli “utili idioti” sfornati dalle alleate opportune università continuano acriticamente a celebrarne i trionfi. Questo tipo di mercante ed operatore di cultura verrà comunque sempre salvato da ogni critica, perché ha contribuito a trasportare all'estero, in zone sicurissime, i grandi capitali fruttati dal sudore, la morte dei lavoratori, hanno permesso ad una società chiamata liberale e cristiana di prosperare circondata da un alone di santità; mi viene allora spontaneo gridare: W Bertinotti, se fosse completamente esente dal sostenere certi artisti.

ARTE CONTEMPORANEA COME ARTE DEGENERATA

Lettera-trattato sulla completa degenerazione dell'arte contemporanea, inviata nel mese di gennaio 1996 a tutti i capi di stato, compreso l'allora presidente della repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro.

Legnano, 6 gennaio 1996
“Il peggior crimine che l’umanità possa compiere, è la negazione della verità. Perché dalla verità discende la libertà”
Ill.mo Sig. Presidente della Repubblica Onorevole Oscar Luigi Scalfaro,
nel chiederLe umilmente scusa per il disturbo che Le arreco con la presente, intendo pregarLa di leggere quanto da me scritto di seguito sull’argomento “Rapporto tra eversione politica comunista e cultura ufficiale di stato”. Mi rivolgo a Lei perché la Sua alta figura di statista si renda conto di come intellettuali organici comunisti sappiano approfittare delle democrazie per giungere legalmente al controllo del potere. Spero in Lei Sig. Presidente. Spero che Ella abbia la bontà di sacrificare qualche minuto del suo impegnatissimo tempo, per leggere quanto esposto. Trattasi solo di una sintesi, per non annoiarLa. Se Ella vorrà avere la bontà di interessarsi, io sono a Sua completa disposizione per tutti i chiarimenti del caso. Nel frattempo sto cercando di sistemare in maniera più organica l’argomento in un piccolo dossier ove tenterò di essere il più chiaro possibile. Nell’accostarsi all’argomento può essere d’ausilio ricordarsi la famosa favola del “Re nudo”: tutti vedevano la verità, ma nessuno aveva il coraggio di dirla. È il grave pericolo del conformismo. Se Ella vorrà avere il dossier in questione provvederò a spedirglielo non appena me ne farà richiesta. Nel formulare i miei migliori auguri Le porgo i sensi della mia profonda stima e deferenza.
Pittore Andrea Vaccaro

Arte d’avanguardia, imposta arbitrariamente a scopo di sovversione comunista, da una setta internazionale di “intellettuali organici”. Non è l’ideale politico che ha attratto la mia attenzione ma la strategia politica subdola usata per realizzarlo. Se esiste un reato per l’eversione, si proceda a perseguirla. Dopo l’idealismo, l’avanguardia è passata all’affarismo, poi è divenuta moda, e infine mafia.

Premessa

Negare la genetica dell’artista, personalità singola e distinta dalla massa, significa per i moderni satrapi della cultura negare anche la tendenza a delinquere, addossando tutte le colpe alla società. Affermando che non esiste e non può esistere il genio singolo, quali Michelangelo, Raffaello o Leonardo, intendono affermare che tutti possono essere artisti, perché deve esistere un’arte comandata, e quindi non devono esistere artisti privilegiati dalle doti di natura. Ed ecco di conseguenza nascere la “società di massa” e “l’arte di massa”, dove le masse devono ubbidire all’ordine e dimostrare con il loro operare che una società capitalista non può produrre arte. Anche se poi si contraddicono vistosamente criticando l’arte di quei paesi dove il comunismo si era affermato.
Attraverso la cultura di massa, opportunamente insegnata per i propri programmi di sovversione, intendono dimostrare il contrario di tutto quanto l’umanità ha sempre intuito ed accettato.
Oggi la genetica sta dimostrando che persino le malattie mentali sono genetiche, ma la cultura mondiale ufficiale si ostina a negare che si possa nascere Artisti, e cioè con quelle qualità artistiche e di sensibilità che l’arte da sempre ha richiesto.
Per attuare i loro programmi, hanno convenuto internazionalmente di far affermare chiunque non presentasse la minima qualità artistica. Con più l’artista era insoddisfacente per la cultura classica, maggiormente diventava ora protagonista. Attenzione quindi ai “titolati autorizzati”: possono essere persone senza autonomia di giudizio ed opportunamente addestrate.
Tutta la cultura moderna sforma e deforma. Vengono innalzati i trasgressori, i delinquenti, gli abietti, i degenerati ed i vigliacchi in nome di un’eguaglianza sostanziale di natura. Non esistono più differenze se non per colpa della società: l’individuo è assolto da tutti i peccati che vengono assunti invece dalla società, come un novello Cristo risorto. Punendo la società intera s’intende punire il capitale, ed è quindi facile passare inavvertitamente dalla posizione idealistica all’affarismo più sfrenato.
L’umanità così degenerata è preda di questi avvoltoi rossi che, paradossalmente, annoverano tra i loro sostenitori tutti i borghesi “in”, che credono nella propria superiorità adeguandosi invece al programma di eversione, ignorandone la vera sostanza. Attenzione anche a certi uomini di potere attuali: c’è un ministero che è presieduto da tecnici decisamente molto accondiscendenti oppure da soli politici. I borghesi comprano, sostengono, adorano e difendono tutto l’odio possibile espresso contro di loro, rappresentato in quelle opere d’arte progettate per deriderli e ridicolizzarli, in attesa di “ tagliare loro la testa”.
Abbiamo tre circuiti di gallerie:
- Il circuito museale importante e le super gallerie che trattano solo opere di alta approvazione critica;
- Il circuito, blasfemo, orrendo dei dilettanti, illusi ed incapaci;
- Il cosiddetto circuito commerciale, ove si opera esclusivamente da “artigiani” al livello più ripetitivo e vergognoso, pronto solo a soddisfare le esigenze della plebe incolta, poiché lo Stato trascura la diffusione anche minima dell’arte di buon gusto, dei giusti valori d’arte, rimanendo anche nella tradizione.
Lo Stato si occupa solo dell’Arte Ufficiale, talmente degenerata da creare una frattura paurosa ed incolmabile con il resto del pubblico, il quale rimane a livello di bestia brutale e volgare: nessuno lo aiuta ad evolversi.
Quanto descritto di seguito deve valere come ipotesi di lavoro. Su questo teorema dovrebbe essere incaricata a svolgere precise indagini, oltre che la Magistratura, anche la Polizia Segreta. Infatti non si tratta di un teorema limitato alla sola Italia. Se io ho visto giusto, si tratta di un affare internazionale nel quale sono le democrazie ad essere le più deboli a difendersi da un attacco così sottile e violento.
L’arte, la cultura, la musica, la poesia non sono “scienza”. Non esistono certezze, salvo quelle che si pretenda a ragione che gli artisti diano costante e precoce prova della naturale disposizione. Ora si rovescia il buon senso e si afferma che l’arte la fanno tutti purché si faccia quello che dice il critico, il docente, il direttore di museo, il curatore di mostre.
Tutto ciò è bugia e malafede, è sovversivo.
Qualsiasi sprovveduto, privo di ogni dote artistica e di cultura, può essere eletto presidente di associazioni artistiche purché abbia una dialettica convincente. Così dicasi per giornalisti, mercanti, direttori e fondazioni private. Oltre vent’anni fa, scrissi sull’argomento una dettagliatissima critica sul modo di concepire l’arte e di diffonderla nelle scuole. Il risultato fu che l’iniziativa presa venne sommersa dall’indifferenza se non dal rifiuto.
Questa volta ho pensato di porre la questione ad una mongolfiera famosa e molto anziana (critico d’arte). La risposta fu assolutamente disimpegnata e di questo genere: “Per capire l’arte moderna, come quella del passato, bisogna conoscere il periodo storico ed è necessario avere studiato filosofia”. È una risposta sbrigativa che praticamente svilisce il mio impegno di ricerca e studio ma che indirettamente conferma la mia ipotesi di base: adeguamento di strategia e tattica politica per ottenere la vittoria della rivoluzione comunista.
Conferma anche l’intrusione della moderna filosofia ed altre discipline. Cioè viene ad essere confermato che l’arte ubbidisce ancora all’impegno politico rivoluzionario. Dal momento che diversi intellettuali, interrogati sull’argomento, non hanno dato alcuna risposta, con atteggiamento oltraggioso, rieccomi a tentare di farmi ascoltare da una Personalità ad alto livello istituzionale come Ella è.
Desidero mettere in guarda dalle versioni della cultura ufficiale e cattedratica. È meglio il buon senso di chi si dichiara non competente. Se la mia teoria è esatta è consigliabile diffidare dei tecnici e degli esperti.
Spero tanto che Ella voglia dedicare al mio studio, al mio teorema, alle mie intuizioni, qualche attenzione. Forse non sono così incolto e sprovveduto come la classe dominante della cultura ufficiale vorrebbe che io venissi considerato. Pensi che dello scultore Messina, recentemente scomparso, parlano come di un abile “ artigiano” negandogli il ruolo di artista.

LA REALTÀ SUPERA LA FANTASIA

Mai sottovalutare l’intelligenza, l’astuzia e la determinazione degli eversori di sinistra. Intellettuali organici al potere della cultura dal 1864 ad oggi. Pericoloso pensare che con la caduta del Muro di Berlino e del “Comunismo” ufficiale, si sia rinunciato alla conquista del potere internazionale. Stiano molto attenti i democratici veri: la democrazia è la situazione politico-sociale ideale per l’infiltrazione degli intellettuali organici comunisti nei posti di controllo e di comando. I comunisti “zoccolo duro” sono povere pecorelle ingannate dal partito per essere elemento continuo di protesta e carne da macello.
L’Inghilterra dimostra chi siano gli intellettuali comunisti organici: tutti coloro che concorrono attraverso la stampa e i servizi televisivi allo svilimento della monarchia, riducendo in farsa i drammi personali dei regnanti. L’Inghilterra è una forte sostenitrice dell’arte d’avanguardia.
Contro gli intellettuali organici serve determinazione, durezza e capacità di azzerare tutti gli operatori della cultura: anche i collezionisti e gli addetti di Stato. Questo è un preambolo, cui seguiranno considerazioni. Questo fascicolo è solo una brevissima sintesi di un argomento che merita una più sostanziosa documentazione.

ARTE DI STATO = AVANGUARDIA

I cultori dell’avanguardia non vivono nella dimensione della vita. Essi, complice lo Stato, le Regioni ed i Comuni che li finanziano, sono cultori della morte, probabili assassini e suicidi. Non vogliono creare a vantaggio dell’umanità, vogliono distruggere, immersi nel delirio degenerativo di cui parla Adler, senza toccare Nietzsche perché sarebbe conferire loro un’etichetta di nobiltà, che non meritano. In quanto, invece di sottrarre le loro opere al guadagno, al mercato, insomma alla mercificazione, come idealmente l’avanguardia si è sempre proposta, questi ipocriti, ingannevolmente, traggono i maggiori benefici economici e di gloria. Tanto è vero che lo Stato finanzia esclusivamente le loro manifestazioni, così come i privati ne celebrano il mercato in soldoni.
Per comprendere, sintetizzano così: dal 1860, in odio al potere costituito, gli intellettuali estremi, comunisti atei e marxisti elaborano una strategia molto fine per conquistare il potere. Intendono, attraverso la cultura e l’arte, occupare le posizioni più importanti negli stati per il controllo della formazione della classe dirigente e quindi controllare il potere stesso. Basti pensare al semplice esame che lo studente deve superare per ottenere da un qualsiasi titolo di studio fino alle lauree più prestigiose: devono studiare su testi imposti e rispondere secondo la volontà dell’insegnante. Se il testo e l’insegnante sono di colore rosso, ne usciranno laureati e diplomati perlomeno rosati. Quindi, dal 1860, cambio di strategia: la violenza di piazza viene controllata, mantenuta pronta ad esplodere al momento opportuno, mentre con il controllo della cultura si formano convinzioni ideali e radicalizzazioni di proteste che altrimenti non verrebbero evidenziate dal popolo, interessato solo al cibo, al divertimento ed alla consolazione della religione. Ci si avvale per questo progetto rivoluzionario di tutte le filosofie moderne, le prime scoperte scientifiche; ci si serve della psicanalisi e dell’affiorante sociologia. Si inizia con l’esaltazione di una pittura cosiddetta sociale, anche se imperfetta ed approssimata, ma con argomento la vita quotidiana, per identificare un modello di netta opposizione al classicismo che con la sua perfezione e bellezza ideale rappresenta “servitù del potere”. Specialmente verso la fine dell’Ottocento, la nascente borghesia stravede per le novità in arte e nel resto della cultura. Dall’esaltazione di questo genere di pittura nuova e di rottura con il passato, nascono carbonerie che sfruttano anche il successo economico, per rinforzare l’internazionale rivoluzionario. Se si fa mente locale, si nota a partire dal 1864/1870 il decollare delle correnti in rottura con la tradizione. Tra le più note, l’impressionismo, l’espressionismo, il divisionismo, il futurismo, il cubismo, l’astrattismo fino al concettuale e via via fino a giungere al moderno computerizzato, al cibernetico ed al virtuale.
Dal 1970, a Zagabria, si ha la dichiarazione ufficiale della morte dell’arte.
Tuttavia da anni risulta minore l’idealismo, mentre appare sempre più evidente l’affarismo con la complicità ufficiosa della mafia e si traduce tutto in “moda” per “snob”. È proprio per questo motivo che riteniamo molto pericolosa l’arte d’avanguardia nella sua capacità di strategia politica e mafiosa. Ora mi sembra che sia un fardello troppo pericoloso, travisante, continuato e tuttora atto a produrre sovversione. La riteniamo quindi da contenere e combattere.
Non ha alcuna importanza se direttori di musei, privati o di Stato, proprietari di gallerie e critici d’arte si dichiarino appartenenti a partiti politici non comunisti se non addirittura all’opposizione. Infatti, chiunque sostiene l’avanguardia o è un “incompetente” e non conosce l’origine e le finalità dell’avanguardia, oppure è un “intellettuale organico”, il cui compito è di lacerare la società in cui opera e racimolare soldi per organizzare sovversione. Di certo la classe ricca internazionale non fa una bella figura nel collezionare l’avanguardia: senza il suo entusiastico contributo, da almeno cento anni il partito comunista internazionale non avrebbe mai potuto affermarsi. D’accordo che i capitalisti sanno fare soldi anche con la merda (riferimento alla merda d’artista di Piero Manzoni), ma l’affarismo selvaggio porta diritto alla mafia e dà l’occasione per creare guai politici e sociali. Si ritiene giusto che i “governi” del mondo si rendano conto del fenomeno in oggetto; non si fidino in alcun modo dei loro “esperti ufficiali” e non indulgano nel considerare una libera scelta il privilegiare l’avanguardia o “ricerca” contro l’arte tradizionale. È ora che si sveglino! Anche perché si compiono reati anticostituzionali, penali e civili. Le avanguardie sono il corrispondente di certa ferocia manifestata dalla religione cattolica a partire da almeno settecento anni, con le atroci torture, le impiccagioni, gli squartamenti, i roghi come spettacolo pubblico dove sfogare l’odio spontaneo nel popolo, appagato dalla sofferenza altrui. Il tutto con processi vergognosi, dove l’imputato non aveva alcuna possibilità di cavarsela: la sua fine era già decretata prima ancora dell’inizio del processo, condotto con ragionamenti capziosi, sofistici, atti alla condanna, qualunque cosa dicesse l’imputato. Basta documentarsi su qualche processo alle streghe. Così le avanguardie sono l’espressione dell’odio di classe, dell’odio verso chi detiene il potere e l’assoluto disprezzo verso il popolo che viene automaticamente escluso dal conforto dell’arte tradizionale. È l’applicazione dei principi filosofici di Nietzsche. È l’opposizione e la rottura contro un’arte perfetta ed ideale che ha sempre consolato l’umanità, per l’esaltazione di un’arte degenerata e distruttiva che ammaliava e ammalia tuttora le classi ricche, le borghesie ricche rurali o industriali. Lo scopo è di far pagare a caro prezzo tanto alle classi dominanti quanto alle plebi, rese sempre più furiose sia delle ideologie pratiche d’insufficiente gratificazione economica, sia perché allontanate dalla fruizione di un’arte ideale, di una bellezza perfetta e comprensibile. Tutto il gioco degli intellettuali organici è quello di cospirare, aizzare, sovvertire, scontentare, preparare alla violenza fisica da utilizzare al momento opportuno. Non solo loro ma tutti quelli che si sentono alla moda.
Tutto ciò in prospettiva a partire dal 1864, in quanto è molto difficile possedere e controllare subito la volontà creatrice del vero artista, il quale può accettare il condizionamento come una sfida allo sviluppo di una tematica. A volte, molto raramente, nonostante il principio razionale degli intenti esasperatamente distruttivi, può condurre alla creazione di vere opere d’arte, validissime.
L’eccesso della radicalizzazione dei principi ha partorito anche "involontariamente" un Picasso, un Afro ed altri grandi artisti. Cioè la loro intenzione non era quella di fare opere valide, ma distruttive seguendo l'ordine rivoluzionario del partito. Non è quindi il risultato di alcuni grandi artisti che pongo in discussione, ma sono i principi ispiratori della critica militante, il suo odio e la sua malvagità, il suo “storicismo”, che non ammette ripensamenti e ritorni, la sua spinta alla continua novità, anche se priva di qualsiasi valore umano, la proclamazione della morte dell’arte e della superiorità dei mezzi tecnici nuovi ma senza progettualità; infatti sono effetti tecnici dati da mezzi tecnici. Solo il “fare” purché privo di senso.
Ovunque il “concettuale”, che non è altro che un ermetismo causale o personale ragionamento, a volte sinceramente ovvio o assurdo, valido solo per l’autore, escludendo totalmente la partecipazione agli altri di un benché minimo concetto o ragionamento, nemmeno simbolico. Infatti la simbologia può essere anche intesa e quindi risulta comunicazione. Mentre non si vuole alcuna comunicazione di alcun genere e si è passati ad eliminare l’oggettività della rappresentazione, l’edonismo di una garbata disposizione di materia colorata. Si esclude non solo la comprensione ma anche l’estetica: si riduce tutto al solo “fare” che assume il nome greco di “poetica”, che non ha alcun rapporto con la poesia, ma è il solo fare. Il solo gesto inteso e sostenuto come manifestazione di rabbia, di odio, di devastazione. Per ora si uccide l’arte o si vieta di farne; domani si uccideranno gli oppositori. In ogni caso, già dal 1900 chiunque si opponga alla dittatura comunista dalla critica militante viene declassato a “ dilettante”.
Gli si toglie il carisma e il mercato: anzi si provvede a sostenere gli idioti come i “naif”, i pazzi da manicomio, gli sprovveduti, intendendo punire l’artista valido che sfugge al loro dominio. Costui viene definito “pubblicitario”, illustratore obsoleto, retrogrado, incolto, di nullo o infimo valore o “pittore fascista”. E tutto ciò con la tolleranza o l’incompetenza dei governi. Occorre ricordare che per la conquista del potere i comunisti sostengono realmente la democrazia, in quanto è proprio la democrazia che permette loro di strafare. Il grandissimo intellettuale Lenin, dopo aver lanciato la moda del dadaismo in occidente, al suo rientro e dopo la vittoria della rivoluzione in Russia, ha esplicitamente vietato la continuazione delle avanguardie. Infatti le avanguardie erano solo mezzo destabilizzante della società che le accetta, mentre Lenin voleva che il popolo fruisse di un’area tradizionale dal cui godimento era stato sempre escluso. Dopo la rivoluzione l’arte di conforto e di ammaestramento poteva divenire guida moralizzatrice della nuova società. Ora che è caduto il comunismo, ecco apparire anche in Russia le avanguardie, ecco umiliare la produzione artistica più autentica del popolo russo come prodotto di qualità scadente ad additare al ludibrio e al disprezzo dell’occidente. Sembra apparentemente illogico, ma non è così. L’avanguardia è ancora il validissimo strumento per conquistare l’occidente e, come insegna “Il Principe” di Machiavelli, tutto è sacrificabile alla meta da raggiungere. I sovversivi non si limitano alla cultura. Infatti qualsiasi protesta e rivendicazione, dagli omosessuali alle suffragette del femminismo, dalla chiusura dei manicomi a tutta la sociologia moderna, è derivata dalla capacità straordinaria dell’internazionale comunista, che opera nel mondo da circa 150 anni.
Certamente l’intelligenza dei comunisti è infinitamente superiore a quella dei capitalisti. Questi si beano nel considerarsi superiori ai poveracci perché pensano di “capire” quello che gli altri non sanno capire, perché “i ricchi sono più intelligenti”. In realtà sono degli involontari collaboratori “snob”, che rovinano il mondo con le loro mani e si meritano l’avvento della dittatura comunista. S’accorgerebbero allora di quanta superficialità hanno avuto e tengono nel cervello, altro che esseri superiori! I comunisti sono ancora all’opera e sempre con maggiori speranze di vittoria. Ciò perché è proprio l’occidente che li finanzia e li accarezza. Non ci si accorge nemmeno di certi avvertimenti dati da qualche critico d’arte che afferma che le opere moderne non devono essere restaurate perché concepite non già per durare nel tempo o costituire un pregio da salvare. Tutta l’avanguardia si può sintetizzare in una formula: le sei M di morte, merda, mafia, mercanti, moda, money.
Mercanti e critici sono un sodalizio interessato a delinquere dal momento che ciò che propongono viene ben comprato. Escludendo quindi dal giro ufficiale gli artisti sgraditi o meno fortunati, questi vengono lapidati e dilaniati dal volgo. Il loro mancato interesse per questi emarginati finisce sempre in frasi distruttive, quali ad esempio: “pittorello di provincia”, “un poveraccio che sopravvive perché qualche idiota gli compra ogni tanto qualcosa”, “un pittore da quattro soldi”. Le definizioni più ricorrenti sono, nel migliore dei casi: pubblicitario, cartellonista, “colori forti”. Siccome il pubblico non è assolutamente in grado di capire e distinguere, compie il massacro, come era stato previsto fin dai primi del Novecento da parte degli intellettuali rossi. Chi non era con loro doveva morire. È quasi inesistente la figura del critico d’arte che rinuncia alla sua fetta di guadagno, illudendo anche i poveracci artisti che spendono in nero grossi capitali nella speranza che la firma ed il nome del critico promuova il loro mercato. Non esiste la reale ed esaltata “libertà commerciale”, in quanto si vende il prodotto proposto acconciamente dal critico che prepara il lancio dei suoi beniamini, d’accordo con i mercanti. Si calcola che oltre ai guadagni illeciti e non denunciati, eludendo vistosamente le tasse, i mercanti possano trafficare in commerci illeciti ed assai remunerativi. Indagate su quelle fortune colossali sorte in qualche decennio! E tutto procede con la complicità di funzionari pubblici corrotti o non all’altezza della situazione. Si sono dati un codice deontologico arbitrario, un’etica non sancita dalla legge né dalla Costituzione. Ed è qui che cadono nell’illegalità. Ed è qui che compiono illeciti penali e civili.

