venerdì 14 gennaio 2011

CALABRESI ONESTI? NON GENERALIZZIAMO!


Calabresi onesti? Non generalizziamo

Si corre il rischio di generalizzare superficialmente “buttando la croce” come dicono in Piemonte, addosso a qualcuno. Facilmente, senza verità si passa da un giudizio negativo su una persona a tutta la famiglia se non a tutta la razza. Così è capitato a me con due episodi che troverete nel mio libro”odiare per vivere” pubblicato su questo blog. Mio padre era siciliano di Scicli. Io ero negli anni quaranta- cinquanta riccioluto e nero di capelli. Forse nel 1940 ero l’unico bambino a Legnano di origine meridionale. Crescendo e giocando con i bambini delle case popolari gli adulti mi insultavano dicendo: “tornate nelle fogne, famiglia di merda!” I bambini mi scherzavano perché avevo i capelli riccioluti e neri. Loro erano abbondantemente biondi e dai capelli diritti. Mi chiamavano pirla perché il mio nome era Pier Andrea. Per cui pirla si riferiva al primo nome Pier. Da allora mi volli chiamare solo Andrea. Dopo aver subito pestaggi ed insulti, salivo in casa e mi strappavo i capelli sperando che diventassero lisci e biondi. Questo era un banale incidente di vita. Tuttavia devo fare riferimento ad un adulto che portò molto più tardi lo sconquasso in famiglia. Sono buoni e bravi i calabresi? Vent’anni dopo, mia sorella, laureata in lettere antiche a pieni voti presso l’università statale di Milano si innamorò di un insegnate collega sbruffone. I miei genitori vivevano per la felicità di mia sorella e furono subito entusiasti di questo “professore”. Era fascista e mio padre lo adorava come mia madre perché anche loro erano fascisti. Belloccio di viso, ma con grandi chiappe, era alto circa 1.70 o poco più. Era pieno di arroganza e diceva di essere ingegnere e di avere conseguito anche la laurea in matematica. Aveva un anno meno di me, che ne avevo ventitre. Insegnava nello stesso istituto di Legnano intitolato ad un grande industriale di nome Bernocchi. In questa scuola si preparavano i giovani, che non potevano percorrere studi superiori d’altro genere, ai primi rudimenti del lavoro in fabbrica. Era una scuola tecnica adatta alla formazione di operai. Si faceva chiamare Andrea e teneva un atteggiamento poco gentile con tutti. Urlava e pretendeva di avere ragione su tutto, anche per piccole cose, inezie. Mio padre vedeva in lui quello che avrebbe desiderato per me e cioè un fascista spaccamontagne e per di più professore. Anche mia madre se ne innamorò perdutamente. Per lei il professore dava nobiltà e censo alla nostra famiglia. Quindi era l’ideale per le figlia. Personalmente mi ero fatto un giudizio negativo su quest’uomo. Non era né laureato né professore: era semplicemente un incaricato come molti operai insegnano a divenire operai. Frequentava un personaggio di dubbia moralità che si vantava di essere capace di uccidere ed era stato come “kapò” nei campi di sterminio tedeschi. I miei mi incaricarono di allontanare questa persona con i dovuti modi. Nel periodo che precedette il matrimonio con mia sorella mi accorsi che questa il futuro marito non era certamente un buon partito per mia sorella. Questo signore aveva l’abitudine di mandare a mia madre fasci di rose e cestini di fiori rari. Tuttavia il fiorista chiedeva a lei di pagare. Sempre questo “professore” invitava a pranzo “alla grande” amici e sconosciuti a lasciava poi il conto da pagare a mio padre. Personalmente ho cercato di avvisare i miei di questi comportamenti inquietanti. Arrivai al punto di affermare che “lui” non era adatto a mia sorella e probabilmente l’avrebbe portata alla morte. I miei erano ingenui e si erano perdutamente invaghiti di questo fascista, che vantava amicizie notevoli