sabato 13 giugno 2009

AD AGRIGENTO COL BECCAMORTO

Siamo rispettosi della morte e naturale sorge la preghiera per la loro pace eterna. Tuttavia in una situazione di un lontano mese di agosto…….. Un caldo bestiale ai piedi della collina che porta ai famosi templi. Il bar aveva terminato la scorta di gelati. Pare che non ci fossero più nemmeno le normali bibite. Tre bottiglie da un litro e mezzo ciascuna di acqua minerale in confezioni di plastica a base quadrata. Bevevo a garganella, senza ritegno e mi faceva compagnia anche la morigerata Marisa. Anche lei bagnata madida di sudore. A me la camicia bianca era un tutt’uno con la pelle. Insomma una situazione da inferno siculo. Arriva una mercedes nera tipo funerale con a bordo una cassa con morto oramai in putrefazione. L’aria diventa subito ammorbata. L’autista e il compagno si buttano letteralmente fuori dalla vettura semimorti sia per il puzzo irresistibile del cadavere che per l’orgia di caldo. Lasciano spalancate le portiere e si precipitarono all’interno del bar, dove bevono tutto quello che c’è a disposizione. Pare si levassero berretto e giacca e tentassero di farsi la doccia spudoratamente in mezzo al pubblico che sveniva per le micidiali zaffate di morto putrefatto. Insomma una cosa alla Fantozzi. Fu allora che mi venne la brillante idea di chiedere al poveraccio del cameriere che girava con vassoio, acqua e bicchieri, pantaloni neri appiccicati alle gambe e giacchetta ex bianca translucida divenuta tutt’unico con camicia, peli e pelle, quanti gradi facesse la temperatura. “Subito, signore!. Adesso vado lì dove c’è il grosso termometro a muro”, cosi si espresse il quasi defunto onesto lavoratore. Dopo qualche secondo ritornò e sparò sull’attenti: “fanno esattamente trentacinque gradi, signore!”. Attese la mancia che non venne e poi se ne entrò nella bolgia infernale del bar. “A me non mi convince per niente, questo cameriere” dissi a Marisa. “Per me ci sono cinquanta-sessanta gradi all’ombra”. Serena come sempre Marisa rispose “vai a vedere tu, il termometro è proprio accanto a te”. Con uno sforzo sovrumano mi alzai dalla sedia che era rimasta incollata al mio sedere e portandola appresso feci due o tre passi in direzione di un gigantesco termometro a muro. Arrivato proprio sotto lo guardai incredulo. Era completamente sfasciato ed arrugginito da almeno trent’anni. Non seppi trattenermi dalle risa e man mano che ritornavo da Marisa, l’ilarità diventava isterica. Lei rideva perché vedeva me ridere ed io mi scompisciavo per la faccia tosta del cameriere e non riuscivo a spiegarmi. A furia di far segnacci ed a parole mozze riuscii a farmi intendere. Non ci credeva Marisa e volle andare di persona a controllare. “Io non ci capisco niente, ma mi pare che il termometro sia guasto” disse seria. Effettivamente la mia risata era isterica perché il cameriere mi aveva preso in giro. Tuttavia decidemmo di richiamarlo per pagare il conto. Lui ritornò serio e professionale. Gli domandai: “Lei non è di qui?” – “No, sono napoletano” rispose con serietà. Fuggimmo via dalla puzza nauseabonda del povero morto destinato chissà dove, fuggimmo via dal caldo e fuggimmo via dal cameriere napoletano.

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