COS’È L’ARTE MARXISTA

A parte la considerazione pratica che Carlo Marx non aveva preso in considerazione il mondo dell’arte né aveva dedicato la sua attenzione a questo problema, normalmente si usa definire “realismo comunista” l’arte tradizionale imposta da Lenin dopo la vittoria della rivoluzione comunista in Russa e si definisce con orgoglio “avanguardia” l’arte di stato occidentale, simbolo della “libertà”, dato che da almeno cento anni le avanguardie si autoproclamano “arte libera” e pittori della libertà i suoi protagonisti. In realtà l’argomento merita un poco di attenzione. Il realismo socialista è stato la continuazione dell’arte nella sua vera sostanza. Che vi siano pittori scadenti o pittori di classe superiore dipende solo dalle qualità native. Il suo compito è stato quello di sempre: consolatorio e d’insegnamento. Se i russi avessero avuto tra i loro artisti un Michelangelo, un Raffaello, un Bernini avrebbero realizzato certamente opere d’arte di una straordinaria grandezza.
I comunisti ed i loro sovversivi intellettuali organici hanno invece esaltato l’arte degenerata ed assassina, per far crollare l’occidente nel marciume e nel ridicolo. L’arte occidentale è estrema corruzione cadaverica, perché la classe capitalistica che comanda è costituita da morti viventi corrotti e marci moralmente. Anzi il duplice significato dell’avanguardia occidentale è dato dalla disistima nei capitalisti e le capacità di costoro di comperare ed adorare “immondizia” finanziando così l’internazionale comunista e la sua sovversione mondiale. Questa si opera soprattutto con la cultura che manda avanti dirigenti squadrati e programmati per ogni evenienza e per fine la caduta del capitalismo. Attenzione a non pensare che questi subdoli operatori di destabilizzazione portino il distintivo di appartenenza al partito. Per la sovversione va bene qualunque intellettuale che operi come da copione, anche se veste l’abito talare.
Diffidate dall’appartenenza a questo o quel partito. Come dice il Vangelo, si deve giudicare dalle opere e non in base a chi grida “Signore, Signore”.

ARTE COME CRISI POLITICA

La rivoluzione marxista comunista continua da 150 anni. Si avvale sia della violenza fisica che della sovversione intellettuale. Produce tensioni in ogni campo dello scibile umano in modo che la classe dirigente abbia una formazione mentale tale da condizionare pesantemente tutta la società.
Da una parte i politici ufficiali, tramite rivendicazioni salariali, mantengono sempre pronto il popolo per la lotta di classe, dall’altra “intellettuali organici” si infiltrano ovunque e si sostengono a vicenda in modo da corrompere sostanzialmente anche la sfera del pensiero e della morale. L’operazione è semplicissima: si comincia a lodare ed imporre testi scolastici ove tra verità tradizionali si introducono bugie sostanziali. Si approva il diploma o la laurea di chi si è formato su questi testi ed ha risposto ad un professore già “organico” nella maniera e nei modi richiesti da costui. Man mano che passa il tempo e si schierano in campo gli intellettuali organici, apparentemente al di fuori della politica, si affina sempre più l’opera di sovversione. Così si è arrivati a promuovere personaggi che non conoscono per nulla la difficoltà dell’arte in ogni sua forma ed espressione, ma che hanno avuto la formazione distorta ed organicista di una filosofia marxista.
All’arte si sostituisce il pensiero: non serve più avere doti d’artista per condurre l’arte al solo gesto “poetico” allontanando sempre più l’artista da quello che è naturalmente lo sviluppo delle sue qualità native per avviarlo a divenire un terrorista intellettuale. La critica di formazione filosofica e politico-sociale organicamente sovversiva completa la manovra sostenendo una corrente piuttosto che l’altra. La vera arte viene dichiarata obsoleta e caricata di ogni nefandezza. Si stravolge ogni significato di reale valore e s’impone alla società un modo di pensare e di valutare sempre meno umano e sempre più alienante. Si punta sulle classi ricche sfruttando le loro debolezze caratteriali. Povertà d’intelligenza e di cultura, noia e desiderio di novità continua. Adler farebbe rientrare il fenomeno nella patologie degenerative causate da una vita facile e priva di difficoltà. Facendosi beffe di questa società da abbattere (qui sta la sottile ironia di cui parlano i critici impegnati d’avanguardia) offrono porcherie a prezzi elevatissimi, distraendo la loro attenzione dai valori concreti. Con i guadagni realizzati si provvede al potenziamento del partito comunista e tutta la sua organizzazione, dove la base non sa come agisce il sovversivo intellettuale, sia esso artista, scrittore, poeta, sociologo, filosofo, professore di lettere e persino pare anche medico. Tutto il mondo è ormai impestato e stravolto dalla banda sovversiva degli intellettuali organici. Si consiglia di diffidare totalmente del giudizio degli specialisti dell’arte. Si consiglia di sospenderli ed allontanarli dal loro incarico fino alla chiarificazione della situazione.

ABUSO DELL’INGENUITÀ ED IGNORANZA ALTRUI

Questo reato è ravvisabile in tutti gli esegeti delle avanguardie, sostenitori e diffusori, in quanto non esiste una chiara e sostanziale evidenziazione del carattere politico a scopo di eversione sociale.

TRUFFA E RAGGIRO

Da sempre i sostenitori e gli spacciatori delle avanguardie a livello internazionale hanno giocato sull’equivoco della novità estetica.
Sostegno, esaltazione da parte di pubblici ufficiali, come devono essere considerati storici dell’arte investiti da carica pubblica come cattedratici, di falsità sostanziali, in netto contrasto con la verità sempre taciuta o presentata in maniera estremamente ambigua. Estrema parzialità di giudizio ed arbitrarietà di azione, sono rese possibili grazie all’esistenza di un “circuito museale”, riservato a pochi e gestito da pochi. Truffa pubblica, sostenuta dallo Stato con i soldi della cittadinanza ignara e certamente contraria alla diffusione di una forma degenerata e del tutto svilita di arte, presentata come la vera arte, arte d’avanguardia.

FRODE IN COMMERCIO - MERCANTI D’ARTE

Essi vendono per vera arte solo ciò che, arbitrariamente, hanno convenuto di ritenere tale in accordo con i critici d’arte, oppure sulla base di una propria convinzione, da cui ne deriva anche una fattispecie di concorrenza sleale. Occorre ristabilire i valori fondamentali di onestà di giudizio e verità.
I mercanti d’arte compiono una frode basando il consiglio sull’acquisto in termini di valore economico garantito per il futuro. Rendono così del tutto nullo il valore stesso dell’opera come opera d’arte esaltando esclusivamente il valore commerciale d’investimento. Quindi affermano che alcuni autori sono da acquistare ed altri sono da scartare, discriminano e fanno investire capitali (anche allo Stato e ad Enti Pubblici) solo sulla base di affermazioni partigiane, escludendo il libero arbitrio del compratore. I mercanti si giustificano dicendo: “Vendiamo questi autori perché sono i collezionisti a richiederli”. In realtà la domanda da parte dei compratori è suggerita dalla propaganda critico-museale e dai mass-media.
Il mercato rimane così gravemente monopolizzato. Quindi critici, mercanti, direttori di musei e giornalisti sono tutti colpevoli.
Urge che lo Stato ristabilisca d’autorità la libera concorrenza e dichiari esplicitamente che la verità non risiede solamente nei cervelli critici d’avanguardia. Occorre in qualche modo ristabilire l’equilibrio ed il sostegno del mercato, occorre quindi intervenire sul concetto di diritto alla libera espressione ed azzerare d’autorità tutte le false convenzioni nell’insegnamento e nella propaganda artistica, o perlomeno mettere in guardia il mercato che “non è la verità ciò che dicono storici, critici, giornalisti e mercanti”. La verità è una sola ma viene presentata solo in un’ottica artefatta e progettuale per certi tipi d’interesse economico e politico.
Le televendite di quadri rappresentano insieme tutti questi tipi di reato possibili: offrono “porcherie” terrificanti come opere d’arte di grandi e famosi autori. Inoltre affermano essere opera d’arte la semplice riproduzione fotolitografica.
Frode anche perché nel campo della grafica, gli editori fanno eseguire ad altri il lavoro che non viene successivamente nemmeno firmato dagli autori stessi. C’è anche il sospetto che questi (gli artisti) non sappiano minimamente ciò che viene fatto e venduto a loro insaputa. Nel campo dei falsi è facile immaginare l’enorme falsificazione eseguita e venduta dai mercanti in accordo con gli esperti d’arte che in realtà sono dei “palloni gonfiati”, incapaci di capire assolutamente nulla, tronfi di boria e tuttavia così autorevoli da permettere allo Stato di essere imbrogliato. Tanto lo Stato quanto il privato. Per fare solo un esempio: nel 1979 apparve una statistica sul numero dei quadri dipinti da Rosai. Ebbene un pittore come lui al massimo nel corso della sua vita, a mio parere, può aver dipinto novecento quadri ed anche meno. Allora, invece, venivano dati come autentici quattromila quadri. Una cosa pazzesca! Mentre si stima che ne siano in circolazione almeno trentamila. Su ogni Rosai autografo, sette sarebbero falsi. (Riferimento: Catalogo Nazionale “Bolaffi” d’Arte Moderna n.14 Ed.1979).

REATI CONTRO LO STATO E CONTRO LA PERSONA

Allo scopo di ottenere l’appoggio tattico e strategico della finanza pubblica e la protezione ufficiale dello Stato, questi devastatori della cultura hanno sempre ingannato l’autorità statale, dal momento che solo un capo di stato comunista o di estrema sinistra avrebbe potuto essere bene informato. Non pare che così sia per l’attuale capo di Stato Oscar Luigi Scalfaro.
Permettendo a bande di ignoranti presuntuosi di divenire presidenti e capi di associazioni pubbliche e private con lo scopo di denigrare gli oppositori a vantaggio delle avanguardie, hanno perennemente danneggiato sia moralmente che economicamente gli oppositori.
Mancato controllo e valutazione da parte degli incaricati a dirigere gli Istituti Italiani di Cultura all’estero, che si macchiano di tutti i difetti e reati proposti dalla critica ufficiale interna, come pure i galoppini di una centrale internazionale di eversione e propaganda non autorizzata.

ABUSO DI POTERE

Possibile azione all’interno del Ministero degli Esteri di veri intellettuali organici che controllano l’ufficio riguardante la selezione degli artisti cui agevolare all’estero, tramite l’ambasciata, contatti di prestigio e di denaro. Esiste certamente una persona (di sesso maschile) che raccoglie tutte le raccomandazioni fatte dai vari “critici d’arte” e direttori di musei che segnalano un artista, magari una bella e giovane signora di cui si sono invaghiti. La propongono affinché possa fare una carriera di prestigio a spese dello Stato. Non vale solo il criterio rigido della politica, ma anche preferenze personali e favoritismi.

CONTRABBANDO E TRAFFICI ILLECITI?

Attenzione ai frati ed alle suore (falsi?) che frequentano i mercanti d’arte o gli storici dell’arte! Sono stato testimone di avvenimenti insoliti, taciuti alla magistratura perché il sottoscritto non poteva che contare sulla sola propria parola, mentre dall’altra parte c’era la potenza sociale ed economica. Qualsiasi cosa avessi detto, me l’avrebbero fatta pagare cara, fino a distruggermi con la mia famiglia.
L’appartenenza a quale confraternita mi è ignota, tuttavia, sotto la tonaca, strette e bendate al petto e lungo il corpo portavano mazzette di soldi (negli anni ’70 e parte degli anni ’80), oppure opere d’arte. Si suppone che anche i critici d’arte abbiano i loro religiosi (veri o presunti) che trafficano in opere d’arte.

SOCIETÀ SEGRETA A SCOPO SOVVERSIVO

Come tale è da considerarsi l’attività degli operatori nel settore: basterebbe fare indagini come un imbianchino possa essere divenuto miliardario in pochi anni e possa aver fondato un enorme museo del valore economico attuale veramente incalcolabile.

SOPRUSI E TERRORISMO DELL’ARTE DI STATO

Per arte si dovrebbe intendere una disposizione della natura a saper rendere con il disegno e i colori se si tratta di pittura oppure disposizione a sapersi esprimere con i mezzi idonei per altre forma di arte.
In realtà oggi s’intende per “arte di stato” l’insieme delle avanguardie o ricerca. Le avanguardie sono contro l’istinto naturale. Questo perché si dovrebbero insegnare solo le tecniche di approccio e di sviluppo delle innate capacità creative, senza condizione con teorie filosofiche e sociali mutuate dal pensiero strategico comunista. È sopruso estremo nei confronti della dignità dei popoli assegnare cattedre ad elementi convenienti a certi partiti o ideali sovversivi.
È inammissibile che non vi siano organi di Stato che vigilino affinché la corruzione internazionale non prevarichi.
Bisogna esaminare con serenità d’animo tutto il mondo della cultura, anche con organi specificatamente selezionati a garantire il diritto di libertà di tutte le espressioni. Non è possibile che solo gli avanguardisti e i loro sostenitori detengano la verità. Non esistono diverse verità, ma diverse angolazioni di visione. L’arte deve ritornare alla sua vera natura di conforto. Gli storici dell’arte come sono attualmente devono essere sostituiti da reali artisti che abbiano dato fin dalla prima infanzia convincenti prove di bravura. Questo è molto difficile ma non impossibile.