e poi era figlio di gente per bene di Calabria. Suo padre era preside di una scuola mentre i miei erano umili lavoratori. Seduti a tavola, a mezzogiorno di un giorno triste, mio padre, con l’assenso di mia madre, mi disse: “tu non sei più nostro figlio. Ti ripudiamo. Nostro figlio sarà lui e si chiamerà Andrea! D’ora in poi tu non farai parte della famiglia; sarai un estraneo e farai bene ad andartene via da noi. Questa frase mi raggelò poiché non avevo lavoro fisso né soldi, il futuro mi si offrì scuro e denso di disagio. “Mi lascerete almeno dormire in casa, fin quando non troverò lavoro?” “Si, rispose mio padre : dormirai su una brandina in cucina e te ne andrai non appena ti sarai trovato un lavoro”. “Mi sentii triste ed abbandonato tuttavia mi diedi da fare mille lavoretti finchè fui assunto dalla gloriosa ditta Giovanni Bassetti, che mi spedì in quasi tutta Italia a fare prospezione e poi come venditore a Padova. Non riuscivo ad avere risentimento verso i miei ed assistetti allo sfacelo della mia famiglia. Il professore fascista volle che mio padre gli comperasse una grossa Citroen. Lo rivestirono da capo a piedi, persino la mutande. Lui continuò a spendere e a far pagare i debiti ai miei. Dopo poco tempo si stancò della Citroen e volle che i miei gli comprassero una Ford Consul 315 e fu accontentato . Volle un cane lupo da straziare con le sue violenze e se lo portava anche a letto, a casa mia. Io continuavo ad amare la famiglia e per tutto il tempo che rimasi a Legnano partecipai fattivamente a costruire “la felicità” della famiglia. Da buoni siciliani vollero indebitarsi fin sopra i capelli per comperare una civile abitazione da affidare ai due sposini. Il matrimonio fu alla siciliana, estremamente ricco, costoso e romantico. Vidi felice mio padre al braccio di mia sorella in abito bianco dal lungo velo. Fiori dappertutto e molti invitati: professori e preside dell’istituto ed un numero impressionante di parenti di lui. Dopo nove mesi l’evento: nasce Gioacchino e sua madre aspetta la visita del padre e marito. In una clinica costosa, in una stanza singola piena di fiori bianchi, Giuliana non capiva perché suo marito non si facesse vivo. Mia madre mi incaricò di portare fiori bianchi a mia sorella che era caduta in depressione. Naturalmente io non avevo soldi e mia madre mi disse che avrebbe pagato lei, come sempre. Arrivò il momento del battesimo e fui io incaricato di essere il padrino. Del professore non si seppe più nulla. Fece sapere che per lavoro era stato trasferito a La Spezia. Mia sorella quasi impazzì dal dolore ed i miei cercarono di avere l’aiuto legale costoso ed inutile perché la legge diceva che la moglie deve seguire il marito! Mentre io mi allontanavo definitivamente dalla scena lavorando prima a Torino e poi a Padova e Venezia, il professore se ne andò a La Spezia con un auto compratagli dai miei e convivendo con un'altra donna. Per me il lavoro lontano da casa risultava più che faticoso e stancante: nel periodo in cui il professore era con la famiglia ebbi una notte a Padova la loro visita (lui e mia madre) che mi intimarono di lavorare, come se io fossi un lavativo! Dimenticavo di dire che per il loro viaggio di nozze andarono a Sciaffusa. Il tutto a carico della mia famiglia. Mentre si rovinavano economicamente per uno sconosciuto, al figlio hanno negato sempre tutto, fino anche una cicca americana. Tutti i soldi da me guadagnati sono sempre stati sequestrati ed usati per la famiglia. Sono sempre stato considerato il fallito delinquente e nemmeno al mio matrimonio volevano partecipare.
Troverete altre notizie sul mio libro “odiare per vivere” pubblicato sul mio blog.

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