DOMANDE A CARATTERE GENERALE

Qual è la legittimazione giuridica della critica d’arte? Ovvero in base a quali norme si è tenuti ad ascoltare le opinioni dei critici? Che rapporto ci può essere tra arte e politica per far si che l’arte possa restare libera?
Se per capire l’arte occorre essere laureati in filosofia e in storia dell’arte, come è possibile che i giornali, le riviste, affidino l’incarico di critico d’arte a ragionieri che lavorano in banca e non hanno la più pallida idea di cosa siano il disegno e la pittura? I danni che si provocano non meritano risarcimento? Quali mezzi la legge mette a disposizione dell’artista danneggiato? Se la Costituzione Italiana permette un’attività scritta od orale a persone che giudicano un’opera d’arte o l’attività intera di un pittore, sulla base esclusiva del gusto personale o in nome di una particolare scelta ideologica e quindi può innalzare o negare, quali mezzi legali ha l’artista emarginato per ottenere giustizia? Si sappia che per denigrare un artista basta ignorarlo.
Come mai nessuno vigila per impedire che si formino “cartelli” o congreghe anche a livello internazionale che operano in sintonia tra critica, giornalisti o pubblicisti, mercanti dell’arte e docenti universitari di storia dell’arte, che possono determinare la fortuna di un aspetto dell’arte e danneggiare un altro aspetto, in modo tale che alcune tendenze primeggino anche se contrarie all’interesse generale dei popoli? Come mai apparentemente non ci sono autorità statali di controllo con capacità di veto come per i monopoli industriali? Anche nell’arte ci vorrebbero una “par condicio” e l’anti-trust. Quando si effettua una diffamazione continuata non scritta, né firmata, senza alcuna testimonianza che permetta alla vittima di poter adire alle vie legali, quando questa continua diffamazione autorizza chiunque a sparlare e arrecare danno, in maniera vigliacca e senza mai scoprirsi, quali possibilità ha la vittima per potersi difendere? Come ha fatto l’umanità a prestare fede ad una critica che impone e che sceglie ad arbitrio? La responsabilità è dei partiti e dei governi! Come la mettiamo con i principi di etica e filosofia legale? Dove sta scritto che siano i critici a stabilire ciò che devono fare o non devono fare i pittori?
Sta scritto forse da qualche parte che chi lavora con doti artistiche naturali e vuol fare opere belle e di consolazione debba essere lapidato, sconsacrato, votato alla morte ed alla derisione perché non fa quello che i comunisti vogliono? Una volta chiarito che dietro l’arte d’avanguardia c’è la critica d’avanguardia, e che dietro la critica ci sono movimenti politici rivoluzionari, cosa manca per poter capire che l’arte non è libera e che siamo in una condizione di dittatura in cui si commettono svariati reati, dall’abuso d’ufficio al turbamento del mercato alla violenza privata?
È bene che si esamini la mia relazione e si stabiliscano dei veri principi di libertà. Non più il critico o lo storico a manipolare a suo piacere tutto quanto per far quadrare i conti. Non più i critici a comandare bensì solo gli artisti devono liberamente creare senza più molestia alcuna da parte della critica, dei mercanti e dei mafiosi. Libertà per l’arte. Basta con gli scribacchini ed il mondo totalmente parassita che vive intorno all’arte!
Non sarebbe più opportuno che scrivesse d’arte un pittore nato che da cinquant’anni ha dato costante e continua prova di sapienza pittorica e di profonda educazione artistica avendo studiato filosofia e storia dell’arte?
L’arte per sua natura deve essere gesto, istinto, scienza del bello, del sublime, consolatoria, informativa. L’arte è sempre stata e deve essere per sempre espressione di leggi estetiche innate nell’uomo ed esaltate a seconda del maggiore istinto connaturato. L’arte è connessione astratta fra neuroni, materia pensante, duttilità estrema di spalla, braccio e mano. L’arte deve essere assolutamente libera. Aggettivo questo sul quale urge richiamare l’attenzione.
Tutto ciò che ho sopra indicato come “arte naturale” viene bollato e squalificato col termine “classico”, “volgare”. Mentre con il termine “arte libera” e “artisti liberi” si è convenuto internazionalmente ad indicare esattamente il significato opposto: per la critica illiberale ed assolutista il termine in oggetto deve significare Rivoluzione Politica. Attualmente l’arte che viene chiamata libera è quella che distrugge, cancella, uccide, devasta. È arte degenerata. La sua sottile ironia sta nel godimento di far considerare dalla società cosa di grande pregio ciò che invece è sterco, immondizia. L’ironia consiste nel godere dell’estrema stupidità delle classi ricche che adorano e comprano porcherie immonde coprendosi di lordura. Con questa mia critica intendo trovare la via legale per rompere le barriere dell’omertà artistica ed oso scrivere direttamente a Lei, Supremo Garante della Costituzione, ed ai governi di tutto il mondo ed a tutti gli organismi di sicurezza internazionale, affinché si faccia chiarezza e si elimini con leggi specifiche il prevalere di una classe atta a delinquere e che gode sempre più di prestigio e potenza.
Il sodalizio mafioso politico e mercantile esercita una vera dittatura, servendosi dei seguenti strumenti:
- esclusione dal circuito museale e mercantile degli oppositori;
- diffamazione effettuata tramite la non menzione e l’esclusione;
- uso di letteratura, mezzi audiovisivi, dizionari, riviste tecniche e stampa per sostenere gli artisti utili ai propri scopi;
- negazione all’avversario di comparire nel circuito ufficiale senza nessuna spiegazione diretta, per non incorrere in effetti di reazione: basta affermare a voce che l’artista non interessa, possibilmente senza testimoni a favore dell’artista non gradito per occludere qualsiasi possibilità di reazione legale;
- concessione gratuita di tutto l’apparato gestionale dell’arte ufficiale, compresa la Biennale di Venezia, musei e scambi con l’estero. Tutto a spese dei cittadini che però non hanno alcuna possibilità di contare qualche cosa e poter mettere il veto all’operazione;
- esclusione con disprezzo degli avversari, ridotti fin dal 1900 a semplici dilettanti. Ora vengono considerati pittori d’arredamento, ben separati dai pittori dell’arte che conta e vale moneta.;
- nessuna possibilità per i reietti di difendersi anche dalla diffamazione operata ed istigata nei loro confronti dal cittadino comune che, senza responsabilità, è trascinato dai cosiddetti esperti e contribuisce, in nome della “libertà di critica”, ad offendere e distruggere il poveraccio senza difesa.
Domanda: come si può difendere dalla diffamazione continua e silenziosa se non ci sono testimoni e nemmeno gli avvocati si prestano ad aiutare la vittima? La Costituzione afferma che ogni cittadino che goda dei diritti civili può esprimere pubblicamente il proprio pensiero, come mai gli oppositori del regime vengono sempre e costantemente zittiti? I quotidiani e le riviste dovrebbero quindi riportare chiaramente anche il loro credo artistico e gratuitamente. Se, invece, si deve delegare i politici che interpretino il loro pensiero, allora è una battaglia persa in partenza. Occorrerà fare un’azione clamorosa con l’aiuto della Magistratura se si vuol sperare che sia timidamente (è una speranza) data qualche superficiale notizia. Per questo chiedo il Suo aiuto! Sia ben chiarito che gli “intellettuali organici dell’internazionale” non vestono più di rosso. Ogni colore, compreso il color porpora, può essere “organico”, quindi, come dice il Vangelo, bisogna riconoscere solo dai fatti, non dalle parole. Chiunque sostenga l’avanguardia artistica, in ogni campo è nemico della patria e dell’uomo! L’arte come espressione di un dono di Dio deve fruttificare a gloria di Dio e del Suo creato, a vantaggio di tutte le genti. L’avanguardia e la cultura moderna sono la volontà ostinata di negare e vanificare i talenti e i doni di Dio. Negare all’artista di svolgere il proprio ruolo secondo natura è bestemmia, l’avanguardia è continua bestemmia contro Dio e la natura. Nelle Università e nei musei si celebra il rito satanico della bestemmia contro Dio. Il vergognoso gioco tra comunisti e capitalisti sulla pelle dei lavoratori: i capitalisti supportano, anche con fondazioni private, valori economici spaventosamente elevati dalle avanguardie allo scopo di finanziare in “nero” i capi comunisti e sindacalisti, in maniera che il popolo s’illuda di trarre vantaggi dalla sinistra. Infatti agitazioni di piazza, cortei e sindacati ottengono sempre qualche vantaggio economico, subito vanificato dalla libertà di aumento dei prezzi. Dietro le fondazioni di cultura, dietro le grandi sponsorizzazioni per l’arte d’avanguardia c’è sempre finanziamento illecito al partito, attraverso la scelta dell’esperto che consiglia e dell’artista scelto. Per avere l’idea delle cifre immense che ruotano intorno all’arte d’avanguardia controllare il “Catalogo dell’Arte Moderna Italiana” (Giorgio Mondadori Editore), la rivista “Arte”, il listino aste, ecc.

RESPONSABILITÀ DEI COMPRATORI

Occorre servirsi della classe borghese per distruggere la classe borghese. Bisogna blandire gli aristocratici ed i ricchi per infiltrarsi tra di loro e farli agire per noi. Ogni inganno, ogni bugia è utile per penetrare nel potere e rimanervi. Distruggere l’arte della tradizione perché “la bellezza conduce alla libertà” e ciò è pericoloso. Come Lenin viaggiava in Rolls-Royce tra i contadini gelati dal freddo, così ora i critici d’arte, gli storici e compagni ingannano l’umanità con i soldi dei ricchi. L’omertà, la menzogna e la riduzione dell’arte ad affare economico trasformano i ricchi in complici. A Bologna, a spese della popolazione italiana, trionfa il DAMS, possibile scuola di terrorismo intellettuale. Di scuole come il DAMS di Bologna pare che ne ce siano in tutti gli stati occidentali. La borghesia, proprio come profetizzato da Lenin, sovvenziona i suoi boia. Gli stati finanziano la rivoluzione comunista e permettono questa apologia di sovversione e sono quindi responsabili. Il mio compito può finire qui. Tuttavia vorrei aggiungere qualche suggerimento per un’ipotesi di riforma.
Propongo che non sia insegnata storia dell’arte, ciò per permettere agli artisti di svilupparsi spontaneamente, insegnare solo tecniche di approccio.
Propongo altresì di eliminare il ruolo attuale di critico d’arte e di obbligare alla par condicio tutti gli artisti, mai più critici faro e guida.
Propongo un organismo statale, provinciale e comunale per la valorizzazione degli artisti e per la vendita delle loro opere. Artisti veri, pagati dalla Stato, tutta la loro produzione allo Stato. I soli pochi artisti da scegliere devono dare subito la prova evidente di gran mano e di grande sensibilità, già fin dalla prima infanzia. Non più l’artista da comprare perché gonfiato dai critici settari! Solo artisti famosi perché bravi! Ritengo che in Italia possano esistere al massimo cento artisti nati. Assistere solo questi. Oppure la critica e l’insegnamento dell’arte nelle scuole deve essere onesto. Deve spiegare la vera natura comunista, destabilizzante, sovversiva, contro l’umanità in genere ed in particolare contro i ricchi. Bisogna affermare che oggi è più moda e mafia e meno idealismo. Poiché il successo dell’artista e del critico è dato dal conformismo settario, allora morte all’attuale arte.
Basta con il plagio, basta con l’apologia di reato. Abbasso gli storici ed i critici d’arte. Fermiamo il perverso mercato. Basta con l’odio di classe! Basta con le avanguardie! L’arte non può essere un bene di consumo. L’arte deve appartenere allo Stato, mentre i privati possono avere solo copie autorizzate o riproduzioni fotomeccaniche multiple dichiarate.

RIASSUNTO SULLE PIÙ IMPORTANTI CORRENTI DALL’OTTOCENTO AI GIORNI NOSTRI

Già dal 1860 il partito della politica sovversiva poteva contare un numero notevole di intellettuali. Occupandoci esclusivamente di pittura, possiamo ricordare la deificazione di un pittore veramente incapace, maldestro e, probabilmente, malato di mente: Paul Cézanne. Tutti i difetti della sua opera vengono esaltati come traguardi da perseguire. Inutilmente il grande pittore Edgar Degas affermava che bisognava prendere a bastonate Cézanne e tutti i suoi epigoni. La realtà ha dimostrato che i rivoluzionari comunisti hanno punito severamente i grandi interpreti della pittura dell’Ottocento, relegandoli ai margini della scena artistica e togliendo loro la giusta importanza. Tra questi, possiamo citare a titolo di esempio i seguenti artisti: Hayez, David, Gericault, Ingres, Boldini, Mancini e molti altri.
Al contrario vengono esaltati gli inferiori, quali: Rousseau, Utrillo, Lilloni, tutta la scuola lombarda, romana e “corrente” e tutti quelli che hanno impestato i primi anni del ’900. Subito dopo il 1860 si cercava il pittore che denunciasse ed esaltasse il nascente socialismo, la fatica, il lavoro, l’umiliazione sociale, la povertà, aspirando ad un Goya. A questo punto deve essere accaduto qualche cosa di grave che ha indotto ad abbandonare una strada utile, capace d’informare sulla realtà della sofferenza, e di stimolo anche politico a superare le condizioni sociali di povertà. Io ritengo che sia venuta a mancare la “materia prima” necessaria per costruire quest’arte sociale: non c’erano pittori all’altezza che avessero anche nobiltà d’animo tale da voler rappresentare il lavoro, la fatica, la sofferenza di ogni giorno. È a questo punto che vengono lanciate quelle mode che vanno dall’astratto all’espressionismo e via fino alle forme attuali, con l’intenzione, mai chiarita al pubblico, di fare politica di rivoluzione comunista. Già ai primi del Novecento tutta l’arte è una forma di negazione e di terrorismo. Presento di seguito l’elenco delle correnti che si sono via via susseguite, corredate della spiegazione ufficiale della loro provocazione e del loro reale significato.

ARTE

Avanguardia, dadaismo, astrattismo, informale, pop-art, happening art, body art, iperrealismo, cinetica, arte concettuale, arte povera, trans-avanguardia.

ARTE D’AVANGUARDIA

Termine generico che indica tutti i movimenti artistici che ricercano continuamente nuove modalità di espressione (o di non espressione) e nuovi atteggiamenti critici nei confronti dell’arte del passato. Le “avanguardie storiche”, nate e cresciute tra il 1914 e il 1917, sono: Futurismo, Astrattismo, Cubismo, Dadaismo.

DADAISMO

Avanguardia storica sorta in ambienti rivoluzionari che predicava l’impossibilità di rapporto tra arte e società, quindi l’impossibilità della comunicazione e la casualità come valore dell’opera d’arte. Marcel Duchamp, ben più filosofo che artista, espose nel 1916 provocatoriamente un orinatoio come opera d’arte, volendo così affermare l’assoluta assenza di canoni in campo artistico e quindi l’impossibilità di distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è. È già implicitamente presente l’idea di “morte dell’arte”, affermata esplicitamente negli anni settanta dal critico G.C.Argan. Da diverse fonti si apprende che il Dadaismo è sorto con scopi rivoluzionari in campo politico. I suoi fondatori di Zurigo ebbero diretti e frequenti contatti con Lenin, certo il loro più attivo sostenitore, tanto che si può ipotizzare che la mente ideatrice del movimento sia proprio quella del rivoluzionario russo.

ASTRATTISMO

Avanguardia storica in cui il rifiuto del passato si sostanzia nel rifiuto della rappresentazione. Per Piet Mondrian, uno dei suoi maggiori esponenti, l’ideale da raggiungere era la tela bianca: assenza totale dell’opera. Sua aspirazione in architettura era la totale distruzione ed eliminazione della Natura all’interno della città, che doveva essere completamente di cemento, vetro ed altri prodotti rigorosamente umani.

INFORMALE

Corrente artistica d’avanguardia affermatasi dopo la Seconda Guerra Mondiale e fondata sull’idea (di matrice dadaista) dell’impossibilità di rapporti tra Arte e società industriale. Il compito dell’artista rimane dunque solo quello del puro “fare” (dal greco “poein” = poetica) senza nessun legame con alcunché, senza nessuna forma e nessun contenuto.

IPERREALISMO

Tentativo americano di recupero della figurazione, anche se relativo alla banalità quotidiana. Senza conseguenze ulteriori a causa della volontà internazionale di ridurre tutto a sciopero ad oltranza.

POP-ART

Corrente d’avanguardia di origine americana secondo cui l’arte deve essere realizzata tramite l’uso di materiali ed oggetti quotidiani e la ripetizione in serie di immagini. Se inizialmente poteva avere un valore costruttivo, con Andy Warhol che aveva riscoperto il valore dell’immagine, successivamente viene trasformata da altri autori in una semplice opera di assemblaggio di rifiuti secondo il canone Dadaista della casualità.

HAPPENINGART

Esibizione pubblica di artisti che ricorda il gusto Dadaista (Cabaret Voltaire) e Futurista di trasformazione dell’arte in spettacolo di animazione.“Occorre cambiare metodo, scendere nelle vie, dar l’assalto ai teatri, introdurre il pugno nella lotta artistica” (Marinetti). Derivata dalla Pop-Art è definita: “Nient’altro che l’uso di oggetti in movimento, tra cui persone”.

BODYART

Corrente d’avanguardia derivata dall’Happening Art, secondo cui l’arte deve essere realizzata direttamente con l’uso di persone vive poste dall’artista in atteggiamenti e pose da lui scelte, permane il rifiuto della rappresentazione, sostituito dall’uso di persone.

ARTECINETICA e OPTICAL ART

Nell’Optical Art c’è un esasperato gusto per la ricerca in campo tecnico-scientifico, la costruzione di strutture in metallo, l’esaltazione del movimento non rappresentato ma direttamente realizzato.“L’arte oggi dipende dalla conoscenza e dalla possibilità di ricreazione, moltiplicazione ed espansione”.Ricerca soprattutto di effetti ottici. Vi era qualche cosa di costruttivo ma è sfociata nel nulla.

EARTH ART

Arte della terra dove l’opera consiste semplicemente in un incontro tra l’uomo e la natura realizzato dall’artista tracciando un solco in una qualsiasi parte della terra, possibilmente nascosta e difficilmente raggiungibile, oppure pennellando qualche albero o scavando delle fosse. Essendo opere realizzate in angoli nascosti della Terra, la documentazione fotografica della loro esistenza diviene con il tempo più importante dell’opera stessa. Successivamente il valore viene attribuito direttamente all’idea, assumendo così l’opera mero valore illustrativo dell’Idea. Nasce così l’Arte Concettuale.

ARTE CONCETTUALE

Corrente d’avanguardia risalente agli anni Settanta, secondo cui il valore dell’opera risiede semplicemente nell’idea avuta dall’artista. In un primo momento esiste l’intenzione di comunicare un’idea (possibilmente banale ed insignificante), tramite l’uso di oggetti non trasformati dall’artista ma presi dalla realtà quotidiana. Si passa poi al completo ermetismo e rifiuto della comunicazione, per cui il significato dell’opera non è conoscibile e deve essere attribuito arbitrariamente dal fruitore.

ARTE POVERA

Riedizione del Dadaismo secondo cui l’opera deve essere realizzata con l’assemblaggio di materiali “poveri” come i sacchi di juta. Partecipazione attiva di sub-intelligenze volontarie tipo down.

MORTE DELL’ARTE

Affermazione ufficiale (Zagabria 1970) di rottura del rapporto tra Uomo ed Arte, e quindi affidamento alle macchine, che hanno superato l’Uomo, del compito di creare opere d’arte. Arte uguale tecnica.

TRANS-AVANGUARDIA (somma truffa)

Superamento dell’avanguardia dopo l’azzeramento operato dall’arte concettuale. In particolar modo superamento della supremazia del politico sul sociale e sul culturale.
Libera espressione da parte dell’artista che è nomade, viaggiatore senza canoni, che può rifarsi con ironia alle Avanguardie Storiche, senza dover essere legato ad alcuna regola specifica. Può persino tornare a dipingere. Critico sostenitore: Achille Bonito-Oliva. Risultati raggiunti a mio modo di vedere: nessuno, “predica bene e razzola male”.

BIBLIOGRAFIA

•DIZIONARIO DELLA PITTURA MODERNA a cura di Robert Maillard e Dino Formaggio - Edizioni “Il Saggiatore”1959
•“I PREZZI DEI QUADRI: LI DECIDE LA MAFIA” di Viviana Kasan - Corriere della Sera – 18 ottobre 1989
•INFORMATUTTO - Editrice Selezione Reader’s Digest - Milano 1970
•LE AVANGUARDIE ARTISTICHE DEL NOVECENTO - Mario De Micheli - Editore Universale Economica Feltrinelli
•CATALOGO NAZIONALE BOLAFFI D’ARTE MODERNA n. 14 Ed.1979
•“QUANDO L’ARTE FINISCE PER STRACCI” di Sigfrido Bartolini - Il Giornale - 15 dicembre 1995

GLI ANNI BUI DELLA SUPERSTIZIONE

Un figlio non conforme alle aspettative o gravato di qualche tara era una vergogna. Le altre persone erano portate a pensare chissà quali peccati la famiglia avesse commesso. L'ignoranza del vangelo di Cristo era ed è tuttora totale e totale è la conoscenza genetica. Una famiglia era da considerarsi in grazia di Dio se aveva soldi, posizione sociale e tanti figli sani e belli. Mi ricordo che a cavallo tra gli anni '50 e '60, all'ospedale militare di Baggio (Milano) una suora, colta, addetta agli esami del sangue dei militari ricoverati, si rifiutava di fare il controllo della sifilide nel sangue di un giovane ufficiale: diceva che i ricchi, benedetti dal Signore, non potevano essere colpiti da simili orrende malattie. Solo i poveracci, peccatori, erano colpiti da simili malattie. Il colonnello responsabile, Colonnello Papa, si adirò e picchiò violenti pugni sulla scrivania ed urlò con tutta la sua voce che quell'ufficiale era sifilitico e che proprio le famiglie per bene, le più ricche, spandevano tale malattia. A malincuore la suora fece gli esami medici e risultò che quel bravo figlio di famiglia ricca aveva una infezione importante di sifilide presa da una signorina per bene, proveniente da una delle più ricche famiglie italiane. Il colonnello Papa, sempre arrabbiatissimo, sentenziò che i principali appestatori di malattie veneree erano proprio i ricchi, protetti e difesi dalla chiesa. Oggi i preti più intelligenti ed avanzati vengono chiamati "a la page" e vengono indicati come "proto demoniaci" o comunisti. Ultimo termine, coniato da un intellettuale, bigotto di tutto rispetto, apposta per me è: "liberale di sinistra!" Ebbene ancora oggi la malattia è considerata punizione divina a causa del peccato. Quindi negli anni della mia infanzia ero considerato la conseguenza di peccati. Era quindi, per i genitori di allora, necessario nascondere la malattia dei figli. Nei casi estremi, qualcuno di questi genitori pensava di massacrare di botte il figlio ammalato nell'intento di scacciare il demonio o comunque le preghiere e gli esorcismi erano le medicine più idonee. Andavano bene anche le cartomanti o i cosiddetti "maghi". Del resto ancora oggi si sa dalla cronaca di ogni giorno quante persone ricorrano a questi signori. Rimaneva certo il concetto che molti figli sani erano il segno della benedizione di Dio e soprattutto che i genitori erano esenti dal peccato. Un figlio ammalato era un’onta per la famiglia e questa cercava di nasconderlo o peggio di eliminarlo. In poco più di sessant'anni l'umanità ha fatto balzi da gigante verso la maturazione intellettuale e sociale. Esistono però ancora enormi masse che pensano più alle benedizioni dei santi piuttosto che alle cure dei medici. Dopo il ritorno di mio padre dalla guerra, l'ignoranza della popolazione e la grande superstizione dei miei portavano a credere a tutto: ai fantasmi, agli spiriti cattivi, alla benedizione delle cartomanti, dei frati e preti, il peccato di ogni gesto del figlio (maledetto) era causa di ogni male per la famiglia. Io stavo male di salute ma non mi era concesso di esternarlo, era tutta voglia di coccole che mio padre contrastava con tutta la violenza tipica dei siciliani. Il male d'orecchi, il male di testa, il vomito era guarito dalle minacce di morte reali. Difeso veramente solo dalla povera nonna del lago Maggiore. Già ho detto molto di questa situazione, ma mi ero dimenticato delle croste che mi coprivano il corpo ed in particolare la faccia. Era tutta colpa mia, perché mi grattavo e l'unico rimedio da parte dei miei erano le polveri di rosa di Santa Rita. Difficilmente essi andavano oltre. Magari era una reazione modesta di un tipo di vaiolo vaccino. Per tutti gli anni Quaranta, tennero banco fra i pettegolezzi della gente i delitti della Cianciulli. Tutti inorridivano per la fine macabra delle tre donne assassinate. Con il sangue la Cianciulli confezionava biscotti molto apprezzati. Con i corpi faceva sapone. Pochi sapevano che l'assassina aveva confessato di aver ucciso tre donne per liberarsi da una maledizione contro di lei e i suoi figli. Il primo delitto avvenne nel 1939 e gli altri di seguito negli anni a venire. Riporto questo scellerato episodio per spiegare come negli anni Trenta e Quaranta (e magari ancora oggi) gli italiani credevano alle maledizioni. Così era successo anche per me da parte della mia famiglia. Evidentemente, la paura della maledizione siciliana gravava su tutti i componenti della famiglia. Pesava come un macigno: per quanto volessero nasconderla, influenzava le azioni e le decisioni della piccola famiglia. "Vedrai che non succederà nulla" diceva mia madre appena constatato che il nuovo venuto era un maschio. Tuttavia mio padre prese una decisione importante: prima ci trasferì a Legnano dove aveva fissato il domicilio, presso le case popolari di Via Carlo Porta 56; poi si arruolò subito nella milizia fascista e da milite informò i parenti in Sicilia che io ero stato sul punto di morte all'età di sei mesi. Tuttavia sono sopravissuto. Ho lottato, perso e vinto.

I CONSIGLI SOCIALI ALLE SANTE FAMIGLIE RICCHE ED AI LORO PARGOLI.

In pratica i genitori ripetevano quanto avevano già detto i “padri spirituali” degli allievi ricchi del liceo scientifico della mia città: “Cari figlioli, non dovete dare nemmeno una lira agli altri, altrimenti diventerete poveri voi e dovrete andare ad elemosinare. I ricchi sono tali perché è la volontà di Dio. Se Dio avesse voluto, i poveri sarebbero nati ricchi e potenti. Invece afferma S. Paolo che i poveri devono fare gli schiavi. Voi figli di ricchi dovete ubbidire alla Chiesa e frequentare la sacrestia, riferire tutte le malefatte dei comunisti. Voi farete la carità solo alla Santa Chiesa che sa bene come usare il denaro. Non è lecito uccidere, ma potete isolare i facinorosi. Niente confidenze, niente frequentazioni, niente aiuti. Solo fra voi e noi ci deve essere alleanza. Quel Vaccaro ad esempio è troppo intelligente e non possiamo permettergli di divenire un capo cellula del partito comunista. Chi è comunista vuole la distruzione della vostra ricchezza e di quella della Chiesa. I poveri devono vivere come sempre, lavorando in fonderia, nel profondo delle miniere, nella cave e non già nelle banche e nell’industria. Non possiamo concedere più di quello che già si sono presi con la democrazia. Non possiamo più, almeno per ora, bruciarli vivi, come ai bei tempi! Sia maledetto Napoleone.”

DA EROINA A TIRANNA

È possibile che una donna onesta, brava, lavoratrice, che si è completamente sacrificata nel lavoro per mantenere la famiglia, divenga poi un’aguzzina nei confronti del figlio minore maschio? Si! È quello che è successo a mia madre. Abbandonata, sola con due figli in una cittadina non sua, senza parenti vicini e in tempo di guerra, ha saputo far fronte all’atteggiamento codardo del marito siciliano che ha preferito la vita da milite fascista lontano dalle reali responsabilità familiari. Ho già raccontato molto sulle motivazioni di questa fuga dalle responsabilità. Ho cercato anche di dare spiegazioni semplici su un periodo storico anni Trenta e Quaranta: superstizione ed incoscienza! Tuttavia questa donna, tanto eroica quanto ancora innamorata di un uomo incosciente e crudele, dopo aver perdonato al marito ed averlo aiutato ad inserirsi di nuovo nella società, si è trasformata via via in matrigna nei confronti del figlio “maledetto”. Non è vero che un bambino maltrattato diventa poi un malefico genitore. Chi avesse la pazienza di leggere la mia storia, si renderebbe conto che questa opinione è di comodo e del tutto sbagliata. Quello che conta è la genetica, parola ancora misteriosa alla maggioranza della gente, che pensa siano solo la ricchezza e le buone maniere della famiglia e dell’ambiente a fare di un maschio un uomo valido ed utile alla società. Pochi di voi possono ricordare il periodo della mia infanzia e della mia giovinezza. Nessuno crede che l’umanità sia crudele a tal punto da bastonare a morte un cavallo o un asino per stimolarlo a portare e tirare pesi insopportabili. Ebbene dagli anni Trenta a quelli, orami dimenticati, Cinquanta, certe famiglie stressavano, bastonavano, quasi a morte, un bambino sgradito per ottenere frutti graditi e notevoli senza concedere nulla in cambio. Stress? L’ignoranza degli italiani allora era immensa e valeva solo il mito fascista: “santo bastone e olio di ricino!” Un esempio: la cipolla da mangiare. Per molti è una bontà da gustare, per altri, come me, un cibo repellente, vomitevole ed impossibile da digerire. “Se non mangi subito tutta la cipolla, ti ammazzo!” Con questa frase minacciosa ed un grosso coltello da cucina in mano, mio padre mi obbligava a trangugiare quell’ortaggio che inesorabilmente vomitavo subito dopo. Allora botte, insulti e di nuovo minacce di morte. Ero costretto a rimangiare la cipolla che immediatamente rivomitavo e così sarebbe andata avanti all’infinito se non fosse intervenuta la nonna del lago Maggiore a difendermi, prendendo magari botte e frasi oltraggiose a sua volta. Questo è solo un piccolo esempio di una situazione familiare che oggi non potrebbe più esistere perché la legge pone dei limiti alla potestà familiare. Volendo giustificare tutte le angherie patite, posso affermare che l’atteggiamento punitivo ed estremamente esigente nei miei confronti era dovuto a due fattori essenziali: immaturità e desiderio di ottenere successo sociale per i figli. L’ immaturità dei miei era dovuta alle esperienze limitate ed a causa di un momento storico, quello fascista, dove la società veniva forzata a credere che la volontà fosse tutto. Quindi era sufficiente desiderare e pretendere da me per ottenere tutto quello che le proprie frustrazioni non avevano loro permesso. Da qui deriva la negazione brutale ed assoluta di qualsiasi giocattolo anche il più modesto, la rigidità nel pretendere successi scolastici al di sopra di tutti gli altri, ignorando che, mentre il sottoscritto stava solo nei mesi estivi sull’asfalto bollente a levare dalla strada bitume arroventato per farne palline con cui giocare, alcuni compagnucci di scuola venivano ospitati nei migliori collegi svizzeri dove trascorrere ad alto livello l’estate tra i giochi, gli insegnanti di lingue straniere, i giocolieri e gli spettacoli teatrali. Mi pare comunque inutile raccontare tutte le privazioni subite. La schiavitù familiare e la totale insensibilità nei miei confronti è durata vent’anni. Dopo di ciò sono riuscito a liberarmi e a rinascere. Perché mai questa involuzione? Una donna, madre di due figli, abbandonata, per motivi assurdi, trova la forza di lavorare e provvedere ai suoi figli ed a sé stessa, accetta quindi un lavoro impegnativo che la stressa ed a lungo andare matura una vera insofferenza verso il sesso maschile ma non riesce a vendicarsi del marito bello, di cui è innamorata. Matura in lei, quindi, l’avversione verso quel bambino non desiderato e cerca di riscattare le sue sofferenze e le sue insicurezze costringendolo a divenire presto uomo, capace di provvedere a se stesso ed ai suoi bisogni vitali. Questa mamma non intende nemmeno festeggiare i compleanni e gli onomastici. Andrea deve crescere, ubbidiente e capace. Deve avere i migliori voti. Deve arrivare ad un traguardo sociale ed economico solo con le sue forze a al più presto. Deve lavorare perché lei non ce la fa più. Lei è molto stressata ed ha paura della miseria e del bisogno. Il marito bello è solo un impaccio ma trova nella sua brutalità verso Andrea la spinta verso l’emancipazione dal bisogno. Certamente mi hanno derubato il diritto alla mia infanzia ma hanno ottenuto che diventassi uomo, artista di professione e capace di mantenere me stesso, la moglie, due figli e un numero considerevole di gatti.

FORSE IL MIO SORRISO?

Ho ereditato dalla nonna del Lago Maggiore un bel sorriso che tuttavia dava l’impressione di un “ridere” piuttosto che un segnale di compiacimento e di approvazione. Da sempre i compagni di scuola ed anche mia moglie avevano scambiato il mio sorriso per un atteggiamento ironico nei loro confronti. Di questo sorriso riporto alcune fotografie, poche in verità, ma sufficienti a capire che anche nei momenti tristi sul mio volto si stampava questa smorfia che gli altri scambiavano per uno scherno nei loro confronti. Forse l’atteggiamento ostile risaliva a tanto tempo prima quando la gente, anzi le donne, mi consideravano uno dei più bei maschi della zona e molte di esse cercavano di farmi loro. Ritornando a Legnano, sposato con una vistosa e bella padovana, si vendicavano contro di me parlandone male. Anche gli uomini forse – è una mia presunzione – si vendicavano perché una volta ero ricercato dalle donne. Penso che però questo sia un banale motivo. Penso che sono stato lontano dall’ambiente oltre dieci anni ed il mio ritorno forse faceva pensare a me come un intruso che voleva sottrarre loro estimatori ma in realtà non sapevano capire cosa la critica militante esigeva dagli artisti. Eravamo in un regime democratico dove la libertà era un valore assoluto ma non per l’arte. Conviene che dia qualche rapida idea di che cosa volevano i “padroni dell’arte” incominciando dalle maggiori fondazioni americane. Riporterò solo una sintesi di una recente trasmissione televisiva sul dominio dell’arte: “Proibito dipingere in maniera che i fruitori capiscano subito il messaggio; il concettuale deve essere misterioso e deve far sorgere idee e domande a chi guarda”.

CONVERSAZIONE SULLA GENETICA IN OCCASIONE DELLA MIA MOSTRA PERSONALE A LEGNANO NELL'APRILE 2008

Discussione fra un medico specialista in oncologia ed uno scienziato ricercatore a proposito dei miei disegni dell’infanzia.
Dott. Marco: “Ma come è possibile che dei genitori di fronte a questi disegni non abbiano favorito gli studi d’arte del figlio?”
Il pittore: “Caro amico, devi pensare che tu e tua moglie siete genitori evoluti, moderni e molto preparati, come lo sono attualmente buona parte dei genitori. Quando io ero bambino, i genitori non avevano idea alcuna sulle doti e sulla carriera artistica. Il pittore era una figura sconosciuta alla massa e le poche voci che lo presentavano lo definivano un lavativo che non ha voglia di lavorare, uno che vuole essere mantenuto, un diverso che non può combinare nulla di buono. Già allora il popolo pensava che le scuole d’arte fossero fonte di corruzione, depravazione e di drogati”.
Interviene lo scienziato Roberto: “Ci sono tipi diversi di genetica. Io ad esempio potrei riprodurre perfettamente uno di questi quadri ma non saprei crearli”.
Risponde il medico Marco: “Allora ci vogliono una grande passione, un grande interesse e un grande temperamento”.
Afferma il pittore: “Tu l’hai detto: temperamento, predisposizione, interesse, amore per l’arte e quindi genetica”.
Riafferma lo scienziato ricercatore Roberto: “La natura delle persone è diversa perché ci sono cromosomi fatti di genetica diversa e quindi la predisposizione, la passione e l’interesse sono genetiche. Anche se l’ambiente ti stimola verso l’arte, se manca la predisposizione non c’è l’artista. Anche nella musica, io, scienziato, saprei riprodurre un suono perché il mio cervello è atto a ricordare la musica. Non saprei tuttavia creare musica”.
Conclude il medico Marco: “Allora ci vuole oltre alla passione anche la predisposizione”.
Conferma il pittore: “Hai detto bene ma il successo dell’artista viene dagli altri. Quindi non è detto che una buona genetica sia garanzia di successo.

GRAZIE, DUCE!

Ieri sera, martedì 19 agosto 2008, LA7 ha mandato in onda un lungo e documentato servizio storico sulla sessualità di Benito Mussolini. Fra le mille sue avventure galanti che ben poco ci possono interessare, è venuta alla ribalta una notizia che mi sembra utile e da sapersi. Il Duce aveva istituito una legge penale dura ed efficace contro quei genitori che avessero voluto sbarazzarsi sia dei feti che dei bambini non graditi. Forse, e mi auguro di sbagliare, è grazie a questa “dura lex” che il sottoscritto, figlio maschio sgradito perché maledetto, ha potuto vivere e raccontare la sua storia. Infatti pare che in precedenza fosse cosa normale sopprimere i figli perché non voluti o per difficoltà economiche.

IL POPOLO AMA I COMBATTENTI

Nessuno può immaginare come una persona molto sensibile, come sono stato io, possa essere uscita da tutte le angherie e ferite morali che ho ricevuto io. La realtà conferma che a furia di bastonate, invece di andare in pezzi come un falso diamante di vetro, io sia riuscito a resistere ed a rinforzare il mio carattere a tal punto da uscirne vincitore. Oggi, dopo una vita di offese e di impegno, pare che sia considerato un “grande” ed uno tra i più noti almeno a livello popolare. Per quanto riguarda gli intellettuali è opportuno sapere che sono convinti di essere i “primi della classe” e di essere i detentori della verità assoluta. Quindi sono tanto pieni di sé da essere refrattari per partito preso al mio successo. Non vorrei essere io stesso considerato uno di questi “intellettuali”. Io sono diventato popolare perché il popolo sa quanto sono stato combattuto e denigrato. Il popolo si ritiene vicino a me per simpatia perché sente che “io ce l’ho fatta!” Cioè sono riuscito non solo a sopravvivere ma addirittura a vincere. Il popolo ama i vincitori. La realtà è che, a costo di svendere le mie opere, sono riuscito a produrre bene e tanto. Molti di loro invece sono evaporati nel nulla. Il segreto della vittoria sta nel contrapporre alle loro offese e minacce opere talmente valide da superare ogni obiezione. Ora gli avversari dicono che tutta la zona è piena di miei quadri, in realtà molte sono litografie e loro non sanno distinguere un pezzo unico da opere seriali. Questo però non è un complimento, infatti gli intellettuali che conducono il gioco ritengono che l’artista debba vivere ed operare senza vendere: è un po’ come i filosofi greci che consideravano solo chi poteva vivere senza lavorare. La democrazia secondo Aristotele e Platone era valida solo per i padroni. Chi lavorava era schiavo o servo che non contava nulla. Gli spartani dovevano esercitarsi alla guerra uccidendo liberamente i servi. Purtroppo il pubblico, estraneo al mondo dell’arte, pensa che sia un ambiente di sentimenti superiori: non è così! Vengono sostenuti e premiati solo i distruttori. I ricchi comprano opere di chi li vuole impiccati. Il mio movimento è esattamente il contrario: “Ritorno all’umano” per aiutare a vivere. Il complotto ebraico- comunista di lotta contro tutto e tutti è veramente fallito.

CREDERE ALLE MALEDIZIONI

La bibbia è piena di maledizioni e di benedizioni e pare che contro di esse non ci fosse rimedio. Riferisco solo due esempi, una benedizione ed una maledizione, anche se quest’ultima era condizionata al comportamento sociale e religioso del popolo di Dio. Alcune benedizioni dalla Genesi: benedicevano Rebecca, dicendole: “possa tu, sorella nostra, divenire migliaia di volte diecimila e il tuo seme prenda possesso della porta di quelli che ti odiano”. Geova ad Isacco: “Non scendere in Egitto – risiedi nel paese che io ti designo. Risiedi come forestiero in questo paese e io sarò con te e ti benedirò, perché a te e al tuo seme darò tutti questi paesi e certamente eseguirò la dichiarazione giurata che giurai a tuo padre Abramo. E certamente moltiplicherò il tuo seme come le stelle dei cieli e darò al tuo seme tutti questi paesi, e per mezzo dei tuoi semi tutte le nazioni della terra certamente ti benediranno”. Quando Isacco era diventato vecchio e cieco, prossimo alla morte, chiese ad Esaù un piatto gustoso di cacciagione. Rebecca tradisce marito e figlio preferendo Giacobbe, gemello di Esaù. Consigliò Giacobbe di sostituirsi ad Esaù, travestendosi in modo da sembrare peloso e quindi ingannare Isacco. Lei stessa preparò un piatto gustoso da offrire al marito. Ecco la benedizione carpita al padre, benedizione irrevocabile: “E Dio ti dia le rugiade dai cieli e i fertili suoli della terra e abbondanza di grano e vino nuovo. Ti servano i popoli e si inchinino dinanzi a te i gruppi nazionali. Divieni padrone sui tuoi fratelli e i figli di tua madre e si inchinino dinanzi a te. Maledetto sia ciascuno che ti maledice e benedetto sia ciascuno che ti benedice. Giacobbe aveva risposto alla madre:”certamente diverrò uno che schernisce ed attirerò su di me una maledizione e non una benedizione!”: Rebecca gli aveva risposto: “la maledizione, riservata a te, ricada su di me, figlio mio!” Tuttavia Isacco non si accorse del trucco usato dalla moglie Rebecca ai danni di un figlio, preferendo lei Giacobbe. La bibbia è piena di trame ordite anche nei confronti dei familiari e tradimenti di patti e trattati per cui conviene non fidarsi mai!Rebecca parlò molto male ad Isacco delle giovani donne presenti e spinse il marito a benedire il figlio da lei preferito perché cercasse moglie presso lo zio Labano. Isacco benedisse così Giacobbe: “e Dio onnipotente ti benedirà e ti renderà fecondo e ti moltiplicherà e certamente diverrai una congregazione di popoli. E darà a te la benedizione di Abramo, a te e al tuo seme, perché tu prenda possesso del paese delle tue residenze come forestiero, che Dio ha dato ad Abramo”. Fra infinite benedizioni, trame, inganni, agguati si arriva ad una singolare maledizione in Ezechiele. La parola di Geova fu specificamente rivolta a lui nel paese dei Caldei, nel quinto anno
dell’esilio del re Joiachin. Ezechiele: “E lo mangerai come focaccia rotonda d’orzo e in quanto ad essa la cuocerai su pezzi di merda umana davanti ai loro occhi. Perciò i padri stessi mangeranno i figli in mezzo a te e i figli stessi mangeranno i loro padri e certamente eseguirò in te atti di giudizio e spargerò a ogni vento tutto il tuo rimanente”.
Comunque ancora si teme la maledizione bonariamente scambiata per “malocchio”.

LA VOLONTÀ DI DIO

Se mi è concessa una critica a Papa Ratzinger ecco cosa voglio dire: da sempre l’umanità ha riconosciuto nella natura e nelle sue creature la mano e l’intelligenza creativa di Dio. Perché impegnare milioni di persone a studiare la Bibbia per riconoscere Dio? Si vuole forse giustificare tutti coloro che fanno uso della guerra e della violenza? Tutto l’impero fisico, economico, appariscente è solo scenografia. Gesù ha detto: Ama sia il tuo prossimo che il tuo nemico. Tutto il resto è fasullo e scenografia. Non sono necessari sacerdoti. Bastano i comandamenti. Si ha il sospetto che questa nostra religione cattolica, ma anche le altre, serva a tranquillizzare il popolo, ad accontentarsi di quel poco o niente che ha e a subire le arroganze dei prepotenti e dei ricchi perché così deve essere. Ciascuno ha quello che si merita. Lo stabilisce il prete: chi merita ha salute, soldi e bella vita. I peccatori la miseria e la morte. L’escatologia della Bibbia si può riassumere così: Dio sceglie chi vuole come Re e guida dei popoli. Tutto il resto dell’umanità deve onore, riverenza ed obbedienza all’unto del signore Iddio Geova. Chi è con lui riceve ogni sorta di benefici e grazie, chi non è con lui è maledetto. Attualmente i preti, tranne pochi, sono separati dalla battaglia della vita. Vivono al di sopra delle ansie degli altri e, come tra gli antichi uomini liberi della Grecia, non hanno altro compito se non pregare, guidare le masse e benedire e maledire. Dio ascolta e guarda quello che fa il Vaticano? Ho paura di no. Penso - ed è solo ed unicamente il mio pensiero - che l’unico comandamento valido di Gesù Cristo sia: “eliminate il capitalismo e siate tutti fratelli!” ma la cosa è impossibile perché la Chiesa e la Bibbia parlano solo di padroni, Re e ricconi come Abramo. Quindi ci sono due soluzioni al problema:
1. La Bibbia è una serie di favole a sostegno di alcuni contro tutti gli altri.
2. Dio è un capitalista che ama solo i ricchi e maledice i poveri.
Secondo la Bibbia Bush e tutti gli USA sono degli “unti dal Signore” come Ciro il grande ed il resto dell’umanità è sterco. Penso che la giustizia divina (se esiste) dovrebbe spazzare via il clericalismo sposato all’oro ed a chi lo possiede in abbondanza. Per dubitare, almeno in piccola parte, dell’onestà intellettuale di questi capi carismatici che esaltano le sacre scritture, parola di Dio, consiglio di leggere L’ebraismo a cura di Puech, Biblioteca Universale Laterza edizione 1988 e Voltaire – dizionario filosofico a cura di Mario Bonfantini, Giulio Einaudi editore, Torino 1995.

IL PRETE E LE SUE DONNE

Un visitatore delle mie mostre ha voluto raccontarmi una gustosa storia di donne e del loro innamorato Don… Tutto è successo alla sua bella età di oltre ottant’anni! Si capisce che il sacerdozio fa bene alla salute: come gli antichi ebrei nei racconti biblici avevano figli a ottanta e più anni. Questo anziano sacerdote, ancora sano e vigoroso, pare abbia stimoli sessuali imponenti e giusti: cioè ama pazzamente il sesso femminile. Si racconta che la perpetua, una brava signora anch’essa innamorata del baldanzoso prete, abbia per caso sorpreso l’oggetto del suo affetto a letto con due giovani donne, una straniera e l’altra una procace donna del sud. La poveretta ci rimase malissimo, anche perché il suo amore e la sua dedizione al sant’uomo mai avrebbero immaginato tanta libidine: amoreggiare contemporaneamente con due donne e alla bella età di ottantaquattro anni! Sul momento, la poveretta era attonita, incapace di reagire; poi corse dal monsignore, superiore diretto del focoso prete, e raccontò con tutto il dispetto e l’orrore quanto aveva visto! Il superiore ascoltò bene, valutò la faccenda e disse: “Non giudicate e non sarete giudicati! Anche noi preti siamo uomini e la carne è debole!” Congedò la poveretta tradita con la raccomandazione di tacere con tutti per l’onore della Santa Chiesa. Ritornata all’ovile, la perpetua rimproverò, come era giusto secondo lei fare, lo smanioso e potente vecchio stallone: “Ma lo sa che alla sua età fare certe cose diventa pericoloso? Lo sa che si può morire d’infarto o rimanere paralizzati?” Non si conosce che cosa rispose il sant’uomo. La povera perpetua tradita accettò di continuare a servirlo: lavare, far da mangiare, curare la pulizia dell’ambiente e stare zitta. Tuttavia venne a sapere che il “Don” manteneva le due donne con cifre molto alte e che addirittura ad una aveva messo su casa, pagando di suo tanto l’affitto quanto l’arredamento nuovo fiammante. La perpetua fu sul punto di scoppiare dalla rabbia. Di conseguenza fece una notevole scenata al “Don”. Ora tutto precipitava in una tragicommedia. Il prete allora pensò bene di agire in maniera che la povera perpetua potesse essere presa per pazza, da sopportare ma del tutto inaffidabile: giocò d’astuzia nel modo che sto per raccontare. Siccome la perpetua frequentava la casa del prete da molti anni, aveva anzi un locale tutto suo dove riporre le sue cose e dormire, il prete pensò bene di far sparire alcuni suoi oggetti personali e persino il portafoglio con tanto di documenti. La vittima diventò sempre più depressa e nervosa e quando chiese notizie riguardo alle sue cose, il prete le rispose che lui non aveva né visto né toccato nulla e quindi era lei, poveretta, malata di mente! Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: dalla canonica vennero urla da manicomio. Tutto fu comunque messo a tacere con minacce di ricovero coatto. La poveretta, vittima di simili offese e minacce, non osava nemmeno andare a denunciare la sparizione dei documenti, compresa la patente di guida! Solo confidò a qualche amica la tragicomica situazione ecclesiale. Ecco come vengono conservati i segreti: sono giunti anche alle mie orecchie ma anche io faccio come le famose scimmie: non vedo, non parlo, non sento. Il timore della perpetua era quello di finire sui giornali.
La perpetua del don crede al malocchio: è stata oggetto del furto di documenti con sue fotografie e teme che i ladri (di cui pensa di conoscere l’identità) le usino per farle il “malocchio”. Siamo nel 2008 e questo è un altro episodio della fragilità della psiche femminile. Anche se proprio oggi ho sentito al telegiornale che il Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy non ha gradito la messa in vendita di un pupazzo con la sua effige sul quale si potrebbe praticare il voodoo con grossi spilloni. La perpetua, dopo aver denunciato la sparizione dei suoi documenti alle autorità competenti, notava che i militi toccavano un bel cornetto rosso! Appena rientrata in canonica, dopo avere gettato dietro alle spalle manciatine di sale, sventaglia verso tutte le direzioni l’indice e il mignolo tesi a corna per scaramanzia. Poi, appena sola in casa, accendeva incenso con formule magiche. Non potendo offrire come nel passato il fumo delle vittime arrostite, si limitava a quello dell’incenso e delle candele. Le donne fin dall’epoca degli antichi ebrei offrivano sacrifici alla “regina del cielo” per avere protezione. La Regina del cielo, come la dea madre Gea, non hanno nulla a che fare con il culto della Madonna ma è cosa vana farlo capire alle signore. Del resto proprio l’ambiente religioso, un derivato dell’ebraismo, è ripieno di maledizioni o preghiere per levarsele di dosso. Basta pensare agli esorcisti.

QUELL’EDUCAZIONE NEI SEMINARI

Sempre visitatori in vena di confidenze. Una persona che aveva un figlio con la vocazione del sacerdozio, mi raccontò il seguente episodio. Il figlio, poco più che dodicenne, fuggì dal seminario e, ritornato in famiglia, sulle prime non dava spiegazione alcuna. Aveva una forte chiusura in se stesso e cercava la solitudine. Con tutto l’amore e la pazienza dei genitori si riuscì a scucirgli qualche notizia confidenziale. Era successo questo: Non appena entrato in seminario, i superiori insegnarono che le virtù principali erano l’obbedienza, la pazienza, la sopportazione e la sofferenza. Questa doveva essere subita con gioia e data in offerta a Dio per imitazione delle sofferenze e delle piaghe di Gesù Cristo. Comunque i giovani dovevano accettare tutto quello che sarebbe successo in ottemperanza al sacrificio, in silenzio per la fortificazione dell’animo. Lo scopo finale era quello di farne sacerdoti coraggiosi e forti, pronti a tutto, persino al martirio. Fu così che già dalle prime notti gli allievi ricevevano la visita degli educatori che li penetravano analmente, con o senza unguenti. Dopo un certo periodo di sevizie, l’allievo preferì scappare e rinunciare alla carriera di prete. Il padre e la madre furono comprensivi e tranquillizzarono il figliolo, che dopo una salutare vacanza iniziò gli studi da ragioniere con la piena soddisfazione di tutta la famiglia.

UN’ ESPERIENZA DI LAVORO GIOVANILE

Mio padre era uno di quei siciliani selvaggi, animato da buone intenzioni ma privo di grazia e di parole gentili. Non aveva avuto padre, era cresciuto in ambiente carcerario e poi tra i manganellatori fascisti, con tanto di pugnale tra i denti. “Ah! Vuoi fare il pittore?” Cala un fendente come una sciabolata sulla testa e poi bastonate fino a che rimango sotto il tavolo della cucina, ben lontano dalle sue grinfie. “Per incominciare, domani vai a lavorare!”. Difatti alla mattina alle nove mi porta sulla canna della bicicletta dinanzi al macello comunale. Lì esisteva un ingrosso di importazione e distribuzione vini del sud. Il titolare era una brava persona di nome Cataldi e mi disse:. “Vuoi proprio lavorare da me? Questo è un mestiere pericoloso: le botti sono pesanti e bisogna scaricarle a spalla. A me pare che tu sia solo pelle e ossa e dodici anni sono troppo pochi. In questo lavoro io ho perso mezza gamba. Forse è meglio che ripassi fra cinque o sei anni!” “No, mio figlio deve imparare cosa è il lavoro perché ora è solo un mangiapane a tradimento e non vuole studiare!” “Va bene, rispose il Cataldi: vedremo cosa si potrà fare!” Alle sei di sera il sottoscritto era rotolato sotto un cumulo di botti vuote: per fortuna senza danni. “Senti, caro - mi disse il bottaio - “torna a casa e dì a tuo padre che venga lui a prendere in spalla e scaricare cento litri di vino!”

LAVORO TEMPESTIVO CONTRO LE IDEE BISLACCHE

Fallito il lavoro di scarico di botti del vino, papà provvide a darmi un altro incarico pur di togliermi dalla testa l’idea di fare il pittore. Aveva deciso di farmi provare la delizia di un traforo a mano di cartoni giganteschi per la realizzazione di cartelli pubblicitari stradali. In pratica dovevo pungere con aghi robusti la traccia di disegni su grandi fogli di carta sui quali vi erano immagini utili alla rappresentazione della pubblicità, in modo che attraverso i fori passasse la polvere di carbone e lasciasse un’ evidente traccia su masonite. Dalla mattina alla sera, inginocchiato sopra i cartoni, avrei dovuto fare migliaia di buchi. Poi, con l’aiuto di altre persone, avrei dovuto appoggiare il cartone gigantesco su un supporto destinato a divenire un tabellone pubblicitario da colorare. A mezzogiorno, gli operai si appartavano con il loro pranzo in un contenitore chiamato in dialetto “schiscietta”. Io stavo a guardare perché da casa non arrivava niente e in quella ditta non c’era la mensa. Arrivato alle cinque di sera, sporco di polvere di carbone, affamato e scontento, aspettavo che arrivasse il tocco della mezz’ora. Come tutti gli altri, anche io salutavo ed a piedi ritornavo a casa. Qui giunto, tutto sporco, ricevevo un sacco di rimproveri e la solita, abitudinaria, minaccia di morte. Come passavano i giorni, io diventavo sempre più sporco e poiché non guadagnavo nulla, mia madre si impose con decisione perché la smettessi di lavorare. Per impedire che mio padre si inventasse qualche altro lavoro, magari in fonderia, accettai l’idea di trascorrere tutta l’estate da solo sull’asfalto bollente a trarne palline di bitume.

UNA VISITA INQUIETANTE

Alle tre di mattina venni svegliato da due visitatori giunti a Padova da Legnano. Uno era il futuro cognato calabrese, l’altro era mia madre. Cosa erano venuti a fare a Padova? Mia madre si limitò ad impormi che dovevo lavorare. Mio cognato non parlò e non dimostrò né simpatia né piacere. Era forse un avvertimento? Con il passare degli anni, molte idee hanno affastellato il mio cervello. Una di queste era che il calabrese, amico dei capi della ’ndrangheta, avesse l’intenzione di spararmi un colpo alla nuca, dopo avermi invitato in auto per poi disfarsi del cadavere gettandomi nel fiume che attraversa Padova. Queste cose le penso adesso, con il senno di poi. All’epoca semplicemente non riuscivo a capire. Mia madre che ci faceva con quel galantuomo di futuro genero? Già buttato fuori dall’esercito con disonore per violenza e crudeltà continuata? Forse voleva evitare la tragedia con la sua presenza? Allora i miei possedevano una Ford 315 Consul, di piccola cilindrata. Da Legnano a Padova dovevano aver percorso l’autostrada con lentezza, almeno per cinque ore. Cosa avrà detto di me a mia madre quella canaglia e delinquente di calabrese? Cerco di immaginare: “Che te ne fai di quel buono a nulla di tuo figlio? Sarà sempre un disonore per una famiglia onorata di due professori! Non credi che voglia essere mantenuto? È un fallito, privo di intelligenza e di doti, è solo un peso. O lo fai internare a Cesano Boscone o in qualche manicomio e poi si butta via la chiave! Sarebbe più semplice invitarlo in auto e poi strozzarlo. Non sarebbe difficile e sarebbe una liberazione per tutti noi!” Forse mia madre sussurrò: “Aspettiamo ancora un poco! Forse mette la testa a giudizio e si mette a lavorare. Tanto non fa più parte della famiglia perché l’abbiamo ripudiato come figlio!”
Sull’argomento mia moglie Marisa, dopo oltre quarant’anni di convivenza con me, afferma spontaneamente: “Tua madre era di certo fuori di testa. Non aveva, a torto, alcuna stima nella tua persona. Tuo cognato era un vero mascalzone che mirava ad eliminarti. D’altra parte il matrimonio con tua sorella è stato un colossale fallimento!”
Dalle trasmissioni televisive sulla storia, risulta che tutta l’Italia è una catena di connivenze mafiose e che pertanto è assolutamente sbagliato pensare di risolvere le questioni delle “mafie” cambiando governi. Difatti alle “mafie” interessano tutti i finanziamenti dello stato per qualsiasi cosa. Allo scopo di fare piazza pulita e ricominciare tutto ex novo, lo stato dovrebbe eliminare tutti i suoi dirigenti, avvocati, giudici e separare con una violenta guerra civile quel poco di onestà che rimane al nord da tutto il resto. C’è chi si sentirà in grado di farlo? Dovrebbe essere l’Europa unita con l’appoggio degli USA. Per ripulire l’Italia è necessario disfarsi di tutte le classi dirigenti e di tutti gli accattoni che servono i “mafiosi” per denaro. La mia famiglia era finita per ingenuità in mano alla ‘ndrangheta e il “capo bastone” di cui si vantava lo sciagurato professore era una realtà, citata anche negli attuali servizi di storia! Mia madre aveva tanta smania di far sposare quell’informe cumulo di grasso di sua figlia che passava oltre anche all’omicidio di suo figlio, colpevole di non essere anche lui “professore” di qualche cosa.
Per moralizzare l’economia e la politica a mio avviso si dovrebbero eliminare tutti i sostenitori del libero mercato, siano essi avvocati, giudici banchieri o giocolieri della finanza. Alla fine si toglierebbero di mezzo in questo modo tutti i mafiosi, compresi i clericali!

VOLEVANO SBARAZZARSI DI UN FIGLIO FASTIDIOSO E DIFFICILE

Si sono interessati presso medici amici e non ma non era più possibile rinchiudermi in manicomio, perché ci voleva il consenso della vittima. Speravano quindi che qualcuno provvedesse a levarsi dal mondo e lasciarli liberi di interessarsi solo della beneamata figlia, la prima della classe ma anche una grassona, occhialuta e gobba. Fu così che la brava figliuola si innamorò di un importante industriale occhialuto e circondato da amici fidati. Ecco scattare nel cervello paranoico dei miei una brillante idea. Io dovevo accostarmi al gruppo in Piazza S. Magno e sforzarmi di capire se lor signori parlassero di quel mostro di mia sorella. Alle mie rimostranze relative alla sordità causatami dalle amorevole sberle e pugni di mio padre ecco altre sberle e cazzotti; io dovevo, anche se sordo, riferire gli eventuali complimenti sulla tanto brava e buona sorella. Dopo mesi e mesi di simili appostamenti riferii solo l’impressione che quei signori ridessero a crepapelle di lei non appena la vedevano. In difficoltà se riferire o meno sull’argomento, alla fine non ce la feci più e sbottai: “Non solo non è innamorato ma il gruppo scoppia a ridere appena la vedono!” Naturalmente io ero il cattivo e giù pedate e botte fino a stendermi. Quella famiglia di matti non riusciva a capire che solo le belle ragazze, simpatiche e piene di charme interessano gli uomini. Quindi io ero un malvagio e volevo offendere la famiglia! La storia continua.

ROMA 1960

Mia madre, la cui testa era più dura di quella di pietra di una statua di marmo, si era fissata di fare sposare la figlia al figlio dello zio di mio padre, un cugino alla lontana che viveva a Roma ed era un impiegato statale. Si era colta l’occasione di un matrimonio fra un altro cugino, fratello del prescelto, con una brava fanciulla di circa vent’anni proveniente da un paesino di collina, nei pressi di Roma. L’unica preoccupazione delle mie donne era quella di circuire il parente candidato, a sua insaputa, a sposare la balena di mia sorella. Il cugino interessato era lontanissimo dall’idea macchinata a sua insaputa e si era dato molto da fare per far visitare la città eterna alle signore del nord, che proprio se ne fregavano delle visite turistiche. L’unico loro interesse era quello di incastrare l’innocente che allora aveva circa trent’anni. Era laureato in legge, pare che fosse segretario niente meno di Andreotti. Oltre tutto era alto, bello e molto gentile oltre che simpatico. Le due malefiche femmine di casa mia approfittarono dell’occasione per coinvolgere anche gli sposini a trascorrere il viaggio di nozze sulle rive di Anzio (località nota per lo sbarco alleato ma non per la sua leggiadria!) Le streghe venute dal nord cantavano vittoria ma l’orso non aveva affatto venduta la sua pelle. Ogni tanto veniva a trovarci qualche ora e in quel frangente l’astuzia di mia madre portava il discorso sull’età matura per mia sorella per trovar marito. Il buon cugino capì l’antifona e con tutto il tatto di un buon diplomatico cercava di sgusciare dalla rete approntata per lui! Nel frattempo gli sposini freschi si erano arrabbiati con quelle due brutte femmine che non rivolgevano loro nemmeno una parola visto l’interesse per il rispettivo fratello e cognato. Fatto sta che gli sposini litigarono con le mie donne e le piantarono in asso andando come era giusto a “consumare” in qualche luogo più divertente e meritevole. Nel frattempo erano venute sulla spiaggia, proprio accanto a noi, due distinte signore romane, delle quali le mie femmine nemmeno si erano accorte, tanto era la rabbia per il fallimento dei loro piani. Personalmente mi ero stufato di seguire tutti i raggiri femminili per prendere al laccio il cugino dottore e mi dedicavo ad ascoltare i discorsi delle due nuove venute. Le brave signore romane parlavano ad alta voce, come fossero sole ed affermavano ripetutamente: “Le donne del nord Italia sono tutte troie e puttane. Le “serve” poi sono solo tutte venete e lasciamo che i nostri mariti si sollazzino, così rimane tutto in casa, tra le quattro mura! Sono bestie e le bestie si cavalcano! Mai permetteremo ai nostri figli di fidanzarsi e sposare una di lassù. Piuttosto li uccideremmo! Quelli del nord sono solo schiavi al nostro servizio. Che crepino pure! A Roma siamo tutti meridionali perché noi siamo più intelligenti e furbi! Quelli del nord sono solo ignoranti e zoticoni, specie i lombardi e i veneti!” Personalmente sono rimasto senza parole e mi aspettavo che le mie due donne del nord reagissero, visto che erano gomito a gomito con le brave donne romane. Invece niente; era tanta la rabbia per la sconfitta matrimoniale che non avevano sentito né capito niente! Il cugino non si è mai più fatto vivo. Il mondo va così!

LA PRIMA DELLA CLASSE E SUA MADRE

Mia madre era convinta di essere l’unica a possedere la verità. Mia sorella, forte dei bei voti scolastici, disprezzava cordialmente il sottoscritto e quando si guardava allo specchio si vedeva bellissima ed affascinante. Per quelle due donne, affamate di matrimonio per Giuliana, speravano in tutti gli uomini che venivano in casa che almeno uno fosse il marito ideale. La mamma aveva plagiato la figlia convincendola che non erano la grazia, la gentilezza, la bellezza ad attrarre gli uomini ma i bei voti scolastici: in realtà mia sorella faceva realmente schifo: grassa, gobba, con l’acne, gli occhiali, una gamba più grossa dell’altra e chi più ne ha più ne metta. Aveva una compagnia di carampane piuttosto ingenue che speravano tutte nel principe azzurro e la spiavano dentro casa, abitando loro ai piani più alti e dirimpettai. Il sottoscritto, mascalzone, delinquente, raramente vinceva borse di studio e a malapena portava a casa la promozione. Ero quindi il figlio maltrattato da disprezzare. Tuttavia ero ricercato dalle donne e persino dagli uomini. Quel giorno Gianfilippo, un ragioniere di banca, era venuto a casa mia sperando in un amore corrisposto da me. Le befane del quartiere spiavano gli avvenimenti in casa mia e si accorsero che mia sorella e mia madre facevano gli occhi dolci all’uomo, trentenne, ben vestito ma che spasimava solo per me, maschio. Lui metteva subito in chiaro le sue intenzioni e rivolgendosi a quello sgorbio di mia sorella, pronunciò una chiara frase: “Io e te, Giuliana, potremmo vivere cento anni solo come fratello e sorella!” Le mie femmine di casa, tanto intelligenti, non avevano capito affatto che Giancarlo era omosessuale e non voleva saperne di donne. La mamma e Giuliana continuavano a corteggiare il malcapitato, accarezzandogli le mani e facendogli sorrisi sdolcinati. “Caro, come sei bello, che belle mani che hai, come sei elegante!” Io cercavo di intervenire per chiarire la situazione ma, come al solito, nemmeno mi veniva concesso di aprire bocca. Affermava la mamma: “Giuliana è la più brava della scuola, ha la borsa di studio e presto sarà laureata, professoressa!” Gianfilippo incominciava a dare segni di insofferenza e guardava verso di me, nella speranza che io lo salvassi da una situazione che per lui era da voltastomaco. Io tentavo inutilmente di intervenire e di avvisare le due femmine assatanate che lui era venuto solo per me e basta! Quando alcune donne, che si ritengono intelligenti, credono di aver trovato la preda giusta, non la smettono più di circuire di attenzioni “moleste” il malcapitato e questi ripeteva con perifrasi che lui non era adatto ad un matrimonio con una donna, nemmeno la più bella del mondo: al massimo due fratelli, uno in una stanza e l’altro nell’altra, con le porte chiuse a chiave e magari con il catenaccio. Non c’era verso che le donne così intelligenti capissero l’antifona. Avevano trovato un bel maschio, di circa trent’anni, con un ottimo impiego e lo volevano concupire. Gli occhi di Gianfilippo strabuzzarono e cercavano in me la salvezza! “Caro Gianfilippo, che belle mani hai!” continuava la prima della classe. “Potremmo fare un bel matrimonio: io ho una ricca e bella dote!” A questo punto le care amiche che spiavano la scena dall’alto dei balconi dirimpettai, scoppiarono a ridere perché era notorio a tutti che quell’uomo era un mio spasimante ed aveva veramente schifo delle donne, in particolare di quelle brutte e sapientone! Gianfilippo si alzò in piedi, diede la mano alle due signore che ci rimasero assai male e poi perentoriamente mi disse che era ora di andarsene. Appena giunti in strada il distinto ragioniere affermò: “Andrea carissimo, per me è stata una sofferenza crudele subire l’attenzione di quelle due assatanate di tua madre e tua sorella! Possibile che non capiscano niente! Io voglio bene solo a te e le donne mi fanno schifo!” Vuoi mettere l’amicizia tra due maschi invece che con quelle schifose e laide donne! Mia madre e mia sorella non capirono mai che quell’uomo faceva la corte ad un altro uomo, perché le donne di casa mia avevano la testa di marmo! Le amiche continuano a ridere ancora oggi dopo cinquant’anni! Gianfilippo aveva completato il suo lapidario discorso dicendo: “ Piuttosto che giacere con una donna, io mi suicido!” Purtroppo per lui io ero tutto per le donne e lui ne rimase profondamente ferito, tanto da cambiare lavoro e città. Non l’ho mai più rivisto.

PREFERENZE E GELOSIE

La società italiana è disuguale e veramente non saprei dire quale sia la parte migliore e dove questa fetta la si possa trovare. Per mia personale esclusiva esperienza, posso affermare che la solidarietà è più facile trovarla al sud che non al nord. Le regioni hanno dialetti ed abitudini diverse. Ho trovato molta cortesia formale a Padova e nel Veneto in genere. In Piemonte, negli antichi abitanti, ho notato una grande cortesia. Nel 1970 a Torino vivevano solo circa trentamila piemontesi mentre la città era sommersa letteralmente da meridionali. Trentamila contro più di un milione di immigrati. La Lombardia vanta un primato economico eccezionale ma la sua gente è molto, molto chiusa: non gretta, ma diffidente e restia a fare amicizia. Poiché io sono un vero sangue misto (padre del profondo sud e madre piemontese; nonni e bisnonni di provenienze molto diverse), ho sposato una veneta di Padova, figlia di un carabiniere dell’Emilia Romagna e di una madre padovana puro sangue. Posso affermare quasi con certezza che la mia prole ha veramente tutto il colore diversificato dell’intera Italia. Fin da bambino, la mia caratteristica è stata l’innata capacità di sollevare invidia. Ero povero, non miserabile, tuttavia c’era chi, ben più benestante di me e della mia famiglia, nutriva sincera antipatia, invidia, forse gelosia. Più volte mi sono domandato cosa scatenasse negli altri questo sentimento negativo. Ho cercato di darmi delle risposte ma nemmeno mia moglie dopo quarant’anni di vita in comune saprebbe definire la causa di tanta invidia. Forse il mio sorriso ironico, per cui gli altri potrebbero pensare che io li irrida: non è così ma forse chi mi vede dall’esterno può pensarlo. Forse la mia naturale inclinazione al disegno ed alla pittura, che può preoccupare eventuali concorrenti. Forse l’aspetto fisico, molto diverso dai locali: capelli neri e molto riccioluti, fisico snello e statura elevata, tendenza al sorriso. Tuttavia non solo gli estranei potevano trovare in me qualche cosa di troppo, ero uno dei primi meridionali a Legnano e sapevo disegnare e dipingere con facilità. Venivo chiamato “terunella e berin” per via della mia carnagione scura e dei riccioli.

UN MOMENTO DI DISPERAZIONE

Nel pieno della crisi di salute, con la perdita dell’udito dell’orecchio destro ed un continuo fischio che mi tormentava giorno e notte, mi si erano bloccate le braccia in seguito a ernie del rachide cervicale. Era morto mio suocero e la vedova era completamente distrutta dal dolore. Marisa aveva due bambini piccoli cui accudire e da parte di mia sorella e di mia madre avevo ricevuto insulti e rifiuto totale di qualsiasi aiuto economico. Mi venne l’idea di ricorrere al Monte di pietà a Milano. Dopo lunghe code, mostrai qualche mio quadro da impegnare. L’impiegato mi rispose: “Senza cornice non ritiriamo nulla!” Misi cornici dignitose e ritornai dopo qualche giorno: “Se vuole le possiamo dare tremila lire!” Una cornice da sola costava almeno venti, trentamila lire. Rimasi talmente male che non riuscii a profferire parola. Ritornai molto depresso a Legnano ma non dissi nulla in famiglia. Qualche tempo dopo, morso dalla disperazione, ritornai al Monte di pietà e questa volta l’impiegato mi rispose che di quadri non ne voleva proprio e che poteva ritirare solo gioielli.

LA VISITA DI MIA MADRE

Quel lontano giorno, sul volgere del tramonto, aspettavo mia madre che aveva da mesi promesso una visita a mia figlia Barbara, da poco entrata in questo difficile mondo. La madre è colei cui si deve la vita, per la quale l’affetto e la riconoscenza valgono per tutta la vita; è colei da cui ti aspetti comprensione, affetto ed amore. Questo era il mio sentimento, che mi legava a lei fino alla fine, anche se non era ricambiato e quel giorno me lo ha dimostrato. Da Legnano a Milano occorreva una breve corsa di treno. Poi da Porta Garibaldi si percorreva un breve tratto di strada per giungere a casa mia. Marisa, commossa e trepidante, preparava Barbara alla visita della nonna. Si pensa che lo stesso sangue porti anche affetto per la nipote. Non fu così. Come vidi da lontano la figura tipica di una signora che teneva per mano un ragazzo, pensai subito a lei e a mio nipote. Quel nipote che io ho tenuto a battesimo e che ho cercato di fare entrare in famiglia con il giusto affetto. Sul mio viso si stampò un gran sorriso per entrambi ed andai loro incontro ma fui raggelato. La mamma mi aggredì con tutta la violenza di parole oltraggiose: “Cosa mi hai combinato? Mi hai fatto venire a Milano per tua figlia? Mi sono rotta anche le calze! Che cosa ci faccio io a Milano per tua figlia, la figlia di quella là. Me ne stavo volentieri a casa con mio nipote e mi sono dovuta disturbare a venire a Milano. Per chi poi? Per la figlia di quella là.” “Ma mamma è figlia mia, è tua nipote: è sangue del tuo sangue! Cosa stai dicendo?” La risposta fu molto esplicita ed estrema: “Voi non siete niente per me. Io sto con tua sorella e suo figlio. Voi siete meno di niente!” A questa risposta rimasi muto. Mi domandai se fosse il caso di continuare a camminare verso casa mia, verso mia figlia, mia moglie. “Mamma, se non te la senti, puoi ritornare a Legnano. Anzi ti accompagno e ti tengo compagnia fino a quando riparte il treno. Beviamo un caffè e ci salutiamo”. Brusca, con un’espressione addirittura malvagia, la mamma continuò tagliando corto: “Ora che mi hai disturbata e mi hai fatto scendere a Milano, voglio finire al più presto questo dovere che tu mi hai imposto contro la mia volontà!” Silenziosi abbiamo completato la distanza che da Porta Garibaldi ci separava da Via Fabio Filzi n. 8, dove vivevo. Abituato a subire e a controllarmi, non feci alcun accenno a Marisa dell’increscioso dialogo di poco prima tra me e mia madre. La visita fu brevissima e non credo proprio che mia madre avesse portato un fiore, un dolcetto o un giocattolo. Volle scappare subito via e ritornare alla stazione. Non volle nemmeno che io l’accompagnassi. E poi dicono dell’amore della madre per il figlio! A Marisa ho taciuto per anni l’increscioso dialogo.

DUE MARZO 1969

Era nata Barbara e pensavo di fare cosa gradita a mia madre portandola con me a vedere la neonata. Marisa aveva partorito alla mattina presto presso la clinica Mangiagalli. Tutto era andato bene e quindi avrebbe dovuto essere una bella giornata per tutti. Nonostante mia madre dicesse a tutti che suo figlio era un donnaiolo e che spendeva tutti i soldi della famiglia per fare regali alle signore e ragazze anche occasionali, in realtà io non avevo mai fatto un regalo ad una donna, salvo quando mia sorella aveva avuto il figlio. In quell’occasione mia madre mi obbligò a comprare, senza darmi denaro, grossi mazzi di fiori per sua figlia. Nonostante le sue affermazioni, la santa donna di mia madre mi sequestrava tutti i soldi che io potessi guadagnare e, mi vergogno ancora oggi, non mi dava nemmeno la paghetta settimanale dei bambini. Nella vita reale, avveniva proprio il contrario di quanto la famiglia andava dicendo e cioè che ero uno sfaccendato spendaccione. Succedeva proprio l’opposto: erano le ragazze e le signore che eventualmente mi offrivano il pranzo e la cena. Non avevo proprio alcuna esperienza di regali per signore e nemmeno potevo permettermi quello che sarebbe stato necessario per mia moglie. La santa donna di mia madre si guardò bene dal consigliarmi e si limitò a suggerirmi di acquistare dei fiori ai chioschi del cimitero. Sono stato veramente stupido, le ho dato retta ed ho comprato un grossolano mazzo di fiori che il venditore mi consegnò avvolto nella carta del giornale. Si trattava di un mazzo di garofani rossi che poi ho saputo a mia moglie non piacevano per nulla! Anzi ancora peggio, le ricordavano la miseria e quanto di peggio nel mondo potesse esistere. Dimenticavo anche di dire che nel pomeriggio precedente la nascita di Barbara invece di stare a casa con mia moglie ero andato ad Arona per lavoro. Quindi doppia fu la mia colpa, abbandonare la moglie in una città a lei sconosciuta ed il giorno dopo portarle in regalo un mazzo di garofani rossi. Il peggio del peggio. Da parte della santa mamma non uscì una sola lira, nemmeno per una rosa. Giunto all’ospedale, felice e lontano dal rendermi conto della balordaggine commessa, consegnai a Marisa quell’orrendo mazzo di fiori, così volgare che solo uno scaricatore di porto avrebbe potuto immaginare di offrire alla moglie e alla neonata. Non emisi una parola per scusarmi, ma fu tanta la tristezza di Marisa. Con la coda dell’occhio mi accorsi che mia mamma, tanto gentile con sua figlia, non seppe trattenere un lampo di soddisfatta malignità, tipica delle donne che volevano offendere altre donne. Per fortuna ho compensato la brutta gaffe facendo una serie di schizzi a Barbara che Marisa ha apprezzato ed ancora oggi sono appesi in camera da letto. Una cosa è vera: le madri talvolta sono demoniache e non c’entrano affatto con la retorica della Madonna.

INCONTRO CON MARISA

Nell’antico testamento e secondo molti teologi, avvengono fatti imprevisti perché voluti da Dio che sta perseguendo un suo piano. Gli antichi ebrei giustificavano anche l’omicidio con la formula “se Dio lo vuole”. Così anche molte sciagure avvengono per punizione personali oppure punizioni di un intero popolo. Dio è padrone assoluto e molto attento ai suoi patti con gli uomini, pronto a dare e pronto a togliere. Secondo questa ottica si può arrivare alla conclusione che i nazisti con Hitler siano stati la vendetta di Dio e subito dopo gli Americani potrebbero assurgere ad agenti per conto di Dio. Tutta questa premessa per giustificare l’incontro non programmato né previsto con Marisa. Era una giornata molto calda, era ferragosto e per coincidenza sia io che Marisa eravamo stati convocati a Padova dai rispettivi uffici di lavoro. Personalmente, arrivato al deposito Bassetti non trovai nessuno poiché era festa ed il lavoro sarebbe ripreso il giorno dopo. La stessa cosa era successa a Marisa, che abitava nel palazzo nel quale era sito l’ufficio che mi riguardava. Nel pomeriggio rimasi nelle vicinanze per parlare del più e del meno con un ex carabiniere. Eravamo fuori su un marciapiede d’angolo di questo edificio centrale di Padova, tra piazza Europa e piazza dell’Insurrezione. Il mio sguardo fu improvvisamente attratto da una bella donna, mora e molto abbronzata, con capelli lunghi sulle spalle ed un abito rosa senza maniche. Mi uscì inconsciamente un’espressione piuttosto volgare, così tipica di quando due uomini si trovano a parlare di donne. Il carabiniere mi stupì con una frase: “è mia figlia!” Devo essere diventato rosso per la gaffe volgare pronunciata ma la cosa si risolse bene spontaneamente. La bella mora attraversò la strada e si diresse proprio verso di noi. Salutò il padre e questi mi presentò: qualche banalità sul tempo e sulla imprevista situazione degli uffici chiusi, qualche complimento e la conoscenza fu fatta. Si trattava ora di fare combinare gli orari di lavoro per continuare a vederla ma la cosa non prendeva la giusta impostazione. Passò del tempo, qualche mese, ma non la incontrai più. La faccenda mi seccava e pensai che sarebbe stata una buona mossa da parte mia salire le scale della sua abitazione una domenica mattina. La scusa era molto banale: volevo sapere dal padre se avesse avuto notizia di una lettera che io aspettavo. Marisa mi trovò così in casa sua e dalle sue confessioni l’unica cosa piacevole della mia persona risultò essere la voce. Con notevole sicumera mi rivolsi a lei ed ai suoi per chiedere di uscire alla domenica pomeriggio, magari per andare al cinema. Con precisione non ricordo tutte le frasi ed il ricamo di attenzioni messe in atto dalla mia strategia per giungere ad un accordo. Il fatto fu comunque che quello fu l’inizio della nostra storia, sfociata poi nel matrimonio che dura ormai da più di quarant’anni. Fu il destino ad organizzare tutto?

MARISA: QUANDO VENNI LA PRIMA VOLTA A LEGNANO

Andrea si è sempre dimostrato amorevole con la sua famiglia. Ne ha sempre parlato bene, escludendo critiche e cercando di giustificare tutto quello che non andava. Come vidi per la prima volta Legnano, da lui sempre decantata, provai una forte stretta al cuore. Non avevo mai visto un luogo così squallido, grigio, tetro e soprattutto sembrava non esistessero negozi degni di essere chiamati tali. Io venivo da Padova, una delle più belle, eleganti ed antiche città d’Europa. Mi trovai in un paese più agricolo che industriale, molto modesto, chiuso e pettegolo. Feci buon viso a cattivo gioco e mi limitai ad una domanda: “Tutto qui?” Per quanto riguardava la famiglia d’origine, una dottoressa, amica di mia cognata, mi invitò chiaramente ad abbandonare Andrea e la sua famiglia. Credo mi abbia detto: “Lasci fin che è in tempo questa famiglia di matti!” Ero tuttavia innamorata di Andrea e dimenticai l’avvertimento amichevole del medico. Più tardi mi accorsi che c’era una scarsa simpatia sia per Andrea che per me. Dalla madre di Andrea e dalla sorella abbiamo avuto solo disprezzo e dispiaceri!”

CARATTERE DI MIA MADRE E DI MIA SORELLA

Paretti Clotilde era il nome di mia madre. Posso sbagliare giudizio e quindi quello che scrivo può essere viziato da mie personali errate convinzioni, ma era di aspetto gracile e poco appariscente, di certo non era bella. Si era innamorata di mio padre e l’aveva voluto ad ogni costo, con quella testardaggine che penso sia una caratteristica femminile. Clotilde era figlia di un falegname bottaio di Intra. Le condizioni economiche non erano floride. L’attività di mio nonno alternava momenti favorevoli ad altri negativi, come tutte le attività in proprio non garantite. Verso i tredici-quattordici anni ebbe la sfortuna di entrare come impiegata nello studio notarile dei fratelli Manni. Qui assaporò il piacere di una vita decisamente da ricchi dell’epoca. Si innamorò del bello che la solidità economica può dare. Incominciò a sognare una vita simile anche per lei ma purtroppo non conosceva la vita. Anche la figlia Giuliana, in seguito, commise lo stesso errore: sognare il principe azzurro che la traesse da una vita povera e dura per portarla sul dorso di un cavallo bianco nella reggia da favola di un mondo riservato solo a poche persone. Avevano tutte e due l’ottimismo e la convinzione che le donne avessero il dono magico di cambiare con la volontà situazioni negative e trasformarle in mondo di favola. Madre e figlia vivevano e lavoravano per inseguire il sogno del marito bello, pieno di attenzioni ed in grado di garantire loro la felicità. Certamente responsabili di questa mentalità erano i libri rosa che tutte le donne in grado di leggere divoravano, convinte che ciò che era scritto fosse resoconto veritiero di situazioni possibili. Per le due donne, io maschio, ero un intruso da sopportare e così fu sempre. La mamma voleva per la figlia la felicità assoluta. Il maschio non rappresentava nulla di importante. Tutte e due le donne svenarono la famiglia per comprare praticamente i relativi mariti, vestirli da capo a piedi e mostrare al mondo con matrimoni da principesse d’aver ottenuto il massimo per le donne di allora. Tuttavia i caratteri dei mariti, uno siciliano e l’altro calabrese, peggiorarono sempre di più. Tutti e due si allontanarono presto dalla famiglia, quasi subito dopo il matrimonio, e le lasciarono quasi nella disperazione. Mia madre aveva un carattere forte; ma non così Giuliana, che cadde in una tremenda disperazione psichica e che da almeno quaranta e più anni risulta una depressa grave. Mia madre tentò di compensare il disastro ignorando completamente me e la mia famiglia, per dedicarsi solo a Giuliana e a suo figlio, forse ritenendosi responsabile. Parlando con Marisa, mia moglie, del perché mia madre e mia sorella ci negavano qualsiasi tipo di aiuto, siamo arrivati a delle conclusioni che io cercherò di sintetizzare in pochi concetti: 1° mia madre viveva sperando per mia sorella un futuro di soldi e di amore che lei non aveva mai avuto; 2° mia madre e mia sorella odiavano il maschio perché sia mio padre che mio cognato le avevano profondamente deluse e tutte le colpe venivano fatte ricadere sul maschio in generale; 3° nessuno dei miei familiari aveva assaggiato il sale del lavoro sotto padroni, avvezzi a sfruttare e poi licenziare come era accaduto a me. Di conseguenza l’imbecille della famiglia ero io che non ero capace di mantenersi un lavoro fisso; 4° il concetto di amore espresso dal vangelo di Cristo non le aveva mai toccate. Io ero considerato un peso, un idiota da eliminare, se fosse stato concesso loro dalla società; 5° l’antipatia per mia moglie derivava dal fatto che non era laureata e per loro chi non era per lo meno dottore non era degno né di stima né di vita; 6° l’egoismo femminile è a volte pari se non superiore alla tradizione che vuole la donna paziente, volonterosa e capace di aiuto; 7° mai quelle due donne avrebbero speso una lira per noi, a stento ripagavano con qualche lira tutto ciò che noi donavamo in soldi e giocattoli. Addirittura in libri importanti come un’enciclopedia della scienza; 8° negli ultimi anni, per un ritardo nel pagamento con una banca, siamo stati minacciati di perdere totalmente il capitale economico e l’abitazione. In questa occasione ho cercato il loro aiuto ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta salvo letteracce minacciose che conserviamo. Tutto il loro consiglio era quello di rivolgersi agli strozzini; 9° la mamma, alla fine della sua vita, arrivata all’estrema unzione, nonostante il prete avesse consigliato loro di avvisarmi per vedermi per l’ultima volta, affermò categoricamente di non volere. Dopo molte raccomandate e telegrammi nei quali supplicavo un aiuto e non ricevendo alcuna telefonata o lettera, chiesi ai carabinieri di Sanremo di indagare se non fosse successa qualche disgrazia. Mi venne consigliato di rivolgermi ai vicini di casa di mia madre, dei quali ignoravo tanto il nome quanto il loro numero di telefono. Qualche tempo più tardi mi giunse una lettera spocchiosa di mia madre, che mi rimproverava di averla cercata. In quanto alla mia supplica, non c’era alcuna parola, come se non avessi chiesto nulla e non l’avessi informata di niente. Questo fu l’ultimo contatto con la mamma. Forse il suo disprezzo per noi era tale da farle temere di dover in qualche modo mantenere la mia famiglia. Di certo non c’era amore in lei ma aperta ostilità, addirittura cattiveria.

UNA FAMIGLIA DISTRUTTA DALL’ORGOGLIO

Di tutta la vicenda della mia vita, quello che mi dispiace sta nel fatto che tutti i membri della famiglia avrebbero potuto vivere felici. Mia madre godeva di un’ottima pensione come bancaria. Mio padre, morto prematuramente, avrebbe potuto essere molto più sereno. Mia sorella, se avesse accettato cristianamente l’offesa di essere stata rifiutata dal marito, avrebbe goduto dell’invidiabile e sicura professione di insegnante. Tutto invece, per orgoglio e testardaggine, si è tramutato in tragedia. La saggezza del vangelo non è mai stata capita e praticata. Di tutte le filosofie, l’invito di Gesù Cristo di amare anche i nemici è stato disatteso, con il risultato di sprecare la vita. Anch’io ho sofferto. Qual era il problema? Pur non avendo sufficienti esperienze di scuola e cultura in generale, loro avevano creduto che la mia passione per l’arte significasse decadenza morale, corruzione, droga e tutto il male possibile. Una famiglia della piccola borghesia non poteva tollerare un figlio o un fratello artista. Perché era sinonimo disonore e di conseguenza per punirmi mi tenevano lontano e con me tenevano lontano mia moglie e i miei figli. Io rappresentavo la maledizione del nonno siciliano. La pittura è sempre stata appannaggio di classi superiori, dei ricchi insomma, un privilegio per pochi, certo non di chi doveva procurarsi da vivere con il lavoro.

GLI INTERESSI “SPIRITUALI” DI MIA SORELLA

Mentre telefonavo angosciato per avvertire mia madre che mia suocera Eleonora era giunta alla fine e quindi richiedevo la presenza di un membro della famiglia per partecipare al funerale, l’unica risposta fu: “Non posso; la scuola non permette; cosa ne fai della casa di tua suocera? A quanto pensi di venderla?” Era chiaro che in quel di Sanremo aleggiava la pazzia: mentre una persona stava morendo, là si pensava ai soldi!

LA MALEDIZIONE DEL SICILIANO HA SBAGLIATO SOGGETTO

Per egoismo e ignoranza, nonostante l’ampia cultura classica e la cattedra ufficiale dello Stato, cara sorella tu non hai saputo cogliere i valori dell’amicizia, della fratellanza e della gioia della vita. Ti sei punita da sola ed hai reso l’inferno a tutti coloro che ti hanno circondata. Tu sei vissuta male e tu hai subito la maledizione del siciliano perché la maledizione sta nella tua genetica e nel sogno che da bambina ti sei trascinata per tutta la vita. Responsabile, oltre a te, anche tua madre e tuo padre. Tuttavia non ti porto rancore perché da sola ti sei più che punita: hai sprecato la tua intera vita. Ha colto anche mio padre che è morto giovane ed infelice, ha distrutto tutte le speranze di raggiungere uno stile di vita di classe superiore ed ha distrutto tutta la tua vita perché hai sempre sognato e non hai mai accettato la vita che ora è bella ma sa essere anche cattiva. Da parte mia, ho lottato, ho sofferto, ho perso ma ho anche vinto: alla fine mi giudico felice.

QUELLO CHE NON RIESCO PROPRIO A RICORDARE

Per anni mio padre mi ha talmente negato tutto, rifiutato anche di acconsentire al più semplice ed ingenuo desiderio, che proprio ho cancellato dal profondo della mia anima qualsiasi richiesta negata. Con ciò non porto alcun rancore ma solo il dispiacere che tale comportamento mi abbia rivelato una malvagità paterna e familiare che proprio non c’entrava con una sana educazione; è proprio vero che si cancella il ricordo del male subito! Il comportamento di mio padre siciliano ha ottenuto lo scopo di diffidare profondamente delle popolazioni meridionali, che considero pericolose ed inadatte a qualsiasi comando! Normalmente ogni figlio si aspetta di essere compreso, aiutato e cerca nei genitori persone qualificate dall’amore e dalla tolleranza per essere aiutato a vivere e superare le difficoltà. Non ho trovato mai nulla di simile: per quanto io abbia d’istinto amato la mia famiglia d’origine, le sensazioni e le emozioni provate erano solo quelle dell’odio e della privazione. Fin dall’asilo e per la durata del liceo, la chiesa cattolica ha insistito sull’amore dei genitori verso i figli. Le botte, i dinieghi e le sofferenze inferte alla prole sono l’amore di Dio verso gli uomini che fin da piccoli devono essere corretti nei loro infiniti errori e peccati! Meglio un figlio morto che un figlio nel peccato! L’amore si manifesta con calci, pugni botte e cinghiate!
Rendere omaggio ai figli dei ricchi è rendere omaggio a Dio, che si compiace di dare ad alcuni santi la salute, la ricchezza ed il potere. Tutti i poveri sono figli del diavolo e vanno bastonati! Per i poveri è più che sufficiente qualche stentata monetina di carità possibilmente gettata da lontano e passando oltre alla povera carne giacente: tutto il contrario del buon samaritano di Gesù Cristo. Nel corso dei miei settant’anni l’educazione cattolica che ha plasmato l’intera società italiana mi è parsa più simile al calvinismo che non al cristianesimo. Il calvinismo pretende che la società di Dio sia visibile proprio per la ricchezza dei suoi mezzi: i calvinisti sono ricchi sia come mercanti che come proprietari terrieri ed ora industriali. Il calvinismo deriva dalla lettura diretta dell’antico testamento dove la manifestazione di Dio stava nella potenza economica. Papa Ratzinger al momento attuale è a mio avviso molto più simile ai profeti dell’antico testamento che non servo fedele di Cristo. Lusso esagerato, ricchezza, oro e argento ed amicizia con i potenti della terra garantiscono il suo regno. Afferma Papa Ratzinger: “Dio esiste dove c’è la bellezza!” È nel terzo millennio la consacrazione del clero per la santa divisione tra ricchi e poveri. Il diavolo sta dove ci sono i poveri e gli ammalati. La TBN americana afferma di possedere la preghiera per scacciare il diavolo e le malattie. Via il diavolo, scacciato in maniera brutale, tornano la salute e la ricchezza!

DA PARTE DI MARISA, LA MOGLIE.

L'ESORDIO: SIGNORINA, LEI HA I BAFFI?

Una preoccupazione costante di Andrea fu sempre quella di trovare donne anche giovani con baffi sopra il labbro superiore. Negli anni ’50 e ’60 era molto facile trovare queste sorprese. In genere le donne se li schiarivano con l’acqua ossigenata: per lui era la mostruosità maggiore. Non parlo poi delle donne anziane… Ora per fortuna il problema sembra non esistere.

IL PRIMO INCONTRO

Ho visto solo una persona piuttosto ingombrante e vistosa che parlava con mio padre. Ero curiosa di sapere chi diavolo fosse, perché non l’avevo mai visto prima. Ho salutato mio padre, che mi ha presentato a lui. L’aspetto era quello di un uomo piuttosto in carne e decisamente alto. Età apparente: trent’anni circa. Faceva caldo e pensavo solo a farmi una doccia, quindi scappai via. Ero rimasta incuriosita e domandai ai miei familiari chi fosse quella persona. Mi risposero che si trattava di un viaggiatore della Bassetti. Da quel giorno non lo vidi più e le giornate trascorrevano con il solito tran tran: ufficio, banca, ritorno a casa. Talvolta cinema, qualche concerto di qualità come “I solisti veneti”, nella vicina chiesa di San Nicolò, oppure qualche serata danzante al Caffè Pedrocchi. Una domenica mattina ho sentito suonare il campanello di casa e mi sono ritirata in bagno perché ero ancora in camicia da notte. Quell’ora insolita non era adatta alle visite. Dopo qualche secondo mia madre mi informò della presenza di una persona interessata a conoscermi. La visita a quell’ora inconsueta non mi piaceva perché era mia abitudine presentarmi in ordine. Indossai una vestaglia celeste e scocciata mi avviai a conoscere il visitatore. La prima impressione fu negativa: “cosa voleva quella strana persona alle dieci di domenica mattina, orario decisamente non conveniente?” “Sono venuto a cercare suo padre per affari d’ufficio e ne ho approfittato per conoscerla, vista la difficoltà a incontrarla per strada!” Dopo un intervallo di silenzio, mi chiese: “Oggi pomeriggio viene al cinema con me?” Io rimasi completamente senza parole. Mi domandai come fosse possibile tale sfacciataggine. Quell’uomo era mal vestito, trasandato, spettinato, con le unghie sporche e la barba lunga. Un vero disastro che smontava l’immagine che la sua voce mi aveva suggerito prima di vederlo. Risposi subito che non potevo perché ero già occupata. In realtà era solo per prendere tempo, anche se avrei voluto rispondere un secco “no”. Lui, Andrea, non ebbe reazioni visibili e si limitò a sorridere e con tranquilla espressione ripropose:“L’invito è per la settimana prossima!" La sua voce ed il suo sguardo mi tranquillizzarono e lo guardai mentre estraeva da una borsetta una rozza pipa, che per fortuna non accese: era un atteggiamento, tanto per darsi delle arie. In quel momento cercai di farmi un’ idea più precisa di quell’uomo. Proprio non accettavo l’idea che un estraneo fosse venuto in casa mia a chiedermi di uscire con lui. Chi diavolo era? Tuttavia mi piaceva la sua voce ed anche il suo sorriso. Credo che mia madre gli avesse offerto un caffè e lo avesse invitato a sedersi. Lui rispose che ringraziava ma il caffè proprio non gli piaceva. Era rimasto contento di avermi parlato e con uno sguardo deciso disse: “Allora ci vedremo domenica prossima, verso le tre del pomeriggio!” Io rimasi stordita, senza parole per quell’audacia che non mi sarei mai aspettata e con un filo di voce, poco convinta, risposi di sì”. E questo fu l’inizio.

SUCCESSIVI INCONTRI

Gli incontri successivi avvenirono alla domenica pomeriggio. Poche volte si andava al cinema e più spesso si viaggiava nei dintorni di Padova. Andrea si dimostrava persona distinta e mi apriva la portiera prima di salire in auto e porgeva l’ombrello in caso di pioggia. Lui parlava, parlava ed io stavo zitta. Non so bene come successe ma un giorno mi venne da affermare: “Tu non sei una persona normale!”intendendo che lo consideravo al di sopra degli altri, ma Andrea fraintese e si offese. Io volevo dire che i suoi discorsi erano troppo profondi per me, che a vent’anni pensavo più a divertirmi che non a tutti i problemi della vita dura alla quale lui era più abituato. Tuttavia, chiarito il malinteso, riprendemmo le nostre uscite. Andrea era un fanatico delle auto e possedeva una vettura sportiva molto grande e rumorosa. Era una Spider Alfa Romeo 2000. Mi ricordo che una domenica, su una stradina di campagna verso Chioggia, un contadino si spaventò molto per il forte rumore dell’auto e si gettò in un fosso laterale per paura di essere travolto. Andrea parlava in continuazione di tanti argomenti e si aspettava che anch’io parlassi molto. Purtroppo il mio carattere era timido e non riuscivo ad accontentarlo. Probabilmente non ero all’altezza della sua cultura, che era per me veramente eccessiva. Devo ammettere che discorsi di filosofia, Platone, Kant, storia e tante altre cose mi risultavano difficili e mi annoiavano. Questo fu il vero intoppo: lui voleva che io parlassi, dicessi tutto quello che mi passava per la mente, lui voleva possedere la mia anima così come lui mi dava la sua, ma sinceramente io non ci riuscivo. Fu allora che Andrea, fermando l’auto, mi guardò fisso negli occhi e mi disse: “o impari a parlare e dire tutto quello che ti passa per la mente, anche se banale, stupido, inconsistente oppure io ti lascio!” Io avrei voluto accontentarlo ma sicuramente non riuscivo. Ero timida e riconoscevo di non essere all’altezza della sua cultura. Fu per me una dolorosa esperienza, ma l’insistenza di Andrea mi portò a vincere la mia timidezza, poco per volta, ed ora dopo più di quarant’anni anch’io parlo volentieri. Andrea volle presentarmi alla sua famiglia. In quel periodo suo padre stava molto male; come mi vide, sentendosi vicino alla morte, volle confessarmi un cruccio che lo tormentava: “Con Andrea ho sbagliato tutto!” Sul momento non capivo, mi addolorai ma non chiesi spiegazioni. Dopo il matrimonio, in seguito ad eventi drammatici, chiesi a mio marito il significato della frase. Da allora, poco per volta, Andrea raccontò la storia della sua vita in famiglia e solo adesso, dopo quarant’anni, ho capito tutto. Quella frase del padre di Andrea mi risultava oscura ma l’interessato ne aveva preso atto laconicamente senza troppi commenti. Il tempo necessario per le esequie ed il mio lui venne costretto a lavorare a Roma: era successo che a Padova la direzione gli aveva raddoppiato i traguardi da raggiungere, senza tenere conto della situazione commerciale venutasi a verificare nel frattempo. La politica commerciale dell’azienda era condotta su basi e strategie teoriche lontane dalla realtà, dal territorio. Andrea come al solito aveva dato l’anima per il lavoro ma i superiori, male informati, non avevano saputo apprezzare i suoi sforzi. Pensavano che se a Venezia in poco tempo aveva triplicato le vendite, ora poteva sestuplicarle. A Roma, Andrea languiva e premeva per ritornare al nord. Un Natale mi scrisse, anzi mi ordinò di preparare tutti i documenti necessari al matrimonio. In poco tempo ci sposammo a Padova e ci trasferimmo a Milano, città nella quale venne inserito come venditore. Già Andrea ha scritto della mancanza di volontà da parte di mia suocera e cognata di aiutarci nel matrimonio, tuttavia facemmo tutto regolarmente e diventammo cittadini milanesi. Il resto della storia la racconta Andrea.

SORPRESA: LA PITTURA

Per tutto il periodo del fidanzamento, durato due anni, mai Andrea mi rivelò la sua passione per la pittura. Anche quando ritornavamo a Legnano per trovare i suoi, nessuno mi parlava della sua passione. Vedevo tanti quadri alla parete con la firma VACCARO ma nessuno me ne faceva cenno. Incominciai a pensare che l’arte fosse molto di più solo durante il viaggio di nozze: si era portato un album da disegno e delle matite. “A che ti servono?” gli domandai. “Vedrai, ti disegnerò nuda ed avrai tanti quadretti!” Già in passato mi aveva regalato una tempera che avevo fatto incorniciare a Padova, dissanguando il mio magro stipendio. Ma non avrei mai messo in relazione quel paesaggio con la valanga di quadri che mi avrebbero sommerso poi. Finalmente Andrea mi rivelò il suo segreto: “Se una persona deve svolgere bene un lavoro come quello del viaggiatore non può pensare a dipingere. Deve quindi negare a se stesso una parte di sé. Vivendo continuamente negli alberghi, ora qua ora là, è impossibile portare con se tutto il necessario per dipingere”. Più avanti nel tempo realizzò una mostra che ebbe successo e fui io stessa a suggerirgli di continuare nella sua arte. Con la solita filosofia, o un mestiere o l’altro, Andrea si decise finalmente a diventare artista professionista, con tutte le difficoltà ed incertezze che comportava. Andrea si tormentava nel domandarsi per quale motivo sua madre e sua sorella ci odiassero. Dopo quarant’anni io sono arrivata alla conclusione che, secondo la loro mentalità, Andrea dovesse essere comprato come loro avevano comprato i loro mariti. Una cosa è certa: i miei ci hanno dato tutto quello che potevano, mentre loro niente.

LA FAMIGLIA DI ANDREA

Secondo le sue confidenze, il padre era forse il più sincero della famiglia. Sicuramente era un siciliano selvaggio ma onestissimo. L’unico della famiglia che forse era orgoglioso del fatto che Andrea sapesse disegnare. Molto esigente, papà Ignazio pretendeva che suo figlio si componesse i colori da sé stesso con olio di lino cotto e polveri adatte a colorare i muri e solubili in acqua, con risultati disastrosi. Ignazio si era anche informato su eventuali parentele tra loro e il famoso pittore napoletano del 1600 Andrea Vaccaro: pareva ci fosse qualche aggancio, molto labile, difficile da dimostrare. Secondo Andrea, suo padre era il braccio violento di sua madre Clotilde. Clotilde era una fragile donna piemontese, tutta sorrisi e complimenti, ma forse non sempre sinceri. Chissà se ha ragione il proverbio “piemontesi falsi e cortesi”... La sorella, secondo Andrea, era la classica “studiosa”, prima della classe ma priva di garbo, non piaceva alla gente. Il suo carattere era fortemente influenzato dalla genetica siciliana: scontrosa, portata a chiudersi in sé, al contrario del fratello. Perché la famiglia non aveva permesso che lui studiasse “arte”? Semplicemente perché la mamma, molto dura nelle sue convinzioni errate, era sicura che i pittori fossero morti di fame, drogati e fannulloni: gente da tenere alla larga con disprezzo. Ed anche perché nessun veggente aveva previsto per lui successo artistico. Lei sognava di raggiungere il successo sociale e lavorava duramente con l’ambizione che i figli divenissero laureati e con ottimo lavoro certo e sicuro.

LAMENTAZIONE DI UNA MOGLIE ARRABBIATA

Mi chiedo spesso perché il destino mi abbia fatto questo scherzo: trovare un uomo che, con uno stratagemma da romanzo rosa, viene a suonarmi il campanello per conoscermi e coinvolgermi in un’avventura della quale avrei fatto volentieri a meno. Anzi, alla luce dei fatti, proprio oggi dico che se dovessi tornare sui miei passi non ripeterei per nessuna ragione al mondo questo madornale errore. Forse non tanto per il marito, sul quale ci sarebbe anche molto da ridire sul suo carattere verbalmente violento e impetuoso, poco conciliante, tipico delle razze meridionali d’Italia, salvo poi diventare “zuccherino” quando desidera cose particolari, oppure quando ha finito di insultare ma pretende di avere sempre ragione. Avrei dovuto divorziare quasi subito anche se lui affermava e continua ad affermare che, quando i bambini erano piccoli, noi eravamo molto felici rispetto alla sua famiglia d’origine. Come figlia unica non ho potuto sperimentare cosa significhi avere altre fratelli in famiglia. Non si ricorda, il poverino, che mi ha sempre mortificata portando come esempio la sua Mamma e la sua Povera sorella, abbandonata dal marito. Se la sorella avesse voluto tenersi il marito non avrebbe dovuto passare tutto il tempo a piangere ma avrebbe dovuto prendere il treno e andare alla ricerca del marito e sopportare, come ho fatto io, il dolce e l’amaro, che è stato molto di più. Una dottoressa amica della famiglia di mio marito mi disse: “Se ne vada al più presto: questa è una famiglia di matti!” La cognata stava sempre a recriminare sul passato e viveva in un altro mondo; la suocera sembrava dalla mia parte ma in realtà faceva sorrisi e complimenti solo per carpire tutti i segreti della famiglia. Io, stupida, ho pensato che in certune situazioni mi volesse addirittura aiutare. Le volpi, si sa, sono molto astute: la suocera era un “burattinaio” e manovrava i fili dei burattini figlia e figlio. Il quale figlio “bamba” (premio “bamba” istituito dal giornalista Vittorio Feltri) beveva tutto quello che diceva mammà. La più brava mammà del mondo. Una sera d’inverno, appena sposati (noi abitavamo a Milano, mentre la burattinaia abitava a Legnano) costrinse il bamba di suo figlio a correre da lei come un cane con la lingua di fuori, viaggiando immersi in una nebbia che sembrava un muro, per andare a Legnano a consolarla del suo banale mal di testa. Aveva forse desiderio di far scomparire figlio e nuora in un colpo solo contro un camion o dentro un fosso?! Oramai nebbie come quella sera non se ne vedono più! Questo è un episodio che mi è venuto in mente per caso. Ma quando la mia mente ne partorirà altri, li metterò nero su bianco. In conclusione il “bamba”, nonostante fosse sempre stato poco o nulla considerato dalla famiglia, era sempre pronto a correre da mammà come “maggiordomo”e “autista” Ambrogio. Forse era un sado-masochista?! I fatti poi parleranno da soli. La sua mamma era come la Madonna: bisognava mettersi in ginocchio e baciarle i piedi. La cognata, professoressa, ne sapeva sempre, come si dice a Padova, una pagina più del libro. Dall’alto della sua pregevole laurea benediva e faceva grazie e penso si sentisse quasi Papa. Dimenticavo che mia cognata ha un figlio da me conosciuto quando aveva due anni. Era un bel bambino intelligente e simpatico anche se molto viziato. Ora ha quarantacinque anni ed apparentemente non lavora. Una cosa di lui che mi ha sempre impressionato è che non sapeva interloquire al telefono con i suoi cugini. Praticamente faceva scena muta! Che sia stato leggerissimamente rimbambito da nonna e mamma?
Al contrario, nonostante tutte le difficoltà, la mia famiglia si può considerare felice. Di guai ce ne sono per tutti!
Per dovere di cronaca, devo accennare a mio suocero. L’ho conosciuto troppo poco. La prima volta che sono andata a casa di Andrea, mi ha detto: “L’avviso subito che mio figlio amoreggia con ragazze per qualche mese e poi le cambia. Io l’ho avvisata!”. Mi ricordo che l’unica mia reazione fu un sorriso. Era molto malato ma cordiale, almeno con me. Poco prima di morire mi disse ancora che con Andrea aveva sbagliato tutto nella vita.

POLITICA SCANDALOSA

Attualmente di fronte ad un pericolo di dittatura, abbiamo il silenzio o quasi da parte di coloro che si professano difensori dei diritti umani. Colpisce il silenzio del partito democratico con l’On. Bersani. E’ drammatica la caduta di stile e di aggressività di Bossi che viene avvilito e raggirato. Perché mai? Tante affermazioni di reazione violenta finiscono miseramente nel silenzio. Diecimila fucili pronti. Per ora stanno nei ripostigli. Tutta la fiducia della Padania è calpestata ed insozzata impunemente. Tutti i proclami dei leghisti sono finiti nel cestino dei rifiuti. Come mai? Posso raccontare un episodio reale che mi è capitato personalmente a Roma negli anni 60.
Durante il mio soggiorno romano avevo stretto conoscenza con un senatore democristiano, secondo me più portato ai maschi che alle femmine. Assieme trascorrevamo qualche ora in simpatiche conversazioni politiche. Allora ero contro la diffusione dei grandi magazzini che avrebbero, secondo me, portato all’estinzione prima delle piccole attività e poi addirittura all’invasione dei prodotti stranieri. Assieme andavamo a pranzo nella trattoria dei “tre amici” vicino al Pantheon. Questo simpaticissimo locale, gestito da camerieri attempati ma sempre allegri e pronti alla battuta spiritosa, ospitava normalmente politici, vista la vicinanza del parlamento. Un giorno venni invitato da personaggi pittoreschi, con tanto di barba lunga e bianca, al loro tavolo assieme all’amico senatore. Ciascuno dei commensali era membro di un partito avversario. C’erano comunisti estremi, missini e democristiani. Allora i partiti avevano nomi più semplici ma l’allegria del convivio era straordinaria. Missini, comunisti e democristiani si abbracciavano e con larghi sorrisi a tutta dentiera si complimentavano ciascuno con l’altro per i discorsi fatti e gli atteggiamenti tenuti. Insomma era una festa e l’amore e l’amicizia trapelava tra un sorriso, una battuta di spirito ed un abbraccio. Si confidavano gli interventi futuri e si complimentavano l’uno con l’altro. Un grosso senatore con la barba bianca si rivolse a me con fare bonario e mi disse: “Provi ad assaggiare questo vinello dei colli e poi mi dica il suo parere!”.
Il vino bianco era contenuto in bottiglie classiche con il marchio di un litro, come ogni osteria offre ai commensali. Appena assaggiato il nettare ebbi una spontanea esplosione di entusiasmo: “Ma questo è champagne e del migliore!” Alla mia esclamazione i senatori scoppiarono in sonore risate e mi fecero i complimenti. Il grosso signore democristiano divenne improvvisamente serio e mi disse: “Vede come si imbroglia il popolo! Grande champagne in un comune contenitore da litro per bevande povere! Si ricordi che la politica è un gioco. E’ tutta apparenza! Per chi ci osserva noi beviamo vinello dei colli e non costoso e pregiato champagne!” Aggiunse poi: “Questo episodio lo racconti ai suoi figli e nipoti. Questa è la democrazia!”

INDICE DA MODIFICARE E AGGIORNARE

INDICE

PAG. 1 L’ESORDIO
PAG SIGNORINA LEI HA I BAFFI?
PAG IL PRIMO INCONTRO
PAG 2 SUCCESIVI INCONTRI
PAG 3 SORPRESA: LA PITTURA
PAG 4 LA FAMIGLIA DI ANDREA
PAG ANDREA RACCONTA:
UNA CRISI DI IPOGLICEMIA
PAG LA MALEDIZIONE DEL SICILIANO
PAG 5 LA REALTA’ SUPERA LA FANTASIA
PAG 6 LA SUPERSTIZIONE REGNAVA SOVRANA
PAG IGNORANZA E SUPERSTIZIONE
PAG 7 ONORA IL PADRE E LA MADRE
PAG ODISSEA IN CERCA DI LAVORO
PAG 8 FINALMENTE PITTORE
PAG 9 INIZIO STORIE DI FAMIGLIA
PAG 10 ANNI 40: TEMPO DI GUERRA E DI RISPARMIO ASSOLUTO
PAG 11 RITORNO DI MIO PADRE
PAG 12 IGNORANZA DEL CARATTERE MERIDIONALE
PAG L’IGNORANZA TOTALE DEL POPOLO ITALIANO
PAG 12 IL POTERE DEI PADRI
PAG 13 IL MERCANTE
PAG 14 IL CONTRATTO
PAG 15 LA GRANDE GALLERIA
PAG 16 QUANDO L’AMBIZIONE SUPERA L’AMORE
PAG 17 NON PER CATTIVERIA MA PER INGENUITA’
PAG 18 ACCANIMENTO TERAPEUTICO
PAG 19 DIFFAMAZIONI
PAG 20 L’ARTE OGGI
PAG 21 NAPOLI: ANDREA VACCARO DI NAPOLI E
ANDREA VACCARO DI LEGNANO
PAG 22 RICORDI, LIBERE RIFLESSIONI, ED ISTANTANEE
DELLA VITA QUOTIDIANA DEI TEMPI PASSATI
PAG 28 IL PADRE DI MIO NONNO
PAG IL CORO DELLE NONNE
PAG 30 LA POTENZA DEL CINEMATROGRAFO
PAG 31 LA MORTE DEL BAMBINO
PAG 32 BATTIPANNI E SGABELLINO
PAG 33 LA STRADA DI VIA CARLO PORTA 56
PAG 36 COME VIDI PER LA PRIMA VOLTA MIO PADRE

PAG 37 L’UNICA VOLTA CHE MIA MADRE FU PER ME
UNA VISIONE DEL PARADISO
PAG VIAGGIO VERSO IL SUD
PAG 39 FINALMENTE IN SICILIA
PAG 40 SCICLI E LA NONNA SICILIANA
PAG 41 FORMAGGIO PECORINO SICILIANO
PAG 43 BENEDIZIONE CONTINUA CONTRO IL DEMONIO
LA MIA OMBRA
PAG 44 LE BOLLE DI SAPONE
PAG 45 LASSU’ SUL SOFFITTO
I NAPOLETANI SONO SEMPRE NAPOLETANI
PAG 47 DOPO IL RITORNO DALL’ISOLA DI CAPRI
OCCUPAZIONI SALTUARIE DI NOI BIMBI
ALLE CASE POPOLARI DI VIA CARLO PORTA
PAG 54 W IL VINO
PAG 56 LEGNANO, I CARRI ARMATI
PAG 57 IL TRENO
PAG IL TRAM
PAG L’AUTOSTRADA
PAG 58 LE ORECCHIE
PAG 61 L’AMICO MARIOLINO
PAG 62 COME L’ASSISTENTE PEDAGOGICO DEI “PICARI”
DIECI ANNI
PAG 63 I MIRACOLI DELLA POVERA GENTE
PAG 64 RISPETTO DEL PANE VECCHIO
LA CIANCIULLI E LE DONNE
ELOGIO DEL CLISTERE
PAG 65 VEDERE E PARLARE CON I MORTI
PAG 66 I FANTASMI DI JESOLO
PAG 67 I FANTASMI DELL’UMBRIA
DA TERNI A PESCARA
PAG 68 IL CAVADENTI
IL GIOCO DELLE ZUCCHE E DEI FANTASMI
I SGHIRAA’ DI DONN (LE GRIDA DELLE DONNE)
PAG 69 ALLUVIONI E TRACIMAZIONI DELL’OLONA
PAG 70 I TERREMOTI E LE DONNE
IL FUNERALE
PAG 71 ZA’ LA MORT, PIER LUIS E UL BURLANDEL
PAG 72 “UL BERIN” (IL PECORINO)
UN MONDO DI CAVALLI E CARRETTIERI
PAG 73 “AL DI LA’ DI CA’ PUPULARI”(AL DI LA’ DELLE
CASE POPOLARI)
PAG 74 LA BEFANA FASCISTA
L’EDUCAZIONE POPOLARE
PAG 75 CON I TRAMPOLI
PAG 76 VACANZE AL MARE A PRA’ VICINO A GENOVA
PAG LA CENA DEL BUON FRATONE
PAG 77 COME ESSERE FELICI CON POCO
PAG 78 PERCHE’ ANDAVO VOLENTIERI IN CHIESA
PAG 79 LE PROCESSIONI
PAG 80 GARE DI BICICLETTA
ALLE SCUOLE MEDIE
PAG 81 FUORI DAL BAR
PAG 82 IL GABINETTO DI STUDIO
LUNGO IL LAGO DI PALLANZA
PAG 83 IL SARTO GUGLIOTTA
PAG 84 TACI SCEMO
PAG 85 VITA A PALERMO 1959
PAG 87 LE DOCCE DELLA “SCIANNA”
PAG 88 QUELLA VOLTA CHE RAGGIUNSI LA
DISPERAZIONE
PAG 89 CHE CORAGGIO, UOMINI!
PAG 90 OSPEDALE MILITARE
PAG 91 SUNA E PALLANZA
PAG 92 I RITRATTI
PAG 95 RENATA SALUTA IL RITRATTO DI MARISA
AL FUNERALE DELLA NONNA DI SICILIA
PAG 97 PARIGI, PARIGI!
PAG 99 L’ALBERGO DI NAPOLI
PAG 100 DA PALERMO A SCICLI 1979
PAG 103 ESPERIENZA PADOVANA
PAG 104 C’ERA UNA VOLTA UN BOSCO…….
PAG 105 PREGI E DIFETTI DI MIA MADRE
PAG 106 COME SI TRUFFANO GLI INGORDI
PAG 108 DA SHAKESPEAR, SI TROVA UN INVITO
A SPERARE
PAG 109 IL MERCANTE “RE SOLE”
PAG 110 LA SUPERSTIZIONE E L’EDUCAZIONE FAMILIARE
PAG 111 IL MERCANTE DI QUADRI
PAG 113 COME E’ FACILE DIVENTARE MERCANTI D’ARTE
PAG 114 MERCANTI LAVORATORI PRESSO ENTI PUBBLICI
E PRIVATI
MERCANTI STRACCIONI
MERCANTI AL FEMMINILE
PAG 115 IL MERCANTE “GANGSTER”
PAG 116 MERCATO DELL’ARTE: VERITIERO O FASULLO?
PAG 117 ARTE CONTEMPORANEA: LETTERA
AL PRESIDENTE
PAG 133 GLI ANNI BUI DELLA SUPERSTIZIONE
I CONSIGLI SOCIALI ALLE SANTE
FAMIGLIE RICCHE E I LORO PARGOLI
PAG 134 DA EROINA A TIRANNA
PAG 136 FORSE IL MIO SORRISO?
GRAZIE DUCE!
PAG 137 IL POPOLO AMA I COMBATTENTI
CREDERE ALLE MALEDIZIONI
PAG 138 LA VOLONTA’ DI DIO
PAG 139 IL PRETE E LE SUE DONNE
PAG 140 QUELL’EDUCAZIONE NEI SEMINARI
PAG 141 ODIARE PER VIVERE
UN’ESPERIENZA DI LAVORO GIOVANILE
LAVORO TEMPESTIVO CONTRO LE IDEE
BISLACCHE
PAG 143 PREFERENZE E GELOSIE
GELOSIE E PREFERENZE
UN MOMENTO DI DISPERAZIONE
LA VISITA DI MIA MADRE
PAG 144 DUE MARZO 1969
INCONTRO CON MARISA
PAG 145 MARISA: QUANDO VENNI LA PRIMA VOLTA
A LEGNANO
CARATTERI DIFFERENTI FRA MIO PADRE E LE
MIE DONNE DI FAMIGLIA
PAG 146 CARATTERI DI MIA MADRE E MIA SORELLA
GIULIANA
PAG 147 UNA FAMIGLIA DISTRUTTA DALL’ORGOGLIO
GLI INTERESSI SPIRITUALI DI MIA SORELLA
PAG 148 COSA COMBINANO LE CHIROMANTI
PAG. POLITICA SCANDALOSA

2 commenti:

veta bordeianu ha detto...

NON IGNORARE PRENDETE IL TEMPO DI LEGGERE CE PROVA CHE HA CAMBIARE LA MIA VITA
Il mio nome è signora BORDEIANU ho 40 anni sono una madre di una figlia di 3 anni. Un mese fa mia figlia soffriva di cancro al cervello. Ho avuto 20000€ per garantire il suo recupero così mi metto alla ricerca di prestito. Ma purtroppo per me io stavo frodare di essere creditore senza scelta che ho perseverato nella mia ricerca per fortuna che il mio coraggio mi ha messo sulla persona giusta Karen GARCIA PINTO di signora che mi ha dato un prestito di 20000€ in 72 ore solo tramite bonifico bancario, che ha permesso la guarigione di mia figlia e l'apertura della mia piccola impresa. Questa prova è per te che sono stanchi di essere rifiutati dalle banche. Avete abbastanza sai dove mettere la testa che segue i vostri problemi finanziari. Avete bisogno urgente, veloce, affidabile e legittimo di un singolo indirizzo di finanziamento per essere soddisfare:
pinto.karen01@gmail.com.

Narasiman Ramachandran ha detto...

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